■ TEATRO ITALIANO ANTICO TOMO SESTO. LONDRA. Si vende in Livorno preflb Tommaso Masi , e Compagno. 1788. Ili RAGIONAMENTO. Efame Critico dell' Arrenopia . Nuovo cammino aperto dal Giraldi ai Poeti Tragici . Paragone della Gioca sta colle Tragedie antiche e recenti di Umile argomento. I! Dolce nella Marianna è 'iato maggiore di fe Iteffo, e forfè ti' ogni altro de' tempi fuoi. Differenza tra que- fta Tragedia e la Marianna di Voltaire . Indole generale delle Commedie di Pietro Aretino. Pregj del Marescalco. Difetti di condotta, che fono nella Cortigiana , e nelP Ipocrito . Onori e vituperj dati all' Aretino . Delle fue Commedie porte in luce lotto il nome di altri Autori . D' Ennio non fece il ro^ro carme antico , Che'l C'igno,per cui Manto in pregio afeefe, Al bel , che in lui trovò , fofj'e nemico . Menzini Arte Poetica Lib. V. OBBIAMO favellare in queffo ragionamento sì delle Compojìfioni Teatrali, le quali fi leggono in quejlo Tomo , come di quelle , cke furono Jlampate nel volume an- * z IV tecedente ; giacché alcuni contingente vollero , che trafneueffimo nella preferite opportunità a compiere l' obbligo , a cui eravamo aflretti nell' ufcire del Quinto Tomo . Per amore di un cerio ordine, ed a conseguire qualche chiarefja, diremo in primo luogo delle Tragedie di atnendue i Tomi , e pofeia delle Commedie, incominciando da quelle, che fono nel Quinto, e discendendo in apvrefj'o all' altre , che vengono in quefio compi efe . Ali fi offre fu- bito V Arrenopia del celebre Giambattifta Giraldi Cintio , la quale è fiata creduta degna della Raccolta da Uomini valorofi ; onde io volentieri non ne parlerei punto , giacché dovrebbe bafiare per ogni lode l' autorità de' Saggj , i quali la fcelfero . Se non chi tacendo di lei, alcuno potrebbe imputarmene a negligenza ; il che qualunque , che onefto fia , non deve ni volere , nè permettere . Dichiarerò adunque ingenuamente il parer mio , e non mi rincrefeerà di forfè difpiacere ad alcuno , purché fegua quello , che mi fembra più vero , e così mi adoperi di piacere almeno a' Giudici incorrotti , e indifferenti. Traffe il Giraldi il [oggetto dell' Arrenopia dalla prima Novella , che egli deferire nella ter^a Deca de' fuoi Hecatom- anti, come dai medefimi traffe ancora V P Orbecche , fecondo ^he abbiamo ricordato altrove, ed infieme /'Aitile, e gli An- tivslomeni (i) altre fue Tragedie . E benché egli fcrivefj'e ancora la Didone , e la Cleopatra , e per la prima folleneffe gravi contefe ('z) ; parve no-idimeno, che effo fi dilettale e compiacele più delle Tragedie di Jìmulato argomento , che di quelle, in cui aveva feguita o la favola, o la (Io- ria . Nè forfè era fenja ragione la fua compiacenza , perchè prendeva foggetti da lui immaginati, e creava, per dir così, avvenimenti e perfone a modo /i/o . Delia qual cofa veruno non lo potrà giammai biafimare , giacche molti fono ai opinione, e lo è Ariftotele fieffo , (}) che non itti- * 3 (1) Degli Hecatommithi Deca feconda Novella e 9. (2) Nella lettera, che ferirle il Giral- di ad Ercole II. Duca di Ferrara, difende la Didone dalle accufe di un anonimo efpofte al Duca da Bartolomeo Cavalcanti . Vedi Di Jone Tragedia di M. Giovanni Battijla Girali! Cintino Nobile Ferrarefe » in Venezia apprefib Giulio Celare Ca- gnacini » 158}. (}) Nel difcorfo intorno al comporre de' VI porti , che il foggetto delle Tragedie fia vero, o no, niente giovando qiteflo alla com- paj/ìone, ed al timore. Pure coloro , i quali non prendono dalla fioria gli argomenti delle Tragedie , vanno incontro a gravif- Jìmi pericoli , e non pofj'ono efgere dall' altrui difcrete\\a agevole perdono alle licenze , in cui cadeffero neW immaginare la Favola . Effendo quejìa tutta del Poeta , chi vorrà f tifarlo , fe efja manchi nelle cofe anche più piccole ? Ma quaìe biajimo non ne verrà al Poeta , ove la Favola non jìa verifimile , affsttuofa , e non abbia le altre qualità , che formano V effettua della tragica Poejia ? lo temo affai, che il Romanji pagina fj. parla il Girateli in quello modo : ho compofio la maggior parte delle mie Tragedie di foggetto nuovo , e da me trovato , ancora che non ve ne Jia e/empio appreffo i Tragici ni Greci, nè Latini , eh' oggi fi leggono : i olendo più to- fto errare col giudizio di Ariftotile , che compiacer coloro, a' quali ogni cofa /piace , fe non quello , che effi fanno , o che è conforme ai loro difcorji contrarj molte volte a tutti i buoni giudicj . Oficrvate anche il Difcorfo intorno al comporre Tragedie , e Commedie p. zO . ■ XI combattimento con Agnorilìo , temendo che Semne firn moglie ne fia invaghita sì fattamente , che abbia ofato di oltraggiare la fede maritale . Crede Ipolipfo di ottener vittoria affidato a' fuoi fofpetli , ed alla ingratitudine di Aglio ri fk) accolto da lui in propria Cafa , fojlenuto , ed amato. Non può egli condurre per altro a fine il fuo di\ ifamento, perchè Aftazio fuo Re glielo vieta ; e con ciò il Gir aldi denota il cofiume, e la legge, che eravi prejjo alcuni ; Popoli di non difeendere nello /leccato contro il nimico fen\a la licenza del Principe . (lJ (i) È degno di efFer letto 1' Editto di Filippo il Beilo riportato da! Du Cange, luogo citato , nel quale quello Re preferiva le leggi , che Ci hanno a tenere , sì nel permettere i duelli , che nel condurli a fine ; denota le anni che li danno adoperare , il tempo in cui t' appellante deve precedere nello fteccato P avvedano, e le cerimonie tutte , che fi volevano in tali combattimenti . Il celebre Muratori pubblicò nella parte II. del Tomo 11. Rer. hai. un Poema di Ennoldo N'igeilo,, nel quale è delirino il duello tenuto allapre- fenza di Lodovico Pio Augujlo fra Bera Con- XII Pofe il Poeta con accortela V anione della Tragedia nell' Ibernia, dove ebbero gran nome i Tarmi , le Giojlre , i Duelli (i), e si fatte barbare cofiuman\e . Segui effo ancora la pratica di quelle Genti, e quando Orgito Re di Scoria invita a particolare combattimento .Aftazio , e quando fi viene alla [celta di tre Guerrieri , i quali provino col /angue a chi fpetta la giufti- $ia , e la vittoria . Nulla mancava al /oggetto , che egli trafcelfe , onde dilettare gV Italiani del Secolo XVI. non ignari di fintili ufi: anji a me fembra, che j'ojji a que^ giorni argomento belli/fimo, ove non lo rendano alquanto firaordinario forfè e roman\e/co il personaggio di Agnorifto, le vicende, che gli fi attribuì/cono , ed il con- Conti di Barcellona , e Sanilone , che l' aveva acculato eli perfidia prellb il Re ; e fono riportati diligentemente i Riti , che fi tifavano in qusfto genere di pugne: Vedi Differtafioni fopra le Antichità Italiane del Murato-i T. z. Di//. }g. pag. 498, JVIil.mo 1751. (1) Muratori Opera citata DifT. 19. Bettinelli Op. Tom. 4. Cap. VI. VII. Gre- gorius Carafa de Monotnachia . Bonaventura Piltofi'o del Torneo . XIII .-'re più fila non ben congegnate infie- me . Dobbiamo effer grati aW ingegnofo G\tì\à\,fe non per altro., per quejlo almeno; e ciò è, perchè egli ardì tentare una flrada non legnata fino allora , ed infegnò , che fi potevano porre in ifcena lodevolmente Succejjì non antichi , e colpire più da vicino gli animi degli fpettatori . Così aveffe adoperata maggiore induftria nella dijpofifio- ne degli avvenimenti , avefj'e data maggior verità , e paffione a' fuoi Perjonag- gj , ed aveffe ufato fempre uno filile fiem- plice , concettofo , e nobile (i) , che potrei lufingarmi, che /' Arrenopia confieguifi- fe anche i voti de' Critici difficili , ma dotti del noftro fiecolo . Dovrebbero piacer loro però i feguentì verfi , co' quali Seenne dimoflra ^innocenza del fino cuore , iagnandofi della gelo- fia d' Ipolipfo col Sof'o . » Ma fé penfier mi venne mai nell'alma (i) Il Crefcimbeni nella fila Storia della Volgar Poesia Tom. i pag 395. accenna , che la troppa facilità del verdeggiare, la quale aveva il Gir aldi, gli contende d' avere fra i Traici queir onorato luogo , che pur fe gli dovrebbe. XIV » Di /ui(e!'Agnorifto),j'eg/£ giammai mi moflrà fegno n D'amor mino eh' oneflo, P prego Dio, » Che cono/ce , che vede i cori altrui , i> A cui non fa finto penjìero inganno, » Che mi faccia inghiottir viva alla terra. Non fapranno difapprovare forfè nè pure /' ingenuità del racconto , che fa il Paggio d' Agnorifto al Cameriere ci'Aftazio del combattimento , che ebbe Arrenopia con Omofio mandato da Ajìa^io per ucciderla . Ri:hiejlo perchè egli non porgeffe fioc- corfo » In così ejlremo cafo a la Reina , rifpotute con quejli candidi fentimenti formati dalla natura . » Che potevo io ? che non mettea ancor barba , ■a E che difiarmato era fu un rondino » Di poca lena , e fu un corfier Omofio » Tanto alto, che col capo alle calcagna » Io gli giungeva a pena ? Con le grida, » Col dirgli male tutto queW io fei , » Che far potei, pregando il del che defife » Ad Arrenopia quel fioccai fio , eh' io » Non le poteva dare; io il cor per mejqo n Mi fentìi aprire, quando rotto l'elmo » Le vidi, e lei fed ita, e ufeirne il fangue » In copia grande, al del mandai le voci a Con largo pianto , e non rimafi punto XV » Di tentare ogni cofa per levarla » Dal gran pericol ; ma Infoiata lei, » Che indebolita regger non potea » Nè j7 corjiero , ni fe , ver me fi volfe » Quel traditore con lo flocco in mano » Con gran furor per dare anco a me morte: » Io veduto il grande impeto , mi mi/i » ( Sendo da lui lontano un tiro d'arco) » In fuga ratto , e mi nafcofi dentro » Un bofico, al quale V mi trovai vicino p » E gli toljì il feguirmi, e non potei » Veder , che fine la Reina av efife ec. Mi fembrano affai giufie, ed efprimenti la gslofia e lo fdegno di Ipolipfo, quefte parole , che egli rivolge al Paggio di Agnorifto : j> Digli (ad Agnorifto^ fe tu l' ami, » Che fi guardi da me, che anch' io da lui » Mi guarderò ; ma fe mi verrà in taglio » Di dargli uguale il guiderdone a l'opre, » Non ne perderò punto . Degna e nobile fi è eziandio la rifpofia d' Aftazio all' Araldo di Orgito , che era venuto per parte del fuo Re a sfidarlo a Duello . Eccola : » Io vo' che per rifpojla al tuo Re dica, » Che fe defir avrà di venir meco » Al paragon de l' arme , quefia guerra, » Ch' egli mi ha mofifa , gliene darà mille » Occafion, nè fuggirò io mai » Di dimojlrargli con la fipada in mano. XVI » Che fon per fofiener tutto il contrario » Di quel , eh 1 ei dice , e mi troverà tale, » Che fi potrà pentir d'avermi vifto . » Or va', e porta al tuo Re quejla rifpofta, » Acciò che fappia, che noi curo punto, » E che mi rido de le fue minacce. Sono affettuofi moltijjimo i voti di Semne per fuo Mariio uno dei tre fcelts a combattere a favore d' Aftazio contro i tre Guerrieri d' Orgito : 5) ... Or non mi può non dolere , » CV egli ejj'er quegli debba, chef ponga » Con gli altri due,per falvar tutti gli altri} » Quafi a certo pericol de la vita . » Ma poiché così porta la mia forre , i) Te prego , Dio , che vincitor ritorni , » E gli facci da poi sì manifef.a » La fede mia , che fine abbian le noje } » E mi goda con lui della vittoria . Gli accorti Lettori vedranno da si gli altri paffi, che degni fono di molta commendazione , baftando gli axennati a dimo- firare , che il Giraldi Ceppe talvolta efpri- mere con fagocita e naturatela i fenfi, che attribuì a' fuoi Perfonaggj ; e fe non lo fece fempre , farà accaduto ciò più tojlo per la copia e la varietà delle cofe , le quali egli fcriffe (i) , che per mancanza d' (i) Oltre i libri , che (I hanno alla xvn ingegna e di volere . E tempo di parlare ora della Giocarla , e della Marianna . Efchilo ne' Sette a Tebe, Euripide nelle FenilFe tra' Greci, Seneca nella Tebaide tra'' Latini avevano pojle in teatro l' ire fraterne di Eteocle e Polinice, e Stazio le aveva cantate in un Poema eroico prima che il Dolce fcriveffe la fua Giocarla ; e dopo di lui nuovamente le diede alle moderne fcene Retrou nell Antigona , Racine ne' Fratelli ninici, el a' no/hi giorni il Sig. Conte Alfieri nel fuo Polinice . 1 Tragici Greci feguirono il loro nativo talento; uno fu grande , terribile, ed injieme fcmplice, e meravi- gliofo; e però ragionevolmente Ariftofane introduce Efchilo nelle Rane a parlare, vantan- ftampa del Giraldi, cioè, i Commentar] della Cafa e de' Principi d' Ejle ; gli Heca- tommithi ; i Difcorji intorno i Romanci , e le Tragedie , e Commedie ; le g. Tragedie ; la Pajlorale ; /' Ercole poema eroico ; le Fiamme amorofe; il Difcorfo intorno a qu-illo che Jì conviene a giovane nobile e ben creato nel fervire un gran Principe , lafciò egli molti manofcritti nominati dal Ghilini l. c. , i quali dimoflrano 1* indefeflb (tudio del Giraldi , e la fua fomma facilità nello fcrivere . XVIII dofi di avere fcritto i Sette a Tebe . D altro è limpido, tenero, commovente, e nel tempo ftefl'o che ti fratria il cuo r e, ti ti raccapriccia , ed aiterrifee ; e per quefto le FeniiTe fono giudicate una dilla miglio: i Tragedie fra le belli/lime li Euripide. Velie pocìie feerie , che fono a noi pervenute della t ebìi- de di Seneca, vi hanno, è vero, al uni tratti lodevoli già efp( jli dal chiarijimo Sìg. Dottore Napoli-Signoreili nella fua Storia de' Teatri (l) ; ma in vano fi cercano in effe le beUe\\e di' Greci, o del fecolo d' oro de'' Latini, come parve di rinvenirle a Giulio Lipfìo , il quale portò opinione , che la Tebaide fofj'e frittura di un Autore del fecolo d' Augii fio ; del che Heiniìo lo fcher- nì amaramente nelle fue annotazioni alle Tragedie di Seneca . Retrou fi è giovato di Euripide e di Seneca , e Racine di tutti quefli , fenja adeguarne allora veruno, fe non che erano quelli i primi pajji, che egli faceva in sì arduo cammino . Ma venendo al Dolce, egli fi propofe di moflrare al fio Secolo le rare prerogative di Euripide, ed il fece refendo di abito Italiano le Tragedie più celebri di quefto Tragico Greco, (0 Lib. I. Cap. VII. pag. 15 6. ediz, di Napoli 1777. XIX tra cui ha fempre avuto (ingoiar nome la Gioca.h, e l'ha tuttavia preffo tletterati più ingenui e più dotti (i) . Non volle egli per altro tradurre (empiicernente le Tiagedie di Euripide , come fece quelle di Seneca ; ma cercò di renderle fie in qualche modo, ora togliendo via quelle co(e per avventura , che egli crede non convenevoli a' tempi fuoi, ed ora coli 1 aggiungerne alcune altre atte fecondo lui a migliorare la Favola , od a piacere a' fuoi lettori . Giocarti nelle Feniflè narra al Sole nella prima (cena le di/avventure , in cui cadde Eciippo , ed il patte , che fecero i fuoi figli Eteode e Polinice, di regnare un anno a vicenda in Tebe, e di andare di là a vicenda in efilio per un anno . Ma non piacque al Dolce sì fatto prologo ; onde in vece di ciò Giacarta ri- ferifee tali fuccejfi ad un fervo, che li fa- peva interamente , e glieli racconta , » Perchè fi sfoga ragionando il core, o più tejlo perchè era di bifogno , che foJJ'ero noti agli afcoltatori per intender (i) Crefciinbeni Storia della volgar Poesia Volume II. pag. 598. Quadrio della ragione di ogni Poesia Volume III. lib. 1. dift. I. Cap. IV. pag. 69. XX bene la Tragedia . Rimprovera quindi con molta ragione il tcjlì ricordato erudito Sig. Napoli-Signorelli (i) al Dolce nella prima Scena quefta gravijjima mancanza d' arte, la quale noi abbiamo già veduto ejfere difetto comune ai Tragici di quella età, ed anche de' Greci,e majfime di Euripide, che non curò di avvifare con avvedutela e naturalmente di quello, che importava faper- Jì per comprendere V anione ; e pure , volendo , far lo poteva meglio d' ogni altro, come dimojlrano le Tragedie , in cui gli piacque di tralafciare quel fuo Prologo favorito , ed incominciò la Favola con dialogo naturale , ed affettuofo . Sembrami il Dolce degno però di minor biajimo di quello , che gli dà Brumoy , (z) perchè egli non fece additare ad Antigone da un Vecchio jlando fopra una Torre, come a- doperò Euripide , i Capitani che erano intorno Tebe . Ciò conveniva forfè al Teatro Greco , ed al modo, in cui era cojtruito ; ma al noflro fla meglio quanto efeguì il Dolce , cioè , che il Bailo di Polinice dica ad Antigone quanti armati abbia condotto fatto a (1) Opera citata lib. I. Cap. V. pag. 75. (2) Le Theatre de Grecs Tom. 4. pag. 305. A Paris 1749. XXI Tebe fuo Fratello , e le forti novella che Polinice entrerà in Città per la tregua procurata da Giocafte fua Madre . Se fu lo~ dato Euripide per quella fcena in grafia di avere imitato Omero nel req-o libro delT Iliade; perchè non loderemo noi il Dolce per averla avvicinata agli ufi no- flri ? La qual cofa mi fa credere , che egli nel tradurre, o rinnuovare le Tragedie di Euripide cercafj'e di adattarle ai Te- atri de'' fuoi giorni , e quejìo fuo penjiere è commendevole oltre mifura, e degno d'efjer imitato da quelli Uomini valoroji, che vorrebbero a'' dì noftri farci conofcere il pregio di' Greci nelle Tragedie per me\\a della Rapprefentafione. Ne accoderà in acconcio tra poco di accennare alcuni altri paffi della Giocnfta, iti cui il Poeta fi allontana dalla condotta , che tenne Euripide nelle FenifTè . Al prefente crediamo opportuno di efaminare con diligenza e brevità, come il Dolce ab~ bia faputo dipingere i caratteri dei due Fratelli nimici , e della Madre loro , ed e- fprimer la forja delle fentenje , con cui Euripide li fece parlare nel fecondo Atto della fua Tragedia . Tra le doti , per le quali alcuni antepongono le Feniffe ai Sette a Tebe , è annoveralo mafjimamente V artificio , con cui il Poeta induce Polinice XXII ad cbboccarfi col Fratello , mentre nella Tragedia di Elchilo Polinice non apparifce in ifcena. Ed in vero è cofa meravigliofa , ed atta a fufcitare forprefa e paffwtxe il vedere uniti infume due Fratelli,che fi odiano oltre modo , e la Madre, la quale vorrebbe riconciliarli adoperandovi/i con ogni follecitudine, ed ogni sformo. Polinice non fa- Io perchè fventurato, ed umano, ma ancora perche protetto da caufa ragionevole e giujla, fi guadagna i voti di ciafcheditno, ed affeziona verfo di se i cuori , talmente che defideriamo , che egli riacquijli il perduto Impero, e fentiamo affanno di vedeilo ajhetto a combattere , ed in pericolo di morire . Con tale avvedutezza Euripide fippe togliere in parte l' onore , che ha in fe F odio fraterno , potchè ci e Eteocle afe- nefj'e la fede, e rinun^iajje il Regno, Polinice /' amerebbì come aa pritna . Ma non farebbe così di Eteocle , il quale è di animo implacabile, fiere t ed atroce , anteponendo a qualfivoglia cofa il proprio piacere fenza afe oh are le voci della natura e del fangue , e quello che è più , delia ragione e della giuftizia. Mantiene il Dolce il carattere di quejìi due Fratelli cori molta convenienza , e quello eziandio della mifera Giocafla , la quale in vano prega ora l'uno, ora l'altro de' figli fuoi, e XXIII vede fotti ì proprj occhi medejimi riaccen- derfene le ire , e farji maggiori . La locuzione perù , che afa il Dolce , non ha. la for^a , la veemenza , e la vibratela di quella di Euripide . 1 [entimemi per lo più fono gli fiejjì ; pure nel Greco hanno un non fo che di grande , di. fublime , che fp'ffe volte lo dejideii, e non lo rinvieni nell' Italiano. Malgrado tutto ciò, quale beitela femplice nativa non vi è nella parlata di Giocalta a Polinice , quando ella rivede il Figlio ? » O bramato da me dolce figliuolo, C efclama ) » Io ti miro , io ti tocco, e appena il credo . ce. (l) (i) Riporterei qui volentieri la parlata di Gio alla , che fi legge ili Euripide , (e non foffe lunga di troppo : udité in vece come il Sig. Conte Alfieri faccia ac- cog'iere da Gioca/la il fuo Figlio Polinice: » Oh da gran tempo in vati bram ito fig'io! » Pur ti riveggo in Tebe... Aitili ti 'tringo 5> Al fen materno : aliai per te qui pianti... 55 Ordì: fé' tu fatto miglior? Chiederli 55 La Madre; eccola: in lei l'orrido incarco » Di fraterna querela or, dimmi , vieni J) A depor tu ? Confolatur ne vieni , »> O troncator de' miei giorni cadenti ? XXIV a pofcia ripiglia : » Tu col tuo dipartir lafciajli, o figlio, » La tua Cafa dolente, e me tua Madre j> Colma d'ogni martir, piangendofempre » V indegno efiglio, che il fratei ti diede . ec, E qui conviene aJJ'erire , che il Dolee ha cercato di dare a quefta fcena maggior moto di quello , che non facefj'e Euripide, col rendere il dialogo più vivo j e colF abbreviare le parlate ; e forfè vi è riufcito lodevolmente. Merita egli commendazione eziandìo per aver lafciato da parte di far dire al Coro quella fenten\a di Euripide , che le Donne fi lamentano Tempre di partorire , e tutto giorno bramano figli. La qual fenten\a potè piacere ad Euripide , perchè poco amico delle Femmine , e forfè agli Ateniefi ; ma non conviene nè al luogo , nè alla circoftan^a, nè alle perfine , che la dicono , le quali fono Donne. Il Dolce i ivolge il parlare del Coro a Gio- cafìa con quefti fenfi : » Sì Polinice A. 2. Scena j. Qualche Critico, che avefle voglia di far ridere , direbbe , che quefto pjflò d?Alfieri fembra ferino due fecoli prima , che il Dolce compone/le la fua Giocafla . XXV & Sì vi conceda Dio di veder ambi » Pei- cornun bene i voflri 'figli amici , Defiderio bellijjimo e conveniente al carattere, che debbe avere il Coro, come infognano i Maejirì . Ma quanto non è piena di paffìone, e di trijleffa la rifpofta di Giocaftì a Polinice , il quale ha chie- Jto qual fiia lo filato delie proprie fiorelle? Eccola - » Ahi, che Vira di Giove abbatte efitrugge » La progenie d 1 Edippo , La cagione » Prima furo le no$je di tuo Padre » Da poi ( deh'.pcrchè tocco le mie piaghe]) » Me partorito aver, voi l' efife r nati : » Ma quel che viendal Cielfioffrir bifo- gna (i) . ** >'* (i) A prova della diverfità , che corre tra la dizione d' Euripide , e del Dolce riponiamo qui i veri! del primo , i quali contengono i l'entimemi elpreflì da Gio- cafila .-- X"jf»5 ®càv "5 OiJ'ivh $tJfff>» ?sv;f Outw j-a'f »"^ar\ avefxiv ?(xuy, t'/jt Kaxw; ài yn/.isj. Tf^tti vìv, (pìvoci Ti t?i\ » > > ' * 1 ' A ri rauTz : A« pgpav t« , ... Le Fcniffe A. ì. Scena 2. v. 382» XXVI Non approva Plutarco (i) le ragioni , per cui Euripide accu/a , che V efilio è origine di molti mali • facendo , che Polinice interrogato da Giocarla efpanga tutti gli affanni , che egli ha /offerto lontano dalla fua Patria. Ma il filqfofo e /lotico eccellente vuole in quel /ua trattato perfuàdere a non /o qual /uo amico , che V e/ilio non è co r a così grave a /apportar/, ficcotne penfa il volgo; e perciò non è meraviglia , Ce egli fi appone ad Euripide , il quale ebbe bij'ogno di mettete /otto gli occhi de' Greci, che V efilio era di acerba pena, acciocché più fempre g'ujla fi Quelli verri furono tradotti in latino da Filippo Melentone , come fegue » AUquis Deus male perdit genus Ocdipi. V Sic enim capir, ut egoparerem contro fas, » Et ut male duceret uxorem pater tuus , tu- que nafcercris . » Veruni ad quid hec? Oportet/erre fatalia . Euripidis Tngoediae pag. 163. Franco/urti apud Ludovicura Lucium 1562. (() P lutare hi Ethicoium live moralium par. II. De exilio , pag. 653. Se fcqq. Bafileae 1572* XXVII dimoftraffe la cavfa, per la quale Polinice aveva prefe le armi, e più qt/ejli meritaffe e otteneffe V altrui compajjlone. Solo il Dolce tra quelli , che fcriffero Tragedie intorno a queflo (oggetto , ferbò i penfieri d' Euripide circa V efilio di Polinice; e benché fembrino alquanto fredde sì le richiede di Giacarta, che le rifpojle del Figlio, pure tale fcena non deve offendere colobo, che fi compiacciono della /implicita, e rammentano ferina faftidio i co/lumi degli antichi. Ma vi hanno in quefta Tragedia più altri pregj • L' "/cita in Teatro di Ereo- cle infpira terrore , ed alle prime parole , che egli pronuncia , fi dà a conofcere per quello, che è. Si è adoperalo il Di Ice con ogni jludiofa cura di animare i fenfi materni di Giocarti, e di porre nelle labbra di Polinice la ragione priva d'orgoglio, e di mettere in vifta V anima atroce di Ereo- cle , il quale non fi piega alle preghiere , non cede al diritto, all'evidenza, ed è perfuafo » Che s'egli fi convien peraltro effetto, » Siconvien molto piùfj'e l'uomo è faggio ) » Per cagion di regnar romper la legge(i) ** z (i) Euripide fi efprime così : XXVIII A tanta acerbità, chi è, che non compiali' ga Giocaftn, ed il mi fero Polinice ? La fventiiratù. Madre ammtttolifce per V affanno , vedendo , che nel momento , in cui credeva di rappacificare i due Fratelli , si rinnovano le furie., che li agitano, e già egli' no fi minacciano acremente , e già innalzano quafi il ferro per ucciderli . » Punite, o Dei qaefio Tiranno ingiufto, esclama Polinice ; ed Eteocle : » In Argo prega , e non in Tebe i Dei. E poco dopo Polinice al fratello : » Dimmi ,se verrai fuor con l'armi in manol Eteocle » Io verrò sì: perchè dimandi quefto? Polinice >) Perchè conviene o che m'ancidi, o eh' io » Ef»e? ym'f ci&itittr jjf«> Tu$avif't Tifi » KsÀXi{9* afix&v...... Le Fenifle A. i. S. i. v. 517. Cicerone nel terzo libro degli Offi^j ha quefto paltò : Ipfe autem focer in ore fem- per Graecos verfus de Phaeniffis habebat , qnos dicam, ut poterò, incondite forta fje, fed tamen , ut rcs pojfit imelligi . » Nam fi violandum eft jus, regnandi gratia fi Violandum efl , . . . . XXIX » Spenga la jete mia dentro il tuofangue. Eteocle » Certo non minor fete è nel mio core. Ci J ed allora Gìocajla; » Mifera me ,cVè quel,ch'intendo, ofigli ! » Cam' ejfer può , co/n' effer può,figliuoli, » CK entri cotanta rabbia in due fratelli? Defideriamo vivamente , che gli amici delle cofe teatrali leggano nel Greco quejla Scena , la quale difcuopre , e prova V arie finijjìtna di Euripide nel condurre gli avvenimenti ed il dialogo , e nel trattare le tragiche paffìoni , infonùe-ido negli uditori affetti terribili e piacevoli . Debitamente ** i (l) La disfidi prelTo Euripide è accennata con più forza , e con maggior rapidità . Eccola efpreila in verfì Italiani . POLINICE . » Ma nella mifchia, dimmi, ove farai? ETEOCLE. » A che mei chiedi ? POLINICE . Io là ftarotti a fronte » Per trarti a morte . ETEOCLE. E tanto bramo io fiefTo. » Le Fenice l. citato . «dunque gli Ateniesi concederò il ■premio alle Fenifle ; il che dimojlra quanto intendeffeto eglino il bello, e quanto fojfero difpojli ad onorare , e favorire que' sublimi ingegni , che lo trovarono , ed agli occhi loro /' offrirono . Mi prende però molta meraviglia , che il celebre Racine , il quale feppe poi imitare sì da prefj'o i Tragici Greci , e fo r fe uguagliare Euripide , non cer'.affe di fegnirlo ne' Fratelli ni.'nici, o non volef- Jè almeno adom-irjì de' pregj, che fono nella {cena greca dell' abboccamento tra Polinice , ed Eutocìe. Egli ji affidò moltif- f.mo a Seneca , ed a Retrou , e poco ad Euripide . Quindi in vece di prefentare Polinice più giuflo ed umano , che non è Eteoclc , fecondo che fece Euripide, lo di- pinfe al contrario più fcslerato e crudele di fio fratello , il quale per effere di fatti un ufurpatore non può guadagnare giammai gli animi altrui , nè ejj'er degno di campaffìone. Manca in grafia di ciò nella Tragedia tanto di Seneca e di Retrou , quanto di Radile un perfonaqgio , che ap- pajfioni gli ascoltanti , e gli sforai a desiderare a lui migliore avventura di quella, che gli viene incontro. E fe Stazio nel fuo Poema dà egli fteffo un cuore crudeliffìmo a Polinice, e fnibondo del fangue fraterno , XXXI aveva liberta di farlo , perchè non abbi fognava di un Perfomggio , che muoveffe a pietà , jìccome ne ha meflierì II Tragico , che voglia ottenere il fin; dell'arte fui. Ora la mancanza ìli qitejla avvertenza con alta intendlmen'o da Euripide immaginata toglie per mio avvifo nelle Tragedie degli accennati Poeti alla Scena, che hamo i due Fratelli tra loro, quella perple0tà> quella forja , quella beitela , che fi. trova in Euripide;e rende infienie li Scenafteffà troppo uniformi, e priva per ciò di gia- dazione, di moto, e di energìa ; qualità, da cui divelle in gran parte il tragico di- le no. V egregio Signor Conte Alfieri di* piale in Polinice un guerriero intrepido, ma poco dispofìo a crede » Pregavi, o Madre, e tu cara forella , li Che procurar vogliate, che il mio corpo » Abbia nella mia patria fepoltura . E quejli ultimi fenjì rendono vie più neceffario V epifolio , o lo fcioglimento introdotto da Euripide, e dal Dolce imitato, e dimojlrano la fomma intelligenza , che i Poeti antichi avevano dell' arte , i quali la coltivavano per tntujìafmo , e per piacere alla loro Nazione , e non per ojio , e (en\a importanza, ficcome accade oggi giorno. Ma il Dolce non fi contentò di trattare fiolo alcuni degli argomenti pofti in Teatro da Euripide e da Seneca : volle di più , cioè fcrifje Tragedie interamente fue , quantunque ne regclajj'e la condotta alla maniera de' Greci, e de' Latini . Campo fe egli la Didonc,c meritò non poca lode per le ficene majfime tra Enea e la Regina inventale , ed efpreJJ'e con molto giudijio . Ebbe per altro la Marianna i comuni applaufi oltre ad ogii" altra fua i xxxviii Tragedia così , che quando fi volle rap- prefentare in Ferrara nel Palalo del Duca , a cagione della moltitudine delle perfine accorfe a udirla , non fu poffibile il recitarla , timo era il grido, che fi era mofjo di lei dopo la recita tenuta nel Palalo di Sebaltuno ririzzo , dinanzi a trecento e più Gentiluomini (>)• In fatti se il Dolce avefj'e lafciato da parte di porre in quella Tragedia il fogno della Regina, ed avelie avuta cura più efatta sì nel confervar la dignità, ed il decoro delle perfone, come nella fcelte^a , e gravità dello fide, non fo qual altra Tragedia del Secolo detimo fejlo potefj'e venire al paragone colla Marianna. Scorgerà in ejfa il faggio Lettore un'arte fini e dilicata nella condotta delle principali fcene, un'avvertenza fingolare nel togliere dall'anioni quel vuoto, che incontrafi troppo fpefj'o nelle antiche Tragedie Italiane,ed una viviffima follecituiine di affezionar fempre il leggitore, e di tenerlo in commovimento . Sia , che la fioria abbia recato (i) Zeno note al Fonnnini T. I. pag. 475 Tirabofchi Storia della Letteratura italiana Tom. VII. Parte III. lib. 3. Cap. }. pag. 145. Edq. Romana. \ XXXIX al Dolce materia idonea a teifere lodevole Tragedia, o fia più veramente , die il Poeta, abbia pipato fopra lo fiorico foggetto formare il fuo lavoro con fagace ingegno , certa cofa è , che levò qtiejlo Italiano un volo animofo , ed accrebbe la gloria della noftra Nazione. Anche Voltaire trattò fi- mile argomento in una fua Tragedia , e nulla avvi di più forprendente, e di più bello nei genere tragico, del carattere gelofo ed amante di Erode , e delle fcene tra quefli e Marianna. Pure V a mor di Varo quanto non indebolisce /' anione, majfìme perchì fappiamo, che i Romani non Jbleva- no amare le Donne con affetto sì eroico e sì magnanimo, o sì romancefco,come è quello del Varo di Voltaire ? Si accorfe di ciò egli ftefjo, e in luogo di Varo vi pofe Soemo desinato a fpofo di Salome forella di Erode, e fegreto ammiratore delle bel- le^e di Marianna e delle fue virtù. Il Dolce non abbifognò, come Voltaire, di que- Jlo innamoramento per comporre le fila della fua Tragedia , ni di far sì , che Erode andafj'e a Roma molti anni prima di quello , che vi fi portò veramente (i). Ma il (i) Vedi Giufeppe Ebreo Antiqu. lib. l<5. c. i. XL Francefe cercò di piacere alla fita nazione ed alla Corte ; laddove l' Italiano non volle , che rapprefentaré i Perfonaggj quali furono , e le cofe in quella giti fa che fuccejjero , e non altrimenti. V Erode di Voltaire è agitato dalla gelofia , dai fofpet- ti , e dall' amore , pure fembra alcuna volta troppo proclive a prejlar fede ai maligni , che egli dovrebbe cono/cere, così viene a degradare l' opinione , che abbiamo di lui, cioè , che egli foffe un Re accortìf- Cimo . Quello del Dolce teme di chiunque, non crede a veruno , e gli è ugualmente fofpetta la verità , che la bugìa . Nel leggere Voltaire vediamo , che il Poeta intendeva il Teatro, e che anteponeva ogni co/a all' effetto , e trattenendoci col Dolce fcopriamo con agevolerà , che allora V arte era ancor poco confapevole delle fue forfè , e che queflo valoroso ingegno Jì adoperò vivamente , acciocché Erode apparile fiero , ajtttto , e maligno , e Marianna innocente bensì, e fedele, ma non tanto dilicata, tanto affabile, quale la dipinfe Voltaire allontanando/i dalla Storia , la anale la ritratta coi colori dal Dolce tifati (i). (i) Antiq. Iib. ij. Gap. n. XLJ Doveva quefti certamente e/Jer meno volgare nei fentimenti , e più verecondo di quello che è ; pure la fua Tragedia nelle /cene di Erode trionfa a mio credere di qualunque più applaudita , riguardo ai caratteri, ed anche al Dialogo. Mi fermerei volentieri più lungamen'e a parlare della Marianna e del Dolce, fe non mi fi ojfrijfe innanzi al'ro cammino da percorrere - Ba~ fiera dunque circa alle Tragedie quello, che abbiamo fino ad o r a accennato ; e perà paleremo a tener difcorfo delle Commedi' contenute nel quinto Tomo, e nel prefente. Quanto aveva di fatirico , d? odioso , e di ficojlumato la Commedia vecchia , e la media de* Greci , altrettanto r'ìtVòvafi nelle Commedie di Pietro Aretino, Uomo me- ravigliofo per V ingegno fuo non meno, che per la fua sfrontatezza . La rarità di tali Commedie oltre forfè a qualche altro motivo ha quindi folo indotto gli Editori a riprodurle in luce. Si diede l' Aretino alla profejjlone di fcrhere fen\a quafi veruno fiudio (i) ài lettere e di fcien\e , e folo (i) Lettere dell' Aretino Voi. II. fogl. »4i. Mazzuchelii Vita di Pietro Aretino pag. 10. XUt tnofjb per avventura dalla fua fervida immaginazione , e dalla fua malizia. Nato in Are\\o già Patria di Uomini famojì imparo dalle fa fce il (bave Tofano idioma , ed indi leggendo i Profàtifri e Poeti Italiani raccoift i' erudizione, della quale fparfe i fuoi Scritti, e Ji formò quello file ardente , maledico , ed injìeme fpontanio e leggiero , pel cui me^o divenne terrò-e de' Principi, e dei Re ('). Nejfuna delle COinpoJìponi di lui è ricordata però con maggior lode, in quanto tnaffime allo Jlile, delle Commedie (z) fritte in vero con incredibile Uctnja , ma condite di fale comico, e di una certa nata-ale lepideffa, che invoglia a ridere, die le cofe non fiano o troppo laide, o troppo feltrate. Egli non rifpetta nè l'Altare, ne il Trono, non (i) Lorenzo Craffo Elogj cf Uomini letterati T. i. pag. 3$. Ghilinì Teatro d' Uomini letterati pag. 365. Maffuckelii 1. c. (z) Mazzuchclli I. c. pag. 148. Bayle Dict. Artic. Arena. Tirabofchi Storia letteraria Tom. VII. Parte 1. lib. 3. Gap. V. pag. 393. Napoli Signorelli Storia de' Teatri lib. 1. Cap. IV. pag, 222. XLIII gli Ordini più ragguardevoli, non gli Uomini più infigni, e confonde per malignità i difetti colle virtù , f ribaldi co'' buoni, le dignità con quelli che le efercitano ; così che fotta le fembìan\e di fmafcherare ed opprimere il virio , calunnia l'innocenza, diminuifce il rifpe'.'.o dovuto ai Capi della Repubblica , e della Religione, e fe non giunge come Ari- ftof.ìne a precurare la morte di Socrate, deride almeno, fchernifee , e beffeggia acremente Fi'ofofif Poeti, Grandi, Magijlrati, e quanti glifi preflano inn"n\i meriteioli,o no,di bia- Jìmo , e derifìone , Imita i co/lumi , e le maniere de' più vili tra la plebe , e ne efprime i fenji, come ji afcoltano nelle piatfe , e nelle taverne , dove l' opo , e ebrietà toglie altrui il fenno e la ragione. Non fu cajìo Ariliofane, ni il furono Plauto e Terenzio ; e pure il fembrano qtiafi a paragone dell' Aretino . Ma perchè dunque hanno grido ancora le Commedie di sì fatto Uomol E qual profitto fe ne può trarre leggendole ? Ove alcuno abbia animo di tollerare nelle Commedie dell' Aretino le cofe finquì accennategli fi prefenteranno in effe poi alquante doti , che egli dovrà lodare , e che forfè le mantengono in fama preffo ad alcuni , Vedrà . che V Aretino non ha voluto XLIV imitare a quejla, o quella Commedia dì Plauto, o di nitro Comico antico, come domandava l' tuo de'' tempi fuoi ; ma che foflemno dal proprio ingegno , animato da non fa quale nativa fantajìa ha condotte le vicende delle fae favole , immaginati i caratteri,dipinti i cojìumi, non contravvenendo fempre all' arte , anri molte volte obbedendole, e nobilitandola. SempliciJJìmci è 1' azione del Mareicalco, non trattandofi che d 1 indurre co/lui a prender moglie, e di fchernirlo in fine, facendogli fpofare un Paggio. E ciò non ojlante /'Aretino fep- pe teffere cinque lunghi Atti, e dare alle fceni brio, vaghe fta, ed al dialogo vivacità, ardimento, e tal grazia comica , che non troviamo facilmente in altri Poeti. Chi è,che non debba ridere, quando la Balia narra al Marefcako qual gioconda cofa jìa il prender moglie , e quando pofeia Ambrogio gli manifefla da vero amico i mali, che accomvagnano il matrimonio! S' arrabbia il mifero Marsfcalco , fentendo, che il Mar chefe di Mantova fuo Padrone vuole, che fi ammogli , e nel riceverne da tutti avvifo , congratulazione , ed eccitamento . Fino il fuo fervo Giannicco lo punge e fprona ad ubbidire,di maniera che il Mare- fcalco fi pone a batterlo per la molta col- XLV lera, da cui è prefo. Intende che fono pronte le gioje, gli abiti, ed è aftretto dall' altrui comando a dar la mano alla fpofa , che gli viene presentata . Ma in quali rifa egli fteffo non prorompe allor che feopre, che la fpofa fua è Cario Paggio del Mar- chefe , e che la Corte e il fuo Signore non ha voluto, che fargli beffe? Quejla Commedia infegna per tanto a' Poeti, che le anioni comiche poffono ejj'ere fempiidfftme , e loro dimoftra il modo , con cui f. deano regolare , acciocché la uniformità non apporti fiancherà , e noja. Tolte via le feene del Pedante , e le fentenje ofeene , che fi vanno incontrando, co fé, che non der.no effere da veruno approvate, rimane tanto adunque al Marefcalco , onde piacere agli amatori della Commedia femplics, fejlofa , ed amena . Vorrei potere afferire lo flef- fo sì della Cortigiana, che deli' Ipocrito. Ma ambe quefle Commedie contengono varie afioni fegati tra loro per modo, che di effe fi potrebbero te(J'ere molte Fai ole . Velia Cortigiana f affate di Maco è diverfif- fimo da quello di Parabolano , e dìfgiunto interamente ; e feco il fono i dialoghi, che hanno infeme Flaminio e Sempronio fopra la bontà de' tempi antichi , e de' recenti, e più altre feene . Neil' Ipocrito parimente XLVI vi fono si di/cordanti fili, e sì fconnefiì, che V apone riefce ofcura , oltre che non fem- bra verijìmile per la totale fimiglianja , che viene attribuita a Lifeo, ed a Bnzio, onde ne nafcono equivochi, come ne' Mene- demi, nella Calandra, e ne'' Simillimi , dalle quali Commedie i' Aretino non tolfe però che il penfiero della Jimilitudine perfetta dei due fratelli , regolando a suo fen- no i fuccejfi . Fa meraviglia nel leggere quejìe Commedie, che il je.o'o decimo fefto ptrmette/J'e agli fcrittori tanta liberta di pungere , mordere , e deridere Uomini infi- gni , e che /'Aretino o ne'Proìoghi , o nelle fcene delle fue Favole nominefje Letterati , e Prìncipi viventi , e Monarchie e Città t dando loro o lode, o biajimo , fecondo che più gli pia èva , o a norma de' regali , che ne aveva avuti. Fu rapprefen- tata in Bologna f/Jla Cortigiana nella Quarejìma ael 1537., dat che fi deve dedurre , che poco fcandahfò veruno non ne derivale a coloro , che V a fiottarono-. An\i tal Commedia per ajferzione del? Aretino (1) Maffitchelli lib. citato pag. i$<5. Lettere dell' Aretino Voi. 1. fogl. 2 4j. XLVII fteffo in vece dì procurargli vituperio ed infamia, gii fece ottenere in dono da Fran- cefco Primo una collana d' o'o fatta in forma di lingue (inaliate di vermiglio col motto Lingua eins toquetur mcndacium Ogni Commedia fu direna da lui a cofpicui Perfonaggj . Dedijò il Marescalco alla magnanima Argentina Rarigòna Dama di merito /ingoiare nata della Fami- glia Pallavicini, e fpofa al Conte Guido Rangone generofo pro'ettore dei dotti. Ambi ver/arano beneficente foerto era convenevole , illuftre e molto Reverendo Signore , che dovendofi a fotisfazione di molti dare in luce la preiente Tragedia già di Euripide invenzione , et ora nuovo parto mio , per efier' ella , rifletto alla fiia prima origine , nobile e degna di non poca laude ; ella ancora a V. S. fi dedicato : la quale tra più onorati Signori ono- ratiflìma, non meno onora il gra- Teat. Antico, Temo VI. A i a do che tiene, che la perfona che rapprefenta. E come che le virtù, delle quali V. S. è docata , fieno molte e tutte eroiche, e convenienti alla fua grandezza : nondimeno quella della umanità è tanta, che, volendofi lodare quanto balìa, fono pochi gli inchioltri, e non fe le trova comparazione . Quella fece , che nel rapprefentar di ella Tragedia V. S. non pur fi degnò di onorarla della fua prefenza, inficine col dotte e molto Rever. Signore 1' Abate Loredano, ma me della fua affabilità e cortefia . Onde efi'endole io per quella cagione obligato , ho prefo occafione di obligarmele molto più col pubblicar' ora fotto il fuo nome quella mia fatica ; e pregandola a riceverla con la medefima umanità , ccn che fi degnò di afcoltarla. Nè penfo , che ella le farà manco grata per eflere ifcritta in Lingua s Italiana, fapendo che non meno fi diletta di leggere i componimenti noftri, di quello che ella faccia i Francefi fuoi proprij e nati] . E le la illuftre memoria del gloriofo Francsfco, a quefta età amatore ardentiflìmo delle virtù, ebbe in tanta iftima i Poemi Italiani, che non folo volentieri gli afcoltava , ma premiava eziandio, et a fe chiamava corteiemente tutti quelli, che in eiìì avevano alcun nome r perchè non debbo io credere, che V. S. ; che è uno de' più chiari lumi della nobilita e delle virtù Francefi ; gradifea di veder neh' ifteffo terreno Italiano ridotto il feme dell' antico Euripide ? il quale fe avenuto fofle , che per difetto del mio ingegno avefte in qualche parte tralignato dalla fua primiera bontà : non debbo fimilmen- te fperare che quella ftefla umanità , che tanto V, S. adorna, ifcu- A 3 6 fandomi riguardi più all' animo , che alle forze? Ceno sì: et in ciò aflìcurandomi le porgo umilmente così* fatto dono ; et a V. S. mi raccomando et inchino . Di J r ene\ia il dì primo della Quaresima V anno 154,9. PROLOGO. EBITO officio è d'uom che non fn privo D' umanitarie , ontl' ei riceve il nome , Aver pietà delle miferie altrui : Cha chi fi duol degli accidenti umani Con che fovente alcun Fortuna affligge Conjlce bea che quelli , e maggior mali Avvenir potino fimilmente a lui : Ond' ti per teaipo s' apparecchia et arma A (ottener ciò che deflina il Cielo . E tanto più nel fuo dolor conforto Prende coltili , quant' ha veduto, o letto Alcun che più felice era nel mondo Eller nel fine a gran miferie pollo. Onde, fc punto a lagrimar v' indurle Il inai gradito amor di quella Donna Che , tradita da Enea , sè (teda uccife ; Or non chiudete 3lla pietade il core , Che fete per veder fu quella fcena L' infelice Reina de' Tebani In poco tempo in mezzo a cine figliuoli Con l'iflelTo pugnai che quelli uccife , A 4 I Per foverchio dolor , trafitta e mort.i . Che più ? Vedrete , et udirete infieme Di crudeltade i più crudeli effetti Che mai per carte , o per altrui favelle, Pervenir all' orecchie de' mortali . Ora peniate di trovarvi in Tebe , Città , per l'empietà de' fuoi Tiranni , Indegna forfè che moveffe il piettro Già d' Annon , per far mover le pietre Di terra a fabbricar le prime mura * Penfate , dico, di trovarvi in Tebe : E , fe non fete in lei con la perfona > Siatevi con la mente e col penderò . Poi lodate il Fattor degli elementi Che fece il nata! votiro in quella illuftre Clttade, Gnor non pur d' Italia fola, Mi di quante foftien la terra, e '1 mare ; Qve mai crudeltà non ebbe albergo , Ma pietade , oneflà , giultizia , e pace . In tanto , fe l'Autor non giunge a pieno Col fuo ftile all' altezza che conviene A' tragici Poemi , egli v' afferma ( Con pace di ciafcun,) che in quella etade Fra molti ancor non v' è arrivato alcuno . E fi terrà d' averne laude affai , Se tra gli ultimi voi non lo porrete ; E afcoiterete con filenzio quanto Al bel fiume Tofcan del Greco IliUb > Per gradir pur a voi , riduce e porta . M i ecco la Reina . O Sole , affondi I r.iggi tuoi , come già furti prima A!U nenia crudel del Re Tieite ; Per nna veder gli empj omicidj eli'oggi Debbon far il terrea di fingile pieno . IO PERSONE DELLA TRAGEDIA. SERVO . GIOCASTA . BAILO . ANTIGONE . CORO di Donne Tebane . POLINICE. ETFOCLE . CREONTE . MENECEO. TIRESTA . MANTO. SACERDOTE / NUNCIO . UN' ALTRO Nuncio . EDITO . La favola è rapprefentata in Tebe. GIOCASTA. i r ATTO PRIMO. GIOCASTA,e SERVO . GIOCASTA. C^ARO già del mio padre antico fervo , Benché nota ti fia 1' iftoria a pieno De' miei gravi dolor , de' miei martiri ; Pur , dall' alto e rcal flato di prima Veggendomi condotta a tal battezza , Che '1 mio proprio tigliuol fdegna afcoltarmi, Nè tengo di Reina altro , che '1 nome , E veggo la cittade, e '1 fangue mio L'arme pigliar contro '1 filo ftefìb fangue; Perchè fi sfoga ragionando il core ; I ti vo' raccontar quel eh' è palese; Perocch' io fo che delle pene mie Pietà fovente a lagrimar ti move , E , più che i figli miei , ne lenti affanno . SERVO. Reina , come me non vinfe alcuno In fervir fedelmente il mio Signore ; Così i' credo che alcuno in amar voi A 6 GIOCASTA. De' figli voftri non mi palfi avanti . Quello convieni! agli obblighi eh' io tengo Non meno a voi, eh' io già tenefli a lui : Che , fe gli obblighi mici fono infiniti , Infinito eiìer deve anco I' amore : E , fe piacerle ai Dii che quella vita Spender poterli a beneficio voltro , Non rifiutate voi di adoperarla , Acciocché in quefta mia già Itanca etade Lieto e contento all' altra vita io palli Di non avermi in alcun tempo inóltro A si degni Signori ingrato feivo . GIOCASTA . Tu fai quanta vaghezza ebbe mio padre Di legari ù con nodo di mogliera A Lijo Re dell' infelice Tebe; Ch' infelice ben èia città noftra : E lfi ficcome il mio novello fpofo , Bramofo di faper quel eh' era occulto , Ricorfe agii Indovini , e intender volfe , Quando di me nafcelfe alcun figliuolo , Qual di lui folle la futura forte . Onde , avendo rifpofta amara et afpra, Che dal proprio figliuol farebbe uccifo , Cercò il inifero Re ( ma cercò invano ) Di fuggir quel che non potea fuggirli . Quinci , sbandita ogni pietà natia , GIOCASTA. Poiché '1 pefo mefchin di quefto ventre Nella luce inort.il aperfe gli occhi ; Couimife a un fervo (ilo più d' altri fido Che lo portaire en^ro un i felva ofeura , E lafciaiue il figliuol cibo alle Fere . SERVO . Infelice bambin , nato in mal punto . G.IOCASTA . Il fervo , infieme obbediente , e pio , Quel pargoletto a un' arbore folpefe Per li teneri piedi alto da terra , Con acuto coirei forando quelli ; Indi per dentro alle ferite d'ambi Di vimini ponendo intorno avvolti Al picciol pefo affli forte foliegno . Così lafciò '1 fanciullo appena nato ; Il quii morir dovea fra poco d' ora , Se'l fito , che per msl di tutti noi Avea difpoito confervarlo in vita , Non mandava al mefchin prelto foccorfo „ Quello fu , eh' un paltor , quindi paffando , Pietofamente lo campò da morte , Recollo al tetto, e alla fua moglie il diede. Or odi com' il Ciel la ftrada aperfe Alla morte di Lajo , e alle mie pene . G I O C A S T A. SKR.VO . Ben s' è veduto , e fi dimoftra ogn' ora Che contra'l Cielo è in damo umana forza. giocasta . Era a que' dì la moglie di Polibo , Re di Corinto , in grave affanno involta, Perocché non potea ricever prole. Il cortefe paflor le fece dono Del mio figlitiol , eh 1 a lei fu caro molto ; Parte per eiìer ben formato e bello, Parte , che '1 giudicò di Re figliuolo . Crebbe il fanciullo , e fu creduto figlio Di Polibo molt' anni , in fin eh' Edipo ( Che tale al mio figliuol fu pollo nome ) Intefe che quel Re non gli era padre ; Onde lafciò Corinto , e '1 pie vivolfe A ricercar della fua ftirpe indizio . Ma pervenuto in Focide , ebbe avvifo Dall' Oracol divin nojofo e trillo ; Che troverebbe , e ucciderebbe il padre . £ diverrla della fua madre fpofo . SERVO . Ben fu crudo pianeta , e fera (Iella Che deftinò quello peccato orrendo . GIOCASTA. Dunque cercò , pien di fpavento , Edipo GIOCASTA. Di fchifar quel che difponea U forte : Ma , mentre che fuggir cercava il male ; Condotto dall' iniqua fua ventura , Venne in quel che fuggiva ad incontrarli . Era in Focide Lajo , e terminava Di difcordia civil nuove contefe Nate tra quella gente : onde il mio figlio , Predando aita alla contraria parte , Uccife , incauto , l 1 infelice padre : Cosi i celefti Nuncii , e parimente Le profetiche voci ebbero effetto . Sol rimaneva ad adempir la forte Della mifera madre : Oimè , eh' io fento Tutto dentro del cor gelarli il fangue . Edipo , fatto 1' omicidio Itrano , Spinto dal fuo deftin , fen venne in Tebe; Dove con molta gloria in un momento Fu incoronato Re dal popol tutto Per la vittoria che del Moftro ottenne, Che distrugger folea quello paefe . Cos' io ( chi udì giammai più orribil cofa ? ) Del mio proprio figliuol divenni moglie . SERVO . Non fo perchè non s' afeondeffe il Sole , Per non veder sì abbominofo effetto . GIOCASTA . Così di quel che del mio ventre nacque 16 GIO CASTA. Io n' ebbi ( oimè infelice ) due figliuoli ( Et altrettante figlie . Ma dappoi Che fi feoprir ie (celiente nozze; Allor, pien d'ira, e addolorato fcdìpo , Con le lue proprie man fi traile gli occhi , In si crudel , per non veder pili luce . SERVO . Co 11' efifer può che , avendo conofeiuto Si gran peccato, egli rellalfe in vita ? GIOCASTA . Non pecca Tuoni che , non fapendo , incorre In alcun mal , da cui ruggir non puote : Et egli a maggior fuo danno e cordoglio, Et a pena m iggior la vita (erba : Ch'a' raiferi la vita apporta noja, E morte è fin delle miferie umane . SERVO . Mi fera ben fovra ogni Donna fete ; Tante fon le cagion de' voilrimali. GIOCASTA. Ecco perchè del mal concetto feme Non fi fendile il mifer cieco allegro ? I due figliuol, di crudeltà fofpinti , A perpetua prigion daunaro il padre : m lini GIOCASTA. i? Là've , in ofcure tenebre fepolto , Vive dolente e difperata vita , Sempre maledicendo ambi i figliuoli , E pregando le furie empie d' Inferno Che fpirin tal velen nei peni loro, Che quefto e quel contro sè fteffo s' armi ; E s'aprano le vene , e del lor fangue Tingano infieme le fraterne mani Tanto , che morto 1' un e 1' altro cada , E ut vadano a un tempo ai Regni iìigi. SERVO . Quello , per ben di voi lo tolga Dio. GIOCASTA . Ond'effi , per fuggir 1' empie biadarne , E i fieri voti dell' irato padre , Infieme convenir che per ini'anno Eteocle , il maggior fratello , in Tebe Tenefle il feggio e la real corona , E in efilio n' andarle Polinice ; Il qual finito , a Polinice poi Eteocle cedefl'e il manto ; e fempre L' un fuccedendo all' altro , in cotal guifa Il Dominio fervifle ad ambidoi . SERVO . Ahi , che T ambizion non pò frenarli. - *£ìp fi ti GIOCASTA. GIOCASTA . Poiché Eteocle fu nel feggio porto , Ebbrio della dolcezza , e del diletto Di regnar Colo , il Tuo tr itello efclufe Dallo feetro non pur debito a lui , Ma dal natio terren . Che far dovea Dunque i! mio lig io dal fratel tradito l Egli , dole te , fi condurle in Argo ; Dove tanto gli arrife la fortuna , Ch' ivi a ìkizi; , e affinità contraffe Co! Re ('.'Argivi, il qual (i chia;na Adrafìo Ctu , ptr ripor il genero nel K<:gno , Hi pcllo afle.iio alla città di Tebe. Quinci è l'eftremo nal dei miei gran ma'i Che vinca qual ii vuol rie'miei fig iuo!i , La vittoria a ine fia d'angofeia e pianto : E temo , oimè , come in tai guerre accade Che d'uno, o d' ambitici !a morte fegua . Onde , perchè non intervenga quello , Coinè pietofa e fconfolata madre , Che non può non amar tempre i figliuoli, E procurar di quei 1' utile e '1 bene ; Ho fatto si con le preghiere mie, Ch' oggi , che fi dovea dar la battaglia Alla cittade , o che le genti noftre Ulciflero di fuori alla campagna , Tanto di tregua conceduto m' hanno 1 due fratelli , anzi nimici fieri, G I O C A S T A. Ch' Io tenti,pria che tra lor movanl'armi, S' acquetar poflb le dilcordie loro , Afli'guaudonii a quello un'ora loia, SERVO . Picciolo fpazio a cosi gran difegno . CIOCASTA . È poco fa eh' un mio fidato amico É tornato di campo, et hammi detto Che farà tolto in Tebe Polinice . Or de ! le pene mie la iltoria è quella. i. perchè in vane e inutili querele Non fa bifogno ch'io""confumi il tempo ; Farò qui fine alle parole , poi Che '1 mio mit'ero cuor no '1 fa alla doglia. E ti prego che vadi ad Lteocle , ìì. lui da parte mia fupplica e prega Ch' ora , per attenermi alla premerla , Se ne venga al palazzo . Io fo eh' ei t' ama Più , eh' uorn di Tebe, e a tue parole porge ( 11 che t' è noto ) volontieri orecchia . servo . Reina , poich' a tal officio vuole Preltezza; quanto il voltro ben m'è caro Io mi ferbo a inoltrar più con 1' effetto, Che inoltrar non faprei con le parole. io GIOCASTA. GIOCASTA. Io ritorno di dentro ; e in quello mezzo Pregherò il (omino Dio eh' ei mi confoli Per fua pietà ; eh 1 io mifera no '1 meno . servo . Color che i feggi e le reali altezze Ammiran tanto veggono con 1' occhio L' adombrato (plendor eh' appar di fuori, Scetri, gemme , corone , aurati panni ; Ma non veggon dappoi con 1' intelletto Le penofe fatiche , e i gravi affanni , Le cure , e le moleftie , a mille a mille , Che di dentro celate e afeofe (tanno. Non fan che , come il vento e le faette Percuoton fempre le maggiori altezze ; Così lo (Irai della fortuna ingiuria, Fere più l'uom, quanto più in alto il trova. Ecco : Edipo pur dianzi era Signore Di noi Tebani, e di sì bel dominio Stringea fuperbo , et allentava il freno , Lt era formidabile a ciafeuno : Ora , ficcome prigionero afflitto , Privo di luce in fiero career chiufo , E giunto a tal , che ha in odio 1' efi'er vivo. Quinci i figliuoli hanno rivolte 1' armi L' un contra V altro ; e la città di Tebe É per cader ( fe '1 Ciel non la foftiene > GIO CASTA. ii Nel grave afledio onci' è per tutto cinta . Mi , nel modo eh' al dì la notte fegue , Alla felicità va dietro il pianto . Ora a quel che m' ha importo la Reina Affretto il piò, che forfè movo indarno . BAILO di Polinice, e ANTIGONE Figliuola VJTENTIL figlia d' Edipo , e pia forella Dell' infelice giovane , sbandito Dal fuo fratel delle paterne cafe ; A cui nei puerili e tener' anni Fui ( come faper dei ) bailo e cuflode; Efci, poiché .'1 concede la Reina , E fa ch'io fappia la cagioii eh' adduce Cosi onefta fanciulla a porre il piede Fuor de' fecreti fuoi più cari alberghi Or che per tutto la cittade è piena Di foldati , e di bellici irtrumenti ; Nè viene a noftre orecchie altro concento, Ch'annitrir di cavalli, e fuon di trombe; Il qual par che , feonendo in ogni parte , Formi con roche voci fangue e morti . Non mo.lra il Sol quel lucido fplendore Che fuol inoltrar, quando conduce il giorno; di Giocarla . BAILO . n GIOCASTA. E le mifere donne or vanno infieme Per la metta Circa cercando tutti I Tempj, e ai Dii porgendo nrailementc Ostiti voti , e affettuofi preghi . ANTIGONE. L' amor eh' io porto a Polinice è folo Cagiou di queiio . BAILO . Hai tu figliuola , forfè Riparo alcun contra lo fdegno e l'ira Che guittamente a' noftri danni il move, Per racquiftar , poiché ragion non vale , La paterna Città per forza d'arme ? ANTIGONE . Deh, Bailo , potefs' io col proprio fangue Far quello beneficio a' miei fratelli j Ch'io volentier porrei la vita mia Per la pace e union di quelli due . Or che far non fi può quel eh' io vorrei, Un' ardente dtfio fa' infiamma ogn' ora Di veder Polinice : ond' io ti prego Che in una delle torri mi conduchi Donde fi veggon le nemiche fquadre : Che , purch' io pafea alquanto gli occhi mici Della villa del caro mio fratello ; *■* GIOCASTA. »? S' io ne morrò dappoi , morrò contenta . BAILO. Rei! figliuola , la pietà che ferbi Verfo il fratello è d' ogni lode degni : Mi brami quel che non fi può ottenere , Per la diftanza eh' è dalla cittade Al piano , ove 1'efercito è accampato. Apprettò , non coavien eh' una polcella Veder fi 1 a Ili in luogo , ove tra tanti Nuovi foldati, et uomini da guerra È il buon esibirne e 1' oneftà sbandita. Ma rallegrati pur , che il n.-o defio Contento iia tra poco fpazio d' ora Senza ciifìurbo alcun , ferrea fatica : Perocché qui fra torto Polinice ; Ch' ivi pur dianzi ad invitarlo fui, Poùiachè me 'I con nife la Reina; La qual pur tenta di ridur la pace Fra idue fratei ; che voglia Dio che fegtia ANTIGONE. Dunque m'affermi che fia Polinice Dentro della Città ? BAILO Torto il vedrai . i4 G I 0 C A S T A. ANTIGONE . E chi l' affida , oimè , chi 1' affecura Che da Eteocle ci non riceva oltraggio ? bailo . L' aflecura la fede che gli ha dato Il fratello , e la tregua eh' ancor dura . ANTIGONE . Io temo , lafl'a , io temo Di qualche rete afeofa Che telo gli abbia il fuo crudel fratello . BAILO . Fanciulla , io ti vorrei ( fattelo Iddio ) Recar qualche conforto : ma non pollo Darti quel ben eh' i'non poiTedo ancora. La cagion, eh' Eteocle e Polinice Conduce, come intendi, all' odio e all' armi, É troppo grande : E già per quella molti Hanno fenza alcun fren rotte le leggi , E fottofopra le Città rivolte . Troppo , figliuola mia , troppo polfente £ il delio di regnar , nè ben comporta Chi folo è in Signoria di aver compagno . Pur non bifogna diffidarli punto Dell' ajuto dei Dii , perocch' ci fono Giufti e pietofi : e , lor mercede, fanno Quello GIOCASTA. Quello per noi che non po umana forza . ANTIGONE. Ambi fon miei fratelli, et ambedoi Gli amo , quanto più amar forella deve . Ma l'ingiuria e 1 ha fatto a Polinice Quello crudel , c' ha effetto di tiranno , M'induce ad amar più la vitae'1 bene Di Polinice , eh' i' non fo di lui : Oltre eh' , effendo Polinice in Tebe , Moflrò fempre ver me più caldo amore , Che non fec' egli ; a cui p.ir eh' io mi ila Caduta in odio : anzi io mi fono accorta Che vorria non vedermi , e forfè penfa Tormi di vita ; e, lo farà , potendo. Onde quelìa da me bramata nuova M'è cara pel delio c' ho di vederlo ; Ma la tema del mal , quanto più l'amo , Tanto più il dolce mio cangia in amaro. BAILO . Pur dei , figliuola mia , fpcrar in Giove Ch' ei non vorrà che, per cagion d'un rio, Patifea infieme la bontà di molti : Dico di te , dico di Polinice , Di Giocafla tua madre , e parimente Della diietta tua forella Ifmene ; La qual , benché non lì lamenti, o pianga , Teat . Antico, Tomo VI. B 16 GIOCASTA. Non però llimo che le prema il core Minor nioleftia . ANTIGONE. Appretto mi /paventa Certo fofpctto ( io non lo donde nato ) C ho prefo già pivi dì fopra Creonte , Il fratel di mia madre . Io temo lui Più di' io non fo d' aitro periglio. BAILO. Lafcia , Figlia, quelli fofpetti : e poiché'» breve Polinice vedrai, ritorna dentro . ANTIGONE . Caro a me in quello mezzo intender fora L'ordine dell' efercito : e fe quello È tal , che baiti ad efpugnarne Tebe ; Che grado tien il mio fratello, e dove Trovato 1' hai , e quai parole ei dilTe . E benché tlonconvien sì fatta cura Alla mia gioverai tenera etade ; Ne idimeno , perdi' io mi trovo ancora Cos, del ben, come del male a parte Delia cittade, e della cafa no/Ira ; Soa vaga di faper quel eh' io non poflb intender , né faper per altra lingua . GIOCASTA. ty BAILO . Io lodo così beilo alto c'cfio , Magnanima fanciulla : e Lievemente Te ne foddisferà del tutto a pieno . La gente c' ha condotto Polinice , Di cui n'è Capitan , ficcome quello Ch' è genero d' Adrafto , Re d'Argivi ; È il fior di Grecia ; e tanta, eh' io non veg{ Siccome poflan foftenere i noftri Si grofTo incontro , e cosi grave aifdto . Giunto eh' io fui nel campo , ritrovai L'efercito ordinato , e tutto in armi, Come volefTe allor dar la battaglia Alla Cittade . L' ordine divifo E in fette fchiere ; e di quelle ciafeuna È di buon Capitan pofla in governo . A ognun de' Capitani è dato cura D' clpugnar una porta; che ben fai Che la noftra Cittade ha fette porte . Poich' io pallai fra le nemiche genti, ( Che fecuro mi ftr l'ufate infegne D' Ambafciator ) apprdfo il Re trovai Polinice di ricche armi guerniro, A cui largo facea cerchio d' intorno Più d' un Signor , e coronata tetta . Cora' ei mi vide, fi cangiò nel volto; E , a guifa di figliuol , benignamente Mi cinfe il collo, e mi bacio la fronte, B i jS G I O C A S T A. Intefo poi quel che chiedea la madre , JVloftrandoquanto era di pace vago , Diffe eh' egli verria nella Cirtade : Mi domandò d' Antigone , e d' Ifmene ; E commife eh' a te , più eh' ad altrui, Recafli a nome fuo p;ice e fallite . ANTIGONE. Deh , piaccia al Ciel di far contento lui 1 Del patrio Regno , e me della fua vifta . BAILO . Non più , figliuola : ornai ritorna dentro ; Ch' o.nor non è della Reale altezza Ch' alcun ti vegga a parlamento fuori : Perocché '1 volgo , alle calunnie intento , Sta fenpre armato , per macchiar la fama D' onefta do;ina : e s' egli avvien che trovi Picciola occafion, l'accrefce tanto , Che n' empie di rumor tutte 1' orecchie: E '1 grido d'oneftà che di voi s'ode È qual tenero fior , eh' ad ogni fiato Di picciol' aura s' ammarcifee e muore . Ritorna ; che io n' andrò per quella via Ad incontrar , s'io pollo, Polinice . GIOCASTA. 29 CORO. O E , come ambiziofa e ingorda niente Noi miferi mortali Diverfe cofe a defiar accende , Così fapefie antiveder i mali, E quel che parimente Giova all' umana vita , e quel eh' offende ; Tal piange oggi , e riprende Fortuna chi giojofo e lieto fora : Perocché con prudente accorto ciglio S'srneria di configiio , Di quanto porge il Ciel contento ogn' ora 5 Laddove avvien che con non poco affanno Quel più fi cerca eh'è pivi noftro danno . Alcun di quefto umil fugace bene , Che fi chiama bellezza, Superbo anelò , che fofpirò dappoi : Altri bramò dominio , altri ricchezza, E n' ebbe angofeie e pene , O vide acerbo fine ai giorni fuoi : Perchè non è fra noi Stato di cui fidar fi pofla alcuno . Quinci l'inftabil Diva in un momento Volge ogni uman contento , E n' invola i diletti ad uno ad uno : Talché tutto '1 gioir che '1 cor n' ingombra B 5 • 3o GIOCASTA. A par delle mifcrie è fumo et ombra. Da grave error fu circondato e cimo Quei che tranquilla vita Pofe nella volgir più bafla gente . Quando La luce a chi regge è fp.irita , A noi lì af;j:i le i! giorno , E sdegna il Sol moftrarfi in Oriente : Ne p iò si leggermente Il Principe patir mina, o fcempio , Che'l fuddito mefehin non fenta il danno : E di ciò d' anno in anno Scopre il viver uman più d'uno efempio . Così delle pazzie de' Real petti Ne portano il flngel fe.mpre i foggetti. Ecco ficcome voglia empia , e perverfa D' e!fer foli nel Regno I,' uno 3 e 1' altro fratello all'arme ha fpinto Ma Polinice con più onelto sdegno Move gente diveda Contra la patria : onde ne giace eftinto Nel cor di velen tinto Il debito, P amor, e la pietate : E , vinca chi fi vuol de' due fratelli; Noi Donne , e tutti quelli Di Tebe , fentirem la crudeltate Di Marte, che 1' afpetto ad ambi ha rnoflro Per tinger la Aia man nel fuigue no Uro Ma tu , figlio di Semele, e ili Giove ; GIO CASTA. Che 1' orgogliofe prove "Vincerti de' Giganti empj e fuperbi , Difendi il popol tuo iupplice pio , Che te fol cole , e te conofee Dio . B 4 31 GIOCASTA. ATTO SECONDO. POLINICE, CORO, CIOC ASTA, e ETEOCLE Re \^ uesta è pur la Città propria e natia ; Quello è il paterno mio diietto nido . Ma , bench' io ila tra le mie lìelle cafe , E 'nfieme lecurtà me ne abbia data Colui che gode le foltanze mie , Non debbo camminar fenza fofpetto ; Poich' ove è '1 mio fratello , ivi bifogna Cli' io tema più , che fra nemiche genti . È ver che , mentre nella delira mano Softengo quella giuria e invitta fpada , S' io morrò , non morrò fenza vendetta . Ma ecco il fanto Alilo , ecco di Bacco La veneranda Immago , ecco 1' alt-tre , Là dove il facro foco arde e rifplende ; L dove nel parlato al noftro Dio "laute già di mia man vittime offerii. Veggo dinanzi un' onorato coro Di Donne ; e fono appunto della corte Di Giocarla mia madre . Ecco ilccome POLINICE . G I O C A S T A. Son veftite di panni ofcuri e negri, Color eh' altrove mai, per altri danni , A' miferi non*fur conforme tauro ; Ch' in breve fi vedran ( mercè del folle E temerario ardir del fuo Tiranno ) Prive , altre de' figliuoli, altre de' padri, Et altre de' mariti , e amici cari . Ma tempo è di ripor la fpada, e'nfieme Dimandar lor della Reina. Donne Mefte e infelici , dove fenza voi È la Reina mifera di Tebe ? coro . Del noftro Re figlio , o Signor caro, Ch' a noi tornate dopo tanti giorni , La venuta di voi felice fia , E renda pace alla Città turbata . 0 Reina , o Reina , ufeice fuori : Ecco P amato figlio , Ecco il frutto gentil del voftro feme , GIOCASTA . Care gentili amiche , Dilette e fide ancelle, Io movo al iuon delle parole voflre 1 debol piedi , io movo , Non mei) per duol, che per vecchiezza,tarda. Ov' è 1' amato tìglio , ov'è colui , B 5 34 GIOCASI A. Per cui meno in fofpir le notti, e i giorni? POLINICE . Madre , egli è qui , non come cittadino, E Re di Tebe , ma come convieni! A peregrin , mercè di fuo fratello . giocasta . O bramato da me dolce figliuolo : Io ti miro , io ti tocco , e appena il credo. Appena il petto mio può foltenere L' infperata letizia che l'ingombra . O caro afpetto , ove me IterTa io veggio . CORO. Sì vi conceda Dio di veder ambi Per comun bene i voftri figli amici. GIOCASTA . Tu Col tuo dipartir lafcialìi, o figlio , La tua cafa dolente , e me tua madre Colma d' ogni martir , piangendo Tempre L' indegno eli'io che '1 fratei ti diede. Nè fu , figliuol, mai defiato canto Da' cari amici fuoi lontano amico, Quanto il ritorno tuo da tutta Tebe. Ma , per pirlar di me , più che d' altrui ; Io , ( come veder poi ) diporti avendo GIOCASTA. 35 I real panni , in abito lugubre Tenute ho Tempre quelle membra involte : Nè da quell'occhi è ufcito altro, che pianto; E '1 vecchio padre tuo , mifero , e cieco , Poiché intefe la guerra eh' è fra voi, Pentito al fin d' aver pregato i Dii Più volte , e più per la rovina voftra t Ha voluto finir miferamente O con laccio , o coltei 1' odiata vita . Tu in tanto, figliuol mio, fatt 1 hai dimora In lontani paefi , e prefo moglie , Onde di pellegrine nozze attendi , Quando piacerà al Ciel, figliuoli e prole : II che m' è grave , e molto più , figliuolo , Che potuto non m' ho trovar prefente , E fornir queir officio che conviene A buona madre: ma, perocch' intendo Che quefto maritaggio è di te degno j Io ti vo confortar pietofamente Che torni ad abitarla tua Cittade ; Che ben , e per la moglie , e per te fia Comodo albergo. T' elea ornai di mente L' offefa del fratello: e f;ppi , o figlio , Che d' ogni mal eh' abbia a feguir tra voi A me fteffa verrà la pena e'1 duolo : 3Nè potrete fegnar si leggermente Le volìre carni , che la mano , e '1 ferro Non apra inlìeme a quefta vecchia il petto > B 6 3 « G I O C A S T A. CORO . Amor non è che s' appareggia quello Che la pi:tofa madre ai figli porta; Il quii tanto più crefce , quanto in elfi Scema il contento , e crefcono gli affanni . POLINICE . Madre , io non fo fe d' aver lod' io merto ; Che , per piacer a voi , cui piacer debbo , Mi Pia condotto in man de' miei nimici, Ma sforzato è ciafcun ( voglia ,o non voglia) La patria amar : e s' altrimente dice , Be.i cori la lingua il cor non è conforme . Quefto erte , dopo l'obbligo di figlio , Ha indotto , madre , a non prezzar la vita; Perchè dal mio tratti fperarnon pollo Altro eh' infidie , e tradimenti , e forza . Con tutto ciò ritrar non m' ha potuto N: pencol prefente , nè futuro , Ch'io rimanerli d'Obbedire a voi . Afa non pofl"> veder fenza mia doglia I paterni p i! izzi , e L fanti altari , £ i ciri alberghi ove nudrito i' fui ; D i' qu u fpinto , e cacciato indegnamente, Nelle cafe d' altrui faccio dimora . Ma , ficcome da verde e frefea pianta Novi rampolli un fopra l'altro>nafce; Cosi all' interno mio grave tormento GIOC ASTA. Un fe n' aggiunge , e forfè anco maggiore., Queft'è il veder voi, mia diletta madre, Ricoperta di panni atri e fanelli , Mifera fol per la miferia mia . Cosi piace al fratello , anzi nimico : Ben vedrete voi torlo come al mondo Nimicizia non è che vada eguale A quella che produce fra' congiunti , Per qualunque cagion , disdegno ed ira . Mi fai lo Dio quanto per voi mi duole, E del mifero flato di mio padre : E de/Io di faper qual vita tiene L' una , e 1' altra di me cara forella , E qual P efilio mio lor porge affanno . GIOCASTA . Ahi, che P ira di Giove abbatte e ftrugge La progenie d' Edipo . La cagione Pri'iia furon le nozze di tuo padre , D ippoi ( deli, perchè tocco le mie piaghe ? ) Me pirtorito aver , voi I' efler nati : Ma quel che vici dal Ciel soffrir Infogna . Ben grato mi faria di dimandarti D' alcune cofe ; e non vorrei , figliuolo, Che le parole mie ti foffér gravi . POLINICE . Dite pur , madre mia , quel che v' aggrada ; jS GIOCASTA. Che quanto place a voi tanto a me place GIOCASTA . Non pare a te che fia gravofo male L' efler, figliuol, della fua patria privo ' POLINICE . Gravofo sì, che non può dirli appieno . GIOCASTA . E quale è la cagion che più molefti L' uomo , quando in efilio li ritrova ? POLINICE. La libertà che con la patria perde ; E'1 non a.er di ragionar licenza Senza rifpetto alcun quel che gli pare . GIOCASTA . Al fervo , figliuol mio , non è concedo Scoprir l'animo fuo fenza periglio. POLINICE . Ciafcun' efu'.e , o fia libero , o fia D' alca (tirpe difcefo, è al fervo eguale Perocché , fuo mal grado , gli conviene Obbe.iir alle voglie di ciafcuno , E lodar le pazzie di chi comanda . GIOCASTA. ì9 GtOCASTA. E quello pare a te tanto molefto ? POLINICE . Non è doglia maggior eh' efler forzato Servir a chi non dee contra 1'onefto ; E molto più, quando fi trova I' uomo Nubile o per iltirpe , o per virtute , Et abbia a nobiltà conforme il core . GIOCASTA . Nella miferia fua chi lo mantiene ? \_ POLINICE . La fperanza, de' miferi conforto , GIOCASTA . Speranza di tornar ond' è cacciato ì TOLINICE . Speme che troppo tarda ; e alcuna volta Ne muore 1' uom , pria che fortifca effetto. E come , figli noi mio , nanzi alle nozze Soitenevi loutan la propria vita ? POLINICE . Trovava pur, benché di rado , alcuna GIOCASTA . GIOCASTA. Che , cortefe e benigno , compartiva Qualche poco alimento al viver mio . GIOCASTA . Non ti porgeano a tal bifogno aita Gli amici di te ftellb , e di tuo padre? POLINICE . È fciocco, madre mia , ("ciocco è chi crede Ni-lìe milerie fue trovar amici . GIOCASTA. Ti doveva giovar la nobiltade . POLINICE . Ahi , che la povertà la copre è ofcura . GIOCASTA. Efler dee Tempre al'i mortali adunque , Più che tutti i tefor , la parria cara . Ora io vorrei faper , dolce figliuolo , Per qual cagion ti conducenti in Argo . POLINICE . Mi molle a ciò la fama, eh' all' orecchie Mi rapportò che Adraito , He d' Argivi , Aveva intefo da:>!i Oracol co.ne Due figliuole , che belle, e fole aveva GIOCASTA. Congiungerebbe in matrimonio torto A un Leone e a un Cinghiai : cofa , che tutto Gli empì P animo e '1 cor di maraviglia. GIOCASTA . A te che appartenian quefti animali 3 POLINICE . 10 preti augurio dall' infegna mia , La qual , come fapete , è d' un Leone : Benché io pollo affermar che folo Giove Mi conducete a così gran ventura . GIOCASTA . Come avvenne , o figliuol , sì raro effetto ? POLINICE . Era fparito in ogni parte il giorno , E la terra adombrava ofcuro velo ; Quand' io , cercando ove alloggiar la notte Dopo lungo cammin , ftanco pervenni A una picciol loggietta che congiunta Era di fuori alle iuperbe mura Della ricca Città del vecchio Adrafto : Quivi appena fui giunto , che vi giunfe Un' altro efule anpòr , detto Tideo ; 11 qual , volendo me cacciar di fuori Di quel picciol albergo, ambi venimmo GIOCASTA. A ftrerta guerra ; et il rumor fu tale, Che in fine il Re l'intefe : il che gli diede Occafiou di celebrar le nozze ; Che vedendo l'infegne ad ambi noi Di quelle fere che gli fur predette , L' uno, e 1' altro per genero ci elcfle . GIOCASTA . Bramo faper fe la conforte è tale , Che gioir tu ne pofTa , o fe altrimente . POLINICE . Certo più bella , nè più faggia Donna Grecia non ha della mia cara Argia . GIOCASTA. Com'hai potuto indurre a prender l'arme Cotanta gente a si dubbiofa imprefa I POLINICE . Giurocci Adrafto di riporne in breve Per forza d' arme nella patria noftra ; E prima me , che più ne avea bifoguo : Onde tutti i miglior d' Argo, e MiceHe Seguito m' hanno a tale imprefa : certo A me tanto moietta, quanto degni. Moietta dico ; che m' increfce e duole D' eiler altretto , per cagion sì grave , GIOCASTA. 4-: Di mover guerra alla mia patria cara . M'a voi, Madre , appartien di far che quella Cagion fi tolga ; e trar il figlio voltro Del trillo efilio , e la Città d' affanno. Altramente io vi giuro eh' Eteocle , Che ifdegna d' accettarmi per fratello, In breve mi vedrà di Lui Signore . Io dimando lo (lato di cui debbo La metà pofieder, s' io fon d' Edipo , E di voi figlio ; che pur d' ambi fono , Per quello io fpero eh' in difefa mia , Oltre 1' arme terrene, anco tìa Giove „ coro . Ecco , Reina , che Eteocle viene ; Perocché Dio non vuol che lungamente Regni un Tiranno ; e chi regnar dovrebbe Sia tenuto lontan dalle fue cafe . Ufate voi tante ragioni , e tali , Ch' uno, e l'altro fratello a pace torni . eteocle . Madre , io fon qui , per obbedir venuto Alle dinande vofìre : or fate ch'io Sappia quel che da me voi ricercate Cusi fuor di propofito, et a tempo Che più 1' officio mio la Città brama. Vorrei i'aper qual utile di noi 44 Gì-O CASTA V'abbia moffo a far tregua con Argivi, Et aprir la Cittade al mio nimico . GIOCASTA . Raffrena , fìgltuoi mio, l' impeto, e I' ira Cri' offtifcano la mente di chi parla In guifa , che la lingua, a mover pronta , Di rado può formar parola onella . Ma quando con lentezza, e fenza fdegno L' uora, difeorrendo quel che dir conviene, Voto di palìion , la lingua feioglie , Allor efeono fuor fagge rifpolte , E di prudenza ogni fuo detto è pieno . Rafferena il turbato afpetto , o figlio , E non drizzar in altra parte gli occhi, Che qui non miri il volto di Medufa , Ma fi trova prefente il tuo fratello . Tu, Polinice, ancor riguarda in vifo Il tuo fratel ; perchè , veggendo in quello La propria immago , intenderai , figliuolo, Che nell' offender lui te fteflb offendi . Ne rimaner già d' ammonirti voglio Che, quando avvien che due fratelli irati, Parenti , o amici, fon ridotti infierite D' alcun pietofo che ricerca e tenta Di poner fine alla difeordia loro , Debbon confiderar folo all' effetto, Per cui venuti fon , e della mente GIOCASTA. 4* Dipor del tutto le pattate offefe . Dunque farai tu primo , o Polinice , A dir le ragion tue ; perocché modo Hai contra noi quefte nimiche genti , Per ricevuta offefa del fratello ; Come s' odon fuonar le tue parole : Racconta prima tu le tue ragioni ; E giudice di quefte empie contele Sarà alcun Dio pietofo ; il quale io prego Che vi fpiri nel cuor delio di pace . POLINICE . Madre , la verità fempre efl'er deve Semplice e nuda ; e non le fa meltiero Artificio di dir , nè di parole ; Perch' ella mai da se non è diverfa , E ferba ogni ora una medefma faccia . Ma la menzogna cerca ombra e colori Di fallace eloquenza ; e da se Itelft In ogni tempo è varia , e differente . 10 1' ho detto più volte , e a dir ritorno Che , affinchè non avefTer fopra noi Le biafìeme del padre alcun effetto , Volentieri io partii della mia terra, Convenendo con quelli eh' ei teneffe 11 bel feggio paterno in regnar lo Io Per tanto fpazio , che giraffe l' anno ; Il qual fornito , io fuccedelfi a lui , A 6 GIOCASTA. E quella legge fi ferbafle Tempre . Egli , benché giurane uomini , e Dei D' offervar cotai patti ; nondimeno , Senza rifpetto e riverenza alcuni Lei fprezzando e calcando fotto a' piedi, S' ufurpa da Tirasi la parìe mia. Ma, s' egli confentir vuol eh' io ritorni Nelle mie cafe , e tenga, a par di lui Della Città comune il Real freno ; Madre , per tutti i Dei prometto e giuro Di levar quefto afiedio, e parimente L' efercito mandar onde è venuto . Ma , s' ei non lo confente, io farò quanto Ragion ricerca , e la mia caufa giuda : Telìimonio nel Ciel mi fanno i Dei , E qui nei mondo gii uomini mortali, Come verfo Eteocle in alcun tempo Non fon mancato a quel che vuol 1' oneflo, Ed ei contra ragion del mio mi priva. Quefto e' ho detto, o madre , è appunto quello Che dir convienfi; e tai, eh' io m'allècuro Che non ;nen preflb i buon , cheprefib i rei, Efler debba approvato in mia difefa . coro . Chi può negar che le parole vortre , Signor , non nano onefte, e di voi degne ? GIOCASTA. 47 ETEOCLE . Se quello che ad alcun aflembra onefto Pai-effe onefto parimenti a tutti , Non nafceria giammai contela , o guerra . Ma quanti uomini fon , tante veggiamo Effer 1' openion ; e quel che llima Altri ragion , ad altri è ingiuria e torto. Dal parer di coftui lungo cammino , Madre , ( per dir il vero) è il mio lontano, Nè vi voglio occultar che , s'io poterli Su nel Cielo regnar, e giù in Inferno , Non :ni fpaventeria fatica , o affanno , Per ritrovar al mio delio la ftrada Di gire in quefto , o di falir in quello : Onde non è da creder eh' io commetta Che del dominio eh' io pofleggo folo Altri venga a occupar alcuna parte : C1V egli è cofa da timido e da feiocco I.afciar il molto, per aver il poco . Oltre di quefto, ne verria gnn biafmo Al nome mio, fe coftui , eh' è modo Con l'armi per guadar i noliri campi , OttenelTe da me quel che vorria . Non feguirebbe ancor minor vergogna A' noiìri cittadin , s'io per paura Di gente Argiva , concederli a quello Poggiar di Tebe all' onorata altezza. In fin , non dovev' ti cercar fra noi 4t G I O C A S T A. La pace e 1' union per forza d'arme , Ma con preghi e umiltà : perocché fpifib Fan le parole quel che non può il ferro . Nondimeno, s' ci vuol nella Cittade Abitar come figlio di Giocarla , Non come Re di Tebe , io gliel concedo : Ma non ilìimi già che , mentre io pollo Comandar ad altrui , voglia effér fervo. Mova pur contra noi le genti annate ; E i fuochi, e i ferri ; eh' io per me giammai Non fon per confentir che meco regni : Che s' egli fi convien per altro eiTetto , Si convien molto più ( fe V uomo è figgio ) Per cagion di regnar romper la legge . coro . Chi dell' onefto fuori efee conP opra E ragion eh' efea ancor con le parole . GIOCASTA. Figliuol mio , la vecchiezza, eh' efler fuole Cinta da moiri affanni , ha quefto bene ; Che per la lunga efperienza vede , E intende molte cofe che non fanno E non veggono i giovani . Deh , lafeis L' ambizion , eh' è la più cruda pefte Che ne infetti le menti de' morraii: Ella nelle Cittadi, e nei palagi Entra GIO CASTA. 4» Entra fovenre, e fempre feco adduci , E lafcia al poflcllbr datino e mina . Quella diltrugge V amicizia : quefta Rompe lo leggi, h concordia abbatte, F, foflbpra ne volge imperii e regni . Or col fuo fele f avvelena tanto , Che P intelletto infermo è fatto cieco Al proprio ben : ma tu la fcaccia , o figlio, Ornai del core , e 'n vece d' ella abbraccia L' equità : quella le Città mantiene , E lega l'uom con (ìretto, e làido nodo D' amica fune che non rompe mai . Quefta è propria dell' uomo ; e chi poflede Vie più di quel che gli convicn , acquifta Odio a sè fteftb , e talor pena e morte . Quefta divife fe con giulla meta Le ricchezze , e i terreni , e quefta eguali Rende i giorni alle notti : e 1' eiTfer vinto Ora il lume dall' ombra , or dalla luce il fofeo manto che la notte fpiega , Ad alcun d' eflì invidia 110:1 apporta . Dunque , fe '1 giorno, e fe la notte ferve , L' uno , e 1' altra cedendo , all' liti 1 noftro; Ben dei tu (ottener che '1 tuo fratello Abbia teco ugual pirte Hi quel regno Che piacque al Ciel di far tra voi connine. Il :he fe tu non fai , dove , figliuolo, La giuftizia avrà luogo ; fenza cui Teat. Antico, Tomo VI. C ja GIOCASTA. Qua giù non dee, ai fi po regger flato ì Perchè apprezzi l'effetto eli Tiranno? E con T ingiuria altrui di render fazia L' ingorda mente ? Ahi, che non ben iftimi Che '1 comandar altrui Ila degna loda , Quando l' onefto non fi tien in piede : Egli è vario defio polleder molto, Per elFer molto combattuto Tempre Da fofpetto , d' affanno , e da paura . Se cerchi quel eh' è copia, ella per certo Altro non è, che nome: che aver quanto Balla P ufo mortai naturalmente Appaga 1' noni ,s'egli è modello e faggio: E cotelti mortai caduchi beni Non fon proprii d' alcun , ina efprefli doni Che con benigna man Giove comparte , Perchè ne Cam di lor fémpre miniftri. E come ce li dà , cos'i col tempo , Quando gli piace , ce gli toglie ancora, E vuol eh' ogn' or di lui gli conofeiamo 5 Onde cofa non è flabil; e ferma ; Ma fuol cangiarli col girar dell' ore . Ora , s' io voglio addnnandarti quale Di due condizioni elegger brami .• O ferbar la Tirannide che tieni, O confervar la tua Città ; dirai La tirannide ? O figlio , empia rifpofta : Che s' avverrà che vincano i nemici } G I O C A S T A. |i Allor , veggenclo Taccheggiarne Tebe , E violar le Vergini , e menarne Una gran parte i vincitor cattiva; Allor conofcerai quanto fovente L' opulenzie , gli fcetrl, e le corone Apportano perdendole più noja , Che non fan poffedenrìole contento . Per conchiuder , figliuol , 1' ambizione È quella che t' offende: e, fe di lei Non ne liberi il cor , ti fo fecuro Che al fin te ne vedrai tardi pentito. CORO . Allor che nulla il pentimento giova . giocasta . Quanto a te , Polinice , io voglio dire Che fciocco Adrafto , e tu imprudente fofli; Quello a gradir alle tue infane voglie, 1\ tu a muover ledenti contro Tebe . Or dimmi un poco : l'è la Città prendi , ( Il che mai non concedano gli Iddìi ) Deh , quai fpoglie , quai palme , e quai trofei Innalzerai d' aver la patria prefa ? Quai titol degni d' immortale onore Scriver farai per tedi-nonio eterno Di cotal opra ? O figlio , o figlio , quella Gloria dal nome tuo refti lontana . r- GI.OCASTA. Ma , s' avverrà che perditor ne sii , Con quii fronte potrai tornar in Argo , Lalcian lo qui di molta gente morta ì Malediratti ognun , come cagione Del danno fuo , rimproverando Adraflo D' averti eletto alla fua figlia fpofo ; E n' avverrà eh' in un medefino tempo Sarai poi d' Argo , e della patria efeluib hì q:ial poi ricovrar fenza fatica , Se giù lo fJegno e T alterezza poni. CORO. Dei, la voftra mercè , non confentite A quelli mali, e tra i fra tei nimici La bramata concordia ornai ponete . eteocle . Certo quelle non fon fra noi contefe , Madre , da terminar con le parole . Voi le ragioni, et io confumo il tempo , Et ogni vo.lro Stadio è pollo indarno : Ptrch' io v 1 affermo che tra noi non fia Pace giammai , fe non con quelle kleflè Condizioi! che poco innanzi ho dette ;J Cioè , di rimaner , mentre eh' io vivo , E Principe , e Signor , e Re di Tebe : Onde laici indo tante feiocche e vane Ragioni, e aromonizioa folli da pane , GIOC ASTA. jj Concedete eh' io vadi ov' è bifogno , E tu levati fuor di quelle mura , Altramente farai di vita privo. POLINICE . Chi fia colui che me tolga di vita , Che in un punto di lei non efea meco ? eteocle . Eì t' è da preflb , e tu gli fei davanti : E quella fpada ne farà 1' effetto . POLINICE. E quella ancora in un medefmo tempo . GIOCASTA . O figli, o figli , riponete 1' arme , E pria che trapalar le voftrc earni , Aprite a me con due ferite il petto . POLINICE . Ben fei di poco cor , timido, e vile : E quello avvien , che le grandezze fanno All' uom troppo tener fa vita cara . eteocle . Se a combatter con uom timido avevi , Che ti accadeva , uomo ignorante e vile , C j , S4 GIOCASTA. Di condur tante genti a quelle imprefa ? POLINICE . I! cinto Capitan Tempre è migliore Del temerario ; e tu , più che ciafcimo , Vile , ignorante , e temerario fei . ETEOCLE. Polinice , la tregua t' alTecura A formar tai parole : e ben ti deve Aflècurar ; che , fe non fofTs quefta , Avrei già tinto il ferro entro il tuo fangue, E fparfone di lui quello terreno. POLINICE . Del mio non fpargerai tanto , eh' aflai Più non ifparga anch' io del fangue tuo . GIOCASTA. Deh , figli, figli , per pietà retiate . coro . Oimè , chi vide mai cofi più fiera ? POLINICE . Rendimi, ladro , il mio che tu mi tieni , ETEOCLE. Non ifperar giamnaai di regger Tebe : GIOCASI A. 5 j Qui nulla è più di tuo , nè farà inai , Partiti tolto . POLINICE . O Patrii altari . ETEOCLE. Tu fei venuto a dipredar. POLINICE I quali O Dei, Afccltate 1' onefta caufa mia . ETEOCLE . Di far con 1' armi alla fua patria guerra . POLINICE . O facri templi de' celefti Dei , ETEOCLE. Che, per l'opre tue inique, in odio t' hanno. POLINICE. Cacciato io fon della mia patria fuori. ETEOCLE . Di cui per cacciar me venuto fei . C 4 ?5 GIOCASTA." POLINICE . Punite , o Dei, quefto Tiranno ingiurio ETEOCLE . In Argo prega , e non in Tebe i Dei. POLINICE. Ben fei più d' ogni fera empio, e crudele ETEOCLE. Non alla patria, come tu , nemico . POLINICE . Pofciachè me Contento di patir co;i gli altri inficine Tutto quel eh' avverrà di avverfa forte . CREONTE . Fermati , o vecchio . • TIRESIA . Forza a reftar Non mi far , Creonte , CREONTE . Perchè mi fuggi ? TIRESIA . Io eerto Non ti fuggo, o Signor , ma la fortuna , CREONTE . Dimmi quel che bifogna alla fallite Della Città. TIRESIA . Creonte, or bendimofhi GIOCASTA. Si Defio di confervarh : mi ; dappoi Cb' intefo a pieno avrai quel che t'èafcofj, Non vorrai confentir a quello bene . CREONTE. Come pofs' io non defiar mai Tempre L' utile e '1 ben della Città di Tebe ? TIRESIA . Dunque cerchi d' udir e intender come In breve fpazio confervar la puoi ? CREONTE. Non per altra cagion mandai mio figlio A qui' chiamarti. TIRESIA . Io fon , poiché tu brami , Per foddisfarti : ma mi di fe teco È Meneceo . CREONTE . Non t' è molto difcolto . TIRESIA . Io vorrei che '1 mandarti in altra parte. CREONTE . Per qual cagion non vuoi eh' ei fia prefente ? D 5 li GIOCASTA. TIRESIA . Non vo eh' intenda le parole mie . CREONTE . Ei in' è figliuol, né le farà palei! . TIRESIA . Adunque io parlerò , fend' ei prefente ? CREONTE . Sappi eh' egli, com' io , gode del bene Di Tebe noftra . TIRESIA . Intenderai , Creonte, Che la via di falvar quella Cittade È tal : conven che '1 tuo figliuolo uccidi ; Conven che per la patria del fuo corpo Vittima facci : or ecco quel che cerchi Di faper : e, dappoiché m' hai sforzato A dirti cofa eh' io tacer volea , S' ofFefo t' ho con le parole mie , Di te ti duol, e della tua fortuna. CREONTE . Ah , parole crudeli : oimè , che hai detto Mal' accorto Indovin ì C I O C A S T A. 8j TIRESIA . Quel eh' ordinata È fu nel ciel è di mefìier che fegua . CREONTE . O quanti mali in poco fpazio hai chiufi . TIRESIA . Per te fon mali, e per la patria beni . CREONTE. Pera la patria : io non confento a quefto . TIRESIA . La patria amar fi de fopra ogni cofa . CREONTE . È crudel chi non ama i fuoi figliuoli. TIRESIA . Per comun ben è ben che pianga un folo. CREONTE . Perdendo il mio , non vo falvar 1' altrui . TIRESIA . Non guarda all' util fuo buon cittadino . D 6 g 4 GIOCASTA. CREONTE . Partiti ornai coi vaticinii tuoi. TIRESIA . Sempre la verità fdegno produce . CREONTE . Ti prego ben per quelle bianche chiome, TIRESIA . Il mal che vien dal Ciel non può fehifarfi CREONTE. E per quel facro tuo verace fpirto , TIRESIA . Io non polio disfar quel che fa il Cielo . CREONTE . Che tal Cecieto non palefi altrui . TIRESIA . Dunque tu mi conforti effer bugiardo ? CREONTE . Prego che taci. TIRESIA . Io ciò tacer non voglio : G I O C A S T A. Salvia , per darti nel mal qualche conforto , Ti fo certo eh' al fin fir.ti Signore Di Tebe : il che dimoftra quella fibra Ch' è nafeiuta cial cuor fenza compagna : Siccome ancor la particella ginlta È argomento verifli.no eh' approva La morte di tuo figlio . CREONTE. Sii contento Di non ridir giammai quefto fecreto . TIRESIA . Io noi debbo tacer , nè vo tacerlo . CREONTE . Dunque del mio figliuol farai omicida ì TIRESIA . Di ciò non me, ma la tua /Iella incolpa. CREONTE . E perchè '1 Ciel lui fol condanna a morte ? TIRESIA . Creder fi dee che la cagion fia giufta, CREONTE . Giulio non è chi 1' innocente danna , 16 GIOCASTA. TIRESIA . Pazzo è chi accufa d'ingiuftizia il Cielo . CREONTE. Dal Ciel non può venir opra cattiva. y TIRESI A . Adunque quella eh' ei comanda è buona . CREONTE . Creder non vo che teco pirli Giove . TIRESI A . Perch' io t'annunzio quel eh' a te non piacs. CREONTE . Toglimiti dinanzi, empio , e bugiardo . TIRESI A . Figliuola, andiamo. Pazzo è ben chi adopra L' arte d' indovinar : perocché, s' ei Predice altrui talor le cofe avverfe, Odio n' acquifta ; e , s' eg!i tace il vero 5 Offende i Dei. Era meltier che Apollo Predicede il futuro : io dico Apollo , Che non può temer di nimica offeia j Ma drizziamo, figliuola, i palli altrove» GIOCASTA. Sf CREONTE , e MENECEO. CREONTE . V^/ARO figliuolo mio, l'empia novella Contra di te dell' Indovino hai intefa : Ma non farò giani .mi tanto crudele , Ch' i' confenta, o figliuolo, alla tua morte. Anzi dovete confentir eh' io mora , Padre , dappoiché '1 mio morir fia quello Ch' apporti alla Città vittoria , e pace . Nè fi può tir la più lodata morte, Che per ben della patria ufeir di vita , Non lodo quefta tua mal fana mente . Sapete , padre mio , la vita noftra Elfer fragile e corta , e vemnente Non altro tutta , che travagli e pene : È morte , eh' ad alcun par tanto amara ( Porto tranquil delle mi ferie umane ; Alla qual chi più torto arriva è giunto Più tolto dagli affanni al fuo ripofo . Ma , pollo che quaggiù non fi fentiflè MENECEO . CREONTE MENECEO . SS GIOCASTA. Punto di noja , e non turbale mai Il bel noftro feren l'empia fortuna ; Efl'endo io nato per morir , non fora Opri di gloria , e chiaro nome degna A donar alla patria ov' io fon nato Per lungo bene un breve fpazio d'anni ? Io non credo eh' alcun quello mi neghi . Or, fe a vietar sì gloriola imprefa Cagion fola di me , padre , vi move ; V avvifo che cercate di levarmi Tutto il maggior onor eh' acquiftar porTa : Se per voftra cagion , dovete meno ; Perocché quanto maggior parte avete In Tebe , tanto più dovrefte amarla . ApprelTo avete Emoti , eh' in vece mia , Padre mio caro, rimarrà con voi; Onde , benché di me farete privo , Non farete però privo di figli . CREONTE . 10 non poffo , o' figliuol, fe non biafmare Quello c' hai di morir troppo delio: Che , fe della tua vita non ti cale , Ti dovrebbe doler di me tuo padre ; 11 qual , quanto più innanzi vo poggiando Nella vecchiezza , tanto ho più bifogno Della tua aita . Io già negar non voglio Che'l morir per la patria non apporti GIOCASTA. %9 A gentil cittndin gloria et onore ; M'allor quando fi muor con l'arme in mano, Non come bertia in facrifizio uccifa . E le pur" deve confentir alcuno, Per tal cagione, a volontaria morte , Debbo eflfer io queir un ; che effendo viflb Alfai corfu di tempo , è breve e poco Quel che mi refta di fornir ancora : Et utile maggior la patria noflra Può fperar , fìgliuol mio , dalla tua vita , Che lei giovane e forre , che non puote Sperar da un vecchio, ornai debole e franco. Vivi adunque, fìgliuol; eh' io morir voglio, Come di te già di morir più degno . MENECEO . Degno non è si indegno cambio farli. CREONTE. Se in tal morir è gloria , a me la dona. MENECEO. Non voi, me chiama a quella morte il Cielo. CREONTE . Ambi fiamo un fol corpo , ambi una carne. MENECEO. Padre , io debbo morir , non voi. so GIOCASTA. CREONTE. Morendo Tu , non penfir, figlino!, eh' io relìi in vita. LaiYa adunque eh' io mora , che in tal modo Morrà, figlio , chi deve, e morrà un lblo. MENECEO . Padre ; ficcome , eflendovi figliuolo , Debito officio è l' obbedirvi feinpre; Cosi in quefto farebbe empio e crudele 11 voler confentir a voflre voglie . CREONTE . Troppo fei ingeniofo al proprio danno . MENECEO. Pietà m' infegna a defiar tal morte. CREONTE . E pazzo 1' uom che sè medefmo uccide . MENECEO . Savio è chi cerca d' obbedir ai Dei . CREONTE . Già non vogliono i Dei d'. alcun la morte . MENECEO . Ei ci tolgon la vita, ei ce la danno . GIOCASTA. gì CREONTE . Quefto farebbe da sè ileffò torla . MENECEO* Anzi obbedir a chi non vuol ch'io viva . CREONTE. Qual peccato , o figliuol ,ti danna a morte ? MENECEO. Padre, chi è che non commetta errore ? CREONTE . Error non veggo in te degno di morte. MENECEO. Lo vede Giove che difcerne il tutto. CREONTE. Noi fnper non poteiii qual è fua voglia . MENECEO . Sapemo allor eh'ei ce la fa palefe. CREONTE . Quafi eh' ei feenda a ragionar con noi. MENECEO . Per varj mezzi il fuo fecreto ei n' apre , 92 GIOCASI' A, CREONTE . Pazzo è eh' intender penta il fuo fecreto E , per finir quelta colitela noflra lo ti dico che vo eh' ambi viviamo . Però cìifpónti ad ubbidirmi , e lafcia Quella oftinata tua non dritta voglia , meneceo . Voi potete di ine quanto di voi : E poiché tanto v' è mia vita cara, Io la conferverò , perchè a tutt' ora Spender la polla a benefìcio voltro . CREONTE. Dunque è bifogno che rantolio fgombrì Della Città, pria che Tirefia audace Pubblichi quel che non è iatefo ancora. MENECEO. Dove , et a qual Città debbo ridurmi ì CREONTE. Dove da quella fii via più lontano . MENECEO. Voi comandar , io fatisfarvi deggio . CREONTE . N' andrai al terreno di Tesbroti. GIOCASTA. - CREONTE . 'Jantunque abbia commeflb a mio figliuo- Che il parta di Tebe per falvarli, (lo E si gran pezzo è che da me fi toife ; Nondimeno io non fto fenza paura Che, all' ufeir delle porte, akun non gli abbia Impedito '1 cammino , iofpcttando Di qualche tradimento; e in quello mezzo ir» GIOCASTA. L' Indovin, pubblicando il fuo fccreto , L' abbia fatto cader a quella morte Che cercai foni di fchifarli indarno . E tanto io temo più di quello line , Quanto poc' anzi la vittoria ho intefa Ottenuta da noi nel primo afl'ilto . Ma 1' uom prudente con pazienza deve Sortener ogni colpo di Fortuna . NUNCIO. Oimè , chi fìa colui che mi ditnoftri Ov' è il fratel della Reina noftra ? Ma ecco , eh' egli è qui tutto lofpefo . CREONTE. Se '1 cuor del proprio mal fu mai prefago , Certo cortili, che di me cerca , apporta ( Mifero me ) del mio figliuol la morte . NUNCIO . Signor, quel che temete appunto è il vero, Che '1 voftro Meneceo non è più in vita . CREONTE. Ahi , che non lì può gir contra le ftelle : Ala non conven a me, uè agli anni miei Sparger per gran dolor, (lilla di pianto . Contami tu coni 1 egli è morto , e quale G I O C A S T A. nr La forma è fht.i di fua morte , eh' Io Ti proaietto afcoltar con gli occhi afeiutti. NUNCIO . Sappiate , Signor mio , che '1 voftro figlio Venne innanzi a Eteocle , e dille a lui Con alta voce , che ciafeuno intefe : Re , la vittoria noitra , e la fallite Della Città non è riporta in arme , Ma confitte , Signor , nella mi.; morte : Cosi ricerca , anzi comanda Giove . Onde , fapendo il beneficio eh' io Poffo far alla patria, ben farei Di si degna Cittade ingrato figlio , Se al maggior uopo io ricnf ; ili ufarle . Qui pria vertei , Signor , la mortai gonna, E qui onefto fia ben eh' io me ne fpogli . Però , dappoiché cosi piace ai Dei , Uccido me , perchè viviate voi . Corteli Cittadin , P officio volito Sarà pji d'onorar il corpo mio Di qualche fepoltura , ove li legga : Qui Mcneceo per la fua patria giace : Cosi dilfe, e col lin delle parole Traile il pugnai , e fe 1' afeofe in petto . CREONTE . Più non feguir , e là ritorna donde ni GIOCASTA. Venuto fei . Poiché '1 mio fangue deve Purgar V ira di Giove , ed eifer quello Che lolo pace alla Cittade apporti ; E ben anco ragion ch'io fia iignore Di Tebe ; e ne farò forfè col tempo Per boutade , o per forza . Quello è il nido Delle (celerità . La mia foreìla Sposò il figliuol che prima uccife il padre , E di tal empio abbominofo feme Nacquero i due fra tei , eh' or fon rrafcorlì All' odio sì , eh' o quefto, o quel tiaipento . Ma perchè tocca a me ? perchè al mio l'angue Portar la pena degli altrui peccati ? O felice quel nuncio che mi dica : Creonte , i tuoi nipoti ambi fon morti . Vedrafii allor che differenza fia Da Signor a Signor ; e quanto nuoce L' aver fervilo a giovane alcun tempo . Io vo di qui , per far ch'ai mio figliuolo S' apparecchili 1' efequie ; che faranno Debitamente accompagnate forfè Dall' efequie del corpo d' Eteocle . CORO. .A.LMA concordia , che , prodotta infeno Del gran Dio degli Dei , Per ripofo di noi fceadefti in terra ; G I O C A S T A . xij Tu fola cagion fei Che fi governi il Cie! con giufto freno , E che non ila tra gii elementi guerra . In te fi chiude , e ferra Virtù tanto polente , Che quei regge , e mantiene : E da te fola viene Tutto quel ben che fa l' umana gente Gtiftar quanto è giocoa 'o Quefto che da' mortali è detto mondo . Tu pria da quel COnfufo antico flato , Privo d' ogni ornamento , Dividerti la Macchina celefte : Tu facefti contento Dell' influlTo, e dell' ordine a lui dato Ogni Pianeta : e per te quelle , e quelle , A girar cos'i prede , Stelle vaghe et erranti Scoprono agli occhi uofìri I lor bei lumi fanti : E torto che dal mar Febo fi moftri, Per te lieto et adorno Rifplende il Ciel di luminofo giorno . Tu fola fei cagion eh' a Primavera Nafcano erbette e fiori, E vada eftate de' fuoi frutti carca . Tu fola a' noflri cori Spiri fiamma d' amor pura e fincera, ii4 G I O C A S T A. Per cui non è la ftirpe umana parca ( Mentre a morte li varca ) Di propagar fua prole ; Tal eh 1 ogni fpezie fempre Con dolci amiche tempre Si perpetua quaggiù fin che '1 Ciel vuole : Onde la terra è poi D'uomini , e d'animai ricca fra noi. Per te le cofe umil s' ergono al Cielo, E ovunque il pie fi move, Pace tranquilla i cuor foave e cara : Per te di gioje nove Sempre 1' uomo è ripieno a! caldo, e al gelo , Nè lo turba giammai novella amara . Per te fola s'impara Vita fenza martire : E per te al fin fi regge Con ferma e falda legge Qui ciafeun Regno : e non può mai perire Mortai Dominio , fe'l tuo braccio eterno , Madre di tutti i ben , tiene il governo » Ma fenza te la legge di natura Si folverebbe ; e fenza Te le maggior Città vanno a mina . Senza la tua prefenza La madre col fìgliuol non è fecura , È zoppa la ragion , debole, e china . Senza di te meschina G I O C A S T A. ii; È noftra vita ogn' ora ; È , s'io dritto difcerno , 'Il mollilo ofcuro inferno D'ogni miferia : e f-.fTeio oggimai Quella noltra Città più eh' altra mal . Già mi par di fentir lagrime e pianti Rifonar d' ogni 'ritorno , E le voci falir lino alle ftelle : Veggio il caro foggiorno Quinci e quindi lafciar mede e tremanti, E per tutto gridar Donne e Donzelle. Già le nuove empie e felle Mi fembra udir , ond' io Chiamo felice forte Quella eh' a darfi morte CondiilTe Meneceo , benigno e pio Verfo la patria : e vogli-i Dio che fia Salva col fuo morir la Città mia . Santo , cortefe Padre , A te mi volgo , e fprezzo ogn' altra aita : Soccorri alia Città , che folo puoi . Fa che 1' error d' altrui non nuoccia a noi. ri<5 GIOCASTA. ATTO QUINTO. Ime, che far debb' io ? Pianger me iìeffb, O la ruma della patria ? intorno Di cui veggo sì folta e ol'cura nebbia , Ch'io non io fe maggior copra i' inferno ? Pur ora il mio figliuol m' ho villo innanzi Del proprio fangue orribile e vermiglio , Ch' egli , alla patria troppo caro amico , E al padre filo fiero nimico , ha fparfo , A sè acquattando un 1 onorato nome , E gloria eterna ; a me perpetuo duolo . La cui morte infelice , or tutta afflitta , Piange la cafa mia , tal eh' io non veggo Cofa che più 1* acqueti , o la confoli . Et io venuto fon , perchè Giocafta , Alia forella , benché dolente e mefla , Per tante fue non comparatili pene , Faccia a quel corpo mifero il lavacro , E procuri per lui che più non vive Quanto fi deve : perchè a'morti corpi Convien , per render lor debito onore , CREONTE , e CORO. CREONTE . Andate ? G I O C A S T A. 117 Far facrificio all' infernal Plutone . CORO. Signor, è affai che la forella vo/lra È ui'cita uel palazzo , e con la madre Antigone fanciulla . CREONTE . E dove fono coro . Al campo CREONTE . La cagioti di quello ì CORO. Ha intefo che i figliuol dovevan oggi Combatter per cagion di quello Regno . CREONTE. L'efequie del figliuol in' hanno condotto A non considerar tal cofa, e meno A cercar di ftperla. CORO . E!h n' è andata; E penfo che fin' or farà fornito n8 G I 0 C A S T A. L' empio cluel che ne fpaventa il core . CREONTE . Ecco di quello che per voi fi teme Intlicio chiaro: e lo dimoftra il volta Turbato , e trillo di colini che viuie . NUNCIO , CREONTE, e CORO . NUNCIO. I\Tlfero me,che dir debb'jo? qua!voci, Quai parole formar ? CKEONTE. Principio trLlo. NUNCIO . Mifero me , mifero ne più volte , Nuncio eli crudeltà, nuocici di morte. CREONTE . Appretto 1' altro mal che male apporti ? NUNCIO . I voftri due nepoti, Signor mio, Non fon più vivi. G I O C A S T A. 119 CREONTE. Oimè , grave mina A me infelice , e alla Città racconti . Rea! cala d' Edipo , intendi queiio ? I tuo' cari Signori , i due fratelli, Oggi fon (penti, oggi fon giti a morte . coro . Nuova crudele , oi;nè : Crudelnfima nuova ; Nuova da far che que/te ifteffe mura , Per pietà , fi fpezzafier , lagrimando j E lo finali , s'aveller fenfo umano . CREONTE . Oimè , giovani indegni Di tal calamità : ma ben del tutto Mi fero me. NUNCIO . Più vi parrà, Signore , D' efTer mifero , quando intenderete Maggior miferia . CREONTE. E come , come puote EiTer di ciò miferia altra più grave ? NUNCIO . Con i figliuoli la Reina è morta. izo G I 0 C A S T A. CORO . Piangete , Donne , oiniè , Oimè , Donne , piangete : Piangete il voftio male Senza fperauza di gioir più mai . CREONTE . O mifera Giocarla . Oiinè , che fine acerbo Della tua vita hai foitenuto ? Forfè Hallo permeilo il Cielo , Moflb dall' empie-nozze Del tuo figliuol Edipo ? Ben ti dovea Ifcufare Non faper di peccare . Ma dimmi , Nuncio , dimmi La federata morte Dei due crudi germani , A ciò sforzati e fpinti , Non pur dal fuo dettino , M' ancor dalle biaiteme Del crudo padre loro , Nato per noilro danno ; D' ogni fcelerità nel mondo efempio nuncio . Signor , faper dovete come il fine Della guerra che fu fotto le mura GlOC ASTA. in Era fucceflb arTai felicemente ; Ch' Eteocle cacciato avea gli Argivi Con gran vergogna lor dentro i ripari . Avvenne poi che fi sfidaro infieme Polinice a battaglia et Eteocle , Ponendo fopra lor tutta la guerra . I quai , poiché comparfero nel campo Infieme armati , Polinice prima , Volgendo gli occhi in vedo d' Argo , mofle Quefti all' alma Giunon divoti preghi, Santa Reina , tu ben vedi come Son tuo , dapoi che in matrimonio toliì La figliuola d' Adraflo , e fo dimora Nelli Greca Città : s'io ne fon degno , Concederai eh' i' uccida il mio fratello , Concederai eh' io tinga nel fuo fangue La vincitrice man . So eh' io dimando Certo brutto trionfo , indegne fpoglie ; Ma cagion me ne dà quello crudele. Piante la turba , alle parole intenta Di Polinice , prevedendo il fine Di quel duello : e V uno e 1' altro in vifo Si riguardava (ìupido e tremante , Per la pietà eh' ai giovanetti avea . Quando Eteocle , riguardando il Cielo , Dille : concedi a me , Figlia di Giove, Che quella acuta lancia entri nel petto Di mio fratello , e gli trapafli il core , Teat. Antico, Temo VI. F t in G I O C A S T A . Tal eh' uccida colui eh' indegnamente Turba la patria ed i! ripofo noltro . Cos'i dille Eteocle : e udendo il fegno Della !or pugna , 1' uno e l' altro mode , Come Serpi , o Leon di rabbia ardenti . Ambi a' vifi drizzar le aguzze punte: Ma volfe il Ciel che non ebbero elleno . Gli fendi fi parlar , e l'afte loro Si rupper' arabe , e in mille fcheggie andaro . Ecco , ambi con le fpade ignude in mano Corrono irati 1'un dell'altro addoflb . Di qua i Tebani, e di là dubbj Hanno Gli Argivi ; e quefti, e quei fentono al core Maggior paura per la vita d' ambi, Che non fentono i due nell' arme affanno . Ai torvi afpetti, ai gravi colpi fieri Dimoftravano ben che nel fuo petto Folle quant 1 odio mai, difdegno , ed ira 'Effer polla in due cor di Tigre, ed' Orlo. Polinice fu il primo eh' a Eteocle Feri la delira cofeia ; ma la piaga Giudicata non fu molto profonda . Gridaro allor pien di letizia i Greci: Ma tacquer tofto ; eh' Eteocle imnierfe La punta della fpada a Polinice Nel manco braccio dif innato , e nudo D' ogni riparo, e fuor ne traffe il fangue , Che ftillante n' ufcì , fervente , e caldo. GIOCASTA. I2J Nè fi fermò , che 1' urnbilicc ancora D' uh' altra punta al fuo fratello aperfe; Ondc'l mefchino abbandonando il freno , Pallido cadde de! cavallo in terra : Non tarda il nolìro Duca : ma difeende Anch' ei del proprio , e all'infelice accorre, Per torre a quel le guadagnate fpeglie : Ed era t^nto a difpoglhrlo intento ; Siccome quel cheli credea d'avere Già la vittoria del fratello uccifo ; Che non s' accorfe che egli, eh' avea tratto In mano il fuo pugnale , e'1 tenea (treno Con quel vigor che gii reftava ancora , Gli trapafsò in un colpo il petto e '1 care. Cadde Eteocle allor fopra il fratello E P uno e P altro fanguinofo diede Agli Argivi , e ai Ttban fpettacol fiero . *, CORO . Ah de' notòri Signor mifero fine ! CREONTE . Edipo , Edipo, i' piango i tuoi figliuoli , Perchè fon mici nipoti : ma dovrebbe Di quella morte in te cader la per,- ; Perchè tu fol con le preghiere tifate r Nel danno loro gli hu condotti a toorte . ! Ma fegui quanto a raccontar ti rerta . # F i U4 GIOCASTA. NUNCIO . Tofìo che i due fratei cader trafitti Miieramente dalle proprie mani , Verfando 1' un fopra dell' altro il {angue ; Ecco venir 1' afflitta madre infieme Con la vergine Antigone : la quale Non si tolto gli vide in quello flato , Che d'un mifero oimè percofTe il Cielo. Ah , diceva , figliuoli , ah , troppo tardo Ora è l'ajutp mio , tardo ioccorfo V apporto : e col gridar fu giunta appreffò I due cari figliuoli , ove piangendo , Formò lamenti da fermar il Sole. La pietofi forella, anch' ella infieme Con la madre rigando ambe le guancia Di largo pianto , dal profondo petto Traile quelle amariflime parole : Cari fratelli miei , la madre Jioftra Abbandonate rdior che quella fua Già fianca età, sì debole e canuta, Più dibifogno avea del voftro ajuto : Cari fratelli miei, voi ci lafciate Ambe fenza conforto , e fenza pace . Al fuon di tai lamenti il Signor nofìro Mandò con gran fatica fuor del petto Un debole fofpiro, e alzò la mano , Quali inoltrando di voler alquanto Racconfolar la madre, e la forella : G I 0 C A S T A. 125 Ma in vece di parole fuor per gli occhi Gli ufeir alcune lagrime , e dipoi Chiufe le mani, e abbandonò, la luce . Ma rivolgendo Polinice gli occhi Alla forella , ed alla vecchia madre , Difle con baffi ed imperfetti accenti : Madre, come vedete., io giungo al fine Dell'infelice mio breve cammino : Nè mi refi' altro , fuor che di dolermi Per voi, ch'io lafcio , e per la mia forella In continue miferie , e parimente Dolgomi della morte d'Eteocle; Che , febben il crudel mi fu nimico , Era di voi figliuolo, e a me fratello . Or , mentre ambi n'andremo ai Regni Stigi, Pregavi, o madre , e tu cara forella ; Che procurar vogliate che '1 mio corpo Abbia nella mia patria fepoltura . Or mi chiudete con le voMre mani, Madre , queit' occhi, e rimanete in pace5 Che già circondali le mie luci intorno Le tenebre perpetue della morte . Così diife , et iniieme mandò fuori L'alma ch'era già in via per dipartirli . Ma la madre, vedendo ambi i figliuoli Morti , vinta dr.! duol , colfe il pugnale Di Polinice, e fi pafsò la gola , E cadde in mezzo ai fuoi figliuoli morta., *' i iz6 GIOCASI À. Con le deboli man quelli abbracciando; Siccome feco in compagnia voleffe PaCCn metta e fcontenta all'altra riva. Poiché 1' empio de ititi conduce a morte Con due cari ngìiuoi la madre infieme , Allor tra' noftri , e tra'nemici nacque Grave conrefi ; che ciaicun volea Che dal ilio lato la vittoria falfe . Al fin fi corfe all' arme , e combattendo Arditamente d'una, e d' altri parte, Fuggir gli Argivi , e con fatica pochi Si falvar , che ne furo uccifi tanti, Ch' altro non fi vedea , che l'angue , e corpi. Be' no Ari altri reftar di fuora intenti A dipreJar e a difpogliar gli uccifi ; Altri partian tra lor le ricche prede : Altri, feguen.lo Antigone , levaro -La Reina Giocafta , et i fratelli Sopra d' un carro , e qui gli portan ora . Così da un cantò la vittoria abbiamo ; Dall'altro più che : vinti abbiam perduto, Poiché miftra iti ente in qiiefta guerra I tre noftri Signor perduto abbiamo . Dura infelicità ! Già non udimmo Noi de'noftri Signor 1" acerba morte ? Ma, quel eh' è più crudel, veggumo ancor» G I O C A S T A. 127 I tre corpi defunti : eccogli avanti. XjLmarissimo pianto, Donne , Donne , conviene : Convien che ciafcaduna , Non pur pianga e il dolga Ma fquarci i crini , e fi percuota il volto . Ecco , fra cine figliuoli Qui la Reina morta : Quella che ainafle tanto , Quella eh 1 ad una ad una Voi tutte, come figlie , Nudrir e amar folea : Or v' ha lafciate , ahi forte, Con troppo cruda morte, Sconfidate , dolenti , lenza aita . Ahi , dolorofa vita , Perchè ancor refti in me? Dunque ho potuta Veder morir colei Che mi die quefta vita , Et io rimaner viva ? Oimè, chi porgerà sì largo umore A quefle luci afflitte, Che badi a lagrimar quanto i' vorrei ANTIGONE, e CORO . ANTIGONE . F 4 r.8 GIOCASI' A. L'interno mio dolore ? CORO. Ben crudo è chi non piange, O mifera fanciulla . ANTIGONE . Madre , perduto io v' ho , perduto infieme Ho i miei cari fratelli. O Polinice mio, tu col tuo fangue Hai porto fine alla crudel contefa Ch' avevi con colui Cile già ti tolfe il Regno ; E finalmente t'ha la vita tolta. Che non può l'ira, oiinè, che non può l'ira l Lalla , che far debbi io ? Già voi vivendo , era mia fpeme viva Di vedermi gioire Di fortunate nozze , E fentirmi chiamar donna , e Reina . Or col voftro morire È la fperanza morta ; E non fpero giammai, Se non tormenti e guai, Se pur quefta mia man fia tanto vile » Che non fappia finire Quefta mifera vira . GIOCA STA. 129 CORO . Deh , non voler , fanciulla Infelice e dolente , Accrefcer danno a danno . ANTIGONE . Infelice quel giorno Che nacque il padre mio ; Più infelice quel!' ora Che coronato fu Re di Tebani. Allor empio Imeneo Congiunfe , oimè , con federate nozze In un medefmo letto Il fìgliuol e la madre ; Onde noi fiamo nati A patir il flagello Deili coflor peccati . O padre , che fei privo E di luce e di gioja , Afcoka , afcolta quello Che tu non puoi vedere } In quefta parte aliai Fortunato e felice : Che , fe veder potefiì L' uno e 1' altro figliuolo ; E nel mezzo di loro Ea tua conforte , e madre Tutti tinti e bagnati F 5 i 5 o G I O C A S T A. In un medefrao fangue , Morrefti a'.lor ; e così fora eftinta Tutta la noftra cafa : J\T 1 più tolto infelice ; Che il non veder quello fpetncol duro Cagion farà che ferberai la vita A perpetui tormenti : E tra pena e martire Ogif or morrai , per non poter morire . EDl'PO, ANTIGONE, e CORO. EDIPO. I erchè , figliuola mia , Ufi:ir fai quello cieco Dal fuo cieco ed ofeuro Albergo di miferie e di lamenti A quella luce chiara Che di veder fui indegno ? E chi potrà veder lenza tormento ( Ahi , fato acerbo e forte ) Quefta, non d' uom, ma immagine di morte ANTIGONE . Padre, infelice nuova A voftre orecchie apporto : I due voftri figliuoli GIOCASI' A. 151 Più non veggono luce : -\ Nè la voftra conforte , Che sì pietoAmente Era guida e foftegno De' vo/tri ciechi paffi , Vede più il lume , oimè , di quella vita .' EDIPO. O miferia infinita , Tu pur accrelci, quando Io penfava che nuovo alto dolore Giunger non lì potefle Alle gravofe mie perpetue pene . Ma con qual morte , ahi laffb, Tre anime mcfchine Sono ulcite di vita ? ANTIGONE . Io lo dirò , non per riprender voi , Caro e dolce mio padre. Quella c Uliva forte Che voi fe nafcer, perchè defte poi Al voftro padre morte; È pervenuta ancor con pene e duoli Nei miferi figliuoli . EDIPO , Oimè, oimè. F 6 ijz GIOCASTA. ANTICOKE. E che piangete voi ì EDIPO . I miei figliuoli io piango . ANTIGONE . Più piangerefte , o padre , Se gli vedeile innanzi Pallidi e fanguinofi. EDIPO . Già conofco qual Ila Mata la morte Degli infelici : or fegui Quella della mia cara , Dirò madre , o conforte ? ANTIGONE . La madre mia , dappoi Che vide morti i iuoi Due cari pegni , Siccome il duol le avea trafitto il core ; Così pallida , efangue , Col pugnai che palfato Aveva il manco lato Del mifero Eteocle , Si trapafió la gola E cadde, oiir.è , lenza pur dir parola , GIOCASTA. ij| L' uno , e l'altro figliuolo Con le mani abbracciando : Ed io fui tanto cruda , Che fon rimala viva . coro . Quello giorno infelice Alla cala d" Edipo È gìjrno, oimè , cagion di molti mali . Voglia Dio ch'egli fia Alla fua gente afflitta Cagion di miglior vita . CREONTE , EDIPO , e ANTIGONE , ly Onne , lafciate ornai querele e pianti Che tempo è già di feppellir il corpo i Del voftro Re con onorate e&quie . Tu , Edipo , afcolta quel che dir ti voglio Sappi che per la dote di tua figlia Antigone ad Emone il tuo figliuolo Eteocle lafciò , quand' ei morilfe , Ch'a me , co ne a fratello di fua madre , PerveniiTe il dominio de' Tebani, E pofeia il mio figliuol ne fofie erede ; Ond' io , come Signor e P^e di Tebe , CREONTE . ) ij4 G I O C A S T A. Non vo conceder che più alberghi in lei : Nè ti maravigliar del voler mio ; Nè ti doler di me, perocché '1 Cielo ; Che volger fuol tutte le cofe umane , Così difponc: e ch'ij ti parli il vero , Tirella, eh'è indovin di quanto avviene, Predetto ha chiaramente alla Cittide Che, mentre in Tebe tu farai dimora , Da novo mal fia moleitata fempre : Però ti parti : e non penfar ch'io d.ca Tai parole per odio eh' io ti porti , O perchè i' fia , che non ti fon, nimico ; Ma fol per ben di quella terra afflitta . EDIPO. O crudel mio defila , ben fatto m' hai Nafccr alle milerie e alle fatiche Di quella morte che fi chiama vita , Più eh' uoìii mortai che mai nafeeffe in terra. Non era ancora nato , che mio padre Intefe , oimè, eh' io lo torrei ci2 vita : Onde appena , mef. hiuo, aperfi gli occhi, Ch'ei mi fece gettar cibo alle fere . Ma che? Pervenni a Real (tato : e dopo L'uccifi pur , non lo fapenvio : e giacqui Sceierato marito con mia madre , Di cui, laflb , n' ebb'io figliuoli, e figlie . E a tal peccato feekrato ed empio mm G I O C A S T A. ijy Sforzommi il Ciel ; contra di cui non giovt Configlio umilio , e ai' hi con.'otto a tale, Ch' io porto odio a -né ftef!b . Or finalmente, Dopo 1' aver intefo ambe le morti De' miei "figliuoli , e della moglie, vuole La mia flella nimica che , fenz' occhi , E in eftrema vecchiezza , errando io vada , Quando le membra mie deboli e (lanche Hau del ripofo lor maggior bifogno. O Creonte crudel, perchè m' uccidi ? Che m' uccidi, crude!, cacciando fuori Me de'la mia Città . Ma non per quello Avverrà ch'io ti preghi, e eh 1 io m'inchini Ninzi a'tuoi piedi . Tolgami fortuna Ciò eh'eli i puote ; non farà giammai Ch'ella mi polla tor V animo invitto Ch' ebbi in tutti i miei dì, tal ch'io difeenda Per ti laidezza ad alcun atto vile: Fa quel che puoi ; io farò fempre Edipo CREONTE . Ben parli, Edipo , e ti configlio anch' io A ferfaar 1' alterezza che fu fempre Naturai del tuo cuore: e ti fo certo Che , fe baciarti ben quelle ginocchia , Et adoprafli ogni preghiera meco ; Non per quello concederti vorrei Ch' un' ora fola rimanerli in Tebe. \ rjtf G I O C A S T A. Or fi te voi , Teban , debite efequle Alia Reina , ad Etoocle ; e a quelli Preparate oggimai la fepoltura . Ma Polinice , liccome nimico Della patria, portate fuor di Tebe : Nè alcuno fia che feppellirlo ardifca ; Che per pena n' avrà torlo la morte . Ma fuor della Città refti iufepoìto , Senza onor, fenza pianto , efca agli uccelli. Tu , lafciando le lagrime , va dentro , Antigone ; e difponti all' allegrezza Delle tue nozze : perocché domani Sarai consorte al mio figliuolo Emone . ANTIGONE . Padre , noi damo in gran miferie involti : E veramente affai più piango voi , Ch'io non fo quelli morti : non che l'uno Mal fia forfè leggiero , e 1' altro grave; Ma perchè voi, voi fol tutte avanzate Le miferie del mondo ad una ad una . Ma voi , novo Signor , per qual cagione Sbandite il padre mio del proprio leggio ? Perchè volete ancor che quello afflitto Corpo dell' innocente mio fratello Refti privo , mefchin , di fepoltura ? CREONTE . Tal legge non è mia, ma d' Eteoc'.e , MMP! GIOCASTA. ij7 " ANTIGONE . Ei fu crudel, e voi a obbedirlo fciocco . CREONTE . Obbca'ir a chi regge è cofi indegna ! ANTIGONE . Indegna, quando il fuo comando è ingiudo . CREONTE. Ingiuflo è che coftui pafea le fere ? ANTIGONE . A lui non fi convien pena si grave. CREONTE . Della patria non fu quelli nimico I ANTIGONE . Nemico fu chi 1' avea fpinto fuori . CREONTE . Non prefe contra la fua patria 1* arme $ ANTIGONE . Non pecca chi acquiftar procaccia il fuo . CREONTE. Egli mal grado tuo Itarà infepolto . i 3 8 G I 0 C A S T A. ANTIGONE . Io lo fsppellirò con quefte mani. CREONTE. Preflo di lui feppe'.lirai te ancor» . ANTIGONE. Lode fia due fratei fepolti infame . CREONTE. Cortei prendete , e portatela dentro . ANTIGONE. Non penfate ch'io laici quello corpo. CREONTE . Impedir non potrai quel eh' è ordinato ANTIGONE . Iniqua legge è il far ingiuria ai morti. CREONTE . Terra noi coprirà , nè dee coprirlo . ANTIGONE . Io vi prego , Creonte , per l'amore. . CREONTE. Non gioveranno a te loiinghe e preghi GIOCASTA. 139 ANTIGONE. Che portafte a Giocafla, mentre villi , CREONTE. Sono le tue parole al vento fparfe . ANTIGONE . Mi concediate eh' io lo lavi almeno . CREONTE. Quello giudo non è ch'io ti conceda. ANTIGONE . Cariffimo fratel , 1' empio e crudele Non potrà far con le fue iugulile forze Ch' io non ti baci ; e quella cara faccia , E quelle piaghe col mio pianto lavi. CREONTE. Deh , femph'ce fanciulla , e veramente Sciocca , non apportar con que.li pianti Trillo e mifero augurio alle tue nozze . ANTIGONE. Viva non farò mai moglie di Emone. CREONTE. Ricufi. di efier moglie al mio figliuolo ? 140 G I 0 C A S T A. ANTTG0NE . Non voglio effer di lui, uè d' altri mogli CREONTE . Farò che ci farai, vogli, o non vogli • ANTIGONE. Ti pentirai d'avermi tifato forza, CREONTE. E che potrai tu far , ond' io m' penta ì ANTIGONE. Con un eoltel reciderò quel nodo . CREONTE . Pazza farai, fe te medefma uccidi . ANTIGONE. Io feguirò lo fìil d' alcune accorte . CREONTE. T'intenderò , fe tu più chiaro parli. ANTIGONE . L' ucciderò , con quefta mano ardita . CREONTE . Temeraria , e cruclel , ardifci quefto ? GIOCASTA. 141 ANTIGONE . Perchè non debbo ardir si bella imprefa ? CREONTE . A che fin , pazza, quelle nozze fprezzi ? ANTIGONE . Per feguir nell' efilio il padre mio . CREONTE. Quel eh' in altri è grandezza è in te pazzia ANTIGONE. Morronne ancor , quando ne fia biibgno CREONTE . Partiti pria che'l mio figliuolo ancidi; Efci , inoltro inferual , della Cittade. EDIPO . Io lodo , figlia, quelta tua fortezza . ANTIGONE . Non farà mai eh' accompagnata i' fi? , E voi , padre , n' andiate errando folo . EDIPO . Lafciami fol nelle mie pene , figlia : i 4 2 G I O C A S T A • E tu , mentre che puoi , rerta felice. ANTIGONE . E chi faria de'voflri palli guida , Mifero vecchio , e deile luci privo? EDIPO . N' andrò , figliuola , ove vorrà la forte, Ripolando il mefchin corpo dolente Dovunque gli farà coperti il Cielo : Che, in cambio di palagi e ricchi letti , Le felve , le fpelunche , e gli antri oicuri, Mifero vecchio, mi daranno albergo. ANTIGONE . Ahi , dove è , padre mio, la gloria vedrà? EDIPO . Un dì mi fe felice , un dì m' ha uccifo. ANTIGONE. Dunque io farò de' voftri mali a parte. EDIPO . Non conven, fend' io vecchio, e tu fanciulla- ANTIGONE . Cecia , padre , l'onor alla pietate . GIOCASTA. 14J edito . Ove è la madre tua ? fa eh' io la tocchi : Fa che fi renda manifefto al tatto Il mal che gli occhi*ora veder non ponno. ANTIGONE . Qui, padre , è il corpo : qui la man ponete, EDIPO . O madre , o moglie , mifera egualmente , Addolorata madre , Addolorata moglie ; Oimè , \olelle Dio , volefle Iddio Non t'olii fiata mai moglie , ni madre . Ma dove giace , o figlia , Il miferabil corpo Dell' uno e 1' altro mio Infelice figliuolo ? ANTIGONE . Qui giacen morti P un dell' altro appreìTo. EDIPO . Stendi qiiefìa mia man, (tendila , figlia , Sopra i lor vili. ANTIGONE . Voi toccate , padre , 144 G I O C A S T A I volhi figli . EDIPO . O cari corpi , cari Al voftro padre , e parimente a lui Mifero , corpi miferi e infelici. ANTIGONE. O cariflimo a me nome del mio Cariflimo fratello Polinice . Deh , perchi non pofs' io con la mia morte Impetrar da Creonte Al tuo mifero corpo fepoltura ? EDIPO . Or F oracol d' Apollo ha, figlia , effetto . ANTIGONE . Predifs' ei nuovi affanni ai noftri affanni ? EDIPO . Ch' Atene efl'er dovea fin di mia vita . Or poiché tu defidcri , figliuola, Nel duro efilio mio d' eifer compagna , Porgi la cara man, e andiamo infieme . ANTIGONE . Amato padre, io v'accompagno e guido, Debil G I O C A S T A. i 4J Debil foflegno , e fcorta , Per la dubbiofa {tracia a gran perigli, EDIPO. Al mifero farai mifera guida . ANTIGONE . Certo da quella parte eguale al padre . EDIPO . Dove porrò quello tremante piede ? Porgimi ., ahi Iaffb, porgimi il barione , Sopra dei quale io mi foflenga alquanto . ANTIGONE . Qui, padre , qui 1' antico pie ponete . EDIPO . Altri io non fo incolpar del danno mio, Che'l mio de/tin crudele : Tu folo fei cagion eh' or cieco, e vecchia Me ne vado lontan della mia terra ; E pato quel che non dovrei patire . ANTIGONE . Padre mio, la giultizia non riguarda Con diritt'occhio i miferi ; e non fuols Gaftigar le pazzie di chi comanda . Teat. Antico, Tomo VI. £ MS GIOCASTA. EDIPO . Mifero me, quanto mutato io fono Da quel eh' io fui. Ben fon , ben fono Edipo, Che trionfò d' alta vittoria in Tebe ; Già temuto e onerato : or ( quando piace Alla mia ftella ) difprezznto , e pollo Nel fondo , oimè , delle miferie umane , Tal che del primo Edipo in me non refta Altro, che '1 nome, e quefta effigie fola, Ch' aliai più tolto s' aftbiniglia ad ombra, Ch' a forma d' uomo . ANTIGONE . O caro padre , ornai Ponete neli' obblio la rimembranza Della pattata a voi felice vita ; Che ricordarli il ben doppia la noja ; -, E foftenete le prefenti pene ; Perchè pazienza alieggerifee il male . Ecco , eh' io vengo per morir con voi , Non già come real figlia, ma come Abbietta ferva , poveri , e infelice; Acciocché , avendo a fopportar il pefo Della miferia si fede! compagna, I tormenti di voi fiano men gravi • EDIPO . O fok del mio mal dolce conforto . ■Av CIOC ASTA. 147 ANTIGONE. Ogni Comma pitta debita è a voi : Cosi voleffè Iddio Che feppellir poteffi li corpo , oimè, di Polinice mio : Ma ciò non pollo : e '1 non poter m'accreice Doppia pena e martire . EDIPO . Quefto onefto defio follo fentire Alle compagne tue : forfè ch'alcuna , MoiTa dalla pietà , cara figliuola , Si condurrà per far si degno effetto . ANTIGONE . O padre mio , nella fortuna avverfa Mal fi trova compagno . EDIPO . Or drizziamo il camin , figliuola, adunque Verfo i più afpri e più faflbfi Monti , Dove veftigio mnan non fi dimoila j Acciò felici chi ci vide un tempo Or non ci vegga mi feri e mendichi. ANTIGONE . Patria , io men vado d' ogni mio ben priva Nel più leggiadro fior de' miei verd' anni; G 2 i 4 8 GIOCASTA. E tu retti in poter del mio nimico . Ma ben io raccomando , o Donne , a voi La sfortunata mia forella Ifmene . EDIPO . Cari miei Cittadini , ecco che 'I voflro Signor , e Re , che alla Città di Tebe Refe quiete , e fecurezza , e pace ; Or , come voi vedete , appreflb tutti Negletto e vile , e in rozzi panni involto , Scacciato del terren dov'egli nacque , Prende ( mercè del voftro empio Tiranno) Povero peregrin eillio eterno . Ma perchè piango , e mi lamento in damo ? Couven ch'ogni mortai fofFra e patifea Tutto quel che qua giù deftina il Cielo . CORO. ottf 1' efempio d' Edipo Impari ognun che regge Come cangia Fortuna ordine , e flile ; Tal che '1 baffo et umile Siede in alto fovente , E colui che iuperbo Ebbe già iignoria di molta gente GIOCASI' A. 149 Speflb fi trova in flato afpro et acerbo Onde , ficcome di fplendor al Sole Cede la bianca Luna , Cosi ingegno e virtù cede a Fortuna . FINE, j MARIANNA TRAGEDIA D i M. LODOVICO DOLCE. AL MAGNIFICO , E VIRTUOSISSIMO M. ANTONIO MOLINO. JTLra nel vero ben convenevole , Mag. M. Antonio , che avendo voi ricercato da me , eh' io dettai!! la preferite Tragedia , e dapoi non fenza moka voftra fatica procurato et ottenuto , che ella pubblicamente Ci recitale , follie fimilmente cagione, che fi delle alle ftampe. Io, per confeffar la verità, era fopra modo difiderofo , che la medefima li rapprefentaife ; non , perchè io la ftimafTì più dì quello, eh' era dicevole ; ma a fine, che udendola bia- /ìmare e mordere da alcuni , f! fa- celTe faggio del giudicio univerfale. E avenuco adunque , che prima , effendo , come per prova , recitata in cafa del Mag. e dottifs. S. Seba- fliano Erizzo , lenza non pur la Mafie a , e Io apparato della Scena; che fono porte da Aditotele come parti principali e neceffarie alla favola ; ina fenza ancora i veftimenti : ella fu comunemente lodata da trecento e più gentiluomini , che vi fi erano raunati per udirla. Et efiendo dipoi recitata con gli abiti, col canto , e con gli ornamenti convenevoli nel palagio dell' Eccellentilfimo S. Duca di Ferrara ; quantunque la prima volta per la gran moltitudine fofie turbato il rapprefentarla : la feconda fu confermato il giudicio primiero . Di che ne tengo obligo primieramente a voi , che ne fete flato il capo , et a quelli altri gentiluomini , che ve ne fono Itati compagni . E dovendo ella ufeir fuori, ho giudicato Umilmente convenevole , che ella efea fotto il nome vo- ftro : si per le cagioni dette di fo- tu pra, come per li molti oblighi, che io vi porto ; e fpecialmente per le voftre fegnalate virtù .Voi fete nato di padre e di madre legittimamente nobili , e da fanciullo applicale 1' animo ad ogni bella virtù , degna di gentiluomo . Onde poi in maneggiare arme , in mufìca , in agilità e deprezza del corpo , e nelle volgari lettere fete riufcito perfetto . Oltre a ciò dandovi alla lingua Greca e allaBergamafca più volte, que- fte per voftro diporto contrafacendo , e componendo ,e recitando Co- medie , avete ottenuto il nome, del primo, che in quella Città fi abbia lafciato giammai vedere et udire in Scena . Oltre a ciò fete di sì bello e ben comporto animo , che a voi non fi può opporre difetto veruno. Ardente nella religione, ripieno di carità , e cortefe e liberale verfo ciafcuno , in guifa , che non è alcuno , che non vi ami et onori . E x$6 già i voftri piacevoli Poemi, Sonetti, et altri componimenti volano per la bocca di tutti , e da tutti gì' intendenti , e che gultano quelle lingue , vengono letti e celebrati . A voi adunque io faccio dono di quello , che ragionevolmente li può dir voftro. Ricevete adunque il mio animo , e difendete le cofe voftre . In Venezia Ai XXV. Di Maggio . M D L X V. LODOVICO DOLCE. 157 l;a tragedia parla, e fa il prologo. J.0 ; quii vedete a quefti ofcuri panni, A queito fcettro , a quefta ignuda fpada , Et a quefta corona ; fon coki, Che Tragedia nomar gli antichi Greci. Nè V Origine mia fcende da! Cielo; Ch'io già nacqui tra voi, non tra privati, Ma tra Principi, Regi, e I operatori . Nè, come la Comedia , apporr > giuochi, h diletti e piacer, ma doglie e pianti, Rapprelentando morti atre e funeite O di Tira ini , o di Re giulti , opprcfli Da nimica Fortuna , o di Reine ; Che di palTar nel volgo non mi cale . Nè però mi ricorda unqua fra Greci Nè fra Latin ; eh' alcun de' miti feguaci Consentine, ch'innanzi a riguardanti Omicidio d'altrui (i commettere : Ch' oltre , eh' è cofa orribile a vedere Privar di vita un'uom , bench'ei fia degno, Hanno avuto per lume altra ragione . Onde colui, che qui condotta m'ave . «5* Dietro la (corta di sì chiari Duci In quello al Venufin volle accoftarfi , Che con Lirici verfi di lontano Si lafciò in*tutto e Pindaro et Alceo : E non al gran difcepol di Platone , Il quale hi di ine fcritto ordini e leggi. Che fe ben fu Filofufo di tanto Sonoro grido , egk non fu Poeta • E chi vuol por le Poefie di quanti Tragici fur dentro le fue bilancie , Non farà degno di tal nome alcuno . E perdonimi, s' io gli pongo avaate In ciò il giudicio di Poeta illuftre : Che con l'opre inoltrò , quant' ei fapea . M i , per dir di me fteffa alcuna cofa t Io ftava , a guifa di Donzella , afflitta , Che rifiutati fia da chi V aveva De le fue nozze riputata degna . Non ch'io folli però tanto arrogante , Ch' io volefìi aguagiinrmi di bellezza Ad alcune onorate mie compagne : Sì come a Sofonisba , et a Canace , Ad Orbecche , a Rofmonda , e ad altre tali Ma fo! per gran defio d' effer veduta Da voi Signori, e comparire in Scena. Or , che mere} di quei, che m'hanraccolta L' oneilo mio defir veggio adempito , Tutta allegra a' Yoftr'occhi io m'apprefento Ijy E fpero ancor , qual Io mi fia, dovervi Piacer (s' io non m'inganno ) come v'hanue Piaciuto già le prime mie fertile ; Ifigenia, Giocafta , e quella Dido , Che '1 mio gran Mintovan con darle morte Fece immortale appar de' fecol tutti ; E movervi a pietà forfè non meno , Che vi ino (Te già mai miferia altrui . Ben confetto > eh' in me non troverete Superbe voci , nè epiteti gravi , Ma ( fe pur quello a voi prometter poflb } Sermon foave , e dir facile e puro . l\'è m' è accaduto il gir con troppa cura Cercando 1' arte : perchè da fe ìieflb Il foggerto indurrà ne 1 voftri petti Quella pietà , che muove i cuori umani. E forfè , eh' io vedrò tinger le guancie Di caldo pianto a voi leggiadre Donne . D' alta bcltade , e di virtute efenipio , E chiaro fpecchio d' onelìate invitta . Qui vedrete ad un tempo odio , et amore t Difdegno e gelofia gioltrar di pari Nel cuor d' Erode ; e lui dannar a morte La fuocera , la moglie , e i propri) figli ; E poi t E , fe bea pofe man nel voitro fangue , Per la c •gioii , che dite , è certo degno Almen di feufa , fe non di perdono . Che, come effer fra noi difpiace fervo A ciafeun , eh'è dotato d' intelletto : ( Che no '1 comporta la natura umana ) Così a V incontro chi più fa , più brama Aver imperio altrui ; s' ei ben i' ottienne Non per virtù , ma per inganni e forza . Poi l'eco vilfa in un medefmo letto Sete tanti anni, eh' ora è troppo tardo Il dolervi di cofa , che non puote , Come trafeorfa, ritornar a dietro : Anzi deve del tutto feppellirfi, Com'è in proverbio, ne 1' oblio di Lete . Ma feopritemi pur , quanto vi piace ; Che ben fapete , che mai fempre io fui De' penlier voftri fecretaria antica . MARIANNA. 171 MARIANNA . Se dir mi dei crude! , faprai dapoi, Ch' io t' avrò fatto manifefto il fogno . Dunque udirai , che la pafTats notte Ne P apparir de la novella Aurora Mi chiufe ambe le luci un lieve lbnno : Quando a me parve di vedermi avante Un giovane, eh' involto in negri panni Avea la gola fanguinofa e '1 petto ; Anzi pnrea, che d'ambi parimente Ufcifie fuori un gran rivo di (angue . Quelli tolto, chiamandomi per nome. Mi diiTe : Marianna , non conofei 11 mifero Ariftobol tuo fratello ? Arillobo'.o io fono a te si caio , Mentre l'aura virai qui mi foltenne j E non ho , come vedi , abandenato 11 cieco Regno de la morta gente Per dolerci di te , che moglie vivi D' un , che nel fangue mio tinfe le mani; Ma fo!o per recarti utile avvifo , Che ti guardi da Erode , che nel fine Non ti fciolga di vita , come fciolfe Quelle dolenti mie membra mefehine . Non , perch' odio ti porti ; eh' egli t' ama, Quanto fi polla amar cofa terrena ; Ma folo indotto a ciò da van fofpetto De l'empia avvelenata geiofia . H 1 j 7 j MARIANNA. Guardifi ancor da' fuoi nafcolì sdegni La mifera Reina , noftra madre , E due tuoi figli ; un , che.'l mio nome porta, E 1' altro , eh'è dal Tuo detto Àleffandro . E , fe ambedue finir potrete vive Tutto lo fpazio del feguente giorno , Lo potrete fegnar con bianche pietre . Quello mi bilia averti detto. Io torno, Onde venuto i' fon , perchè non poffo I rai l'offrir de la tranquilla luce, Che mi sforza mal grado a dipartirmi . Ciò derto, in un momento dileguoffi; E fi partì da le mie luci il fonno E '1 petto mi trovai molle di pianto . Quello è '1 mio fogno . Or da me intenderai Conformi effetti, che feguiro avanti ; E parimente udj-Si cofa , che folo A mia madre , al mio Eunuco è manifefta = BERENICE. Non fono da {prezzar, Reina, i fogni; Però , che Dio fono a sì fatti veli Ci feopre il ver de le future cofe . Ma di quello, eh' a gli occhi fi dimoftra , Non fi può non aver ferma certezza , Nè dubitar , che fian l'imagin falfe . MA RIANNA . Tu dei faper, eh' Erode ( il qual giamai MARI AN N A. i 7 j Marito i' non dirò ) non fono ancora Dodici meli , o tredici forniti, Per certe gravi acctife fu chiamato Dal grande Augufto Imperator di Roma, Il qu?.l avendo Marc' Antonio vinto Con battaglia naval là tra que' mari , Et ei non fenza biafmo indi fuggendo Con Cleopatra fua verfo l'Egitto , Volfe colà le vincitrici infegne ; E fece si , che l'uno e l'altro al fine Per difperazion il die la morte : Quelli col ferro , e quella col veneno ; Col veneno mortifero de 1' Alpe , Ond' ella involta in un profondo fonne Si lafciò morder fotto a la mammella. Gencrofa Reina , che più tolto Volle morir , xh'a guifa di cattiva Effer di quel felice alto Monarca Nel trionfo condotta innanzi al carro. Ora , effóndo chiamato ne l'Egitto, Andovvi Erode , e pria , eh'egli v' andafle Come colui , ch'affli ben conofeeva Per più delitti meritar la morte; Impofe a un fuo fedel, che s' avvenirle In quefta andata il fin de la fua vita , Con la fua propria man ei m' uccideffè, E me non fol, ma la Reina ancora . Vedi, fe quefto è , come dici, fogno H { 174 MARIANNA. Di buona inerite e ci' amorofo affetto , O pur di cnideltate e di fierezza. Ma'l fuo fedele, anteponendo in quelt» A l'obligo il dovere e la pietate, A mia madre et a me fece palefe Quel, ch'importo gli avea I" afpro Tiranno, E tale è la cagion , eh' effendo Erode Ieri tornato a falvamenro a noi, E i più teneri affetti a me moftrando , Ch' a cara moglie dimoffrar li ponno , Con poco lieto afpetto io lo raccolfi . E quinci avvien, eh' io teina, che 'I mio fogna Fuefca verità palefe e chiara ; S' io ftefìa non m' oppongo a la mia forte; E l'animo in fra due fofpefo pende . Ch'io vorrei prevenir quello crudele, Ma non è la mia mano avvezza al ferro . BERENICE . Fiera impofizion fu veramente Quella del nollro Re .- né può chiamarli In fatto cos'i reo , fe non iugulilo . Ma , s' io rifguardo, e giudico ben dritto , Già non fu crudeltà, eh' a ciò l'adduffe , Ma fol 1' ardente amor , ch'egli vi porta . Però , eh' al mio parer fi dubitava ( E non fenza cagion ) eh' elfo qual volta Folle coftretto di lafciar la vita , MARIANNA. 175 Volger cfevefte a nove nozze il piede , E , che per moglie vi cercale ogniuno , Per effer troppo di bellezze adorna : E Umilmente , eh' a tai nozze ancora S' aggiungere la madre consigliera, Tal, che di voi nafeendo altri figliuoli, I fuoi del Regno rimanefler privi. Così mi credo ; e la credenza mia Sovra molte ragion ferma s' appoggia . MARIANNA . Crudeltà con amor non può aver loco : E crederò, che V adduceffe a quefto Invidia , sdegno , e crudeltate inficine , E certa beftial furia e pazzia , La qual più volte il terminano indufi'e A volger il pugnai corttra il mio petto. Più volte ancor pien di furor mi diffe : Marianna , tu cerchi , eh' io ti mandi A ritrovar il tuo fratello , e 1' avo. BERENICE . Amor a punto fa di quefli effetti : Ma tra poco di man gli caggion 1' armi ; Indi crefee il fuo ardor, e più s' affina. MARIANNA. Adunque io, che fon nata(ahi, che ne piango) H 4 i 7 S MARIANNA. Di rei! fingile , doverò patire , Patir dovrò , die quello empio omicida, Che fi gode il mio Regno a le mie cafe , Ogni dì mi minacci , e mi tormenti ? O pure afpetterò , ch'egli m'ancida? Ecco Ariftobol m' ammonifce in fogno: Ma io, che debbo far , poi eh' i' fon Donna ? Quello , che fer le giovani animofe Figlie di Belo per gradir al padre , Ch' uccifero i mariti ad uno ad uno ? O feguirò l'efempio de la noflra Ardita Ebrea , che con la invitta man» Fece il folle atnator del capo feemo ? Oinid benché io ne fia cotanto offefa , E eh' io ne tema in pochi giorni morte , Efrremo mal dj tutti quanti i mali; S'io non fon pretta a fpingerlo di vita : Vctfo I' iniquo ho il petto d' Iperneftra , Che fola a Lineo fuo fida e benigna Salvò la vita , aprendo a fe la morte : Non,per ch'io i'ami(e perchè deggio amarlo?) Ma , perchè nata fon troppo pietofa : E quefto aver pietà farà cagione ( Ben lo conofeo ) de la propria morte . BERENICE . Ragion non veggio , onde per voi fi tema, Che '1 Re, che v' ama, et havvi fempre amato, MARIANNA. i 7J Cangi l'amor in odio or cosi forte , Che vi mandi uccidendo a l'altra vita : Marinamente non gli dando voi Punto c-igion di mutamento alcuno . E , benché gelofia fpefìb 1' affàglia; Quello, come v'ho detto , e a dirvi i' terne, Scemar non fuole amor, anzi T accrefee . Siatevi pur , si come folle fempre, Cada e modella, e vi guardate ogn' ora Di non gli dar un menomo fofperro. E , quanto al fogno , onde temete morte , Saper devete ben , che molte volte Il defir e 'i timor fa , che li fogna Cofa diverfamente e trilla e lieta, Che poi fi vede ne gli effetti vana. Che voi fiate pietofa, meritate Eterna lode, et a prudente Donna, E gran Reina , come liete voi, De la neceflità conven far legge . Ma ecco vien Soemo , Capitano Del noftro Re, che voi Reina oflerva Quanto convitn ad uom fedele e buono . Nè voglio confegliarvi, perchè voi " Abartdate di fenno e di prudenza . Et ancora avevate fitto il callo Contro a' colpi crudel de la Fortuna. Andrò di dentro , che 1' ifìelfo forfè Vi porgerà qualch' utile conforto , H s 17* MARIANNA. Come colui, eh' afTii più feorge e vede Di quel, eh.' può veder femplice vecchia Di tempo più , che ri' intelletto , grave . V oi Sapete , Reina , eh' io mi poli A gran rifeo e periglio de la morte Allor , eh' interamente vi feoperfi , Sì come Erode ne la fua partenza Ordinato m'avea , eh' io v' uccide/lì, Quando nuova veniflè in quella corte , Ch' Augnilo aveflè fatto uccider lui, O per altro accidente ei folle morto : 11 che vi potè far non legger fede , Sì come amava la fallite voftra Poi, eh' io I' anteponeva a quel, eh' io debb Al mio Signore , et a la propria vita. Però , che , fe clamai ciò pervenire A le lue orecchie, fenza dubbio alcuna Per guidardon di quella mia pietate Mi dannerebbe a fanguinofa morte, De la qual io farei non poco degno , Sol per aver mancato d'obedirlo. Benché certo obedir è cofa indegna A Signor , che comanda offici ingiallì. SOEMO , e MARIANNA . SOEMO . MARIANNA. i 79 Et or l'efTerrai indotto a configliarvi A cofa di tal pefo , e sì importante, Vi dee porger indizio parimente, Ch' io v' ami, e '1 voftro ben cerchi e procuri; E per giovar a voi non tema morte . MARIANNA . Soerao , ei non accade con parole Dipinger quel, che fi dimoltra in fatti. 50 , che fiacero amor t' indufie a farmi Pilcfe 1' impietà dei fiero Erode , E '1 mede fi no amor ti fpinge a darmi Fedele infieme et utile configlio : E forfè a qu ilche tempo troverii ; Se '1 giulto Dio vorrà lafciarmi in vita ; Tanta in me gratitudine , quant' io In te fe.npre conobbi amor e fede . soemo . Voi devete faper , Reina, adunque, 51 come Erode è fofpettofo tanto , Che fovente fi teme , eh" i figliuoli Non facci n contra lui qualche congiura . E di ciò n'apparifeon tanti fegni, Ch 1 io dubito , eh' un di per ufeir fuori Di quelle noie, come iniquo padre , Non gli faccia privar tutti di vita . E voglia Dio, che'l dubbio , eh' io ne tengo, H 6 tSo MARIANNA. Faccia parer il mio giudicio falfo . Quello, che in lui è naturai foipetto , Avete voi crefciuto col inoltrarvi Nel fuo ritorno addolorati e metta . In maniera , eh' ei volge or ne la mente ( Come appar maniferto nel fuo volto) Difcorrendo tra fe , varj penfieri. E quella mane , eflendo aliai per tempo , SI come io foglio , a ritrovarlo andato, Mi difl'e con afpetto affai tranquillo j Ma , come fi vedea ben chiaramente , Non lieve doglia li premeva il core : Scemo , io ti commifi , che dovefli Far, quanto a me parea, che folle onefto De la mia Marianna e de la madre , Con le condizion , eh' io ti propofi, Acciò, che'l Regno mio ne'miei figliuoli Paffalfe fenza impedimento alcuno: Ch'io ben conofeo 1' odio, che mi porta AlefTàndra fua madre. E così credo , C hai ciò , come fede! tenuto occolto Ne la più interna parte del tuo petto . Però faper vorrei , donde procede , Che Marianna nel ritorno mio , Ove mofirar devea fomma allegrezza, S' amafi'e me da vera e fida moglie, Dimoftra infino a qui contrario effetto . Che non appare in lei pur fegno alcuno MARIANNA. iti Di contentezza; anzi, sì come fofle A lei tornato alcun nimico innanzi , Risguarda me con occhio ofeuro e tort# ■ Simi! nente nel volto d' AJeflàndra So!o io veggio fuperbia et alterezza . Quello farebbe a me d' intender grata Da te, cui forfè la cagion è chiara. Ciò detto avendo , a lui così rifpolì. Re, mio Signor , 1' aver in me fidata Sì gran fecreto e di momento tale, Può far chiaro e certi/limo argomento, Che ritrovato ne la mia perfona Abbiate quelle parti , die fi denno A leal fervitor , coni' io fui fempre . 11 che vi molle a por fu ie mie fpalle I! grave pefo de le vortre genti , E farmi d' ogni imprefa Capitano . E quinci non mi par, che mi convenga, Or per giuflificarvi la mia fede , Ufar verfo di voi molte puoie . Solo io dirò , che non vedrete mai Contraria effetto a quel , ch'io vi favello. E , quando ei fi vedeffe in alcun teupo, Voi ne potrete far , quanto vi giovi : Che tutta la mia vita è in pjter voftro ; E (limerò , eh' ogni fupplicio grave Sia del mio gran peccato aliai minore . Io non fu la cagion, che la Reina , iSj MARIANNA. Nè men la madre mova a dimoflraru" , Sì come dite , a voi così turbate ; Se d:ie peraventura elle non fono : L' una, che voi partendo per Egitto , L* abbiate in quello picciolo cartello , Come in una fortezza , ambe rinchiule , Quali non vi fi (andò di lor fede , Ma temendo, eh' un dì qualche trattato Non abbiano a tramar contra eli voi ; Maffime avendo i figli altrove porti , E feco ancor la madre voftra infieme . L' altra io (limo , che fia per falli avvilì L'aver in te io, come nel' Egitto Eravate invaghito de 1' amore Di certa bella giovane , congiunta Per parentado a quella Cleopatra , Che traile Antonio, e fe medefma a morte ; La qua! in pochi giorni divenuta V era cortefe amica e concubina . Se quelle due non fono or le cagioni Di tanta lievitate , altre i' non veggio . Dimoftró il Re di quelle mie parole Rimaner foddisfatto e aliai cont.-nto : Ma non fo quel, che chiufo abbia ne! petto» Mi die licenza : e 'n quella fopravenne Solome fua forella , a voi nimica; Nimica , perchè invidia il vortro bene, E , perchè voi più volte contendendo MARIANNA. i8j Con lei, le avete a vituperio oppofto L' efTer nata di Itirpe ofcura e baflif . Ella entrò ne la camera ri' Erode , E quei che v' eran dentro ufciron fuori, E da le guardie tu l'ufcio ferrato. 10 non lo indovinar ( poi , che non fono M;go , o Profeta ) quii pofl'in nel vero Elfer in fomma i parlamenti loro . Nondimeno per quel , ch'io vo penfando , Temo, che quella Donni non ordifca Qualche calunnia , che v'apporti danno . 11 Re facile è a creder ogni col': ; Et ella è a'hifa , e I' animo ha maligno . Però vorrei , eh' arma/te il voflro petto De 1' ufata prudenza , e che coprirle I dolor voliti fotto a lieto afpetto . E , fe M Re vi dimanda la cagione De la triit i accoglienza , la recate A le due da me finte a voftro bene . Che ,quanto a me,quando fi fappia il vero, II doverne morir non mi fia grave , No men per voi, Reina , che mi fete Per fangue vera e naturai Signora, Che per le finte leggi , e per 1' onefto . MARIANNA . Leale e vero amico , il Ciel m' ha dato Cosi intrepido il cor , 1' animo grande , i«4 MARIANNA. Che finger io non fo , nè dir menzogna : Nè di letizia poflb ornar il volto , Quando grave dolor m' affligge 1' alma . Nè parrai , che convenga a Donna nata D' alta ftirpe real , come fon' io , Serbar ne la fisa vita altro coftutie : Onde in quello è foverchio il confortarmi . Nè fia certo giamai, che '1 fiero Erode In me vegg' altro , fuor eh' ira e difdegno. E , fe avverrà, che me ne fegua morte, Morrò contenta . Et oh pottfs' io prima De le fu e molte ingiurie vendicarmi ; Ch' a ritrovar i miei n' andrei beata . Ma fpero in Dio , che, come ei fece acquilo Di queflo Regno con lo fparfo fangue Del mio buon' avo Ircauo , e parimente Del roifero Ariftoboì mio fratello; Cos'i con dolorofa e cruda morte Debba nodi parimente eflerne privo . Ma porto e porterotti obligo eterno, Che fij tanto follecito e sì caldo De la mia vita e del mio bene infieme : E giuroti, che mai per la mia lingua Di quello , eh' a te piacque di fcoprirnii, Ei non fia per udir parola alcuna, soemo . É prudenza, Reina , il fuggir morte. MARIANNA. 18/ MARIANNA . Non per reftar in vergognofa vita . • soemo . In quelìo cafo feguitar dovrefte Il coftume , che ferba il navigante ; Ch' a vari venti varie vele adopra . Poi , che'l voftro turbarvi ha il Re fofpinto A fofpetto et a furia , or vi inoltrate Verfo di lui tutta benigna e dolce . E, si come è di voi Tempre gelofo , Così fate, che paia a quella volta , Che gelofa di lui voi fiale ancora : E lo fpazio de gli anni , che vi relìa, Procacciate di viver feco in pace. In tal modo avvenendo, eh' egli fia Re giufto e buono , e voi con elfo lui , Scordandovi '1 pafiato , vi portate Da moglie amica , e ripofate il core. S' egli farà Tiranno empio e malvagio , Sappiate certo , che l'eterno Dio Farà de' vofki affanni alta vendetta. MARIANNA . Moke cofe nel dir facili fono , Che fi trovan difficili ne 1' opra . Ma balìa , eh' io ricevo volentieri Il buon animo tuo prouto e fedele ; iSfi MARIANNA. E di ciò ne vedrai cortefe effetto . Vaglivi in quello la prudenza voftra . Ma non ftarò più vofco , acciò non porga La mia' dimora al Re doppio lbipetto ; E rendetevi certa , che m' avrete Pretto ad ogni ilicceflb o buono , o reo. Et io vo dentro a disfogar il core . ohe dietro al balen feguita il tuono « E col ttion feocca la iaetta ardente Che de T ira di Dio miniltra è fpeflb; Così del balenar , che face Erode Con occhi fieri , e rial noiofo tuono De le parole dette a quefto e quello , Io temo al fin , che '1 fulmine non elea, Che percuota la tetta a' fuoi più cari . Ma certo io non devea far manifetto Quello , che di fociero ei mi commife , A la Reina et a la madre ; eccetto In cafo , donde '1 fin fofle avvenuto Sì come ei fi temea , de la fua vita ; Ch' avrebbon' ambe conofeiuto allora soemo . MARIANNA . SOEMO. MARIANNA. 1S7 I! mio amor, la mia fe , la mia bontate , E la mia lealtà con più chiarezza . Ma si mi parve un tal mandato ingiudo , Che tener non potei le labbra chiufe . Quinci n' è per ufeir non picciol male ; Ch' io veggio chiari i fegni, e pur ?ttendo # Che lo ftral mi ferifea ad ora ad ora . Pur foderrò con faldo e forte petto I colpi de la fiera empia , e crudele , Che non fenza cagion cieca è dipinta : E ridurommi in tanto a! m-io palagio . CORO. S ignor , eh' a' padri noflri, Mercè di tua bontade , Dimodrafti la via , ch'ai Ciel conduce» E'nquedi ofeuri chioftri Giudizia et oneftade , E pace et union per te riluce : II Sol de la tua luce Sgombri le nebbie intorno, Che minacciali tempefta orrida e greve . Sia qui la notte breve, E torni chiaro e fenza nube il giorno . Badi il parlato male A la nodra Reina , Ricevuto ne 1' avo e nel fratello . E, fe prego mortale : SS MARIANNA. Ti foipinge et inchina A dar a i peccator giudo flagello ; Il Re fiero e rubcllo A le tue [ante leggi , Signor, punifei con fupplicio degno ; E torni querto Regno A cui s'afpetta , e i cari antichi feggi. Tu liberarli , o Dio , Senza principio e fine , Prima e fola cagion d' ogni cagione; Bench' ei foffe reftio A. le tue difcipline , L' afflitto popoi tuo da Faraone . E chi Tua fpeme pone In tua pietà infinita , Mai la tua fanta man non abandoua . Tu fei la noftra vita , E vieti da te ogni feettro , ogni corona. Vedi , sì come Erode , Che '1 freno ufurpa e tiene De la terra da te tanto diletta ; De 1' altrui l'angue gode , E di tormenti e pene, Come di cibo fuo , 1' anima alletta . Scenda adunque con fretta La tua gìuftizia » Padre, Sovra di lui , crudcl più d'ogni Fera , E la figlia e la madre Difendi, eterno Re , sì, che non pera . MARIANNA. 189 ATTO SECONDO. V_j erto non è fra noi, Sorella, /foto Più torbido , inquieto , e pien d' affanni , Che l'eflèr , con' io fon Prencipe e Rege : Però , eh' oltra il defio , che mai non queta, D'allargar i Dpminij in ogni parte, E tributarie far le genti tutte ; Sempre vario timor combatte 1' alma: Cri 1 o fi teme di perder 1' acquietato ( II che foveiue avviene ; ) o tra le molte Vivande dentro P or bere il veneno , Che preparato fpeffb è da' più cari ; O in altre guife di finir la vita , Talora in gravi efili , et or col ferro , Quando in fiera prigione ; o s' ei fi trova Cofa peggiordi pene e di tormenti . E chi (limato avria , che Marianna, Ch'era l'anima mia, eh' era il mio bene, Procacciale sì cruda or la mia morte ? Tal dunque frutto un lungo amor attende ? IRODE , e SOLOME . ERODE. i 9 o MARIANNA. Quefto per ben amar premio s' acquifta ? Così fperar fi dee da cara moglie ? Ali fedo femiuile ingrato et empio , Cli' io te ne incolpo , poi che veramente La natura di te fu fempre tale . Ma ritorna a ridirmi un' altra volta Il ilio trattato orribile e nefando : Che fra tinto il Coppier, per cui mandai, ( Che non puote indugiar ) farà prefente . SOLOME . Mio fratello e Signor , io vi ridico , Che '1 buon voltro Coppier fta mane ifìefla Venne ne la mia camera a trovarmi Tutto turbato e pallido nel volto ; Non altrimenti, che fuggito averte La morte , o qualche grave altro accidente : E con poche parole mi feoperfe , Sì come Marianna gli avea dato Fiera battaglia : quando con promefìe Di farne lui Signor d'affli cartella , E , quando con minacce d' incolparlo , Ch' averte prefo ardir d' ufarle forza . E tutto quefto la malvagia feo Per inducerlo a porgervi il veneno , In modo , eh' egli, per falvar la vira , Promife di far ciò con giuramento. Ma sbrigato , che fu da quefta iniqua , * MARIANNA. 191 A me fen venne, e raccontommi il tutto. Diffe, che difegmto a tal delitto Avevi appunto quefto giorno , in cui Far dovevate un fplenduio convito . Ecco , bì come io v' ho spiegato avaute L' oceolte fceleraggiui , e l' immenfa Empia malvagità :ii Marianna. Ma (limo , che l'amarla oltre ogni legno ( Cola , che fé/te fuor di modo i'empre ) Cagion farà , che voi non crederete La ventate ; anzi a 1' inferma mente Parrà dolce V amaro , ambrofia il fele. Mì ben f;pete , che l'affezione >ion lafcia far altrui giu.;icio dritto . E voi l'amate in guil'a , che fovente Le avete comportato molte cole , Che non dee comportar giudo Signore. Lafciamo ltar gli fpefli oltraggi fatti A la perfona mia col dispregiarmi] Tutto che fia tal biaf.no a voi comune. Quante volte s' è oppoita a' fhggi voftri Giudicij ? e de la propria volontate Ha fitto a molti, et a voi fteflb legge ! Ella ha impedito i premi, ella le pene , Ch' erano terminati a' buoni e rei . O vergogna d' ogniun , che regge Itati, Ch' una feminain man tenga la briglia , E» come piace a lei, 1' allenti e fìringa ! 192 MARIANNA. E che dirò nel fine? Ella era quella , Che le chiavi volgca di quefto Regno , E non già Re , ma come fervo , .Erode . Or ecco il guiderdon , eh' a voi ne viene . E Tappiate, che l'odio , che \i porta, Aleflandra ie accrefee , e l' è compagna In cotal crudeìtate , e forfè duce . Ma 'i fedel voiìro giunge. Da l' biella Sua lingua avrete il ver chiaro e palefe . Et io , poi che fornito ho vei fo voi D' amorevol forelh officio degno; Lafciando de la propria vita voltra , Come a punto convien , a voi la cura ; Tornerò dentro al mio tranquillo albergo, Ove privata vita allegra io vivo . COPPIERE , ERODE , e CORO . J_iCCO , o Re giufto, che da voi chiamato, Son qui venuto a la prelenza voftra ; Come bramofo d' obedirvi, lieto : Ma , non Capendo la cagion di quefto , Dentro la mente mia tutto confuti . Però , che '1 voftro folito colìurne Non è d'adoperarmi in altra cofa Fuor, eh' a la menfa, allorch'in ricchi vafi coppiere . lo MARIANNA. 193 Io v' apprefento di mia mano il vino» ERODE. Tu porgi orecchie a le parole mie ; E di quello , eh' io fon per dimandarti , Di parte in parte mi rifporu i il \6 MARIANNA. Se non , che tuo mal gratto , con la forza Ti farò tiir ciò che tu vai tacendo . COPTIERE . Poi, che così volete , io v' obetiifco ; E v' affermo, e vi tiico in poche voci , Che la Reina , in ciò non molto accolta , Con gran promeffe fi credeva indurmi In queflo giorno a porgervi iFveneno , Non conofcendoil mio (incero amore Verfo di voi , e la mia pura fede . Io di tale impietà 1' avrei riprefa , Et era già per feior h lingua , quando Minacciummi con furia d' incolparmi , Ch' io de le fuc bellezze innamorato Avelli prefo ardir di violarla , E conerà ii voftro onor ufarle forza. Quella minaccia mi ftorrii si forte, Ch'io promifi edempirne il fuo defio ; E quello le affermai con giuramento . Ma partito da lei , fubitamente Io mi ridufii a la forelia voltra , A la qual raccontai, quanto io v' ho detto, Dubitando d' offendervi , o turbarvi , Quand' io V avelli rapportato a voi. erode . Quello delitto è così Urano e grave , * MARIANNA. 107 Così fuor d'ogni officio di mogliera, Anzi sì lunge da gli affetti umani , Ch,' io non lo debbo creder di leggieri . Però , fe vuoi, eh' io lo ti creda , è d' uopOj Che tu con qualche indizio manifefto , Over con qualche teftimon lo provi. COPPIERE. Re , chi fi move a far alcun delitto , S' egli privo non è de l'intelletto, Procura farlo sì celatamente , Che , sì come è in proverbio, 1' una mail* De l'altra non ne polla aver contezza . erode . Per quefto Marianna non devea Fidar ne la tua fe sì fozza knprefa , Potendo dubitar , che la taccili Perdebito e ragione a me paleie . Ma , sì come prudente, avria cercato Di venir al fuo fin per altra via . COPPIERE . Ella a cota! effetto non poteva Miglior mezzo trovar, uè occafione . E , quanto a me , benché devea avederfi , Com' io v' era fedele e leal fervo , A 1' incontro fapea, che la grandezza I 3 rpg MARIANNA. De' premi può guadar ben fana mente. E chi fta laido a l'impeto de l' oro , Può difprezzar ogni guerriero armato . Così da i' altra parte feppe ordirmi Un laccio tal da non potermi fciorre : E quello fu col minacciar , eh' avrebbe Detto a voi, mio Signor, eh' uiarle forza Avea voluto. Il che creduto avrefte , Sì, perchè tale era credibil cola ; Però , che di legger fi crede il male ; E sì pel grande amor , che le portate . Ma quello io polio ognior giultificarvi Per la lingua medefma del fuo Eunuco . ERODE . Partecipe è coftui di tal fegreto ì coppiere . È partecipe, e dir polio compagno . ERODE . Come compagno? Io non intendo quefto» coppiere . Egli trovò il veneno , egli lo ferva . erode . E chi fa , che non fiate ambi d' accordo MARIANNA. ipp A morte e a difonor di Marianna ? COPPIERE • Qual dee cagion indurci a tanto male J ERODE . Lo ftimolo d' alcun , eh' odia coirei, O porrà invidia al mio tranquillo ftato » COPPIERE . Io dirò, Signor mio, con veritate, Che le ricchezze , eh' ebbe Craflb , o Mida, O quante han tutti i Re , non avrian forza Di mai piegar il voftro fervo fido Ad opera malvagia e fcelerata . E ben m' avete tal ferapre tenuto ; Ch' altramente a mia fe voi non avrefle Creduto officio di cotanto pefo . EROBE. Ciafcuno è buon, pria che commetta il male, Ma volendo peccar , è dibifogno , Ch'a qualche tempo il rio fatto incominci Ond' è coierìa tua non buona feufa . Ma non ufar in ciò fraude et inganno ; Però, che dopo molti afpri fupplici, ( Se in me giuflizia fia, come fu iempre ) Gli Augelli pafewai de le tue carni . I 4 200 MARIANNA. Signor, ho detto efpreflamente il vero , E non men pento, ancor eh' io ne inorili! ; Che tal la verità , che i grandi offende , Produce fpeflb a chi la feopre frutto . Ma non fia malagevole a trovare Il venen , fe v' ufate diligenza . E così voi vedrete , come in fpecchio , La purità de la mia fe lincerà , Poiché i' Eunuco il cuftodiice e l'erba. Bada . Daratti il cuor di foftenere Quanto, m'affermi a la Reina avanti ? Quello io farò , benché mal volontieri, Per debito rifpetto e riverenza , Che dopo voi a fua perfona io porto . La riverenza , che portarli a lei , In quello cafo, a me farebbe offefa . Vo dunque, che tu parli a faccia a faccia Con Marianna , e lafii ogni rifpetto . Onde a quell'ora io manderò per lei ; Poi mi riferbo interrogar l'Eunuco . coppiere . ERODE. COPPIERE . ERODE . 1 MARIANNA. zar COPPIERE . Non bifogna, Signor, che voi* mandiate, Ch' ella elee fuori, et è 1' Eunuco feco . MARIANNA, ERODE , 1 COPPIERE. MARIANNA . Xj' AVERVI unito favellar irato Con quello voftro fervo , e nominarmi Fin là , dov'era in camera rinchiufa , M' ha indotta ad ufeir fuor , deflagrando D'intender la cagion , che vi folpinge A ragionar di me , come di rea . ERODE. Marianna , io torrei perder il Regno , E 'nfieme rimaner mendico e nudo Prima , eh' aver cagion, come n' ho troppa, D'imputarti, o crudel, delitto alcuno. MARIANNA. Se delitto è I' avervi amato fempre Con quello amor , eh' amar fi dee conforte, Et onorato , come mio Signore, Avete alta cagion d' odiarmi ogniora . J S soj MARIANNA. ERODE . Non m'accade inoltrar quel, che t'è chiaro Ma fui dirò , che , fe di cuor amando , L' uom fi fa degno di venir amato ; Tu Marianna fei tenuta amarmi Più , che moglie giamai conferte amaffe . Et a l'incontro disleale e ingrata Procuri crudelmente or la mia morte » MARIANNA . Quefta fcelerità , eh' è vana e falfa, Qual efler può così sfacciato e rio , Ch' abbia di rapportarvi avuto ardire ? Ma la fingete voi per trovar quindi Occafìon di tor a me la vita , O per aver materia ad ogni tempo D' efercitar la voftra crudeltate , O per odio mortai, che mi portate, O per volger il core a nove nozze. Ma, qual lia la cagione , io vi fo certo s Che far non mi fi può cola più cara . erode . Chi difprezza la vita , non conofee , Quanto un viver onefio e fenza colpa Ci fa degni nei fin d' un' altra vita , Che toglier non ci può tempo r.è morte . Tu brami di morir : e quello è fegno , MARIANNA. 203 C'hai fatto , o vai tramando nel tao core Di far cofa , onde Ci] degna di morte . MARIANNA . Io fin qui non commifi alcun peccato, Fuor , eh' in amarvi; perchè fo che voi Mai di me non amarle altro, che '1 corpo : Nè ciò commetter fon per alcun tempo ; Parte, perchè fon femmina impotente , E parte, perchè lafcio la vendetta Di moke avute offefe al Re del Cielo . ERODE. Cofa non è , che maggiormente offenda Tra noi mortai la Maeftà di Dio, Che '1 dimollrarfi a i benefici ingrato . lo col proprio valor e co i fudori Difendendo gli Ebrei ; che molte volte Sarebbon /lati da i nimici oppreffi ; Meritai d' acquietar corona e icetro Di quello Regno, il qual mai fempre reflì Con temperanza tal, che '1 popol fpeffo M' ha dato onore e titolo di padre. E potendo di te far le mie voglie , Qual d' altre damigelle haii fitto molti, E tenerti appo me per concubina, Overoad un privato maritarti, Ti prefi per legittima conforte : I s 104 MARIANNA. E diedi fimilmente a te Corona , E Reina ti tei di si gran Regno ; E tua madre onorai , com' ella foffe La medefma, eh' al mondo mi produrle. Nè meno amai di te, qual tu m' opponi , Il corpo fol ; perchè fe fofTe flato Quello cagion del mio sì lungo amore, Benché dotata la natura t'abbia Di non poca bellezza , altre ci avea Per la Giudea , ch'eran di te più belle . Ma voltimi ad amarti, invaginando , Che dentro averti I* animo sì bello , Come ai fuor mi fi mo/trava il volto : Ma ben vegg' or , che tu lotto apparenza Di rendermi buon cambio del mio amore Hai nudrito nel petto un cor eli Serpe : Nè bifogda altra prova , che tu cerchi, Empia, per man d'altrui tormi la vita ; Chela tua propria lingua ti condanna . E nel ver, meco difeorrendo , quanto Mi fei tenuta , non poteva indurmi A creder a l'altrui vere parole : Quantunque il poco lieto volto, il quale M' hai dimostrato in quello mio ritorno , Mi {àcefle reflar molto fofpelb . Hor non pur credo quel, eh' io non ci edea Ma panni aver la man l'opra il veneno . MARI ANN A. io* MARIANNA . Erode, da quel di, che mi prendere Per moglie, io ini propoli di {cordarmi Tutte le ingiurie mie , tutte 1' offefe , Che da voi ricevute ho nel mio fangue . E l'oflèrvaida iridi in qua mai Tempre , Cedendo a' colpi rei de la Fortuna : Pofcia trovando in voi divedi effetti, Ch'ora mi ponevate inliiio al Cielo > Ammagliandomi a lei di caftiiate , Che te col fuo morir libera Roma ; Et or dubitavate di mia fede; Cangiai l'animo mio sforzatamente , E delìai più volte di morire , Per uicir de gli affanni , in che sì fpeflò La voftra inftabil mente mi ponea . Ma quello è nulla a paragon de 1' atto Eaipio e crudel, eh' a la partenza voftra Avete verfo me fiero dimoftro , Ri.lucendomi, come prigionera , Dentro quello cartel fra lochi incolti Con mille guardie, e mille fpie d'intorno, Quali avelie propello nel ritorno Di levarmi la vita . Et a che fine Tenermi in tal diftretto con la madre ? Forfè , che non er'io più che licura Dentro a Gerufdcm , ricetto e feggio Voftro , e di tutti quanti i Re paflati ? ìo6 MARIANNA. Ma {tender non mi voglio in quefta parte, Che forfè Ila ne 1' erba afcofo 1' Angue , Il quale accenna , anzi dimoflra efpreflb , Che, contra quel, che voi inoltrar volete In alcun tempo non m' amafte mai. Con tutto ciò , benché cagion n' avelli, Pur un lieve penfier meco non volli A macchinar contra la voflra vita. Nè mai farà , eh' io l'abbia , s' i' vi velli Più fpazio aliai de la Cumea Sibilla . E , s' alcun' è , che dir voglia altrimenti, Non dice il vero , e tette a voi menzogna . Ma conchiudo , che voi da voi medefmo Fingete quello , per trovar cagione Apparente di torre a me la vita, Indotto da 1' amor , che voi portate A qualche nuova concubina , o molfo Da gelofa paura, o da fofpetto ; O da la voftra crudeltà natia. Ma ecco il petto mio : ftringete il ferro Et apritelo ornai , eh' a me fia grato ; Se tanta fece avete del mio fangue : Che'l morir mi fia gioia ; et a V incontro Affai peggio , che morte , il viver vofeo . E fia 1' uccider me lieve peccato A voi , che '1 frate e P avo mio uccidere Ma ben farebbe a me d'intender caro A che parlato di veneno avete . MARIANNA. ÌO j ERODE. Io non fo , Marianna , onde tu prenda Cotanta (icurezza , o ne' tuoi meni , O ne la mia bontà, eh' ardifehi dire Quel, che fai chiaramente elTer bugia . Prenderla ne' tuoi merti tu non puoi, Se non fei tanto d'intelletto priva , Che merto tenghi 1' aver procurato Al tuo marito , al tuo Signor la morte # Da cui dei riconofeer tanti beni. Se t' afficuri ne la mia bontate , Puoi anco imaginarti ,com'io tengo La vita più , eh' ogni altra cofa cara : E , che in ciafeuu, che viene offefo , fuole L' odio efl'er tanto , quanto fu 1' amore Ch' egli portò a colui , donde è 1' oftefa . Oltre che , quando la giuftizia è zoppa , Manca a Signor il fuo maggior foltegno , Ma , che moftri cosi fprezzar la vita, Ti sgannerai mi penib in fra poche ore Atlor , che ti vedrai la morte apprefib. Dunque, perchè '1 tuo volto non diventa Per vergogna di foco, o tutto bianco , In dir , eh' in alcun tempo ( o immortai Dio) Non volgerli il penfier , nè '1 volgerai A macchinar centra di me la morte ? Sarai tanto sfacciata , che tu neghi D'aver tramato , che coitui doyelfe soS MARIANNA. Darmi il venen, quanti' ei mi porge il vino? MARIANNA . Se quello ha detto , egli ne mente , e voi Credete la bugia , fe ciò credete . ERODE . Or dì tu mio fedel , la ventate, E non aver rifpetto a quella ingrata . COPPIERE . A che più replicar quel, ch'io v' ho tfetto ? Ella fe '1 fa ava meo , che lo fapp' io . MARIANNA . Et io replicherò, che tu ne menti, E eh' Erode a ciò dir t' ave fofpinto , Per lardi ine, qual del fratello e l'avo . erode . Or fenza più tirdar , difeopri il vero De la malvagità di quella rea . COPPIERE . Alto Re, la confeienza ha troppa forza. ERODE . Che parli di confeienza 1 io ti ridico, MARIANNA. 109 Che feiua più tardar racconti il vero , coppiere . Dico ,-che la confcienza ha troppa forza . ERODE. Io non fo quel, che di confcienza parli . coppiere . Se voi mi promettete di donarmi. . . erode . Cortefe Re fenza richiesta dona. coppiere . Tropp' alto è '1 don , che chiedervi vorrei. erode. Dunque vuoi patteggiar di doni meco ? coppiere . Signor mio si , eh' a me la vita importi . erode . Forfè chiedermi vuoi la vita in dono? coppiere . Ciò bramo e chieggio , e cos 1 piaccia a voi, :;o MARIANNA. ERODE . Cotefto è un confettar d'aver peccato . coppiere . Peccato , ho mio Signor , a dirvi il falfo. erode . Adunque non è ver quel,che m' hai detto? COPPIERE . Anzi pura calunnia e falfa accufa . erode ~. E chi t' ha fpinto a così grave fallo ? COPPIERE, Hammi fofpinto la foreìla voftra . ERODE. Dunque tu , per gradir a mia forella , Hsi mentitor colpata una innocente ? coppiere . Hollo fatto, Signor, per fuggir morte. ERODE . Anzi I' hai fatto per lafciar la vita ; Foi, che dovevi altrui caufar la morte . MARIANNA. 2 n MARIANNA . Ecco , sì come Dio clemente e giudo Non comporta , che '1 ver fi ftia nafcofto Qui certo è afcofa qualche occolta frode Marianna , ritorna , onde parti;!i , E quefto Eunuco tuo rimanga meco . Godo, che quanto più voi cercarete , Tanto vi apparirà più bello il vero , E 1' innocenza mia farà più chiara: Ma non penfate già, che mi Ha cara La vita , avendo a dimorar con voi • Or tu miniftro mio , foftien coftui, E menalo prigion , perfin ch'io preud» Altra fpedizion , altro conliglio Ne la malvagità del fuo peccato . ERODE , e BENIAMINO E UMICO . X u fai, Beniamin , che da' prirn' anni Io t' allevai ne la mìa corte , in guifa, ERODE . MARIANNA ERODE . ERODE . zìi MARIANNA. Che flato forti a me figlio , o fratello . Qnile apprender ti feci ogni beli' arte , Et applicarti a quei lodati liucii, Ch' appartengono ad uorn nato gentile . Poi parendomi in te veder non meno Ornamenti di fede e di bontate, Che di dottrina ; cofa , che fi fuole Oggidì ritrovar In poche corti ; A fervigi ti pofi di colei , Che fu dal di, ch'io la conobbi, a quefla Di sì gran Regno e del mio cor Reina . E nel vero io conobbi, che tu fempre Servita 1' hai con quella lealt.ite, Ch' a ben creato fervo fi conviene . Il che creder io vo , che tu tacerli Non men per fodisfar compitamente A quanto le dovevi, ma più ancora ; Però , che chiaramente comprendevi , Che lei fervir era un lervir me fteflb. Io t' ho dunque fin qui fempre tenuto Buono e fedele ,e fempre ho avuto in cuore Di follevarti a qualche degna altezza , Levandoti del grado , in che ti trovi . Ma, perchè fpeflb 1' uom fi va cangiando Tal , che col tempo il buon diventa rio ; Onde tal volta è degno di perdono, E tale ancora afpro gaftigo inerta ; Se fai , che Marianna abbia voluto MARIANNA. zi 3 Avvenenarmi, e fei di quefto a parte, Io ti giuro per quefla facra teda , E per colui che tempra ogni elemento , Che confettando apertamente il vero , Io ciò non folo fon per perdonarti , Ma per dartene ancor premio si buono , Che non avrai da invidiai alcuno . A l'incontro , fe taci , e che mi Ila Conta la verità per altra lingua , Sappi , che focili, lacci, e croci , e ruote, E 'nfieme mi)t« e mille altri totmenti Saran pene leggieri al par di quelle, Ch' io ti farò ientir ne le tue membra . E forfè , eh' anco invidia porterai A quel, eh' arfe e muggiò nel proprio Toro. Da 1'una parte innanzi a gli occhi tuoi Ti fi feopre un terreflre Paradifo , Da T altra di Pjuton l! orrido Regno . L'arbitrio è in te di prender quello, o quello. BENIAMINO . Re, mio Signor, d'aver io non conofeo Obligo dopo Dio maggior altrui, Ch' a la voflra infinita alta bontate . Però, qual volta io folli il più malvagio Uomo , che foftenefle unqua la terra , Perii vollri gran merti io nonponei Eller, fe non a voi femprc fedele . ii4 MARIANNA. E ben , eh' io fia tenuto a la Reina, Son più tenuto al debito e al' onefto . Onde, quand' ella avefle alcun trattato Fatto contra di voi, Ambitamente , Sapendo!' io , ne avrelle avuto avvifo » E , come aver potrei fatto altramente Verfo un Signor amabile e correfe , Da cui deriva , quanto è in me di buono , Il mio onor , il mio bene , e là mia vita? Ma tenete per cofa certa e vera , Liberandone il cor d' ogni fofpetto , Che la Reina mia viene incolpata Di cofa tale , a cui non pensò mai : Perch' ella ha di bontà ripieno il petto , Nè un neo fol di rio penfier la macchia. ApprefTò v' ama e riverifee, quanto Amar e riverir fi dee conforte, E magnanimo Re, qual fere voi. È ver , eh' onerta caufa I' ha turbata Via più , che molto . E , fe mi lece dire , Voi fere, Signor mio , più che tradito Da quei, c'hinno appo voi grado maggiore. E ben che fiate si prudente e faggio , Chiudete gli occhi, e non ve n' avvedete. ERODE . Si fuol dir per proverbio antico e vero , Che colui , c' ha più fervi , ha più minici: MARIANNA. ir* Ma, s' egli avvien , che tu conofca, qua! Siano color, che traditor ini fono, Perchè hn qui me gii hai tenuti afcofi ? BENIAMINO . Sapete ben , che ne gli abbietti e vili, Agevolmente ogni gran mal fi crede : Ma di quei, che fon podi a qualche altezza Con gran difficultà s' afcolta il vero . ERODE. Anzi coloro, i quali han maggior forza , Fanno più verilimili le accufe , E fon più da temer , quanto più quefti Cullano del regnar 1' alta dolcezza ; Però mi di, fenza rifpetto alcuno , Quai fono i traditor , de' quai favelli ? BENIAMINO . Signor, io fo , come la bontà vofìra Nel Capitan Soemo ha tanta fede , Ch' a lui , partendo già , comife queilo , Ch' ad alcun' altro non a\ria commellb . ERODE. O giuftizia di Dio , che non confenti Che verun tradimento occulto fth . Gli commifi più cofe, le quai tutte / n<5 MARIANNA. Stimo , che fedelmente abbia efequiro . BENIAMINO . Io credo , eh' efequìta abbia ciafeuna, Ma non quella , che più d' altre clevea . ERODE. E quale è quella , c' ha lafciato a dietro * BENIAMINO , Dirò liberamente, poi che voi Da me cercate il vero, e debbo dirlo. Avete voi, Signor, ne! dipartirvi Importo a queiii per efprefìà legge , Che quando folle adivenuto il (ine De' voftri giorni ( il che per noftro bene Non è piaciuto a la pietà di Dio) Di fua mano ucciderle la Reina ? Se quello impelo a lui voi non avete , Ei fece da malvagio cavaliere A gravar voi d' una calunnia tale : E, fe a l'incontro glie l'avete importo , Difcoprendolo a lei , com' egli ha tatto, E mancato a 1' officio di fedele, Anzi portato s' è ( per dirlo chiaro ) Da fervo disieal, penido , e ingrato. IR ODE MARIANNA. 217 ERODE . Quella è la verità; nè vo negarla; Però , eh' a la partenza , ciubitanc'o , Che Marianna mia , dov' io mancini , Volgeffe il core a le feconde nozze , Acciò , sì come accompagnommi in vita , Cosi m' accompngmfTe ancora in morte ; E '1 maggior mio figliuolo averte il Regno Corttnrifi a quello mancator di fede , Ch' ufafl'e in lei così crudele effetto : Molo da la pietà verfo i miei figli , E da l'immenfo amor verfo la iftefTa . La qual cofa avend' egli difeoverta A Marianna , è manifeflo fegno , Che tra loro ci fu trama d'amore . Ma tu , com' hai faputo un tal fecreto '< BENIAMINO . Soemo lo feoperfe a la Reina : Ella poi ragionando con la madre, Nè curando di me , come fedele , Per quefto elfo pervenne a le mie orecchie II che perniile la bontà di Dio , Acciò ch'alfìn lo rilevarli a voi . ERODE . Or ben conofeer mi fi fa quel . eh' io Non conofeeva: or la cagione io veggio, Teat. Antico, Toma VI. K n8 MARIANNA. Per cui verfo di me , che si l'amai, Si moftra Marianna or si turbata , E parimente apparecchiò il veneno ; Di cui dubbio non è , benché quel rio , Che pria me 'l confefsò , le n' ha ridetto . Ma tu notizia hai ben di quello e d' altro . Or valine dentro : e voi lo cultodite ; Ch'a lcior s: vari et intricati nodi Conven più diligenza e maggior tempo : Benché, prima che torni il Sol ne l'onde , Io farò , quel che già fece AieiTandro . yj , come ( e ben veggiamoefprcffiefempj) È fuggi ttiva e frale Ogni gioj : mortale , E '1 tempo fa di tutto acerbi feempi. Così di rei Tiranni , iniqui , et empi Fu leinpre pieno il mondo Dal d'i , che '1 ino Fattor creollo pria , Acciò qua giù troppo non duri, o lia Stato fra noi mortai lieto e giocondo . Ne la primiera giovinetta etate , Dopo breve intervallo Del grave antico fallo , Di che tutte le genti fur macchiate , L' un (ratei , fpenta ogni natia pietate, CORO. MARIANNA. n 9 I,' altro fratello uccifc : Onde non meritò da Dio perdono : Nè valfe a quei de 1' intelletto -il dono , Che fe la Torre , che più d' un divife . Quincicreiccndo ognior l'empia licenza, Ad ogni opera rea Crfcun riero fcendea , Non temendo gafìigo, o penitenza : Quando Dio per eflingiier la Temenza De' fuoi figliuoli ingrati , Dentro 1' acque perdeo 1' amarla gente , Serbando foto i! buono et innocente , Da cui fu 1' uomo e gli animai falvati. Mi non per quello il rio feine d' Adamo De' primi fu migliore ; Ma divenne peggiore, Correndo il vizia , come pefce a 1' arno . Nè gli valfe di Dio dolce richiamo , Che pur cadde nel peggio . SafTelo il rio Saul , fai Faraone , E via più d' un Bufiri, e d' un Sinone , Che turbar quali ogni corona e feggio. Ma chi s'imaginalTe di fpiegare In poche voci i danni , Ch' altrui con lunghi affanni Fece patir alme di fangue avare ; Pcnftiia di rinchiuder tutto '1 mare In picciul vafo , e 'nfieme K \ ìjo MARIANNA. Le rtelle annoverar ad una ad una : E non il fato , o la crudel Fortuna , Ma fol malvagità ci sferza e preme . Però le gravi colpe a dietro laflb De la prefente etate , U' la fceleritate Venuta è ad abitar con largo paflb : E tutti i noltri mali anco trapaffo ; Che lo fpirto Divino Mi fpinge a dir, che fin , che'l Re celefte Farà prender al Figlio umana verte, Quel , che fcorge là sù dritto camino , L' uomo non prenderà mifero e laflb ; Ma fia del Cielo e d'ogni gioja caflb. MARIANNA. in ATTO.TERZO. ALESSANDRA , MARIANNA , e CORO . ARA figliuola mia , mentre, che io vada Difcorrendo tra me fu gii accidenti, Ch'io temei Tempre , e tu contato m' hai ; 10 mi rifolvo indubitatamente , Ch'ambedue fiamo d'ogni parte cinte Da comuni mitène : e di quel lato Veggio Cariddi , e da quell'altro Scilla. Perchè ,quantunque il rio Coppier d' Erode, Ch' appo lui t' ha incolpata di veneno , Nel fin pentito d'aver detto il falfo , Abbia di ciò rivolto a la forella Del Re , sì come è '1 ver , tutta Ir, colpa , Dicendo , ch'ella l'abbia indotto a quello; Nondimeno fend' ei pien di ibfpetto, 11 ver crederà falfo , e il falfo vero . S'aggiunge a queito,che'l tuo Eunuco, il quale A pieno è co:ìfipevole di quanto Soemo , a noi fedel, ci difeoperfe ; Sì come quel , eh' è giovanetto, e 'nfieme ALESSANDRA . 22z MARIANNA. È via più delicato affai, che forte , Ari ogni lieve e picciolo tormento A lui ne lo farà palefe , e conto . Onde non iolo è da temer la morte Di quel roefchin , ma di noi fteffe ancora : Però , che non 1' avendo cffo obedito , Più , che certo farà, ch'abbiamo infieme Fatto contra di lui qualche congiura , E (ia vera 1' accufa del veneno . Quinci direi , che pei, che ci troviamo Porte in quella periglio così forte , Ricorrefiimo umili a la pietate Del Re del Ciel, che fol puote ajutarci. MARIANNA . Tutto quel , madre pia , che prevedete A noi di male , ho preveduto anch' io : E tanto più , eh' ho conofeiuto a prova , Ch' Erode per P amor , eh' egli mi porta ( S' amor fi deve addimandar un caldo E sfrenato desìo di poffedermi , Solo di furia e di luffuria pieno ) Arde di caldo ardor di gelofia : Onci' ei fi crederà veracemente , Che tra Soemo e me ci fia adultero : E, che non ih quefto adulterio lenza Saputa , over configlio anco di voi ; E per incoronar coftui del Regno » MARIANNA. 125 Io m' abbia moiTa a procacciarli morte . Così di tal da lui creduto oltraggio Ei vorrà , che '1 fupplicio fia il levarne , Senza più ricercar , tutti di vita . Io non porlo neg:;r, madre, e non nego, Che non arai il feren di quella luce , Che gradir fuol comunemente a tutti. Ma più torto, che viver in tal guifa Con quello fier , che quanto al fuo desìo Ambi ne uccii'e fin allora , quando Impofe al mio redcl, che n' ucciderle ; Bramo non una fol , ma mille morti . Solo mi duol , che voi per mia cagione Aggiate a ufeir di vita , e parimente Soemo , per amar troppo 1' onefìo . Ma quel , eh' avvieu in quefii baffi Regni, Tutto procede dal voler di fopra ; E convien , che la noftra volontate Sia conforme a colui , che tutto r?gge . Un-fol conforto abbiam, che s' ei permette Molt' opre ingiufte e contro a la l'uà legge, Non lafcia poi di gaftigar i rei. Onde non è Tiranno , o Re malvagio, Che fenza afpro flagello efea di vita : E , fe non ha tra noi premi condegni, Doppi li fente alfin tra li dannati. K 4 i2 4 MARIANNA. ALESSANDRA. Noi , figlia , non fappiam , quanto difpoi Ne la fua providenaa il He celelte, Nè può fapcrli, eie le noilre vite . Però dobbiamo procacciar con tutto Il poter noftró confermarle , infino Che pkee a lui, che ci produffe in vita . Dunque facciamo facrificio a Dio , Offrendogli la vittima , e pregando La fua fanti pietà , che ci difenda Da le ingiurie calunnie e da la morte. Poi feguane , che può , viviamo liete , E nel voler di lui liete moriamo : Che P innocenza noftra fu nel Cielo Onorata farà ci miglior vita . CORO . Reina , voi potete leggermente Con le voflre parole Acquetar del Po« noflro ogni disdegno. E ciò dovete far , quando non folle A voi la vita cara ; Per non gir con disnor a fiera morte . Che , quando voi non difendiate il vero .. Il mondo crederà , che fiate fiata Adultera e omicida ; che la voglia Stimar fi fuol, quanto fi fa l'effetti» . Ma Ce ne viene ii Re tutto turbato. MARIANNA. 225 ERODE , MARIANNA , e CONSIGLIERE , IVI arianna , la tua malvagia mente, La tua perfidia , e la tua crucieltate, Scopertami da Dio per l 1 altrui lingua , Aprir m'ha fatto finalmente gli occhi, Che '1 mio foverchio amor mi tenne chiufi . Tu macchiate hai le leggi, infida moglie , Del letto maritai ? tu , madre iniqua Di tanti figli, da lufluria fpinta Hai fatto al lor, et al mio onor oltraggio ? Tu di novello adultero fuperba Hai feco macchinato a la mia morte : Ma'1 premio ti darò conforme al metto. Erode, 1' efler voi gelafo a torto , Fa- iniieme crude! , vi fa dir quello . L' un veder non vi laicia quel , che voi Veder dovrefte, fé non folte cieco, E , che conofce chiaramente ogniuno ; Cioè mia caftità candida e para, E la bontate, e l'innocenza mia . L'altro v'induce ad ogni ftrano effetto . E , che fi a poi, quando nel fangue mio Avrete fazic 1' afletate voglie ? ERODE . MARIANNA . n6 MARIANNA. Io dico , e dirò il ver fenza fpavento ; Ch' io fui mai'Tempre inver di voi fedele, E calia più , che voi Re giudo e buono. ERODE r Io non contenderò teco in parole , Ch' i' farei fciocco sì, come tu rea . Conducetela dentro , che tra poco Le farò confeffar il fuo peccato , E depor la l'uperbia e 1' alterezza : E fiate diligenti in cuftodirc Lei parimente , e la fua ingiufta madre. CONSIGLIERE . Re , per quel, che tra me vo difcorrendo , Et anco è openion de' dotti e figgi > È felice quel Principe, che prima , Ch'ei faccia opera alcuna, fi configlia Con fuoi fedeli , e con giudicio fano Conofce interamente, e fcerne, e vede, Quai configli fian buoni, e qu.ti fiau rei. Feliciffimo è quel , che conlìgliarfi Sa da fe fleffo, e di fe flcfib pende . Mi quello è più difficile a trovarfi , Che non è forfè una Cornice bianca . Che d' una parte l? odio , e d'altra infieme L' aSbzioa combatte i noltri petti . Onde la mente , eh' infettata viene MARIANNA. zi 7 Da quefte paffion , fendo corrotta , Non puote far alcun giudicio fono . Quinci ne refta la giuftizia zoppa : Però , Signor mio caro, io vi conforto, Ch' in quello cafo , che cotanto importa , Vogliate andar più ritenuto , e'nfiemc Afcoltar i! parer de' voftri fidi : Non , perchè di prudenza alcun v' avanzi , Ma, perchè ne ie cofe voftre i Ite lì e La paffion vi può far veder torto . Ecco , che un' Orator , benché eloquente , Ne la fua propria caufa un'altro cerca. erode . Quando un delitto è manifefto e chiaro , Non è d' uopo afcoltar gli altrui configli , Ma bifogna efeguir tolto le leggi . Tu fai ( eh' io te 1' ho detto ) che '1 Coppiere Pria m'ebbe ad affermar , che Marianna L' aveva inciotto con minacce e doni A prometter di porgermi il veneno : Poi fi ridille , effendo ella preferite . Finalmente da me pollo a i tormenti # Ad affermar tornò la prima accufa : E 'ti quefto detto egli fìnio la vita . L'altro collantemente affermò , quanto Detto m' avei fenz' efferne richiedo . Ma prefuppofto , eh' ella del veneng K 6 128 MARIANNA. Fo!Te innocente, e (la 1' accufa falfa , Eller falfo non può già l' adultero . Che, le'1 malvagio non avelie avuto Con lei comercio d' amorofo ardore , Non le' avria detto quel, eh' io le commi!!; Non le avria difeoverto un tal fegreto, Ch' io forfè non avria commelfo altrui . Onde è fegno evidente , che l'amore Portato a lei , gli re poner da parte La fe , che mantener devea lincerà . Però non è miltier di configliarmi In cofa manifesta e sì palefe : Ma dar fi denno ad amendue le pene, Di che tal fallo , e l'adulterio è degno , CONSIGLIERE . Veggio, Signor, che la credenza voftra Di cofe tanto orribili e malvage S' appoggia tutta folamente fopra A congetture, le quai fpetfe volte Riefccnvere, e falle anco fovente. Che,quantoal tofco,d'un,ch'abbia due lingue, Et ora a un modo , et ora a un' altro parla , Voi non potete trargiudicio buono . Ma da l'aver Soemo difeoperto Quel, che gli commettefte , a la Reina } Voi formate argomento d' adultero, E quindi parimente di ventilo: MARIANNA. zi 9 Onde prendete quella congettura Per indizio non ibi, ma per certezza : Ma potete di ciò molto ingnillirvi . Perchè può bene iftar , eh 1 abbia Soemo l'atto palefe a Marianna , quanto Voi nel voftro partir gli commetterle ; Ma non però ne fegue, che per quello Adultero fi debba addimandarlo ; Che imprudenza lo puote aver indotto . O forfè voi quello fegreto voftro Potete aver ad altri compartito , Che per gratificarli a la Reina, Glie l'avrà fatto noto e manifefto . Falfa è ancora l'accufa del veneno ., E voi fapete ben, che non fi move Alcuno ad opra grande, fe non tratto Da fperanza d' averne utile , o lode . E qual di lode , o di profitto fpeme Poteva indur la Real moglie voftra A procurar giamai d' avvelenarvi l Non è ella Reina ? non ha Tempre Di voi difpofto , come di fe (Iella ? Non s'inchinano a lei le voltre genti? Potev'ella dapoi la morte voftra Aver grado miglior , maggior altezza ? Quello non già : eh' era bifogno , o ch'ella Da fe reg^efle ognior vedova il Regno, Non eflendo i figliuoli atti a tal pelo z 5 o MARIANNA. Per non aver ancor matura etate , Overo a tal governo altri prencleffe. Quanto a lei, ben potea faper, che male Dal popol di Gi li dea (aria obbedita , Che fu fpeflb ritrofo a i propri Regi : E '1 fidar fopra altrui sì grave pondo , Le poteva apportar più mal , che bene : Che quel tal di leggieri avria potuto Del Regno a poco a poco impadronirfl , E di vita privar anco i figliuoli . E , quanto a 1' adulterio , non è cofa, Onde prender dobbiate alcun foipetto , Avendo conofciuta la Reina Mai Tempre carta , e verfo voi fedele. Ma intorno a ciò vi parlerò nel fine . Quel, eh' ho detto di lei, può dirfi, ancora Del Capitan , eh' adultero chiamate . Egli appo voi tien sì onorato loco , Ch' alcun non è , eh' in dignità 1' avanzi, Ma polio ancor , eh' ambizion 1' avefle Sofpinto a defiar la prima altezza , E tirar Marianna a le fu e voglie , Poteva ei ben (limar , che non farebbe Stato giamai dal popolo obedito ; Anzi, come Tiran , di vita fpinto . Senza, che 1' uom , quantunque da natura Inclinato fia al male , efler non puote , Che pefiimo così.divenga a un tratto. i MARIANNA. i 31 Quello da voi confiderat bifogna , E proceder dapoi nel giudicare Senza affetto vermi con lento paffo : E maggiormente intorno a la Reina , Di cui potete far giudicio tale , Che dopo '1 fatto in vali vi pentirete. Et Aleffandro in ciò vi porga efempio , Che uccifo Clito fuo per fubit'ira, Fu per volger le man contra fe Iteffo . Lafciate in ciò paflàr alquanti giorni , Ch' in quello mezzo raffreddato effendo Quell' impeto, che caldo or vi trafporta Col configlio de' voltri, e col prudente Veltro faper, giudicarne poi , Come dee giudicar Principe faggio . E peniate , che quelle mie parole Formi verfo di voi fede et amore , Ch' ogni adulazion da me disgombra . erode . Si come , chi non ha figli , non puote Stimar l'amor e carità del padre; Cosi colui , che non riceve oltraggio, Non può ben giudicar , quant' egli pela Io fono offefo nel mio proprio onore, E P olTefa è palefe . E non ne debbo Sfogar la pnflion , che fente il core , Cm degna e memorabile vendetta ? tjx MARIANNA. E tanto più , che la vendetta fu Degna giuftizia e chiaro efempio a' rei. Poi fievoli fon tutte le ragioni , Che tu m' adduci , e ci fon molti efempi Di color , ch'occupar con quelli mezzi Gli fcettri e le corone, e che regnaro . E d'infedeli mogli ne fon piene Tutte le noftre e le Romane carte . Nè io fcoperfi il mio fegreto ad altri, Fuor, eh'a coltili ,sì, eh' egli fol l'intefe. È vero , che l' amor , eh' io porto a quelta Ingrata, e turbatrice del mio bene , Mi farà gir ver lei più temperato , Ma d'intorno a Soemo ho riabilito, Che prima , che s'ofeuri il noftro Cielo, Ei del fuo fallo fcelerato et empio Degno gaftigo e degno premio porti . Et ho per lui mandato , e 'n tua prefenza Voglio , che 1' aduterio ei ni conferii. CONSIGLIERE . Signor , io (limerò , che tutto quello , Che in cotal grave accufa opererete , Da la giuftizia non li parta un dito; Che lo fpirto di Dio farà con voi . Ma ben vi torno a confortar, che in quello Con maturo difeorfo procediate , Acciò , che '1 pentimento non vi fegua , MARIANNA. 233 Ch'apporta duo! fenza rimedio al fine. ERODE . Io lo vc^go venir , e per le vene Comuiover irti fi fente il fangue tutto . CONSIGLIERE . Deh fi raffreddi in voi 1' ira e lo fdegno . SOEMO , ERODE , e CONSIGLIERE . SOEMO , C^jolui , benigno Re, da cui difeende Ogni felicità, vi dia fallite . erode . E porga a te la gicja, che tu merci . SOEMO . In che vi fa miftieri or di fervirvi De 1' opra mia , poi che 1' altezza voflra Ha mandato per ine con t inta fretta ? erode . Sendo verfo di me tanto fedele , Quanto al maggior infogno h ai dimoftrato, Da te medefmo imaginar tei puoi . * i U MARIANNA. SOEMO . Voi mi folete adoperar in molti Maneggi malagevoli e importanti. Nò cola ò si difficile e sì grave , Ch" a la perfona mia non commettiate . Non , perchè non ci fiano altri nel Regno , Che di valor m' aguaglino , et ancora , Che non portali talor lafciarmi a dietro , Ala , perchè non vi par A' aver trovato In altri tanta diligenza e fede . E nel ver di giudicio alcuna volta , Si co;n' uom , rignor mio, porto ingannarmi, Ma d' animo , e di buona volontate Ardifco dir, eh' alcun non mi fi accolla. E, s' io non prendo error , veduto avete Non una fol , ma molte efperieuze . ERODE. Martime nel fegreto , eh' io commi/I Ultimamente a la tua tanta fede . SOEMO . In quello, e in ciafeun' altro parimente , Che vi degnafte in alcun tempo impormi. erode . Se cosi fedelmente t'hai portato Ne gli altri , come t' hai portato in quello, ■ MARIANNA. 23; Non è più disleale uomo nel mondo , Né maggior traditor di quel , che fei. CONSIGLIERE . Deh temprate , Signor , temprate l'ira erode . La tua perfìdia t' è di mente ufcita ? O Itimi , eh' ella a me non ila palele ? SOEMO . Se perfido è i! fedel, chi fia 1' infido ? Io non conol'co in me perfidia alcuna : Ne fo , com' eifer polla a voi palele Cofa , che non è in ine , uè fia giainai erode . Quello , eh' io ti commifi nel partire , Sì come non ha molto mi elicerti , Hai tenuto riporto nel tuo petto ? Se l'hai tenuto , non è dubbio alcuno , Che tu verfo di me non fij fedele . Ma , fe l'hai difeoperto a Marianna ; Quefta dirai perfìdia , o fedeltate ? E , che vuol dir cotefto tuo filenzio ? Perchè non mi rifpondi ? 'Parti forfè La mia dimanda di rifpofta indegna ? O pur taci però , eh' ardir non hai ijtf MARIANNA. Di negar quel, eh' è troppo manifefto ? Vedete, come è divenuto in volto Pallido , e in tutti i gefti sbigottito , Come r aveffe morfo un freddo Serpe . SOEMO . Signor , qua! volta io penfo a la gran forza Che la fortuna ha ne le cofe umane... ERODE . Tu pigli da lontan la tua rifpofta . CONSIGLIERE . Concedete , Signor , eh' egli rifponda Liberamente , e qual per lui fi vuole , Che ciò non può adombrar la ventate . SOEMO . Io mi fento tremar dal capo al piede: Però, che quella rea fa, ch' in un punto Si perde l'acquiftato di molt' anni. Ecco , eh' un lieve error comincilo a cafo Fia cigion di levarmi preflb a voi Quel favor, quella grazia , e quel 1 ' amore Di che in procedo d'affai lungo tempo Fatto m'avea la'mia virture acquilto. Voi faprete , Signor, chela Reina , Coni' io vi dilli, a la partenza vollra , MARIANNA. 237 In tal Cartel veclendofi rinchiufa , Et olfervata ognior da guardie tante, Venne in openion , che 'I voftro amore In odio verfo lei cangiato avelie . E quefla openion P addufle a tale , Che in tutto fi volea levar di vita . Ond'io, per dar rimedio a sì gran male , Indotto da imprudenza ; o , che '1 mio fato Così portiffe , a lei dilli : Reina, Se vi penfate , che'l buon Re non v' rimi, Quanto fi puote amar cofa mortale , Voi liete in cieco e grave error involta; Et io ven pollo dar verace prova ; Ch' egli , per non far perdita di voi Ne l'altra vita, e fempreavervi a lato , Mi commife , che , quando elfo mancarli In quella alfenza , uccider vi doverli : Cofa , che da voi ftelfa avrefte fatto Per non reltar in vita fenza quello , Che Mimate di voi la miglior parte. Il che , quando recarle a crudeltate , Voi non comprenderefle , quant' ei v' ama . Però vivete lieta , che Sa toilo Il fuo rirorno , e '1 rivedrete in breve . Or confettò, Signor, che fciocco io fui, Ma perfido non già , nè nacque meno Quello da rio voler, che mi fpingelìè Ad eflervi nimico , o traditore . 233 MARIANNA. Voi porto Tempre in mia cuftodia avete Le Caltelia e Città del voftro Regno , E ritrovato in ciò Tempre m' avete Conforme in tutto al defiderio voit.ro . Or , come è verifunile, eh' io fia Cangiato si da la mia prima mente , Ch' abbia voluto offendervi cotanto In cola , della quale io non potea Nè utile ritrar , nè lode alcuna ? Conchiudo, Signor mio, d'aver errato, Ma , che'1 mio error è degno di perdono, Poi da poco difeorfo è proceduto. E, come avrebbe campo il Re del Cielo Da di inoltrar la Tua fomma pictate , Se i' uomo non pece affé alcuna volta ? erode . L'infirmiti , ch'offende il corpo umano, Da 1' offelb ogni volta è conefeiuta , Onde ricorre al Medico , e guarifee. Ma de 1' animo i morbi ha rari , o pochi , Che n' abbian conofeenza ; eh' a ciai'cuno Sembri d' averlo ("ano ; e quinci avviene , Che non cura dè impiafìri, o medicine. Io voglio dir , che quello tìiìleaie Non conofee ignorante il fuo peccato : Anzi cotanto cieco effer non puote , Ch' egli non vegga la gravezza immeufa MARIANNA. J39 De la fua contra me commefla olfefa : E cerca con ragion deboli e {"ciocche Trillo, quant' egli può, di menomarla , E faria di perdono inficine degna . Ma, sì come ei confetta , che fu fciocco Ad oper ir il mal, eh' egli ha operato, Cosi è fciocco non pur, ma forfè nato A creder con tal velo ricoprirlo . Ma non è già , eh' egli fia pazzo, o fciocco Ma Mima me così di luce privo , Ch' ei poffa il ner pel bianco dimoftran.u Tu m' hai fatto un' offefa la maggiore, Che farmi fi poteffe in verun' atto ; E molto ben da te la comprendevi . Ma difprezzafti la perfona mia , A fin di far vedere a Marianna , Che lei n'amavi , e t' era la fua vita Più cara affai, che 'l debito e l' onore . E ciò , perchè credevi fermamente , Che più d' Egitto io non tornarli falvo . Onde avevi propofto per tal via Di far con offa maritaggio, e'nfieme D' occupar in tal guifa il Regno mio . E ciò fperato ancor tu non avrefti, Malvagio traditor , fe prima fecó Qualche pratica avuto non averte. Ma '1 gaftigo n' avrai , come a lei diffi, Al tuo grave delitto in parte eguale. 2 4 o MARIANNA. SCEMO . Signor , il fallo mio fcufar non voglio : dico , eh' elfo è grande più di quanto Si pofia imagiiiirda umano ingegno. Ma fa colui , che vede apertamente Quel, che fi chiude dentro a' noftri petti , Che da malvagità non è venuto. E fe '1 mio avefle un fpecchio , onde potefle Quefto mio cor a voi rralucer fuori, Tutto '1 vedrette candido e fincero . Mia fe v rio di voi ftrbai mai fempre Ne 1' aitre cofe ad ogni tempo intatta ; E non pur non v' ho orfefo ne 1' onore, Ma tal {celerità giamai penfata . E chi di ciò incolpaflè la Reina , Potrebbe così dir , che nel gran Dio Non fi trovi giuftizia , nè pietate . Nè veriiimil è , ch'io macchinali! , O macchinato avelli d' occupare Lo feetro e la corona di quei Regno , Che dopo voi s' afpetta a' figli voftri, Perchè fora bifogno , che bramato Avefii di far quefto , o col confenfo De' popoli foggetti al voftro Regno , Over con adoprar le forze e 1' armi . Col conlenfo de'popoli, in che modo? Avendo elfi a lo flato fucceffori Legittimi, e di giuiìo Re figliuoli. Per MARIANNA. mi Per forza d' arme? e chi m'avrebbe ciato Aita in ciò ? che tutti fon per voi. Certo, che quando avelli il cor rivolto A tal penfier , farci (tato non pure Malvagio , ma fciocchiffimo e ignorante. Or quanto , alto Signor , al primo ecceffo, Io v' affermo e confeflb d' elfer reo Per fola inavcrtenza . E s'io fon degno D' alcun perdon , la vortra gran bontate Dimoftri quanto fia dolce e pietofa : Quanto a! fecondo , io fon tanto innocente, Quanto voi, giu/ìo Re, quanto fu inai L'Ebreo Giufeppe, o '1 giovinetto Greco , Che fcampò dal furor de la matrigna. E le dir più poterli, i' più direi. ERODE . Se 1' efTer tu , si come fei nel vero , Traditor et adultero egualmente , Non folle da fe fteffo aperto e chiaro ; 10 lo ti farei dir per la tua lingua Con la folita forza de' tormenti . Ma '1 peccato veggendofi palefe , Quand' io ti perdonarli, non farei Quel giufto Re , che tu mi di' eh' io fono. Né men 1' efempio feguirei , sì come Debbo feguir , del Re de gli clementi : 11 qual non folo al padre noftro antico Teat. Anticoj Toma VI, L t 4 i MARIANNA. Non volle perdonar il primo errore, Ma fpeflo gàftigò le genti ree , Quando col foco , e quando Con la fpada , E fpeflb con la fame , e con la pelte . Il gran peccato tuo degno è di morte : E vuo', che tu ne moia , e ne morrai Non folo in quello dì , ma tra poch' ore . È vero , eh 1 io potrei far lapidarti Dal popol noftro, o lacerar da' cani , O fofpenderti a un palo , o porre in croce , Over darti alcun' altro afpro flagello; Il che morte faria debita e giuria . Ma per umanità vuo' che ti fia Dip?rtita dal buffo oggi la teda . Quella è la mia fentenza . Or torto voi Conducetelo in piazza del Caftello , E imponete a! Carnefice , che faccia , Che '1 giufto voler mio refìi adempito. Erode , come io ne morrò innocente , Cosi faccia il gran Dio , che non ti vegga Contento , o allegro de' tuoi propri tìgli. ERODE , e CONSIGLIERE . E T uom, che indotto da malvagia mente SOEMO . ERODE. MARIANNA. 24J Alcun privato ne 1" onor offende , È degno di gaftigo : or , che conviene A chi ad un Re , o Signor ingiuria faccia O quanto volenticr vorrei , che quefto Perfido e traditor ne 1'onor mio Un tale oltraggio non avelie tifato : Ch' io viverei ancor più che mai lieto ; Et ei fi frovarebbe in maggior gr. 1.0 Di quello , che fin qui s'è ritrovato : E quel che imporra più, con Marianna Fornirei tutto '1 tempo , che m'avanza Senza fofperto alcua , coire felice : Onde 'I dolor , che ricevuto i' n 1 a^gio De la fua rotta fe , del fuo peccato , Non mi fofpingerebbe a quel , eh' io temo Che centra di cortei non mi fofpinga . Che ci' una parte mi ritiene amore , E d'altra la ragion mi volge e fprona : Né fon ben rifoluto, quii di due Portar debba vittoria de! mio core . CONSIGLIERE . Signor, parmi foverchio il confortarvi Da capo a ufar in ciò qinlche lentezza, Acciò il pentir non ve ne fegua tardo : Pur io dirò, che di Soemo certo La morte non farà tenuta ingiuria , Per aver riil'covtrto a la Reina L 2 244 MARIANNA. Segreto tale e di tanta importanza . Benché potrà parer forfè ad alcuno Quella punizion troppo fevera , Giudicando tra lui , che la prigione , O 1' efilio doveva efl'er ballante . Ma quanto a Marianna, fe per forte L' ira v' induce a condannarla a morte , ( Che però non lo credo ) abbiate certo, Che tenuto farete da ciafcuno In giudicio cotal empio et iugulilo . Perchè de l'adulterio non avete Certezza io non dirò , ma indizio alcuno . Che non è ragionevole , che Donna , C ha tanto tempo fenza macchia alcuna Verfo di voi fua caftità ferbata, Or che pafl'ìta è quella frefca etate , In che aver fuole amor, in noi più forza, A non lecite fiamme apra il fuo petto . E quando aveffe pur avuto luogo In lei , come non ave , ardor veruno ; Ciò nel fuo cor avria delio et accefo Bellezza, gioventute, e cofe tali, Che fono a mover Donna atti iftrumenti. Ma che parte è in Soe:->.M> , che poteflè Dal diritto fentiero aver piegata Lei , che fu fempre d' onellà colonna ? Se prina a la beUà rifguardo abbiamo , Elfo ha pallido U volto , e gli occhi fieri, MARIANNA. 24$ E in tutti gli atti e movimenti (boi Del terribil via più , che de l" umano . Quanto 3 V età , s' accorta a !a vecchiezza. Onde è cofa ridicola a penfare , Ch' ella s' averte eletto un tale Amante; E tanto più , che ne la voftra corte Si trovati moki Cavalieri illuftri, Giovani, prodi, e di bellezze adorni. JVla qual parte di bel manca egli a voi ? È forfè alcun, eh' in ciò vi vada innanzi ? In cui rifplende più la Maeftade Regia , di quel, eh' ella rifplende in voi? 10 taccio quella amabile dolcezza , Che vi fa fino a gì' inimici grato . Poi fette iuftri non pallate ancora ; Età miglior di qual fi voglia etate . Se a tal condizion volgete alquanto 11 pender vortro , voi non crederete , Che la Reina abbia commetto fallo , E che n' avete fo! vano fofpetto. Ci fon di fua innocenza altre ragioni , Ch' io tacerò per non infaftidirvi , E le fapete voi cosi , com' io . Però, Signor, sì come forte fempre, Cos'i a quel!' ora ancor fiate prudente , Nè fate pregiudicio a l' oneftade Di lei , eh' a voi giamai non fece oltraggi». Ricordatevi ancor , che voi fedete L j i4 Che non gode , fe non de gli altrui danni : Perchè la vita lor peggio è , che morte , De le milerie umane ultimo fine : Nè gufano giamai felice un giorno . Sorge più, ch'atra notte, ofeuro il giorno In ogni tempo a 1' infelice genti , Tal', che dei viver lor bramano il fine; Poi che non ponno di crudel Tiranno Fuggir oltraggio , o ingiuriofa morte Dopo mille tormenti e mille danni. Molte noie fovente , e molti danni Apporta a 1' uomo il variar del giorno In fin , che lo conduce a la fu a morte . Pur è felice al par di quelle genti, Di cui fatto feroce afpro Tiranno Le miferie già mai non hanno fine . O beato colui , che torto al fine Coi morir giunge de' fuoi lunghi danni , De 1' unghie ufeendo di crude! Tiranno: E benedir può mille volte il giorno ; Che non fecer giamai popoli , o genti La più tranquilla e ripofata mone. L 4 ì4 t MARIANNA. Chiamano ad or ad or te forda morte. Che le conduca al defiato fine, Le tormentate , e miferabil gemi, Per finir parimente i gravi danni , Che fenza mai pofar di giorno in giorn» Porge lor Tempre ingordo e no Tiranno . Diftrugga , fommo Dio, quello Tirana» Tua forte man con meritata morte : Fa' che '1 Sol porti quello lieto giorno , Che con giuda vendetta abbiano fine Gli afpri flagelli , et i penofi danni De le mefchine e travagliate genti. Sperate, afflitte genti , ufcir di danni; Che si comò ogni giorno irriva al fine, Così morte ci toglie ogni Tiranno . r MARIANNA. i 4 y ATTO QUARTO. NUNZIO, e CORO . NUNZIO . D EH perchè non ho io inifero V ali Da poter follcvarmi alto da terra Si , che più non vederli orma nè fegno Di quefto empio Cartello ? Empio lo chiamo, Poi eh' opeie sì crude in lui fi fanno . Privar 1' uom de la vita è cofa fiera : Pur quando'ciò fi fa per mantenere 1,' alma giuftizia in pie, Dio lo concede. Ma uccider per fofpetto uno innocente , Non è officio da Re , ma da Tiranno . Quciti fono ce'frutti, che 1'uom coglie Dal lenir ne le corti . O voi infelici, Che da' Principi fete in alto polli: Che molte volte fenza caufa alcuna D'ogni miferia vi trovate al fondo . Non dico già , che non ci fian de' buon! , ( Che ce ne lo.'.) ina gran fatica è a 1' uomo A poteri! fchermire, e ferri feudo Da le falfe calunnie, che fi danno L 5 2jo MARIANNA. Lor da 1' invidia fpeflb de gli eguali, E de gì' infimi ancora e de' maggiori . Oltre , che trova la fortuna mille Occafion di volger futtolbpra Lo fiato altrui, da pur fublime et alto o Ma bifogna tener le labbra chiufe , E tacendo (offrir i noltri danni. Soerno , che fu già cotanto grande Predo il Re noftro , or come fiato fodè li maggior fuo nimico , e'1 più malvagio Cavalier, che-fu mai fopra la terra , Con publica ignominia ne la piazza Per le man del carnefice ha forniti 1 giorni flioi con non devuta morte . CORO . Pur dunque è dato uccifo Cosi tofto colui, Ch' era poc' anzi ii daftro occhio d' Erode, Chi penderebbe mai , Che ì' umane grandezze Correderò a tal fine ? Ahi mondo pien d' affanni, Pieno d' ogni dolore . Ma chi ferve a Signore , Dev' effer diligente Di non preterir cofa , ch'ei comandi : Perchè un picciolo errore , MARIANNA. 2 f t Ch' ei commetta una volta , Gli toglie ogni favore, E fa fcordar ogni paflàco merto . Ben era degno certo Scemo di gaftigo : ( Se giudicar a noi non fi disdice ) Ma non però di morte : Se affermar non vogliamo Ch'uri Re può dir: così comando e voglio: Sia la mia voiontate Altrui ragione e le^ge . Ma non dispiaccia a te di raccontarne , Com'è fuccWoil fatto, Ch' a noi fia cofa grata , Poi eh' altro non polliamo Darli ne la fua morte , Ora donarli alinea lagrime e pianto . Nè ti rincrefea ancora Di dirci quel, che porti In quel bachi d'argento , D'oicuro e negro vel chmfo e coperto. NUNZIO . Come è avenuto il fin di quel mefehino, Ne la guifa , eh' Erode ha comandato , Io fon tenuto raccontarlo a lui ; E di inoltrar a lui primieramente Quel, che '1 baciti d' argento in le nakonde. L da tutti : Di pietà, non fapendo qinl cagione Lo conducete a far sì brutto fine . Quivi , poi che nel mezzo ei fu fermato , Un de' minifìri gli levò di doflb La veda di broccato , e in vece d'eli» Di panno lo coprì logoro et atro . Poi legatoli infìeme ambe le mani Dopo le fpalle con ben dreni nodi, E 1' officio al Carnefice commeflo , DifTe gridando un pubblico Trombetta ; pepolo , il noltro Re, sì come giufto, 2 j 4 MARIANNA. Ha condannato queflo ingrato a morte Mollo da due ragion , ciafcuna grave . L'una d' aver fcoverto a la Reina Un fuo fegreto grande et importante , E I' altra per onor del Re li tace . Voi la giuftizia fua lieti lodate , E di tal Re rendete grazie a Dio . Alcun non fu , eh' a tai parole ofalTe Le labbra aprir : ciafeun rimale cheto . Et egli allora risguardando intorno Le genti fparfe con ficura faccia , Quali lieto formò sì fatti accenti . Io chiamo , popol buon , fedele e giufto > In tertimon del vero il Re fuperno , Come non mi condanna a quella morte Delitto alcun, eh' io commettevi mai : Ma rio fofpetto e crudeltà d' Erode . E benché io ne poteffi chiaramente Ogni fua iniquità farvi palefe , A lui portar io voglio quel rifpetto , Ch'a la fua fellonia non fi conviene . Ma quanto ei fia crudel ; come non tema La giti (tizia di Dio , per quel, ch'io poiTo Per più d' una ragione imaginarmi ; Voi lo vedrete innanzi a gli occhi torto . Ch' a tal palio vedrete ( e voglia Dio , Ch' io me ne inganni ) la Reina voftra ; E forfè parimente anco i figliuoli : MARIANNA. i J( Però che non fu mai Tiranno alcuno , Che lui di rabbia e crudeltà avanzaffe . A me Tappiate , che '1 morir non duole , Pereti' io moro innocente ; e in : ; ■ ; ; ^ , : ' ; ' ^ , • ■ ' : : ijS MARIANNA. Dal manco lato, e fuor gli traffe il cuore , Il qual tremava e palpitava ancora . Indi tagliando al morto ambe le mani , Quelle infieme col cuore e con la tei'U Pofe in quelto bacino , ivi recato , Ricoprencìol col panno d' ogn' intorno. E poi m' impofe chi n' avea la cura, Che nel modo, c'ho fatto , il vi porgerti - Tal è la morte di colui, che fue Il prim' uom , eh' ebbe mai la voftra corte . E quelle fon (si come io v' ho già detto , E voi veduto chiaramente avete ) Le parti principali del fuo corpo , Ch' ordinarti , eh' a voi foiìbr portate . erode . La pena fu minor del fuo demerto ; E in'è grave , eh'ufai troppa pietate. Che far io lo dovea fepelir vivo, I O più torto stracciarlo a brano a brano ; Ma foverchia bontà fa peccar fptffo . Quefte pmi terrai così coperte , Ch' io voglio , che le vegga la Reina . Unadi voi, pietofe Damigelle, La faccia da mia parte venir fuori, E la mia fida guardia 1' accompagni . CORO . Eccomi obedier.ta . M A R I A N N A. zsj Ad ogni voftro cenno . Cosi faccia il Signor , che crudeltate Non ufiare in colei, Che lempre efempio fu di calcitate . ERODE . Rimafe di tal morte fodisfatto Il popolo, o inoltrò che gli doleffe! NUNZIO . Quello afFermsr non fo ; che la paura Sovente fa , che i luciditi ftan cheti . Ma per quel , che fi vide ne l'afpetto, Parve , eh' a tutti ciò premerle moito . erode . L'ignoranza è cagion ne la vii turba Di feiocchi affetti , e di giudici) falli. Nè cofa è più volubile e leggiera Di quel, eh'è il volgo , e temeraria e pazza. E fovente quel , eh' oggi li difpiace , Doman gli aggrada, e fommninente il prezza; Onde di lui far non fi deve ftiina . NUNZIO. Ma ecco , Signor mio , la guardia ; et ecco Ufcir la Damigella e la Reina . " . • ' - ■ ' - • %m ■ i - tri, rrJ'----. .:vr.- •258 MARIANNA. ERODE , MARIANNA , e NUNZIO ■ ERODE . 13 UE grandi errori ho nel ritorno mio, Marianna , commefli ; e d' ambedue Certo non picciol duol mi preme il core: L'uno di non aver fatto per tutto Queilo palagio ornar di panni d' oro , Et infìeme regal fplendida feda , Per dimoftrar de l'allegrezza fegno , Che fomtna ho prcfa in rivederti fana : L 1 altro ( e quefto è maggior) d'eiTer mancato A l'obbligo , eh' io porto in onorarti Di qualche raro e preziofo dono Conveniente a la tua pura fede . Il primo error per emendar io fono Tofto, che'l Sole il nuovo giorno apporti; L'altro emendato ho nel prefente in parte , Perchè a quello bacin fi chiude dentro Cofa , che più , che la tua vita, amarti , E credo, eh' amerai dopo la morte . Tu , fervo mio fedel , ne leva il panno , Acciò eh' ella veder poffa con gli occhi Quel , che fempre con l'animo ha veduto . MARIANNA. Crii del Erode ; io non dirò mai Rege , l MARIANNA. if» Anzi crudel Tiranno . E qusfto è poc# , Crudcdiiiina Furia de l'Inferno ! Non ti balia ci' aver fatto morire Uno innocente, che veder ti godi Le fue reliquie , come gemme , avanti ? ERODE . Tu, Nunzio, or ben folleva alti la teftk : Volgi qui, Marianna, e fifa gli occhi. Quefto è quel volto , che già tanto grato Fu, moglie iniqua, al tuo sfrenato ardore . Solleva in alto ancora ambe le mani . Quelle le mani fon , che molte volte T' han cinto il collo in vituperio noftro. Prendi anco in mano, e le dimoftra il core. Quello è nel fin quel cuor, Donna impudica, Appo'l qual ebbe '1 tuo sì caro albergo . Or godi lieta le reliquie morte Di quel fellon , che si ti piacque vivo . Vedi , s' io potea far , ingrata Donna , A' inerti tuoi più convenevol dono . MARIANNA. Di Dio nimico e de la gente umana , SI fatti fono i premj, che tu dai A color , che ti fervori fedelmente ? In che t'ha offefo il rnifer di Soemo , Fuor, ch'in avermi dilcoperto quello, 26© MARIANNA. Che fcoprir ini devea, fend' egli giudo ? Tu commetterti a lui , che m'ucciderle, Se te uccideva o la giuftizia , o Dio . Ti dimando , fe quello ei far devea? Se far devea morir una innocente Per fervir a le voglie d' un Tiranno ? Già non devea; che non concede altrui La legge , che fi privi alcun di vita , Se per qualche delitto ei non Io merta . E qual delitto aveva ei mai commeffò Contra di te? in che trovarti, o fiero, Ch' in qual fi voglia cofa io t' abbia offefo? Certo in nefìlina : e tu crudel lo fai . Adunque , fe non era egli tenuto A far quel mal, che vietano le leggi, Non era anco tenuto d'occultarlo A colei, ne la qual far fi devea . Ma tu potrerti dir, eh' o buono, o reo, Che tu ti fia , elTer ne vuoi obedito ; E l'inobedienzs fi punifee Così da i giufti Re , qual da i Tiranni ■ Io tei concedo : ma non era aflai Punir coltili, fenza dannarlo a morte? Non avevi più modi da punirlo, Se punir fi conven l'opere buone ? Ma tu per adempir il tuo delire , Ch' ad ogni tempo fu vago di fatigue , Hai finto c' ho voluto aveleuarti MARIANNA. 161 Indotto pur da lui, col quale affermi , C ho commeflo adulterio . Ah rio Tiranno, Anzi moftro crudel de la natura : Cosi infami te ftello e la tua cafi Per ingordigia , e 1 hai de i' altrui morte ? Ma pongali , che quelta crudeltate Sia nata da fofpetto, il qual hai prefo Da lo avermi Soemo app.tlefato Quel , eh' imponevi , eh' ei tenefTe occolto. Adunque per fofpetto tu difeendi A far i tuoi fède] di vita privi ; E trattar da impudica la mogliera ? Se mai di ciò ti folle Mata alcuna Accufa data ( ancor che non fi debba Rapportar di leggeri a 1' altrui lingua , Se chiaro ben non fi ritrova il vero ) Sarefti degno di perdono in parte . Ma a tener il fofpetto per certezza , E cofa da fieriffimo Tiranno . Mi. certo è , che tu brami di vedere , Com' hai villo del mifero innocente, Cosi egualmente il fin de la mia vita , Acciò d' Ircano più non refti prole . Ma a fa meftier , compir volendo quello } Che tu levi di vita anco i fig!iuo!i, Si come è da ftimar, eh'anco farai. E quanto a me , come t'ho detto avante. Ho più caro morir , che vivsr teco . iti M ARIANNA. Nè forte immaginar t: puoi Hi morte Tanto acerba e crudel, che mi fpaventi . E, fe per quello m'hai fatto ufcir fuori , O giorno a me fovra ogni giorno chi irò! In cui, per grazia di che'1 Ciel governa, Ufcirò de le tue fpietate mani , E innanzi al mio Fattor n' andrò volando : Il qual io pregherò , che de le tante Orfefe a me già fatte , et al mio l'angue , Faccia , coni' ei farà , giuda vendetta ; E dal tuo efempio impari ogni Tiranno Ad ofiervar ei primo quelle leggi , Ch' e' vuol, che fian dal popolo offervate- Sol ti cheggio una grazia, a cui mi movo Da materna pietà fendo fofpinta , E quella è , eh' a mia madre , anch' ella, come Son' io , monda del tutto et innocente, Non t' increfea di dar la viti in dono. Sij di mia vita quanto vuoi 'l'iranno , Ifquartail corpo mio, fa'di lui (traccio : Ma ne la fua giuilo Signor ti moitra : E s'è bifogno f.ncor , che pe i figliuoli Ti preghi , io faccio quello officio ancora . Se ciò tu mi concedi , io ti prometto Supplicar al Rignor, che la mia moire E quella di Scemo ti perdoni. ERODE. Due cofe ni' hanno , federata donna , MARIANNA. i<3j Agevolmente inTno a qui ingannato Verfo te di giudicio e di parere . L' una è ft-'.to i'afpetto del tuo volto Atto a ingannar ogni più afiuto ingegno , Che in te ini prometteva un cor più puro , Che non han le Columbe. E V altra foro Le tue falle e dolciffime parole , Che mi pofer più volte innanzi a gli occhi Un velo tal , che non permife, eh' io Vedeffi quel , c' ho difeoperto al fine . Or che la tua malvagità m' è chiara, Non ponnoquelle, o quel farmi più inganno. Tu m'hai tradito , e'1 tradimento è tale, Che l'ufar in te (leffa ogni maniera Di crudeltà , fi dee chiamar pietate. So , che più tolto t' è grato il morire , Che'1 viver meco: e per quello cercalti Tonni ci vira , acciò per la mia morte Liberamente ti goderli quello , Che col morir t'ha tolto ogni dolcezza , Che folevi guftar de la tua vita. E 1"j cettezza , c' ho del tuo peccato , Chiami fofpetto , et ingordigia, nata Da fere , come dici, del tuo fangue. E pur tu delia fai, che dici il falfo , Ma or, perjimoftrar eh' io ti amo ancora , Come fempre t'amai, vo'contentarti. Cosi pietofo io ti condanno a moite ; i6 4 MARIANNA. E pitta chiamo il condannarti a quella, Perchè io fo , che ti do doppia allegrezza . L'ima, che farai priva di vedermi , L'altra, perchè morendo , compagnia Terrai perpetua a quel malvagio e rio, Di cui rertando in vita , parimente Reftarefti ad ognior fpog'iata e caffà . E perchè maggiormente tu conofea La mia pietà ver te , che non la merti, Ti concedo , ch'elegga, qual maniera Di morte a te parrà , che iia men grave . MARIANNA . Io torno a dir, eh' ogni più cruda morte A rne più cara fia , Che ftar in vita teco Nimico di gin [tizia ,e dipietate. E fe mi fai la grazia , eh' io ti cheggio, Donna non mori mai di me più lieta . ERODE. Or vanne dentro -, e voi la feguitate : E tu mio Prefidente farai tolto Quanto da me di lei ti fia commeUb . NUNZIO . Signor , afpetto , che mi comandiate Quello , che voi volete che il faccia De MARIANNA. z6; De le reliquie, eh' ancor tengo in mano. erode . Dalle a mangiar finitamente ai cani : E cosi fa' del corpo di cortili, Ferchè degni non fon di fepoltura . NUNZIO . Io farò tutto quel , che m' imponete » BERENICE Nlldrìce , ERODE, AI.ESANDRO, ARISTOBOLO Figliuoli d' Erode , CORO , e SOLDATO. BERENICE. I^enigno R.e vi prego , fe pregarvi Da la voftra bontà m' è conceduto ; Che vi piaccia por gin 1' ira e lo ldegno , Che vi fan foipettar di Marianna Quel , che vero non è , nè fu giamai ; E v' hanno indotto a condannar a morte Senza difetto alcuno una innocente. Io vi prego per Dio , non fiate ingiurio Contra de la conforte, poi che inai Non commette/le in altri opera ingiuria. E fe verfo ciaicun lete pietofo , Non vi inoltrate or contra lei crudele ; Quinci punir volendo gli adulterj , Teat. Antico, Temo VI. M ì66 MARIANNA. Come cercan le leggi e l' oneriate , Date premio a coilei , che iempre fue Al letto maritai fedele e carta . Io vi prego, Signor , che i preghi miei Di quella oneita grazia liaiio degni . Ben fapete , che jneglio è da la morte Liberar un colpevole , che imporre Che moja , coni' è quella , un' innocente. erode . Semplice vecchia , il numero de gli anni , E l'amor, che tu poni a Marianna , Non ti lafcia veder , che cerchi indurmi Da giufiizia a ingiustizia , e che mi preghi, Per dimoftrar pietade a la malvagia, A divenir crudel contra me fteffo . Ma t' affatichi in damo : or ri diparti. BERENICE . Poi eh' io non poffo ritrovar pietade , Anzi pur d' onelìà debito officio Ne 1' indurato cuor del padre voftro; Voi , che gli fere lig'j , or procurate Di far quel, eh' io non poflb . O Re, volgete Gii occhi a' voltri figliuoli , e non negate La grazia a lor, eh'a me negata avete . ALESSANDRO . Re, Padre, e Signor mio , 1' amor , che noi MARIANNA. 167 Fratelli a la Reim noftra madre Porriam debitamente , e la pietade Ci confìringe a pregarvi umilemente, Che non vogliate in iti , si come udimo Ufar eifetto alcun contra le leggi. ERODE. Voi non parlate come fi conviene. ALESSANDRO . Illuftre geniror, noi ben fappiamo Quanto i figliuoli fian tenuti al padre : E v'abbiam quel rifpetto e riverenza, Che fi conviene a 1' obbligo de' fìglj . ERODE . Io non vi riconofeo per figliuoli. ALESSANDRO . Adunque cangeremo le parole : E vi giuriam pe i raggi di quel Sole , Che porge luce a le terrene cole , E per quel fanto Re , che regge il Cielo , Che , le farete contra lei crudele , Noi faremo dal debito sforzati A por da parte e 1' obbligo , e '1 rifpetto . Noftra madre gia:n?.i non fece oltraggio Al letto maritai, nè contra voi M i 2(53 MARIANNA. Oprò cofa giamai d' onor indegna. E chi di lei ragioni , o ragionato Ha in altra guila , è mentitor malvagio , E tradir or de la corona voflra . E quella veritate a;:>bi vogliamo ( Benché tenera è ancor la noiìra etate ) Ambedue foliener con V arme in mano Contra ciafcun , che di negarla ardilca . Ma voi ( fn detto con la voftra pace ) Non fate officio di voi ììefTo degno Ad infamar la voftra cafa e noi , D'adulterio incolpando 7 la Reina, La qual, si come io dico, tèmpre ca/la Fu verfo voi, né mai vi fece offela . Ma fete inver troppo foggetto a l'ira, Troppo precipitofo , e troppo fiero. E Dio voglia , che quello a qualche tempa Non v'apporti vergogna e grave danno . Or , quanto a noi , vi replico da capo , Che voi non procediate ingiuflamente Contra di lei , perchè 1' ideilo effetto Sareai sforzati a far contra di voi, Imparando da voi 1' efler crudele . ARISTOEOI.O . Io non fo,fe chiamar padre vi debba, Benché mi fere padre: poi che dite , Che non ci conofecte per figliuoli} MARIANNA. 2 <5 9 Ma dico quel , e' ha detto mio fratello , Ch' io vi prego , vi lupptico , e feongiur» Per le leggi e per Dio, che non vogliate Incrudelir contra la madre noltra , Che contra voi inai non commil'e fallo . Ecco eh' io pongo le ginocchia in terra, E bìcio infieme le ginocchia voftre , Levatevi, levatevi per Dio Da tanta crudeltà : che vi prometto , Che s'oggi farà il fin de la fua vita, Sarà aiedefmamente anco di voi: E fe noi non potrera far sì beli' opra , La farà certo un dì la man divina . COKO . Ah tolga il Re del Cielo , Ch' oggi ne fegua qualche crudeltade , Che Ila d' infamia a la prefente etade. erode . Le parole da voi malvagj dette Dimoftran chiaro e manifefto molto, Che nefliin d' ambi voi lia mio figliuolo, Ma di Soemo d' adulterio nati . Che fe materno amor vi fa pietofi Verlo cui non devete , maggiormente L' ob'iigo di natura vi dovrebbe Aver fatto inclinati inverfo al padre ., M 3 i 7 » MARIANNA. Però che la natura ha troppa forza . Ma fete, corti'io dico, di quel le ni e , Che , qual li convenìs , del tutto ho fpent». La madre voftra ognior viile impudica, E impudica morrà, malgrado voftro , Nè reHimon fi puote aver maggiore Contra di lei , che la malvagia mente, E '1 rio voler , che contra me moftrate . Or come , giutto Dio , come far denno Le cafe de' privati, fe le corti Reali , ove '1 rifpetto è via maggiore , Non fi ponno fchermir da gli aduìterj ? ALESSANDRO . Padre , però che fiam pur voftri figlj, Benché l'ira vi fa dir altramente, E la Reina fu fempre pudica : Non vogliate , per Dio , deh non vogliate Ufar tal crudeltà contra di lei : E di ciò vi preghiam con tutto il core . Efaudite le lagrime , et il pianto , E vogliate più tofto in noi vedere La pietade , che i figlj a' padri denno , Ch' eflèr fiera cagione in noi d' afprezza. Tu , mio fratel, fa' il fimile egualmente, E li chiedi perdon di quel, c' hai detto . ARISTOBOLO. Padre . MARIANNA. 271 ERODE. Parlar più non bifogna , Io non t'afcolto. Nè Padre di' ; che non fui mio figliuolo . E fe di quello corpo ufciti forte , Ancor non crederei ini folte fìglj ; Onde vi tratterò come baftirrìi, E ni mici mortai de la mia viri . E quii farà di voi , che primamente , Soldati miei , dimoftrerà d' amarmi ? Quii prima pel fuo Re itriiigerà il ferro , Benché a sì poca età ciò non convoglia? Ma prendeteli al tutto 0 vivi > 0 morti. CORO •> O crudeltate immenfa . Ecco le fpade igniuie : Ecco come ambedue Si difendon da molti Benché inermi e garzoni . Ma latta, che valore A troppa forza cede . Ecco come fon cinti d' ogn' intorno : Et ecco che fon prefi . O lagriraofo giorno . SOLDATO . Ecco la volontà voftra efequita . M 4 ìjz MARIANNA. Comandateci, o Re , quel che volete Che vi fi faccia . ALESSANDRO . Ingiuito e rio Tiranno Siccome avete condannati a morte L' innocente Reina no/ira madre, Condannate anco noi, perché maggiore Sia !' ingiufìizia e 1' impietate voftra , E fuccedan nel Regno i voftri eguali. ARISTOBOLO. Condannateci tono , acciò che torto Sii il fine e de la madre e de'figliuoli : De la malvagità del voftro core Affettando da Dio giuda vendetta . ERODE . §' ambi coftoro in sì immatura etade Sono ver me sì audaci, e sì crudeli, Or che fari'an col trapaflar del tempo ? Bifi;gna cftinguer l'uno e l'altro ferpe Prima , eh' accrefea in lor veneno e forza Conduceteli infieme parimente Ai luogo de! fupplicio, et ambedue Sien con un laccio ftrangolati e morti , Acciocché effendo di quel reo figliuoli , Non abbiano a fucceder nel mio Regno : MARIANNA. 273 £ ciò dinanzi de l'iniqua madre. Di cui dapoi che a la prefenza fia Tagliata anco la teda ad Aleffandra Madre de 1' impudica , finalmente Marianna ne (la decapitata : Ala la primiera morte abbia Aleffandra , La feconda i biliardi , ella la terza ; Et altro de' lor corpi non fi faccia , Fin eh' ordine da me vi farà dato . E quefto per mio nome imponerete Al prefidente , che 1' oflervi a pieno ; Ma che vuole a queft' ora il mio fedele Conliglier , ma nojofo et importuno ? Or ciò fi faccia tolto , acciocché torto Mi porti il Nunzio la bramata nova . coro . O madri ambe infelici , Infelici figliuoli , Et infelice Rege , Ch' ancor vi pentirete Di tanta e incomparabil crtideltate : Oimè , che la pietate Con la giù (tizia infieme è gita al Cielo E qui di lor non reità ombra , ni velo . M f i 7 4 MARIANNA. CONSIGLIERE , e ERODE. CONSIGLIERE . I^.E mio Signor, i buon configli derni© Replicarli più volte , acciò che , s' una Volta et un' altra rifiutati fono , Nel fin, per non errar , vengano prefi.. Rivocate, per Dio, mentre potete , L' ingiulla, abominufa, afpra Temenza , Che contro a Marianna avete data , Contro a fu a madre, e contro a' figlj voftri. Rivocatela , dico : e non v' increfca Di confentir a chi vi porta amore , E de 1' utile voftro è defiofo , E de la pace, e de la voftra gioj3 . E (limate, che quel , e' ha giudicato Con tal feverità, contra ogni onelto , Sia flato fol furore , e non Erode . Rivocatela, dico, immantinente ; Poi fenza paflion porgete orecchie A le ragion, che per addurvi io fono . erode . L' addurmi più ragioni è un perder tempo 5 Ch'io vog!io(e la ragion vuol,ch'io lo voglia) Ch' irrevocabil fia la mia fentenza . MARIANNA. 175 CONSIGLIERE . Per Dio , rompete l'indurata mente , Et aprite quegli occhi, che lo fdegno Vi tien per voftro mal ferrati e chiufi . erode . Quando arà avuto la fentenza effetto , T' afcolterò , per ributtar dapoi Tutte le tue ragioni ad una ad una. Solo io dirò , c' ho condannato a morte Non i figliuoli miei, ma i miei minici . Nè parimente la contorte mia , Ma un' adultera infame , che volea Col r^ezzo del veneri tornii di vita. Così non una fuocera , ma un' alpe , Che procurò di ber tutto '1 mio fangue. CONSIGLIERE . Più volte , Signor mio, torno a pregarvi, Et infieme vi fupplico umilmente , Che rivochiate la fentenza voftra : Che fete ingiurio : e voi no '1 conofcete, E la ingiustizia voftra non procede Da trilla mente , od animo malvagio , ( Anzi avanzate in ciò mo't' altri Regi ) Ma da P ardor et impeto de P ira, La quale è '1 più perlifero veneno , M 6 i 7 4 MARIANNA. Che infettar foglia il petto tle' mortali , Ove fi leiTe in alcun tempo mai , Che '1 padre fefle uccider i figliuoli ? E fe '1 fuo fi morir quel gran Romano , Degno è di fcufa, poi che pofe avanti Il ben comune a 1' amor fuo privato . Ma voi rate levar per odio e fdegno Di vita due innocenti figlj voftri , E due madri, le quai fur parimente Verfo di voi , Signor, fempre fedeli. ERODE . Or fi ponga filenzio a quelli detti : Giuda è la mia fentenza , e la confermo • CONSIGLIERE . Di ciò . Signor , vi pentirete al fine . erode . Pentito ancor non m'ho d'alcun mio fatto. CONSIGLIERE. Quello yi baderà per mille e mille . ERODE. Anzi quefto ini fia di fomma lode. CONSIGLIERE . Anzi di biafmo , e di perpetuo duol» . MARIANNA. 27r EROD E . La giuffizia non fa di tali effetti. Signor mio , non , ma l'ingiuftizia e 1' ira. Tu meno fai eli quel che ti prefumi, Se quei , che i! ver vi dicono, non fanno» Saggj fiano appo voi gli adulatori . A me bafti più volte avervi inoltro Quel, che v' infegnerà 1' avenimento . uand' ardono le cafe de'vicini, AHor fi dee temere , Che queir incendio fopra noi difeenda; On.ìe s'avien, ch'ajuti almi e divini De le Celefti sfere Non vietino , che '1 foco oltre fi eftenda, Convien, che tutte una ruiaa offenda Noi mifere Donzelle . Ch' avendo il Re le voglie empie e rubelle Ad ogni legge , ad ogni opera buona Sì , eh' a fuoì propri figlj non perdona ; CONSIGLIERE . ERODE . CONSIGLIERE . CORO. i 7 8 MARIANNA. E fiero et inumano Nel fangue de la fua fida conforte Stende l'iniqua mano , Più facilmente altrui darà li morte . Oh come avien quel , e' ho fovente udito : Che le pazzie de i Regi Fan che patifea il popolo innocente. O duol fovra il peniiero alto e infinito : Ch'a molti uomini egregj Apporti danno un Re fiero , e nocente . Ma sfortunata te , mifera gente , Soggetta al rio furore D'ingiuftiffimo, e barbaro Signore. Prima fenno , valor, bontà , e fortezza Alzava 1' uomo a la regale altezza . Or forza , e crudeltate , Tradimenti, rapine , arti , et inganni ( O te mifera etate ) Pongon più d' un fopra gli aurati fcanni . E feiiza addur efempj de'paffati, O de' moderni tempi , Lo fpecchio innanzi abbiam lucido e chiar». Che con tutti i malvagj e federati, Con i crudeli et empj , Non fol ne va l'iniquo Erode a paro , Ma ciafeun dietro lafia , E di molto gran fpazio innanzi pafla . Mifere dunque noi, che sì da prelTo MARIANNA. 279 Slamo a le pene , al noftro male ifteflb . Deh chi potrà falvarne , Sa tu, Padre del Ciel pietofo e giuflo, Non movi a confolarne Con la morte d' un Re cotanto ingiurio ? Ben ancor fia , che la Giuftizia al mondo Più che mai chiara e bella Tenga il fuo feggio in fu 1' Ibero e '1 Reno, E '1 bel (auto dominio almo e giocondo De la Città Donzella , Che d' Adria premerà T ondofo feno,, Volga sì giudo e cosi amico freno , die la felice età detta da l'oro Ritornerà il fuo ricco alto teforo . Mi fin che '1 Sole allumerà quelli anni, Sgombra , Rettor Celefle, i noftri danni; Nè la fentenza fiera De l'iniquo Tiranno abbia l'effetto , Ch' elio n' attende e fpera , Tutto di crudeltà ripieno il petto • E fe di qualche errore Punir vuoi, Padre, il popol tuo che langue, Punifci noi , Signore , Nè pera l'innocente , e Real fangue. j8a MARIANNA. ATTO QUINTO. BERENICE Nudi ice, e CORO. O consolate Donzelle Per la morte crudele De la Reina voftra , Accompagnare il mio sì giufto pianto . Crudelilìime delle, Che confentifte a tanto Scelerato decreto . Ma tu fiero tiranno, Tu mortro empio e nefando , Come poterti condannar a morte Una moglie innocente ? Una , che tanto amarti ? Una, di cui poffecH Lo fcetro e la corona? Et inde ne privar anco di vita La fua madre , e i tuoi figlj ? Sconfolate Donzelle , Accompagnate il mio si giufto pianto. BERENICE. MARIANNA. 281 CORO . Vecchia , infelice vecchia , Ch' a la noflra Reina Porgerti il latte , e fei Riraafa in querta età per maggior pena : La miferia è comune , Comuni i nortri danni. Così aveffirno tante Lagrime da veri'ar per gli occhi fuora, Quanti dentro del cor abbiain tormenti . BERENICE. O vituperio de 1' umane genti , Ufcito de l'Inferno Per tor di vita i buoni : Crudeliflìma fera Piena d' ogni veneno : Tu col tuo acuto dente Hai tronco a la Giudea , Quafi candido fior in un bel prato , 11 fuo maggior onore : A noi mifere tolto ogni foftegno, Ogni pace , ogni gioja Senza ipeme gia nai d' alcun riftoro . Oimè perchè non moro? E perchè sì gelato v Ho ne le vene il fangue, Che con laccio , 0 con ferr» iti MARIANNA. Di cotante miferie non mi fciolgo ? Sconfolatc Donzelle , Accompagnate il mio sì giufto pianto . coro . Or ben caduta è al fondo L' alti cafa d' Ircano , Ch' effer folea di gloria al nome noft.ro. Et a qua! tempo mai Fiorirà tal valor , tanta virtute J Ahi .che noftra fallite Seco è del tutto eftinta . Ahi mondane grandezze , Che van toilo in ruina . BERENICE. Ma non farà giamai, Che fenza te , che come figlia ama! , Rimanga un giorno in vita. Mi conceriefTe almeno Erode, che , si come io teco viffi Sempre dal giorno ch'io Fanciulletta ti diedi il latte primo, Cosi una fepoltura Ambe noi rinchiudelTe, E 'nfieme con la tua fi mefcolafle La mia cenere ancora. Che fcbbene è diverfo MARIANNA. zSj Tra no! lo flato, però che tu forte Reina, io fono ancella, Eguale fa tra noi fempre l'amore : E come quefto mi te fè figliuola, Tu m' avelli per madre . Ma cediamo dal pianto Infin , che non udiamo Del noflro orribil mal la nuova certa . Chi fa , che'l fiero Re non fn pentito ? Ma ecco a punto, dolorofa vecchia, Ecco ch'ei lì di aio (tra , Et ha gli occhi verniiglj Di non ufato pianto . ERODE, MESSO, BERENICE Nudrice, e CORO. V/H come facilmente i pender noftri Si van cangiando. E chi creduto avrebbe , Che la durezza mia si torto forte Intenerita , e divenuta tale , Che di mia crudeltà mi pento e dolgo? La qual m' ha fpinto a condannar a morte I miei più cari. E fopra tutto dilolmi De la mia Marianna . Ah quanto puote CORO ERODE. »8 4 MARIANNA. Un fubito disdegno, un rio fofpetto Nato di gekfia . Poteva io laflb Cola operar più federata e fiera , Che incrudelir, oimè , nel proprio fangue ; Età morte dannar colei , che meco È vivuta tant' anni , e del mio core Sempre ha avuto fin qui dominio intero ? Oh come un freddo verme entro mi rode : Come ftrugger. mi fento ; e come io veggio Del mio fedel tutti i ricordi veri . Ben ho mandato il meflb a rivocare La mal data fentenza , ma cortili Mi dubito , che tardo non fia giunto. Ahi Marianna mia , mi ti congiunte Amor ; or mi ti toglie ira , odio , sdegno ; Ma voglia Dio, che '1 mio temer fia vano . Che fe tu fei paffata a l'altra vita, Or fon difpofto anch'io di gir a morte, Acciò , s'io t" ho perduto in quella luce , Ti trovi ne le tenebre d'abifio . Ahi Re mifero al mondo ; ah Re infelice: Qual' è colui , che t' ha cotanto offefo ? Tu medefimo : tu ti fei privato De la più cara e più gradita cola, Ch' avevi in terra : e te dunque punifei: Punifci te , che te punir conviene . Pietofo Dio , che fei nimico efpreflb De l'opere crudel , fa', tua mercede, MARIANNA. ìSj Che qiiefta crudeltà non fia adempita . Ma del mio mal cattivo augurio veggio : Veggio tornar il meno , eh' io mandai , Con lenti pafii, e impallidirò in volto . Dimmi torto la nuova , che tu porti , Senza rifpetto , o fu malvagia , o buona MESSO . Signor , non poffo dirla fenza pianto : La tua pictade è ftata troppo tarda . erode . O me più , eh' altro , mil'ero e infelice messo . Marianna, i tuoi figlj , et Aleflandra Son giunti a! fin de le giornate loro : Le due fpargenno con la vita il (angue , Al motorde le ilelle hin rela l'alma : Gli altri Air fcftogati in fpazio breve. Ma tolto farà qui chi di tai morti Te ne darà particolar avilo . BERENICE . Ah ch' io non voglio più reftnr in vita, Poi che morta è coki, Che fu fola foftegno al viver mio . Or vivi tu , Re fiero, Vita , qual lì conviene i8C MARIANNA. A 1' alta tua fierezza ; Che fé '1 duol non m' uccide , Ucciderò me ftefia . ERODE. Ben fei crudele , Erode , Se non volgi la fpada or nel tuo petto . CORO . Oimè , che tale è il frutto Del pentimento tardo . O mi fera Rein-i, O miferi figliuoli , E mifera Alefiandra . Anzi felici voi, che fete giti A vera gioja e pace .• E noi del tutto mifere e dolenti , Pofcia che fiarn rimale A la guerra , a i tormenti. ERODE. Erode empio e crudele, Che ben empio e crudel poffo chiamarmi Or di tua crudeltate Maggior , che mai s' udiffe in altra etate Senti 1' affenzo , e '1 fele . messo . Ma ecco che ne vien , Signor , colui, Che \i racconterà tutto il fucceffo . MARIANNA. 287 NUNZIO, ERODE, e CORO. NUNZIO . O IGNOR , s' apportator di ree novelle Folli , o di buone, io relterei dubbioso > Se quel , che fatto s' è , non folle tatto D' ordine voftro . È dunque officio mio Di raccontar minutamente come La voftra volontà fiata è obedita . Narrami pur tu , c' hai veduto il tutto , Ogni particolar avenimento , Acciò tanto dolor di quefte morti Prenda , e fenta nel core, e dentro a 1' alma Quant' io prefi diletto in comandarle . Fu la Reina a quell' ifteiTo loco Condotta , v' fu colui condotto prima , Donde nata è la ori gin d' ogni male , - E dopo lei condotta fu la madre . A cui difle il Carnefice : Madama, - Per ordine del Re morir devote A gii occhi propri de la figlia avante ; Difponetevi dunque a quello paflb , Che far non fi convien più d' una volta. ERODE . NUNZIO . 2S3 MARIANNA. Avrefte allor veduto un rio di pianto Lfeir de gli occhi a la pictofa figlia . La qual dille , voi lete , o cara madre , Condannata da Erode a dura morte Sol per cagion, che voi mi fete madre . O dunque abominofo parto voftro : Perchè quei di, che prima aperiì gli occhi , Io non li chiufi in fempiterno tonno ? Perchè quel primo di non fu 1' diremo , Ch' io do vedi veder de la mia vita , Se '1 viver mio devea recarvi morte ? O perchè nonpofs' io con la mia morte Ricomperar la voftra degna vita ; Che non mi faiia grave ora la morte ? Et ella a lei : dolci (lima figliuola , Biibgna, coni' io dilli, ch'ambedue Ci acquetiam nel voler del fommo Dio : Egli vuol , che facciam or quelta morte ; E noi moriam contente con fermezza , Che morendo innocenti e fenza macchia , Egli raccoglierà l'anime noftre Tra 1' anime beate de gli eletti. E preghiam fua pietà , eh' al Re feroci Perdoni ; che non fa ciò eh'ci fi faccia, Tal gli adombra ignoranza l'intelletto . Tu dammi, figlia mia , V ultimo bacio . Ciò detto avendo , le fmarrire labbia A le labbra accollò de la Reina , La MARIANNA. 189 La qual difie: mia madre , itene in pace ; Che torto compagnia vi farò anch' io . 10 non vi potrei dir sì come pianfe 11 popol tutto al fuon di tai parole . CORO . Pianto avrebbe una Tigre,un Serpe,un'Orfa. Ma sì come fu indegna La morte d' Aleflàndra, Così dicevol era , Che venuta fend' ella in quefla vita Innanzi a la figliuola , Ancor nel fuo morir la precedeffe « Ma fu fpettacol fiero Da non poter foffrire , Veder innanzi gli occhi Colei morir col ferro , Ond' ella ebbe la vita . nunzio . Pofe l'afflitta le ginocchia in terra , Indi piegando umileinente il collo , Softenne il colpo fiero , Che le /piccò la tetta . coro . Mi maraviglio , che 1* iftellò colpo Non levò umilmente Teat. Amico, Tomo VI. N 2 9 o MARIANNA. La vita a la Reina . NUN7.I0. Non morì certo, e non rimafe viva . E quella , che moftrofli a gli occhi nofiri, Marianna non fu , ma d' elfa 1' ombra . ERODE . O come ora è diverto quefto core Da quel , eh' era poc' anzi . Ma tu fegui Senza lafciar veruna cofa a dietro . nunzio . Dopo quefta il maggior figlio Aleflaudro Anzi fu (tr;ifcinato , che condotto Pur ne l' ilìeflb loco innanzi gli occhi De la dolente et infelice madre . Il qual guardando i circottanti , e dopo Traendo un profondifiimo fofpiro , Difi'e , ma tuttavia con gli occhi afeiutti, E con volto sì intrepido e ficuro , Com'egli non devefie andar a morte, Ma a le fue uozze,a qualche gaudio immenfo: Non mi pefa il morir, perch' io conofeo D' efler nato con legge di morire ; E qu,il fi voglia cruda orrenda morte Non deve fpaventar un forte petto ; Ma duo lini di morir fenza vendetta MARIANNA. i9 t De l'innocente mia madre infelice . Che fe la fpnda infanguinara avefii Nel rio tiranno , ónd' è dannata a morte, Felice io filmerei 1' ufcir dì vita . Ma tu , che calchi la giuiìizia fanta , Indegno d' aver titolo di Rege , Anzi indegno d' aver umana forma , Condanni a morte i tuoi figli innocenti, Perchè si come figli hanno voluto Difender ambedue la madre loro ? Tale è officio di padre ? quefta è quella Paterna carità , che s'ufa a' figli : Ma tu ci di' , che non lei nolrro padre : E dici il ver : c' hai 1' animo diverfo Di gran lunga da quel , eh' a padre deve . Deve il padre a' figliuoli efl&r pietofo , E tu fenza cagion gli danni a morte . Ma la vendetta , che non ho potuto Far , come era mio debito , faralla Il giudo Dio , che de'peccati noftri Non lafcia la memoria ir in oblio. Avendo così detto il figlio voftro , Rivolle gli occhi a la dolente madre , E dille : Madre , poi che morir deggio , Per aver procurato a voi la vita ; Ne morrò lieto : e prego , che prendiate La volontà in ifcainbio de 1' effetto. Noi torto ci vedrem ne 1' altra vita , N 2 > tii MARIANNA. Ove non è dolor , fraudi , od inganni 5 Ma fotro a giufto Giudice li vive Eterna vita e di contento piena , E fi fa beffe de 1' umane cofe. Dio , che non abbandona gì' innocenti, Ne la morte pietofo v' accompagni : Or voi ne lafcio, e la mondana luce. coro . O mifero garzone . O crudeitate immenfa! NUNZIO. Dopo quefle parole arditamente Al Carnefice difle , eh' ei faceflè L' officio , eh' a lui (tato era commeffo; Il quale intorno al collo un forte laccio Gli pofe , e 'a poco fpazio lo coftrinfe A mandar, laffo, fuor lo fpirto e 1' alma erode . O fcelerato Erode, o crudel padre , S'avieri, che padre pur nomarmi deggio Ch' i' non fui per pietà , nè per amore , Ma /blamente per natura padre . coro . O Re certo infelice ; Infelice per voftra Sola cagion : voi conofeete tardo Il voftio grave errore . MARIANNA. i»j NUNZIO . A pena ìi primo ebbe ferrati gli occhi, Che ftrafeinato fu l'altro fratello Innanzi a la Reina, che fi itava Immobile , sì come fiata fofì'e Una (tatua di marmo , o una pittura ; O si come fi fcrive di coki , Che per molta pietà divenne fallo . Et egli altro non dirle , fe non : madre, A Dio piace , eh' io mora , et a me piicej E sì come io ne moro volentieri , Così morite voi falda e collante , Perchè l'anime noftre arrenderanno Ove falir non fuole n'eun tiranno, Nè alma iniqua e eli peccati lorda . Specìillo ii boja così torto , come L'altro fpedì con la medefma morte, E polli i corpi un predo T altro fur# . CORO . A che mifero fine Senza cagione alcuna Son giunti due figliuoli Del gran Re di Giudea ! erode . Figli infelici, figli , Ben potei generarvi , N 2 3*4 MARIANNA. Et a sì Sera morte condannarvi, Ma non pofl~o mefchino Più ritornarvi in vita . NUNZIO. Poi che sì trifto officio ebbe '1 Aio fine , La Reina vedendo , che reftava A lei finir la tormentata vita : Dille: ben vedi tu, popol pietofo , Che rrovar non fi può fotto la Lama Crudeltà eguale a quella , che'l Re voftro Ha ufata, qual maftin , nel proprio fangue. Nè gli è baftato condannarmi a morte, C ha voluto , che pria morir vederli L'innocente mia madre, e i miei figliuoli. O gliifto^Dio , puoi fofferir la tanta Impietà d' un fieriffimo Tiranno ? Quello creder non voglio , e con ragione Creder non debbo . Ma dove è'1 gaftigo , Che dava lpeffb la'tua fama mano A i Regi ribellanti a la tua legge? Deh , perchè tardi ? Quanto a la mia vita, Non fu mai vita ad altri così cara, Quant' ora a me la non devuta morte . Ma fappi ogniun di voi prima, eh' io moja, Che non fo! noncommifi alcun delitto Di quelli , pel cui van falfo fofpetto Il Re crudel m' ha condannata a morte : MARIANNA. 295 Ma 1' amai Tempre con quel callo zelo D'amor , che moglie amar deve conforte Per fin che mi fu noto , ch'egli avea Ordinato a quel fuo , che m' uccidefie . Da indi in qua l'amor, ch'io gli portai Tutto rivolfi in odio giuftamente : Il qual' odio fe ancor ne 1' altra vita Si può ferbar , io ferberollo eterno . Intanto , voi figliuoli, e tu mia madre , Ecco eh' io fon per farvi compagnia. Io credo, che le voftre anime fante Sian qui d'intorno , e afpettino la mia , Che non tarderà molto . E quello detto , Seguitò al manigoldo : e tu , fe vuoi Quello mio petto aprir , eccolo ignudo ( E fi fquarefò con man la verta ) overo , Se brami di fvensrmi , ecco la gola . E fe quella non vuoi, nè quella morte , Ma dipartir dal bullo a me la teda , Ecco eh' io piego obediente il collo. Allora il Boja , eh' attendeva quello , Di! bel candido tergo dipartala . Tre sbalzi fè la dipartita tefta , E da la fredda lingua ufeir s' udio : Saziati, crudo Erode , ecco '1 mio fine . Quefta de la Reina fu la morte . Or comandate , Re , d'intorno a' corpi Quel , che volete voi , che fe ne faccia • N 4 ì9 6 MARIANNA. CORO . Il Re per la gran doglia Da lui, ma tardo , prefa, Non può formar parola . O mifera Reina , tal devea EfTer dunque il tuo fine ? Or che farà di noi Senza di te, mefchiiie ? O fanguinofa Corte , Corte ofeura e fune/la ! ERODE . Ora io conofco , mio mal grado , a prova Che non bafta il dolor, benché fia grave , A fcioglier 1' uom de la terrena fpoglia ; Che '1 mio tolto m' avrebbe ornai di vita E non ho da dolermi di Fortuna ; Ch' io fteflb del mio mal miniftro fui , Ingannato da 1' empia mia forella , A cui riferbo al fin giufto gaftigo . Ah Marianna mia, dov' ora fei ? Com' effer può che fenza la tua vita Io polla un' ora rimaner in vita ? Quello efl'er non può mai, quefto non fia . Non fi vedrà giamai , che viva Erode De la fua Marianna efTendo privo . Ahi Marianna mia , non mi rifpondi . Certo de' figli miei piango la morte , Ch' eran pur carne, oimè, di quefte carni, MARIANNA. 197 E dopo me devean tener ii Regno ; Ma non è duolo al gran dolor eguale , Che de la morte fua raifero io prendo . Ahi Marianna mia , dove fei gita ? S' io crederli con l' anima trovarti Di là , donde gia'iiai non torna alcuno , A me non faria cofa acerba, 0 grave Con le mie proprie mani aprirmi ii petto . Ma tu , sì come pura et innocente, Sciolta da' lacci umau lei gita al Cielo , Et io difeenderei da te lontano Pieno di fceleraggini a che bevanda tannifera) ma fi fa beffe de le molte felicità, che poco dopo gli fuccedono, tal che fe volete con F efempio di lui imparare et a farvi amica la forte, et ad averla ftoppnta, afcoltatelo . LO IPOCRITO. 511 ATTO PRIMO. SCENA PRIMA. L1SEO padrone , e GUARDABASSO famiglie, LISEO . Parti, che alcuno dei tanti ruba filarie mi fia appreilb ? in fine chi vuole efier mal ferviìo tenga aliai famigli ; perocché nc-1 por- fi mente 1' un 1' altro , il padrone è lo intermedio de la loro poltroneria. Malanottc? Perdelgiorno \ Guardabailb ? GUARDABASSO . Che fi comanda ? LISEO . Che voi fiate ladri , come infingardi . GUARDABASSO . Cote fio meftiero ha tanti artigiani, ch« la metà muor di fame . LISEO. Rafia mo. 3 ii LO IPOCRITO. GUARDABÀSSO . Altro? LISEO . Va', dimmi a metter Ipocrito , eh' io vorre dirgli quattro parole . GUAKDABASSO . Non Io conofeo • LISEO . Quel che parla sì achgio , e sì psnfato . GUARDABÀSSO . Non mi ricordo. LISEO . Che pende tra '1 prete, e tra'l frat« ì GUARDABÀSSO . Lo pefeo. LISEO . Con un certo mantello ftretto , fpelato , e che il affibbia dinanzi . GUARDABÀSSO . Un magro lungo ? LISEO LO IPOCRITO . 313 LISEO . Sì... 1... 1 • CUAKDABASSO . Che afiìge il vifo in terra, e col brevial fot- to al braccio ? LISEO . Tu l'hai. GUA RDABASSO , Dove il trovarò io ? LISEO . O per le chiefe, 0 per le librarle . GUARDABASSO . Vado per di qua . LISEO . Sarò in cafa . SCENA II. IPOCRITO /c/o. C^Hl non fa fingere non fa vivere , perocché la fiinulazione è uno feudo , che fpunt.i ogni arme, anzi un' arme, che fpez- aa ogni feudo : e mentre fi prevale alt 1' mnil- tade apparente, converfa la religione in alìu- Teat. Amico , Tomo VI. O 3 i4 1.0 IPOCRITO. zia, predomina la robba, l'onore, e gli animi altrui. Non banche brigare gli ignatoni con noi altri , conciofiachè il porcheggiare de la lor gola mefcohto con la afiordiggine de la lor ciarlia i"azia faltidiofiflimamente . Oltra di quello i gaglioffacci {Vergognano ciafcuno che gli intertiene , onde è forza tortigli da canto , perocché è ben bue chi crede a le adulazioni, che in sì sfacciata maniera gli calcano giù de la bocca . Dico , che bifogna ferrargli l' ufcio ; accarezzando un mio pari da che lotto fpezie di bontà mi vaglio d'ogni milizia . Avenga che è un bel tratto quello del Demonio, quando li fa adorar per l'auto . Cerro eh' io non apro le braccia con maraviglia , mentre i miei benefattori mi palleggi ino, efaltando la feioc- chezza de i loro detti con quello oh lungo , che accrefee autoritarie a la ammirazione. Ma lodo'gli ne 1' opre pie, ne le virtù , ne la vita, e ne la-carità. E per all'ecurargli ne le crapule,ne le lulfurie, e ne le ufure, rillrettomi un tratto inlefpalle con un certo ghigno da bef. fe allego la fragilità de la carne, e ciò faccio, perchè chi non li inoltra aaiico de i vizij , diventa nimico de gli uomini . Ma chi lento io ? neque in ira tua corripias me . f LO IPOCRITO. 315 SCENA III. GUARDABASSO , IPOCRITO, e LISEO . GUARDABASSO . A. . ndava a punto cercando la voflra re- verenzia . IPOCRITO . Bè? GUARDABASSO . Il meflere vorria dirvi , cioè parlarvi, IPOCRITO. Volentieri. GUARDABASSO . Sarà di là via . IPOCRITO . In nomine Dei . GUARDABASSO . Vedetelo in fu la porta . IPOCRITO . Tanto meglio . O j 3 i6 LO IPOCRITO. GUARDA3ASS0 . Eccolo a voi. IPOCRITO . A fagitta volante . LISEO . Benvenuto , e buono anno. IPOCRITO . La carità fla con voi . LISEO . La voftra bontacie ini perdoni, cafo eh' io le interrompa le lue divozioni . IPOCRITO. Il profilino precede a 1' orare , e la carità lupera il digiuno . LISEO . Or io , che non fo nom punto punto , mi ritrovo in un gran pelago, tal che ie H voftro adjutorio non mi diventa zucca , me ne luminergo giufo . IPOCRITO. Non fon per defraudare la carità . LO IPOCRITO . 317 Listo. Sono in travaglio • IPOCRITO ■ Dominus providebit. LISEO. Ho ben corefta fperanza . IPOCRITO . Fermativici pure . LISEO . Io , perchè Tappiate , nacqui infleme con uno altro mafchio ; venne la guerra in quella patria , che non ha mai conot'ciuto pace , e riempitali di foldati, fecondo che più volte mi ha conto mia madre , il fratellin , che ella partorì con meco, le fu tolto di colio, mentre dormendo io ne la culla fuggeva le poppe. Mi era fcordaco ; egli fi chiamava Brizio . Quel che poi fe ne ila futo , io non lo fo . E perch' io mi fon cacciato in fantalìa che fia vivo , mi tengo disfatto, perchè a dirlo al voftro fegreto farei rumato avendo a divider feco la robba . IPOCRITO , Non psnfate tanto oltra . 0 3 3 iS LO IPOCRITO . LISEO . ApprelTo a cotal fiftidio ho cinque figliuole Tanfilla , Porfiria dottillinia , Angizia, Sve- va , et Annetta. La migliore fi congiunfe Li matrimonio con un giovanetto, che mitigato da una Tua frenelli dileguofic di forte , che mai non fe ne è intefo novella . E perchè il ter-nine, che dee (penarli, paffa in quello di d' oggi , iltafera ultimare* le nozze in altrui . IPOCRITO. Farete bene. liseo . La feconda da me promeiTa a un galante garzone , il quale è i fuoi occhi , per torli dinanzi un non fochi altro, che V amava , le gli obbligò per fede , che quando tra un tempo affigliato le portaffe non fo che penne , di compiacergli di se . Onde fi è in modo fìtto in capo il mantenere de la ftia parola , che ancora che ella adori il marito , non la potiamo fare colcar con elfo , ben che fe il giorno, nel qual fiamo, non gnele pone in grembo per miracolo , ella andrà a ccpularfi feco la prefente notte . LO IPOCRITO. 319 IPOCRITO . Le difficultà che potrebbono impedire i vo- flri ordini fono di maniera imponibili , che è Itoltizia il perifarci. liseo . I fogni, che preffo al d'i ho fopra ciò fatti, mi inducono a credere ogni mio finiftro . È ben vero che potrei ripararci con Io fcain- bio de 1' altre ch'io ho. IPOCRITO . Non fi nega che il fognare non rappresiti le imagini de la verità , ma la proprietà Ina è 1' efpreffa bugia . LISEO . E perchè nulla manchi a i guai, c!:e ira pigliano , non pofib refiftere a la moltitudine de le genti , che mi fan chiedere le tre altre più piccole . IPOCRITO . Buon fegno, et ottimo paragone de la qua* lità voitra , e loro . LISEO . Quel eh' io vorrei, è che voi , che ave- O 4 328 LO IPOCRITO. te la condizione de le perfone in pratici, ini rifolveiie in qua! forte di uomini io debb» collocarle. IPOCRITO . Egli è tanto, ch'io mi tolfi da le mondanità, che non conofco più il mondo . Ha ben qualche notizia latina, e qualche conofeen- za vulgare nel fatto de le turbe, che lo giuliano con gli opprobrij de i peccati, però di- rovvi il mio parere con la folit3 caritade . LISEO . Ve ne fupplìco . IPOCRITO. In confeienza vi eforto a non imparentarvi con niiin milite : la caufa è che per uno che moftri avanzo del foldo , ce ne fon mille che fe ne ritornano di campo con una canna in mano , e diventando ofti di Capitani, lafcia pur giocare , beftemmiare, e bastonare a loro . LISEO. Parliam d' altro. IPOCRITO . Non è dubbio, che il cortigiano favorito da! LO IPOCRITO . 3ii fuo Principe non ila una figsioria . Tamea 10 inciampare in un filo ili paglia lo fa morire fopra un fafcio di fieno . liseo . Eifogna aprir gli occhi. IPOCRITO . 11 pittore , e lo Tenitore non fono altro,, eh* fantalticarìe e gLiribìzi . liseo . Mi mancan pazzi in cafa . IPOCRITO . Lo Alchimifta feria al propofito, fe il ]"oto del fuo cervello fermafle quel dei Mercurio . LISEO . Cotefta profeflione va nuda, e cruda. IPOCRITO . Il mercante , che rifa le piazze co i fuoi guanti in unno tramezzati di lettre , rade volte ifeampa dal riferrarfi in cafa morto, o rial fepellirfi in Chiefa vivo : di poi è cola itrana lo avere a commettere il credito , O S j 2i LO IPOCRITO. e capitile a la difcrezione de i venti, et a la fede eie gli uomini . LISEO . Quefto non fapevo . IPOCRITO . Il gentil'nomo, che ha poca entrata, è ber- Ag'io de i debiti; onde ftoccheggia là , e contratta qua , fi rimane torto greve di prole , e leggieri di facultade . LISEO . Va' e fa' poi le cofe al bujo tu . IPOCRITO . Il plebeo ancora che fia bene iftante , e facile di compleffione , non può alzar il ciglio , che non fenta rimproverarli la viltà fua. LISEO . È chiarimmo. IPOCRITO . Il Dottore in legge vive fenza legge, c non curando più il di fotto, che il di l'opra , piomba con le fentenzie dove più fuona il denajo. LO IPOCRITO . LISEO . Sta bene. irociuTo . Il Fifico fe bene è un carnefice onorato, et in difpregio de la giuftizia vede premiarti de gli omicidj commeffi , è però un vagheggia orine, et un contempla itererà . LISEO . Cibò. IPOCRITO. Il Mtifico , e la cicala fon tutti ima mia», lira : vento fono , di vento il pafeano , et in vento ritornano . LISEO . Non penfìam colti • IPOCRITO- Il Poeta , che lambicca il verbo in ultimo de le elauiule, tifando gnaffe, perchè anche Virgilio usò gaza, faria per torvi il capa Col provarvi , che dna negative fanno una affermativa , e per dirvelo in carità , fe volete , che le voftre figlie veftino , e mangino lauri e mini, datele loro . O « }i 4 LO IPOCRITO. LISEO . Staremo frefchì . IPOCRITO . II Fiiofofo in barba orrida, in faccia fqualida , in andar grave , et in toga fi-urta farla triomfar la moglie con dire , che Arinotele non concede a Piatone , che il caos Ha fenza forma , ma che pregno de le idee partorifce 1' univerfo , il quile al fuo tempo per eflèr fatto e comporto di forma , e di materia, fi rifolve. Io gli faccio montare in colera , quando gli dico, che avrei caro di intender V ora , che il predetto caos è di parto, per diventargli compare . LISEO. Ah ah ah. IPOCRITO . Lo Artrologo verrebbe a noia a la importunità col fuo affermare , che Aries , Leo , e Sagittario fiano di natura ignea . l'auro , Virgo , e Capricorno di terrea . Gemini , Libra , et Acquario di aerea. Cancer, Scor- pio e Pifces di acquatica . LISEO . Anfanamenti. LO IPOCRITO . jjj IPOCRITO . Io non faccio per morder ninno, ma fono, Dio mei perdoni, una mandra d' infenfati . E per quella carica di favellare , che tifiamo ora infieme, che Mèdici , Legifti, Malici , Poeti, Filofofi , Aftrologi , et Al- chimifti tengono de la lega de i cuculi circa il lor elfere , e voci, e penne . Di poi hanno certe cere di cane,certi sberleffi ebraici 7 certe perfone fnodate , che in coufeien- za fariano paura a le mafehere . LISEO . Ah ah, io mi rido, che ebbi già volontà d'uà parente, che fapeffe imbrattar carte , parendomi una cofa degna il veder il nome di coftui, e di colui ne le tavolette attaccate : leggendoci opera nuova di meffer tale , e di mefler quale , con il fuo grazia , e privilegio appreflb . IPOCRITO . I titoli ftrani, che in fu i monti de i fogli dipingano gli fcrivacchia leggende , fi pof- fono comparare a i mucchi de le cimice, che temperano le lettiere , sì in carità: e più vi dico che il proprio odore , che efee de .'e predette fporchezze , danno di le sì fatte ìid LO IPOC.RITO. fantafirac , et in verità , che ciò dicendo bia- iìmo me medefìmo , per eiìermi già dilettalo di. sì vane vanitaci . I.ISEO. Torniamo . ipocrito . Io non dico , che il configlio fia occhio del futuro , perchè voi notiate coral fentenzia, ma per non parérmi , che vi impacciate con garzonaftri per la bocca , che gli puzza di latte , nè con i giovani per la furia de la ende , nè con uno di mezza taglia, per non confarsi nel tempo , nè con un vecchio per gii fcaiuloli, che potrebbono occorrere ne la carnalità de ie volontadi. LISEO. È forza che ci pennate un poco fufo . ipocrito . Faccio ben coteflo conto . liseo . Verrebbevi mai voglia di fare un poco di co- lazioncina ? IPOCRITO . Che fo Io . LO IPOCRITO . 3*7 L1SEO . Voglio che la facciate in ogni modo . IPOCRITO . Chi ubbidifce fantine a. LtSEO . Andiam di qua per la (lilla , che vo' inoltrarvi un bel mulettino, e tu Guardabalio va', ordina la tavola. \_J A che io ho denti da roder cibi, e corpo da ripor vivande, mai nel vedermi torre il parto di bocca , mi venne voglia di far le pazzie , che farei adeflb , che quel ribaldo ci' Ipocrito ci s 1 è calato . Divorali la no- lira parte un accatta tozzi, et un fuona fin- fonia; e lafcila ftare quello feomunicato , che non crede dal tetto in l'ufo : Ho per andarmene dove egli mangiarà , e pigliando piatti, e fcodelle rompergliene tutti nel mollacelo . Benché chi poterle aver pazienza ifmafcellerebbe , non dico quando incroc- chiatofi le mani al petto fa riverenza al vi» SCENA IV. GUARDABASSO da fe flejj'c. j:8 LO IPOCRITO- no che tracanna, ma nel vedere come i! porco alloppiato dal pacchio in un tempo ma- nuca, ragiona, e dorme . Ma odo eh' io fon chiamato moti ho orecchie da udire, ni lingua da rispondere , né piedi da caulinare , ci fon bello e venuto, non voglio fervir farifei, padrone a fua porta , vengo . SCENA V. ZEFIRO innamorato , TROCCIO fervitore. ZEFIRO . ch'io fon certo che Annetta , vita , luce, et anima de la mia anima, de la mia luce , e de la mia vita , mi vede con benignità grata , e con grazia benigna , penfo di tarmi comporre una qualche pillola , che fappia bene esprimere i concerei de la intenzione amorola. Intanto trovami tu che hai sì fatte pratiche una ruffiana cauta , acciocché per via d' un bel premio le ne ponga in mano. TROCCIO . Volete voi mandarle una carta che canti l ZEFIRO . 81 . LO IPOCRITO. 525 TROCCIO . Datene il carico a un facchettnccio di leu- dareili . ZEFIRO . In che linguaggio parlaranno eglino ? TROCCIO . In quello che reca altrui come altri vuole. ZEFIRO . Fune pure . TROCCIO . La importanza de i detti efficaci confitte nel dargli alcune di quelle ifquaflatine , che tuonano altro che cor mio , fperanza dolce, e fimil novelluzze . zefiro . Sarei felice ora ora, Offendo cosi. TROCCIO . Quel quattro , otto , e dodici faria trottare i monti . ZEFIRO . , Il perfuadere de gli ferirci acuti e vivi può afl".:i . ■■ 3 30 LO IPOCRITO. TROCCIO . È !o incitamento dei zecchini nuovi e lucidi il tutto . ZEFIRO . Uno fpirìto gentile come il fuo apprezza più la benevolenza , che 1' oro . TROCCIO . Baje . ZEFIRO . La cupidigia de 1' avere non regna in chi è nobile , e magna come lei . TROCCIO . Io per me ho Tempre intefo dire che la eftre- ma avarizia alberga nei petto de le gran donne . ZEFIRO . Non farà mai, che ella difonefti la mente con 1' avidità de la pecunia . TROCCIO. Voi . . . noi vo' dire. ZEFIRO . Dillo, che tei coniando . LO IPOCRITO. TROCCIO . Ve lo beccate . ZEFIRO . Se fi tiene che la povertà publlca lia ricchezza privata, come può eflère, che ella, che in privato et in publico abonda eli fa- cultade, fìa avara ? TROCCIO . Voi ci fete interrato fufo . ZEFIRO . Trovami pur la ruffa, chea lo fpender noa poffo mancare, che fai ben che li dice, che gli amanti legano la boria con un filo di ragliatelo . TROCCIO . Mi caccio la via tra i piedi • SCENA VI, ZEFIRO fola. Io vorrei h lettra piena di quelle vivezze, che tirano i gridi fuor de la bocca di chi le confiderà , come fi dee , e non a cafo . Ma 3 3 a LO IPOCRITO. / perchè non la ferivo io da me fte.To ? certa ch'io voglio andare a provarrai lo lo per non macchiare 1' onore de la donna amata coi nominarla a cotali banditori di fecreti. V^ANCARO alle ruffiane età fua lìgnorla, che non li ha voluto attenere a i miei ricordi , perchè non è dubbio , che ne la manifattura de le donne (I debbono mettere i martelli , che ben battono i fiorini , non che i doppioni di traboccante battuta , con- ciofia che folo efli favellano ftando queti , et isforzano tenendo a fe le mani , et il ventilarne una dozzina in prefenza del genere donnefeo, fenza altrimenti dir piglia , tirano a cafa le crude : poni pur i baiocchi in tavola , e rimefco'a un tratto le carte , e fe il giocatore non ci corre , come 1' api al bacino, fenza invitarlo, dipigneini. Ma che ftre- ga veggo io ftrafeinarfi il cui dirieto ? SCENA VII. croccio , e gemma polajlriera . TROCCIO GEMMA Fi:fs' io crepata dicci anni fa . ■ LO IPOCRITO. 333 TROCCIO . Difperazioni. GEMMA . Mi vieu voglia d'impiccarmi. TROCCIO . Mò che vuol dir quefto, Gemma? GEMMA . È pofìibiie che tu mi raffiguri ? TROCCIO . Ringraziane il fregio, che ti minia la faccia . gemma . Mi avefle il cotal colpo mozzato il collo . TROCCIO . Dove fo'.io le pelacchine che ti facevano hi cere ilpclo? chi te le ha malandrinate 2 gemma . I gabba Santi . TROCCIO . Lafciagli , che il fuoco gli arda , e eomifl eia a teflere una tela, ch'io ti ho di già or tiita . 334 LO IPQCRITO. GEMMA . Che mi rechi tu di conforto ? troccio . Il padron mio non men ricco, che innamorato , è tinto liberale quanto galante ; fpe- ra nel vilo verbo delle Tue opere. GEMMA . Quefti cenci ti rifpondano , che non è più quel tempo . troccio . Si dice pure , che tu fei la governatile di tutte . GEMMA. Era già . TROCCIO . E chi ti ha furato 1' efTerne ancora ? GEMMA . Non te 1' ho io detto ? i colli torti. TROCCIO . Ribakloni . GEMMA. Fratello, egli interviene a me, come a quegli , che tauto arricchiicano , quanto fanno ( LO IPOCRITO. una arte buona foli , dando poi giufo tolto che gli invidio/] ci multiplicano . Dico che ne lo avvederfi gli Scribi , et i Sacerdoti , che il rufiiineggiare era una roer- catanzìa muta , et uno utile che potea far le fica a lo onore, fi diedero a cotal traffico fenza una vergogna a! mondo ; onde io ne comincili a divenire di bidelli converfa , feguitandogli di mano in mano pedagoghi, e cortigiani ; e di qui nafee i favoreggiamenti , che mantengono coloro ne te caie , e coltoro in fu le gale. troccio . Io la vado capendo . GEMMA. Ma per benché e le ciurme predette , c le domeniche in le cafe, come faria i! birbie- ri , il (irto , il compare , e la comare -, mi aveffino Ice ina to il guadagno, ci fi poteva quafi che ftsre ,etio anche ci faria bello che ftara, fe gli non ifputa in l'aerato non venivano a lupeggiarfi per fimi! vii ogni mia fu- ftanzia ; si che attaccati a loro fe vuoi che i difegni ti risichino , e non a me , che dove paltò, i cani abbajano, le oche gridano, le galline fchiamazwno , i putti piangano , e le donne fuggono . 3 j'ó LO 1POCR1TO . TROCCIO . Sarefti tu inai la tregenda ? GEMMA . E la ver fiera ancora . TROCCIO . Povera Gemma . GEMMA . Ci è tra gli altri un fer Ipocrite , che corromperebbe la primavera . TROCCIO . Credo conofcerlo . GEMMA . Chi non conofee lui , non ha conofcenia ah anco de la Luna . TROCCIO . Piglia quefto fettone, poi che io ch'aveva ifenarrito la ftrada ci fon rientrato bontà tua . GEMMA . Che Hmofina ! TROCCIO . Godetelo . 6 EMMA LO IPOCR1TO. 33/ GEMMA . Egli condurrà la gatti a! lardo , pur che il tuo padrone fappi cerimoiiiare d' intorno « 10 fquintenia paternoiiri . TROCCIO . ©r confortati . GEMMA. In buon' ora. SCENA Vili. IPOCRITO, MALANOTTE,e PERDELGIORNO. IPOCRITO . T^f on mi fate peccare ne la vanagloria de Jo accompagnarmi . MALANOTTE. Bifogna ubbidire . IFOCRITO . Ve ne fupplico in carità. PERDELGIORNO . 11 padrone ci lapiderìa . Teat. Antico, Tomo VI. p 3j8 LO IPOCRITO . IPOCR1TO . Io T ho per ricevuto . MALANOTTE . Voi fapete pur 1' uom che egli è . IPOCRITO . Che diranno i malevoli vedendomi in fu 1* grandezze ? PERDELGIORNO . Abbaino ; che farà? IPOCRITO . Ho de le invidie pur troppo . MALANOTTE. Crepi chi vuole . IPOCRITO . Tornatevene in cafa . PERDELGIORNO . Non fi può . MALANOTTE . Ve lo chieggo di grazia . IPOCRITO . Bafta che io ho compiaciuto fua fignoria di LO IPOCRITO. 339 quei bocconcini che la carità He 1' oflervan- za, che io gli ho, mi ha fatto aleggiare. MALANOTTE . Ci ricomandiamo a le orazioni del breviale di voitra mefler sì . PERDELGIORNO . Con che furia ha voltato il cantone . MALANOTTE. Che can martino ! PERDELGIORNO. Non mi guftano quelle occhiate , che dà z madonna . MALANOTTE. Egli è un triftonaccio . PERDELGIORNO . Hai tu virto come ripiegò la falvietta torto che il padrone dille : noi vi iiiFeriremo quella fera alle nozze ? MALANOTTE. Il fuo niente margiire rtamattina è flato per diluviarli tutto il convito . P i 340 LO IPOCRITO. PFRDELGIORNO . Guardabaflb è quel che non ne vuol patti , e marina tutta via , che fente le iue carità. MALANOTTE. Diamo una corfa fino da Orfolina , acciò che paja che avi-imo accompagnato Don be- veltutto più d'un miglio. PERDELG10RN0 . Diamocela . SCENA IX. BRIZIO fratello di Lifeo , e TANFURO fuo creato. BRIZIO . ì\ ODALOSSO uomo d'arme mi tolfebambino , come tu hai più volte intefo, et allevandomi da figliuolo non mi i'eppe , o non mi volle mai dire altro de la mia condizione , che il nome di quefta Cirtà, ne la quale mi confermò eh' io nacqui : e chiamandomi il Milaneie volfe , imparata ch'io l'ebbi, eh' io palladi lempre in cotal lingua , e diifemi ancora come una ferva de la cafa, di cui mi LO IPOCPJTO. 341 tolfe, nel portarmi egli via tutta ifcompi- gliata ad alta voce gridò: Brizio ci fi ruba , Brizio, perii qual vocabolo fon chiamato oggi . Ora io. crebbi in età , feguitailo ne la guerra , cercai feco del mondo , e per ultimo morendoli inNapoli,ereditai lepofleflip- ni, che la Iddio gnzia e fua ci teniamo con qualche ducato apprettò . Ma perchè ogni volpe porta amore alla fua tana , et ogni formica ama il fuo buco , mi fon voluto cavare la voglia di riveder la patria . Ma piacente al Creatore da che , bontà di lui , aji ci trovo , che qualcuno del mio fangue mi fentifie a 1' odore de la carnalità, che di poi morrei contento . TANFURO. Il voflro defìderio è si onefto , che porrla adempirfi , et io in quanto a me ne avrei siiegrezza , perchè in cala voftra , dove ella fi farà, ho da riarmi. brizio . Mi piacerebbe da che non tengo figliuol nè figlia, di ringrandire la prole del parentado, ringiovanendo nel vedermi ne i feflàiita anni traftullare da' miei nepotini. P 3 ì4 ì LO IPOCRITO. TANFURO . ParlFam di Milano . brizio . 10 ne (liipilco, et è una brava terra . Nè io come fi poffa edere , che in tante rovine di eferciti e Taliani, eSpagnuoli, e France- 11 , e Tedefchi ella fia anco in piedi. TANFURO . Per Dio, che chi guarda l'arti per le botteghe, e le robe che ci fi vendano., giurarà, che non ci fia Hata mai altro che pace . brizio . Tu vedi bene , che il mondo è fempre {"otto fopra per conto fuo . TANFURO. C'è tanta vettovaglia in fu le piazze, che la impartarebbe a fette Napoli . BRIZIO . Parli la verità. LO IPOCR1TO. 343 SCENA X. MALANOTTE, PERDELGIORNO, TANFURO,e BRIZIO . MALANOTTE . Sento la voce del padrone . PERDELGIORNO. Gli è lui . TANFURQ . Che voglion coftoro ? MALANOTTE. Si ha meffi i panni da le felle . brizio . Fermati un poco . PERDELGIORNO . Non voleva aniun modo , che noi lo accsat- paglia (lìmo. MALANOTTE. Egli è la difcrezione iftefla . brizio . Con chi parlate voi ? P 4 344 LO IPOCRITO. PERDELGIORNO . Con voi, Signore, e meflcr nota». TANFURO . Con la vernacciuola più torto . BRIZIO . Andate, andate . MALANOTTE. Se voi fcherzate alle volte con noi, come Icherzate adeflb , ci darefte la vita . TANFURO . Ella lavora . PERDELGIORNO . Aviamo trovato il Nocca fortore,e lo Spuntino barbiere. erizio . Ciò che fa il trincare . PERDELGIORNO . 1/ uno va a mettergli le velie nuove, e 1* altro a lavargli la barba . »' BRIZIO . A chi l I LO IPOCRITO. 34s PERDELGIORNO . Al voflro genero . BRIZIO . Che barbieri , che fattori, e che generi 3 Voi mi parete due alìnacci. TANFURO. Buffonarie magre . MALANOTTE . Che penfi tu efferci padrone, fe bene egli ti ha tolto di nuovo ? TANFDRO. Magre a fe. PERDELGIORNO . Tu non fei dove ti credi . BRIZIO . Almen'pazzi , fe non briachi . TANFURO . Non interrompete i ragionamenti d'altri. MALANOTTE. 'Facezie . PERDELGIORNO , Ecco madonna, che dee venir di Duomo, P 5 ?4« LO IPOCRITO. SCENA XI. MAIA, che fi crede che Brqio fia Lifeo fìw marito , tanfuro , malanotte , e BR1ZIO . MAIA . .A.FPUNTO voleva te,Lifeo, toglie- quefte fon le perle , e la catena di Tanfi!la , eh' io ftefla me 1' ho fatte dare da maftro Air— manno ; portale dunque a cafa , intanto tu , e tu venite meco , che voglio andare iti porta tofa a invitare di mia bocca i parenti . BRIZIO . Da' pur qua. PERDELGIORNO . Fateci almanco buon viib . MALANOTTE . Voi ci conofeerete un dì. MAIA . Pur di qui . LO IPOCRITO . ui SCENA XII. BRIZIO, e TANFURO . BRIZIO . Il cafo che mi ha colto in cambio è una de le nuove trefche, che (I udifiè , o che fi leggefle inai, et è cofa che i fogni ideili nonio crederiano. Ma per falvar la men- chionaria de i Milar.efi , diciamo , che le bevande del monte di brianza fanno travedere altrui, o vero che qua la gente è tanto lottile, che fa ordinar baje di coiai fatta . Come fi fia, eccole qui, e 1' ho prefe , perchè chi ricufa le venture è Sventurate . TANFURO • Vado penlaudo . .. BRIZIO . Che? TANFURO . Al mondo . BRIZIO . E perchè ! TANFURO . Perchè egli è un mal foppiatone . P 4 J4 8 LO IPOCRITO. BRIZIO . Che è per quello ? TAN'FURO . È che non vorria che fimil forte ci sfracafTafTe da fenno : in fomma non dovevate torle a niun verfo, però che qui fono le perfone a- fpsgnolate con aftuca maniera . Onde che fo io $ BRIZIO . Il diavol mi ha accecato. TA.VFURO . Ho paura che il ginetto , e il Turco vo< ftro non Ila garbato a qualcuno che per capirgli fenza {penderci, abbia ordinato i due famigli, e la femmina , con finzione che fiate il padrone di loro, et il marito di lei. BRIZIO . Che ti imagini tu perciò ? TANFURO . Che non fìano andati per il bargello provandovi ii latrocinio co i furti in mano • BRIZIO . Sarà così pur troppo . __«jrtfc- LO IPOCRITO . 34» TANFURO . Me lo par fentire . BRIZIO . Trafughiamoci a lo alloggiamento, che ecco . . . TANFURO . Che ? BRIZIO . Gente , e balla. SCENA XIII. ZEFIRO , e TROCCIO . ZEFIRO . Se a la Gemma, che tu dici, ne avelie dato altrettanti due volte, ella gii meritava , però che ci ha pollo la preda in «uno . TROCCIO . Può effere . ZEFIRO . MeiTer sì. TROCCIO . Dice poi 1' uom de le cofe . .. t jjo LO IPOCRITO. ZEFIRO . Ipocrito eh ? vo'che tu (la certo, che la fila fetta tienmanoa quanti tradimenti , a quante ribellioni, et a quante ladrarìe Ci fanno al mondo , e giurarei che nel richiederlo di co- tal ruffianìa gli parrà di perderci d' onore , per effère alla crudeltà del fuo animo cofa minima . troccio . Perchè, e/Tendo egli così, non mi mandavate voi a lui di primo volo? zefiro . Non ti dico io ? per credermi che egli non fi degnarle adoperarli in sì baili fuggetti . Or perchè tu lo lappin , io ho compatto quefta lettera con lo ingegno che mi pretta a-tiore , e non con quello che non mi dà la natura . troccio . Se lo inamorarfi accomoda altri de lo intelletto , penfo d'imbertonarmi il prima di de la leniniana che viene . zefiro . Afcolta . troccio . Voi re ne ulcite . LO IPOCRITO. 3jt ZEFIRO . A che te ne accorgi ? troccio . Al dir che amore pretta il felino , oppenio- ne contraria al cervello , che egli leva a ciafcuno che fe intabacca con feco . ZEFIRO . Odi, fe tu vuoi. troccio . Dite. zefiro . Io mi propofi nella mente di cominciare a un modo , e principiai a un altro , però che la materia abbonda come fi entra a trattare de le trame amorofe. troccio . S' ella non lo fa, non vaglia . zefiro . Mi è parfo fcriverle di mia fantafia . troccio . Varrà più il fuo fapere , che ciò che le dite fia di voflro capo , che cento millia verfi , che le mandalte fatti per altri . jj2 LO IPOCRITO. ZEFIRO . Concorro col tuo giudizio . TROCCIO . I eggetene due rigarelle . ZEFIRO . Son contento. Lettera Amohi fa i fuoi fatti non s'imbratta le mani . Io per me non fon di quelle infingarde , che fi ftanno belle in banca comandando alle ferve con voce imperialefca ; ma faccio da me , vado da me , e dico che da me vado, e da me faccio , perocché chi non sa LO IPOCRITO. j 7 J che il fuoco de 1' amore , che porta a la roba la patrona, cuoce la carne del pignatte , rifa i letti, fpazza la fala, afletta le maìTarizie, rilparagna le cofe, e guarda la cafa : madesì, che egli lo fa . Ecco che io ho acquetato il parentado con invitarlo di mia mano , perocché ogni gatta ha il fuo gennaro,ogui uno Ila in le fiiperbie di volere eflere pregato ; ma Guardabaflo vieu fuora . GUARDABASSO . Voi avete fatto bene a venire, perchè mef- fere fe n' è andato per l' altra porta tutto invelenito contra di Malanotte , e di Per« delgiorno , che adeflb adeflo tornano . MAIA. I manigoldi fono ifeiagurati quanto ce ne cape, et è un mondo di tempo, che trovandogli a cicalare con eflb, gli rimandai, tenendogli meco poco , o niente. GUARDABASSO. Madonna Tanfilla fi difpera, che le fue gio* je non vengono . MAIA. Quanto è eh' io le diedi a Lifeo ì 37« LO IPOCRITO. GUARDABASSO. Qua non fono elleno comparfe , MAIA . Demonio fallo . GUARDABASSO . Credo , che il padrone fia ito per effe . MAIA . Va' un poco là. GUARDABASSO . Entrate in prima voi. SCENA X. ARTICO primo marito di Tanjìlla, Io non pofTo più dire di non fapere che cofa fia allegrezza , perocché ella è Hata sì grande quella , che mi fi fparfe per tutti gli fpiriti torto eh' io viddi fumare i camini di Milano , che non ci fo fare comparazione. Cala fua ah ? cafa fua ah ? certo che non fono per cavarne il piede mai più , e fe'l capriccio de la pazzia , che mi conduffe se lo esilio, che io lìellb ho faputo darmi) LO IPOCRITO. 177 non me ne ha fatto patire le pene , non vaglia . In fine lo andare per il mondo non è mefliero da ogn'uno : nè fi può imaginar la crudeltà , che è quella de lo avere andare e ftare a polla d' altri . Onde vale più ua pane, et un aglio, che fi mangi al fuo deliro , che mille vivande ne lo altrui : e che ingiurie è forza d'inghiottire! e fatte da chi! e mal per colui, che è più virtuofo , conciona che la ignoranza , che impera, g'i crocifìgge , come meritarla d' edere crocififTs lei : nè parlo de la invidia, che fi coglie a urto i più fedeli, et i più d'affai , che è co- fa vecchia ; ma de i tradimenti , che fi fanno a i dieci, a i venti, et a i trenta anni di fer- vitù . Ora, la Dio grazia, io ne fon fuora, e torto eh' io abbi impetrato remiflìone dal mio fuocero Lifeo, e da la mia fuoce- ra Maia , e da la mia moglie Tanfilla , non cambiarci flato con un regno . SCENA XI. ZEFIRO , TROCCIO , e IPOCRITO . ZEFIRO . S ENZA forfè fon per venire al fin brama- 37 3 LO IPOCRITO . to , poi che l'amore , è reciproco , ma mi tengo a villania di non remunerare affezioa sì fatta con l'atto del matrimonio. TKOCCIO . E perchè no? zefiro . Io non ho da contentare fe non me fieffo. troccio . È certo < zefiro . « Accompagnandomi con una , che mi ami come io 1' amo , meneremo una vita non men dolce , che fasta . Onde Ipocrito, che per non deviare da le fue triftizie fe ne è Tenuto a me per ordinare una opera di lafci- via, ritornerà a lei conchiudendone una dì oneltade; e perchè fe gli preftHede, le ferivo quella poliza di credenza . TROCCIO . Fate bene . ZEFIRO . Ma eccolo, per Dio . IPOCRITO . Mantengavi la carità. LO IPOCRITO . 379 ZEFIRO . Cos'i fia . IPOCRITO . Puoffi parlare ficuro l ZEFIRO. 10 mi fon refoluto a fare un paflb, che vorrei, parlandone, che ci fuffe prefente tutto 11 mondo , non che un fervitore. IPOCRITO . La carità de le mie aftinenzie . troccio . Più ancora . IPOCRITO . Dove è carità , è ifpirazione . ZEFIRO . Voi avete a fapere , che la femplicità de la benivolenza, che in fu la lettra mi ha dimo- ilrato la giovane, ch'io amo fmifuratamen- te, mi difpone a richiederla in mogliera per vollro mezzo . IPOCRITO . Io che penetrava per via de la carità nel co. re voftro , e fuo , prefi la fcrittura eh' ella T 8o LO IPOCRITO. mi diede, acciò ne riufciffè quel che ne riefce, che s'io l'avelli intefo altrimenti (perdonatemi voi) la difcopriva al padre, acciocché... madesì. TROCCIO . Bella cofa è lo avere a fare co i profeti. zefiro . Datele querti due verfì per una cerimonia , non che bifogniche ella vi creda, bontà loro, IPOCRITO . La carità, con la qual negozio,ci fi interporrà in modo , che il padre, quale ha prefo configlio meco fopra tal fatto, farà contento. zefiro . Acceleratemi la rifpofta , perchè fapete bene che lo indugiare confuma le afpettazioni. IPOCRITO . Andate pure . SCENA XII. TANFURO , che fi crede LISEO fia Brille, e LISEO . HTANFURO. o fpiato in le taverne, in le chiefe, ttt LO IPOCRITO. 381 i circuii de le genti , e per tutte le pia2ze , e le ftrade, nèfento chi ne faccia motto, per- laqualcofa le gioje (ararj noftre, e chi èfcem- pio , fuo danno . liseo . Che girandoli tu, beftiaccia , e con chi fa- velli ì TANFURO . Col padron mio . liseo . Non so , e non voglio efTere . TANFURO. Voi avete una natura , che forbifce la colera , come la fpugna P acqua . LISEO . Dovevi dire, come io afciugo i boccali » TANFURO. Voi avete imparato a burlarmi, come dianzi vi burlar quei dna capocchi . LISEO . Non mi diletto di ceretani, e mi ti vo' levar da torno, perocché tra la rabbia eh' io i 3 8z LO IPOCR1TO. ho di non trovare i mici impiccati , e la sfacciataggine tua, non io ciò che mi faceili . i SCENA XIII. TANFURO , e BRIZIO . TANFURO . JLjE migiiaja de i milioni de gli fpin'ti dannati , che fi rimefcolano per 1' aria per colpa de le genti , che tante e tante fon morte drento, e di fuora di quella terra, cavano del cervello i forelfieri, che ci vengono : onde i padroni non raffigurano i fervi- tori, né i iervitori riconofcono i padroni . Ho carifliTto , che trattiate me come trattale dinanzi coloro,che fe ne menò lcco la madama , che vi berteggiò con darvi le perle . BRI7.IO . Tanfuro ? TANFURO . BRIZIO Pur che la vernacciola, che tu li (licerti, non vada alterando ora te . , LO 1POCRIT0. 3 §j TANFURO . Non mi avete voi mò mò , adeflb a-lefìb , ora ora cacciato con un carco di villania , folo per dirvi , che non fi ode ninno che favelli nè di perle , nè di catena ? erizio . Non ti ho vifto da eh' io non ti viddi. TANFURO. Ancora io fo cotelìo . brizio . Dapoi che io ti dilli : va', e intendi la coGt, to' dir' io • TANFURO . Lucifero con il refìo , che piovvero, abiti in quello iìto , c però ci fi vede si diavolo- famente, e vo' infiorarmi, fe la donna , che vi porle le bazzicature, non è la fata Morgana , et elle cole d' archimia d'incanti. erizio . Sarà Mata pur troppo . TANFURO . Chi è quello farfallone ? 3 8* LO IPOCRITO. SCENA XIV. 1RJZI0, ipocrito, che lo filma per Lifen , e tanfuro . jTjLncora che io abbi facilità di poter dire con voi ciò che io voglio, non ho voluto concki'lere il parentado , che vengo a pro- porvi , fe ben colui, che lo cerca è come nn grafpo d' uva , che non fa vendemia . Voi ve ne contentarete grandiflimamente. IPOCRITO . BRIZIO. Ci mancava quefto redo . IPOCRITO BRIZIO . Io rinafco. IPOCRITO . Vi ricordo la carità . TANFURO , Pur ci tenifti . BRIZIO . LO IPOCRITO ; 3 8j erizio . Dagli due foldi. TANFURO . Tenete . IPOCRITO . La paura mi è giunta . TANFURO. Che vorrefte un feudo ? IPOCRITO . La fantafia comincia a trarvi de la memoria fecondo il mio pronoftico . TANFURO. Pigliate qui . IPOCRITO. Io non chieggio limolina , brizio . Chi vi pare egli eh' io fia ? IPOCRITO . M, Lifeo . brizio . E tu per chi in' hai ? Teat. Antico , Tomo VI. R 3 3C LO IPOCRITO. TANFURO. Per mefler Brizio . « IPOCRITO . Doverefti vergognirti a darli ad intendere, che egli non fia lui. tanfuro . E voi fottcrrarvi , poi che volete , che luì non fia egli . IPOCRITO. Tu fei nuovo feco e di fervizio, e di amore. brizio . Fuggiamoci da que/ìo ipirito maligno . TANFURO . Che non ci entri a dodo . IPOCRITO « Una parola, Lifeo . TANFURO . Caminate pure . IPOCRITO . Spettate che ? BRIZIO . In nomine patris et filij . :-.w-W. j.: t i/ --j' T | MWBBfc— LO IPOCRITO. 3S7 SCENA XV. IPOCRITO , e LISEO ► IPOCRITO . Il poverino fi è lafciato imbarcare da I fogni, e tra l'altre fuefantalìe quella, che il fratellino!! ritorni,gli fa parere una ciancia la carità, però che dove gioca la robba , ella fe ne (la cheta . liseo . Non è Ipocrito quel che io orlo ? IPOCRITO » Son per certo . LISEO. Gli aflaffini , che io mandai a farvi compagnia, hanno anche a tornare, tal che io me ne trovo in tanta colera , che . . . IPOCRITO. Il capocirlo gli è pafiato . LISEO . Che dite voi ? IPOCRITO . Favello del non fapere io de ia predominali ì "^É. - ■■Hjv" J«' 5 «S LO IPOCRITO- zionc, che de i voftri fenfi aveva pure ino prefa l'ira concetta per conto de i due . Onde mi fon rilervato a parlarvi del parentado , ch'io vi ho detto, in più ripofato ani- rio . liseo . Non v' intendo . IPOCRITO. Dico , che il voftro effermi venuto contra con le fantaiticarìe del non mi riconofccre , mi ha fatto riporre il buon partito , che vi diceva , per una altra volta. liseo . Se voi non moderate la fobrietà de le afti- nenzie, vorrete poi farlo non potendo. E fecondo me co nmettete errore,perocchè il con- feffore mi dice, che il peccato del cibo con- Cite ne la ingordigia , e non nel cibarli. IPOCRITO . Il voftro umore è cetrino , e negro , però ci è mefcolara la furia , e la temperanza . Dio vi accompagni con le fue carità . LISEO . Anch' io vo' andare per la fua via. LO IPOCRITO. 389 SCENA XVI. GEMMA, e PRELIO. ^ GEMMA . E FORZA, s'io voglio vivacchiare, elite- nere un pocolino difeuoia : elicci bamboline ini ballano , a le quali infegnarò la Santa Croce : fatemi bene imparare a c'ire de i proverbi , a infilare gli aghi , a contare il pane che va al forno , a benedire la tavola , a fare le riverenzie , a (lare cortefì , a tenere ben la rocca , a rivellìre i guanchii, a piegare i fazzoletti, e fenili altre bagatel- luzze: e quello vada per quando fin da i Signori era prefa per mano , e nel riferrarli con meco in camera comandavano a i fcrvi- liori, che fe venifiè l'Imperadore non fe gli facelTe imbafeiata : accompagnandomi poi fino a la fcala , lafeiando ogni forte di brigata per onorarmi . prelto . Chi fei tu, che confulti teco ftefla ? GEMMA. Una ifeiagurata . 390 LO IPOCRITO PRELIO . Che cerchi ? GEMMA. De la grazia di Dio . prelio . Chi ti ha così ma! condotta ? GEMMA . La cattivanza di chi par buono prelio . Hai tu pratica quinci ? GEMMA - Ho . PRELIO . Sai tu la cafa d'un Lifeo ? GEMMA . Solla. PRELIO . Conofcilo ? GEMMA . Sì. PRELIO . Va' e buffa il fuo ufcio * LO IPOCRITO. 351 GEMMA . E poi ? PRELIO . Dirai a qualunche ti rifpom'a. .. gemma . Che ? PRELIO . Sta' falda . GEMMA . 4 Non mi muovo . PRELIO . Delibero fare un' altra cofa , sì che togli quella moneta , e fpenditela : in tanto vado a ripigliare i panni de la mia peregrinazione , et andando fo ben'io. GEMMA. Cortili fu! primo fece difegno in fui mio doverli portare qualche imbaulata , di poi vi- ftami li può dire ignuda , mutò proposto , e così mi accorgo, eh' io fpavento le parole eh' altri comincia a dirmi ; ora penfifi ciò che farti a i fatti, che vorrebbono che io gli conchiudefle, per ben che anche L.ii'jo liceo in fondo ha che brigare con le turbe, che fi innamorano con le lue figliuole, a dir- R 4 LO IPOCRITO. lo in uno , pure troppo baldanzofe . Onde Tempre fon trame in volta, mufiche la notte, fpaffeggiamenti il giorno , tanto che è da dire , che chi l'ha brutte-fe la paffa con un poco più di dota , ma chi 1' ha belle fe le mantegua con uno affai meno d' onore : ora via per di qua , acciocchì colui, che il è partito di qui, non mi ci ritrovi • SCENA XVII. PRELio rivcjlito da Peregrino . Io ho riprefoin un tratto l'abito lafciato per andare cosi feonofciuto, come io fono, (laPornria, foio per farle intendere, che io ho adempito la volontà fua con l'animo, che ella è tenuta di adempire la mia . Ma piaccia a colui , che me le fece fervo , et al pianeta , che mi regge in cotale fervitù, che ella fia foilecita a «infoiarmi nel modo, che io fono flato pronto a ubidirla . Eccola in fui balcone, nè dubito , che non fia lei , perchè troppo ben comprendo il lume de le fo- Jite luci. Oimè ch'io fento premermi il core da la mano de la fperanza più che da quella del timore, perchè 1' una mi rinfranca affai meno , che non mi avilifce l'altra, onde la LO IPOCRITO. 395 mia anima tutta tremante nafconde i fuoi fpi- rlti ne le più intime caverne del petto , Ora io voglio, prima che me le difcopra, fare la prova eie la mente , che ella ha inverfo de la mia fervirù non meno incompreniibile , che incredibile. Intanto batterò a la fua porta , da che fi è levata da la fiueftra : tic toc tic. SCENA XVIII. PORFIRIA , e PRELIO . PORFIRIA . Chi è ? PRELIO . Un peregrino . PORFIRIA . Che vorrefte ? PRELIO . Rompere il digiuno con la vivanda de la vo- fira pietade . PORFIRIA . Appettate. PRELIO . Come è poffibile che io, che non mi foa R j 394 LO IPOCRITO . mai cambiato ài colore negli incontri di tinti moftri, mi Ila così perduto d' aniaio nel venire giù di cortei ? PORFIRIA . Acciò che Iddio fornifca il mio defulerio , vi do quelli denari. PRELIO . Se non mi gli date per altro , vegli rendo. PORFIRIA . Vi fpiace ch'io preghi, che elfo me gli fornifca ? PRELIO . No . PORFIRIA . Perchè dunque ? PRELIO . Perchè la fua clemenzia ve gli ha forniti per mio mezzo. PORFIRIA . Vorrei fapere come, per fodisfarvene con la memoria d'una continua- obligazioue . PREMO . Lo faprete torto eh' io vi abbia detto il ca- LO IPOCRITO . 3 9 j fo di coluidel quale vi porto le polveri . PORF1RIA . Che cofa ? PRELIO . Sotto quello drappo é una umetta , che riferva le confunte oITa di Prelio . PORFIRIA . Che ? egli è morto ? PRELIO . II mefchino condottoli là dove la fenice aveva preparato ia pira de i rami confacrati da la natura a lo effetto del fuo rinovarfi,acco- fioflegli,e aecoftandofegli per efTer tutto fuoco gli accefe , et accendendogli, le proprie fiamme aumentate da sì fatta efca fe gli aumentarono con si veemente incendio, che d' uomo vivo fu couverfo in cenere morta ; e perchè ardendo impetrò da quel nume, per cagion del quale ardeva , che le reliquie di lui vi fi portafTero dinanzi , come io per miracolo di chi lo può fare ve le porto, e portandovele , ecco che vi difeopro , non le polveri, ma oltra le penne d' oro , e di porpora de l'uccello predetto , ia vita , e la prefenzia di Prelio . LO IPOCRITO. perchè io ftimo più il mancare di fede , che di vita. Sento romore in cafa , lo fento grande , si che vattene , et affienami . PRELIO . Dubito , che lo efito del mio fperare, et li fine del mio merito non lì riduca in qualche atto tragico, nè debbo credere altrimenti , poi che la fua vera perturbazione è apparita nel mio vivere , e non nel farle credere eh' io loffi eftinto . SCENA XIX. LISEO , MAIA , MALANOTTE , C PERDELGIORNO . LISEO . Sai tu perché io ho penato tanto a rjfen- tirmene ? perchè la percoiTa , che ho avuto ciò Temendo , mi tolfe il fentimento a un tratto , che anco un membro ferito non ifpar- ge il fangue cos'i di fubito. Ma io merito quefto, e più , da che ho patito , die tu por* ti le brache , che doveva portare io. MAIA . Belle parole ! 3?S LO IPOCRITO- LISEO . Dove m'hai tu dato le perle , e la catena ? MAIA . Ne la ftracla in prefenzia di collor dua . PERDELGIORNO . È la verità , padrone . liseo . Voi ne tramentite per mille arcicanne de la gola. MALANOTTE. Voi potete dire ciò che vi pare . MAIA . Ricordati, che tu avevi teco un altro famiglio . liseo . La quartana che ti uccida. PERDELGIORN'O . L' avevate certo . LISEO. Ah i ladroni! MALANOTTE. Non vi ricorda, che la Madonna qui «ci LO IPOCRITO . darvele diffe a noi, venite un poco meco l liseo . TraditoraccI ! MAIA . Tu hai una virtù più eh' io non lapevi . LISEO. O,o,o,o. MAIA . Adacquelo , dico . LISEO . Tu fei non mia mogìiera, ma mia aflafliua . MAIA . 0 che fiam matti, o che fiam pazzi. liseo . La robba mia. MALANOTTE . Chi ve l'ha tolta? LISEO . Cortei non per altro , che per trarla dietro ( io lo dirò pure ) a qualche ijertoue. MAIA . Che sbaiafR tu ì 400 LO IPOCRITO. LISEO . Ribaldonaccia , cagna , turca. MAIA . Ah porco ! Listo . A me a ? MAIA . Baga da vino. LISEO . Tu mordi ? MALANOTTE . Or fufo . PERDELG10RN0 . Non fate. LISEO . Son morto. MALANOTTE. Lafciatelo fufo . MAIA . Son donna da bene. PERDE LG IORNO . Tutto il popolo è corfo . MAIA . E te lo farò vedere . LO IPOCRITO. 40* LISEO . Guardabaflb, ajutami. SCENA XX. GUARDABASSO , LISEO , MAIA PERDELGIORNO , e MALANOTTE . GUARDABASSO . C^he vergogne fonquefte", e che pazzìe? levative fu di terra . liseo • Ajuta, dico. MAIA . Ribalda io ? LISEO . Rubato, e ftroppiato mi ha la buona moglie. GUARDABASSO . Ahi, patrona . MAIA . Che abbaj tu ? GUARDABASSO . Niente . LISEO . La mia buona conforte mi fura le sì fatte 4 oz LO IPOCRITO. cofe , e poi mi prova , che me 1' ha ditt\ col teftimonio di voi isfrontati ghiottoni. PERDELGIORNO . Oimè ! LISEO . E tu ladro publico ? MALANOTTE. Non più, che fono fpacciato. LISEO . Voglio sgrifarti. GUARDA BASSO • Fuggite In cala. LISEO . A difpetto di quella paterina . GUARDABASSO • Andate dreuto , madonna. LISEO . A brano a brano ve' mangiarmi»!. % LO IPOCRITO. 403 ATTO TERZO. SCENA PRIMA. ZEFIRO , e TROCCIO . ZEFIRO . J^erchè dal configliarfi con altri fe ne ritrae quel confinino , che cava uno fmar- rito da colui, che gli infegna la via ; vo' dirti che mi è venuto in voluntà di affrontare mefTer Lifeo da me fteflb chiedendogli la figliuola , perocché quanto penfo a la fua di- moftrazione, tanto non so che farle per remunerarla . TROCCIO . E perchè no ? ZEFIRO . Ti pare egli ? TROCCIO . A fé sì . ZEFIRO . Ma è quel deflb? TROCCIO . 404 LO IPOCRITO. SCENA II. ZEFIRO, che /cambia erizio \>er Lifeo , TROCCIO , e TANFURO . ZEFIRO . Dio vi profperi. ERIZIO . Anche voi . zefiro . Quando non vi fuffe difconcio,vorrei pararvi in iecretc . BRIZIO. Se coteflo voftro fervitore è leale come il mio, potete dirmi ogni cofa liberamente. ZEFIRO . Credo , anzi il so chiaro , che gli andari de la vira, ch'io meno, vi fiano in modo noti, che non bifogni contarvigli. De le mie facilità , e de le mie virtù non favello , aven- ga che quefle fi fanno , e quelle fi veggano : dirò bene che la nobiltà di quel fangue, dal quale mi viene origine, è . .. BRIZIO . Che prceinj fento io ? et a che fine entrar LO IPOCRITO. 40S meco in prologhi ? io non vi conofco , evi riipondo col maravigliarmi, che un giovane di afpetto si grato , e di perfona sì vaga , & fia cosi dato a le ciance. troccio . Parlate onefto. ZEFIRO . Taci tu . ERIZIO . Maffimamente, che P avarizia non vuole più buffoni, et bagli efclufi da le fue corti , come anco ha fatto le meritrici , et i cinedi , benché ciò rovina altrui, avvenga che il loro mezzo giovava pure a una parte di quegli , che ci ricorrevano per favore . ZEFIRO . II rifolvere un che cerca di proporvi onore, et utile , con la difcortelìa è più torto in- folenzia che umanità, et è certo, che potrelti dare colei, che io vi voleva chiedere per moglie, a peggiore condizion de la mia . BRIZIO . Tanfuro, va', dimmi a Guadagnino , che mi felli adcffo adeffo i cavalli, e tu invaligia 4 oS LO IPOCRITO. ogni tartara , che non ci (farei più un' ora . Che patria , e non patria ? A me pare eile- re alla noce tli Benevento . tanfuro . Volete voi a petizione di cotaii cornacchio- ni torvi da i voftri fpafli ? TROCCIO . Con chi ti penfi tu parlare ? TANFURO . Non tei vedi ? TROCCIO . Che sì ? TANFURO. Che no . TROCCIO ► Al corpo di ... y TANFURO. Voi vi fete creduti , perch' io fia fiato aneto un pezzo di manucarci . ZEFIRO . Seguimi, Troccio, che mi è caduto l'animo di maniera , che non crederei mai più poter parlarne . LO IPOCRITO . 407 SCENA III. ERIZIO , e TANFURO . ERIZIO . u fai ben la ruga de i fabbri ! TANFURO . Solla . BRIZIO . Andrai là, che ho detto al maeftro, che mi lega lo fmeraldo , che te lo dia , e torto che te lo ha dato , va', e icambiami cento feudi de la moneta , che ti diedi in tanto oro , e poi vietitene dove alloggiamo, che voglio allontanarmi da gli ftregamenti : haimi tum- tefo ì TANFURO. A puntino. BRIZIO . Spacciati mo . TANFURO . Stateci anco un mefe , o dua . BRIZIO . S'io ci fto domani, non f?.rò poco. 408 LO IPOCRITO. SCENA IV. GUARDABASSO , e LISEO . GUARDABASSO . ISj o\' è cfa correre a la giuftizia . liseo . Voglio , che fi ponga le mani adoffo , GUARDARASSO . Non fi tien ragione tra moglie, e marito . lisio . Le farò venire l'angofcia . GUARDABASSO . Non potrete farle niente . LISEO . Lo farò fe le crepaiTe la barba . GUARDABASSO . Ella ha due che teftimoniano lo avervi dato le robbe, e voi non avete altro che voi lief- fo , che dica in contrario . LISEO. LO IPOCRITO. 4C9 LISEO . Non fono accettate le teftimonianze de i ghiottoni. GUARDABASSO . Io parlo per il giufto, ma perchè ini guardate in torto ? LISEO . Non fon ben ben ficuro, che anche tu non ti accomodi a la giunterìa. Ma fe lo fai per propria milizia , è da fcufarti, e fe per ficcarti in grazia a Maia, muta propoiìro, perocché le vo'torre lino a la libertà del mangiare a ina polla. Ora penta mo tu, che utilità ne caverai . GUARDABASSO . Chi none trillo oggi di, è un balordo, e chi non fi fa adattare con chi vince , per.le fem- pre: però avete torto a lulpicare de i rr.iei fatti, sì che non andate altrimenti a querelarvi d' una bagattella . liseo . Reflati in cafa, che non fei di pefo, nè molto autentico ne la fedeltà de la (ervitù , e fe meffer lpocrito ci capitale, intertienlo fin eh' io torno . Teat. Antieo, Tomo VI. S 410 LO IPOCRITO. GUARDABASSO . Se egli avefTe fete, di qaal botte volete ch'io gli dia ? LISEO . Di quella lungo il muro . GUARDAB ASSO . Confetti, o altro ? LISEO . Fategli onore. GUARDABASSO . Eccolo , pare a me . LISEO. Maiclepunto . SCENA V. PORFIRIA veftitct da fantefca . T i o ifmarrimento , in cui ha porto il mìo animo il fubito et inpenfato ritorno di Pre- lio, è sì mortale , et intrinfeco, che non mi lafcia udire i rumori, che fono tra il padre , e la madre di me , che avendo diterminato il fin che fare debbo , non do cura di quello che la mia madre , et il mio padre poflìn dirmi o farmi, per eifennene venuta fora di LO IPOCRITA. 411 «afa più a quefta foggia che in altra. Io nel torto accorgermi de Jo amante, i (limando che Ja grandezza del duolo doverle fubito uccidermi fenili l'oppofito, perocché il così credermi confolomrni talmente , che quel proprio affanno , che mi doveva torre lo fpirito, ?ne lo diede ; onde fono veramente mifera da che la morte non vuol me , che non voglio la vita . Ma fe la vita brama eh' io mora , e la morte defidera eh' io viva , a qual forte di crudeltà pollo io agguagliare la mia fventura ? benché in onta de 1' una, e in di- fonore de 1' altra , ecco che in abito fervile me ne vado dove otterrò tanto di veleno , che mi farà in breve fpazio egualmente obliare il vivere, et il morire . Ma ecco a punto r uomo , eh' io cerco . SCENA VI. M. BIONDELLO Medico , e PORFIRIA . x M. EIONDELLO. 15 studio molto dilettevole , e pillerò quel de la fifionomia , e però ho fatto uno cpufcolo de cognitione hoipinum per afpe- éliim fecondo Arinotele, Scoto, Code, Inda- S 2 4 i2 LO IPOCRITO . gine,e la eccellenzia di ine filofofo moderno, perocché frons magna et cuperata eftinciiti- tim potstoris , naius aquiiintis teitis ed maje- ttatis imperatoria:, et facies rugoia tellimo- nium fenecìutis . rORFIRIA . Taccio adeflb la mia pena per molto temerla , e tcmola per molto tacerla. M. BIONDELLO . Ma perch' io tengo totani medicinam in hoc pugillo , ho comporto , fatto imprimere , e dato in luce de partlbus i£ìu fectis, de iotio- ne , geftione , et pulfu . porfiria . Saluti , e reverenzie . M. BIONDELLO . Chi fei tu ? PORFIRIA . La ferva di madonna , e balla. M. BIONDELLO . Donde vai? PORFIRIA . Da la fignoria de la voftra. LO IPOCRITO. 41J M. BIONDELLO . E che vuoi ? PORFIRIA . Un pochettin pochettin eli tofeo prr certi topi traditori, che fi hanno divorato i' occhio de la più bella fcuffia,che vedette mai, e in Jor mal' ora rofo il calcagno eli un pajo di pianelle di feta. M. BIONDELLO . Guarda ribaldi ! PORFIRIA • Tal che la fua fìgnoria vorrebbe farne le vendette col tenergli vivi un gran pezzo . M. BIONDELLO . Lafciane il penderò a me . PORFIRIA . E vi manda quelli fei feudi per difpetto ài sì fatti rode cofe . M. BIONDELLO . Gran mercè. PORFIRIA . Di grazia predo. Mi BIONDELLO . Io te lo darò con patto , che tu lo faccia S $ 4u LO IPOCRITO. intendere a l vicini, acciocché non fi fcanda» Uzzaffero . porfiru . Non dubitate . M. BIONDELLO . Vado a portartelo. porfiria . Non era cofa quefta da fidarfi de le ferve di cafa , perocché non avrebbono a pena fentito mentovare veleno, che {ariano corfe a dirlo a i miei, e cosi la mia deliberazione farebbe reftata vana . M. BIONDELLO , Eccotelo qui, figliuola . PORFIRIA . Come fi dà egli ? M. BIONDELLO . Metti quella polvere in una caraffetta de aequa . PORFIRIA . Bene? LO IPOCRITO . 41$ NI. BIONDELLO . Et empito che ne avrai una faldella , pernia dove i forici traforelli foglioiio andare a bere . porfiria . È egli del fino ? M. BIONDELLO . Del finiffimo . porfiria . State fano in fin che io me ne ritorno a caia per di qua oltra . NI. BIONDELLO . È di neceffità , che la mia autoritade fi trovi a la difputa de le conclufioni , che tiene meffer Libico in perfona , perchè tutto il fatto de gli ammalati confitte nel dubbio, che noi fifici aviamo circa il non faper fe fu inventore de la medicina ( gloria ine/limabile , e teforo fommo de i filofofi ) Adamo , Efculapio , Ermogene , Rofo , Dionafties, Vacileos, Dioris, e Damali. S 4 416 LO IPOCRITO . SCENA VII. ZEFIRO , IPOCRITO , e TROCCIO. ZEFIRO . S'io non vi trovava dove vi ho incontrato , moriva . TROCCIO . Moriva certo . IPOCRITO . Che vi piace ? ZEFIRO . Non vi domando di ciò che vi aviate concililo, nè del dare de la mia poliza , perocché ne lo fdegno , che meffer Lifeo ha dimoftra- to meco , concito la irrefoiuzione, onde ■ho paura che non fi fia avvilto di qualche cofa de lo amore noftro . IPOCRITO . Niente . ZEFIRO. E perchè cosi ? IPOCRITO . Io non ho anco parlato ad Annetta mia fi- LO IPOCRITO. 417 gliuota In anima, et in carità : perocché mi è parfo tanto onorevole il partito, che ne Volli prima fare motto al padre che a lei, sì per onertà loro , come per debito mio. ZEFIRO . Da prudente . IPOCRITO . Però che il fimpliciotto è tal' ora fuperbe in dimandare, ruftico in provocare, e ritroso in rifpondere , per efler contaminato da moltifiime bizzarrie di cofe . Ma confolati , che oltre che 1' nomo è di natura buono , io fo ciò che io mi faccio. ZEFIRO . Le ragioni, che mofleno voi a parlargli, mo- verono rmcora me . IPOCRITO . Se non che la carità mi tira al giovamento del proflimo , andrei ora ora a luburnari la fanciulla , e forfè forfè.. . ZEFIRO . „, < Non psr conto di dono, ma per un aito di amiftà foglio , che godiate quelli . . , S 5 4it LO IPOCRITO. IPOCRITO . Che fono eglino ? troccio . Ducati larghi. ipocrita . Che bei frutti ! zefiro . Vedrete in altra forma la liberalità mia . IPOCRITO . L'avrò caro per lo efempio , che la cantaste voftra darà a i miferi. TROCCIO . Che tratto ! IPOCRITO . Adelfo eh* io fono fpedito da 1' altre faccende, vado a lei. TROCCIO . Il profilino non gli tira più la carità. IPOCRITO . Non mi dite altro ; che farò , e bafia > TROCCIO . ladro ! LO IPOCRITO. 419 SEFIRO. Mi ripofo , e confìdomi ne la difcrezione , e ne la follicitudine voftra , TROCCIO . Che coflui la difvia. zefiro . Tu me lo fai penfare • TROCCIO . Non vi dilli, chei denari fon da più che le filoftroccole de le dicerìe ? ZEFIRO . Sento calpeftio di piedi e di fotto, e di f»- pra a quella Itrada . TROCCIO . 81 che andiamcene. SCENA Vili. COREBO , e PRELIO . COREBO . S ia la mia fperanza quanto fi voglia effe- S 6 «io LO IPOCRITO . re grande , e ficura, che tutta via che 11 fofpetto ci rimefcola pure ua minimo de ì fuoi dubbj, diventa incerta, e piccola; e ciò comprendo in me proprio , avenga che fe bea fono più caro a Poriida , che ella non è a fe itiffiina, e ben che io debba tra sì poco fpazio di termine recarmela in braccio , non ini pare, che il core fedele configliero di chi 1' ha me la prometta lenza lo Immolo del che , e del ma . prelio . Ho fentito mentovare Porfiria . COREBO . Pure non manco di prepararmi a l'atto matrimoniale . PRELIO . Che ciancia coftui di matrimonio ? COREBO. Nè di mefìrare il vifo lieto. PRELIO . Qui doppo vo' Ilare ad afcoltarJo . coreeo ; Vo penfando a quel fuo dirmi in prelénzia dì Tranquillo ... LO IPOCRITO- 4" PRELIO. Dubito . COREBO . Quando avvenirle altrimenti del volere, che io vi tengo , mi efporrei a fare cofa , che ciarla che dire al mondo in perpetuo . PRELIO . Non ne cavo confinino . COREBO. Nel riprenderla io d' averlo mandato con sì fatta prometta errando .. . PRELIO . Parla di me certiffitno . COREBO. Mi ha fempre giurato, che la comparsone, e non 1' amore la colìrinfe a chiedergli ciò che gli domandò . PRELIO . Non fo che farmi. COREBO . Credendoli finalmente , che la imponibilità de la richieda , la lunghezza del camino , e 4 it LO IPOCRITO. la dilazion del tempo gliene dovette levare dal penderò . PRELIO . Oimè ! COREBO . E clie lo folo, ancora che il padre non me l'avelie data per donna , era per goderla . PRELIO . Son morto. COREBO . Onde pattato tre ore doppo il Sole tramont» la debbo godere, sì che me ne audrò infra tanto a fpaflb , PRELIO . Ecco, che rao ho feuperto, che ella, che va a marito iftafera, mi mandò dove fono andato con fantada eh' io ci morìffs, e di ciò mi accord nel dolore che la fopraprefe torto che ella mi riconobbe, ondefenza pure guardarmi intrigò le cefe , e mi fpedì con il va', eh' io verrò , però che più ftimo il mancare di fede , che di vita . Tal che mi è forza afpettìre il corbo, e non la colomba : coinè fi fia, mi vado a cafa. LO IPOCRITO. 41 j SCENA IX. ARTICO , e TRANQUILLO , ARTICO . JLjO avere io trovato tutte le mie brigate in vita, et in finità, hanno in me caufato infirmicele , e morte , però che lo intendere da loro come quella fera proffima Tanfilli lì rimarita a non fo che gentil' uomo , mi ha infettato la mente, et uccifo la letizia % TRANQUILLO . Odo non fo che . ARTICO . Ma quando ben non ci fufTero leggi, o giti- ftizia , vorrei vedere chi fuife ballante a tornii la mia conforte legittima . TRANQUILLO . Il cor mi trema . ARTICO . Sono io il primo,che abbia commeflb lo erro» re del lafciarle ì 4 i4 LO IPOCRITO . TRANQUILLO . Ho il fudor freddo . ARTICO . E che fpnto da la gioventù sfrenata fiaandato vagando ? , TRANQUILLO . Vo' parlargli . ARTICO . Sto per far dir di .. . TRANQUILLO • Mi pare di avervi vitto altrove . artico . . Potria effere . tranquillo , Sete voi de la terra ? artico . Sono, et hocci robba, parenti, e moglie, ancor che un certo profuntiioib fi credeva fpo- fare, coftei,ch'io tolfi di tredici anni. TRANQUILLO . Che fortuna ! LO IPOCRITO. 41 i ARTICO . Voi vedete. TRANQUILLO * Sorte a ? artico . La ci balza per tutti i ver/I . TRANQUILLO . Oh mefchino ! ARTICO . O che il cotal giovane fé ne torr à giù, o che li ammazzarà meco . TRANQUILLO . Mifero ! ARTICO . La faria pure difonefta . TRANQUILLO . Ho intefo che un M. Lifeo . . . artico . Non andate più oltre : egli è delio . TRANQUILLO . Se il tempo , che la ragion dà a le mogli?, che non fanno mai novella de i mariti , è ipi- iato , voi ve ne beccarete i getti, però che 4 26 LO IPOCR.ITO. fe la giuftizia , per fare che ella paflafTe altrimenti , ci mette/Te le forze di tutte le fue braccia , uon potria difìornare la cofa . ARTICO . Io non faccio profeflion di bravo , ma come vihodetto, defendaròlamiacaufacon l'arme. TRANQUILLO . Ci fon di arrifchiati cervelli al mondo, olirà di ciò quando le leggi vogliono farli oflervare , i bravi fono i primi a ubidirle. ARTICO • Voi Torrette pur eh' io freffi al termine de* fetreanni, e de i tre dì, et io non ci fon per iftare ancora che fu (Te paffato il numero di altre tanti, e cafo che coftui che vuole entrare in pofleflione del mio onore vi ila amico , potete dirgli, che egli ha fatto male, e tri- flamsnte. TRANQUILLO . La perfona, che lo dice , è quali un me ftef- fo , onde fon certo , che bifognando non • per mancare al fuo> debito , e ciò fi vedrà ©r eh' io vado a riferirgli il tutto . LO IPOCRITO. 417 ARTICO . Non men voglio Ilare ad altra lentenza , che a quella , che mi darà la cappa , e la fpada , fe ben pollo provare d' averne fpiato terra per terra, e daròletterea mercanti, che gliele mandino , et altri maggiori ufKcij. Ma Cédui torna indrieto. TRANQUILLO. Ol ARTICO . Che c' è ? TRANQUILLO . Non altro per adeflo . artico . Sempre ini troverete parato a foftenere il mìa detto. tranquillo. Noi lo vedremo. SCENA X. CUARDABASSO che canta , MALANOTTH t c ARTICO . CUARDAB ASSO . Tempo fu, che beae andò: villi lieto feri* 428 LO IPOCRITO. za pene , bene andò , che l'andò bene , or va mal quanto la può . Spiccane un' aìu» tu , Malanotte . MALANOTTE . Fara rirunfera , fararirunfa . ARTICO . Ciò che è mangiare fenza fapere di dote fi venga ! GUARDABASSO. E quando e quando andraftu al monte ? ARTICO . Sempre M. Lifeo fece una fpefaccia difordi- asta . MALANOTTE. Ecco uno che viene in ver noi con un muf» molto aguzzo . ARTICO . Scollatevi di corti, eh' io vo' paflare drents, 6UARDABASS0 . Vofìra Signoria ha errato la porta . ARTICO . Deh tiratevi indrieto. LO IPOCRITO. 4*9 MALANOTTE . La Signoria voftra 1' ha errata certo . ARTICO . Voi andate cercando che. . . G'JARDABASSO . Non tanta colera . ARTICO - Io fon di cafa . GUARDABASSO . Se voi forte una granata, vi crederei . Ma elfendo un' uomo, non ho pelo,checi pealì. ARTICO . Vi dico , che fono Artico, marito di Tan- filla, genero di raeffer Lifeo, e come figliuolo di madonna Maia, onde ci entrari) , fe voi crepaife . MALANOTTI. Lanciati a quello {puntone , Guardabaffs. artico , .A me a ? GUARDABASSO. State indrieto , fe non vi pafferò da banda iti banda. 410 LO IPOCRITO. ARTICO . Quello a me ? MALANOTTE . Spettate che torni il vecchio , e direte le voftre i ngioili a lui, perchè a noi fon gettate via . ARTICO . Chiamatemi giù la padrona . MALANOTTE . Ella è in un travaglio, che non parlarla al Sofìa . ARTICO . Almcn TanfiUa . MALANOTTE. Peggio che peggio . ARTICO . Una de le malfare . MALANOTTE. Quella porta, che vi ferriamo in fui mo/iac- cio , le farà 1' imbafciata . SCENA XI. ARTICO filo. ~\ ir amente la villania, la prefunzitne, LO IPOCRITO . 431 la Ignoranza , e la vigliaccarìa nacque il dì, che fimili furbi lì cominciarono a sfamar/i alle fpefe dì quei trafcurati , che fi commettano ne la infingardaggine de i loro fer- vigj . Ma perchè chi non ne vuole appretto non fi fcandatizza, un favio uomo , che Tempre era vitto fenza,rifpofe a certi che lo riprendevano del non efierfi mai confettato : chi non ha fervidori non ha peccati. Ma io voglio cercare il Mettere mio , e riconciliatomi feco, androinmene da Tanfilla con-etto. SCENA XII. IPOCRITO , e ANNETTA . IPOCRITO. I_jA commodirà, Fufanza , la etade, la natura, e la convenzione hanno talmente dimenticato le donne di quella Terra, che donzelle, e non donzelle frequentano le confabulazioni con ogni forte di perfone fu le fineftre , e in fu gli ufcj , e chi ne dubitaf- fe , miri Annetta, che fa il baubau, mezza drento , e mezza fuora de la porta . Io voglio configliarla a fuggirfene da Zefiro : a ogni modo la vuol per moglie, e quando ben 4ii LO IPOCRITO. fuffe altrimenti , che è a me, che per riirlo idiotamente la impatto a Marguttt ? ANNETTA. Lodato fia il Cielo , poi cb' io lo veggo. IPOCRITO . €he fi penfa , e che fi delibera l ANNETTA. Quel che s' è penato , e deliberato. IPOCRITO . Ora in fanta carità fia . ANNETTA. Confolatemi un poco . IPOCRITO . Circa l'amico giuroti incaritade, che feicoH- tr scambiata a cento per uno del bene, che tu g!i vuoi, e meritamente, perocché egli non ha paragone, e le la natura ne avelie a rifare un limile, ci durarebbe de le fatiche . ANNETTA. Credolo. IPOCRITO . La umanitade , che è una facilità di co/lumi amabili, dipende da lui . LO IPOCRITO. 433 ANNETTA. Careno ! IPOCRITO. La fua fede, la fua fermezza , e la fua integrità fi acquifta la benivolenza d' ognuno . ANNETTA . Sangue mio ! IPOCRITO . E ciò caufa il fuo adattarli a tempo e luogo con gii andari altrui . ANNETTA. Saviarello . IPOCRITO . Onde è grave co i Teveri , allegro co ! lieti, giocondo co i rimetti , giojofo co i faceti , fciolto co i liberi, e laudabile co i degni . ANNETTA. Ditegli pur tutto divinità . IPOCRITO . Infomma non imagina , non dcfidera , non chiede , non dice , e non fa cola indegna de la fua modeftia. ANNETTA. l'elice me ! Teat. Antico , Temo VI. T ■ 434 LO IPOCRITO. IPOCRITO. leggi quefh in rifpofta de la tua , e poi lodami, s' io lo merito. ANNETTA. Di quanto mi fii piaciuto 1' atto HI crederla , che il configlio d'Ipocrita uomo indovino , e fìnto mi avelfe cosi in un tratto ifgonberaro il petto de le maf- farizie de i faftidij ? et è vero, fortnnaccia, (e ti crepalfe il fegato ; onde ti apprezzo , ti curo , e ti /limo tanto , quanto itiinarci, curr.rei, et apprezzare! una fgufcia lumache , um infala fagiaoli, et una infarina paftinacbc LO IPOCRITO . 4 6t TANFURO . Meflci" Brizio dee avere cambiato propoftto . liseo . Fortunami nel federe . TANFURO . Vo' dargli i denari, e lo anello, e poi arrancare fo bene io dove . liseo . Io la uccello . TANFURO. Eccovi i cento feudi, e lo fmeraldo . Or in un forno farò da voi a lo albergo . LISEO . Va' e vieni a tuo beneplacito,poi che monna Fortuna dal ciuffo dinanzi fi ccrn-r.-::,- a pifeiar fotto de i fatti miei. Or vedi che pure ha mandato uno de i fuoi niefìi a placarmi,et a ricomperi farmi. Ma ricordati, miccia fcrofola , eh' io ti ho floppato a tutti i verfi in quanto a l' effertene punto grato , e per tutti i piaceri, che tu mi fai . Onde tengo fango, e feccia i tuoi anelli, et i tuoi denari, e.'on quello vado in cala per la porta , che fcanta ia gente . Vi 4to , quanto il fodisfare de la robba , che altri ci accomoda . corebo . Nè del mondo , nè de i voftri ricordi ho più bifogno. IPOCRITO . E vo' che tu fappia , che elTa natura è limile al creditore, che quando gli pare, può con- ftrignere ciafcuno , che gli è tenuto ; e ne lo abbattere un di quei decrepiti , che non penfano mai di morire , pare colui, che dimanda ad altri un debito vecchio ritrovato allora nel rivedere le fcritture antiche . Io me ne vado in là ad afpettar la morte , e coitolo fe ne vengono in qua a goder la rita. corego . Ancor io faccio quella via . LO IPOCR1TO. 471 SCENA VI. MAIA , LISEO , e GUARDABASS» . MAIA . X_iA non andrà cosi . LISEO . Non , fe ella va colà . MAIA . Nè come credi . liseo . Non può dunque andar nè ben, nò male. MAIA . E perchè ? LISEO . Perchè non penfo , che vada nè mal, n bene . GUARDABASSO . Lo ftare in propofito è quel che importa . MAIA . TruiFatrìce io ? io truffatrice ? 474 LO IPOCRITO. GUARDABASSO . Avete ragione di gr idarne accorr'uomo. LISF.0 . Se tu fei, tu ti fu, e fe tu non fti, tu non ti ih . GUARDABASSO. Gli fate il dovere a dirle cotefto . MAIA . Non fon per parlarti mai più , mai pia . GUARDABASSO . Se lo merita . LISEO. Se mi parlarai, mi parlarai,e fe non mi par- larai, non mi parlarai. GUARDABASSO . Di bel punto . MAIA . vo'impicciarmi di te nulla nulla. GUARDABASSO , Mostrateli pure il vifo , LO IPQCRITO . 471 LISE» . Se te ne impicci, impacciatene,e fe non te ne impacci, non te ne impacciare . GUARDABASSO . Non fi può dir meglio . liseo . Ah ah ah. MAIA . A me ladra, ladra a me! GUARDABASSO . Stupiico , che lo ("opponiate . LISEO . 10 te P ho detto , perchè mi é parfo , e mi £ parfo , perch' io te 1' ho detto . GUARDABASSO . 11 padron fete voi . MAIA • Dimmi, i cento d' oro , e la gioja ti è futa pofta in mano da i miei bertoni J GUARDABASSO , Le Zucche. 4 7 5 LO IPOCRITO, LISEO . Potria efl'erc , e non potria effere. GUARDABASSO . Non è mal parlare il voftro „ MAIA . E che per paura ? GUARDABASSO . Non miga. liseo . S'effi han paura, abbianla, e fe non l'hanno , non 1' abbino . GUARDABASSO. Voi mi garbate . MAIA . Se 1' amor, ch'io ti porto a mio difpetto , fi converte in odio , s' egli ci fi converte . . . GUARDABASSO . Mal per lui . LISEO . Se ci fi convertile , ci faria convertito, e fa non ci fi convertiffè, non ci faria convertito. GUARDABASSO . Parlate fchietro , LO IPOCRITO . 477 MAIA . Sono fiate feviffime le due figliuole , che ti li fon levate dinanzi . GUARDA3ASSO . E non è baja . liseo . Se tu le tieni così, tienle, e fe non le tieni, non le tenere . GUARDABASSO . Sete mirabile . mata . Adunque non ci fai penderò d'i riaverle 2 guardabasso . Parlategli pur d' altro . liseo . Quella porta , che efle trovarono aperta a partire, trovaranno al tornare. Sicché fe vogliono venir, venghino , e fe non voglio» venir , non venghino . GUARDABASSO . In cifera , o che ? 478 LO IPOCRITO. MAIA . BIfogna , eh' io ftefia ne pigli la cura . GUARDABASSO . È chiaro . LISEO . I! pigliarla (la a te , et a te (la il non pigliarla. CUARDABASSO . Salamoile ifteflb ! ' ^ MAIA . Aggiungi il matto a lo llrano del marito, e poi i'egnati moglie . GUARDABASSO . Yi ho compaflione . LISEO . S' io fono flrano e matto, io mi fia , e fe io non fono matto né ftrano, io non mi Cu. MAIA . Codili è ufeito del folco , e fe i putti fe ne actorgano, lo forniranno di far fcappare in due dì . GU ARE) AB ASSO ■ Saria ben di legar'» . \- ~l~ìZl LO TPOCRITO . 479 MAIA . Chi V5g^r> io? lefus! egli è Artico: o il mi» genero caro ? SCENA VII. ARTICO , MAIA, LISEO, e GUARDABASSO. ARTICO . V/ PADRONA , e padrone, che Cuocerà , e Cuocerò non ardifco dire, perocché la info- lenzia del furor gìoviaile mi ha tatto prevaricare in modo, eh' io fono indegno di casi chiamarmi . MAIA . Quella è l'altra, Lifeo, e pur per tua colpa. GUARDA BASSO . Non può negarlo . Colpa o non colpa , io fon d' offa e di polpa, e ben venga maggio. ARTICO . La gioventudine è feufabile . LISEO . 4%o LO IPOCRITO. LISEO . Ella è, s' ella è, e s'ella non è, ella non è- GUARDA BASSO . Non lo {puntarla lo fpnnta . MAIA . Quante volte t' ho io detto : non correre a furia , marito ? non ci correr , Lifeo ? GUARDARASSO . Voi il confìgìiavate bene . LISEO . Ci fon corfo per aver i piedi, e gli ho atu- ti per correrci. GUARDABASSO . Cosi le dite . ARTICO . Non mi fon per levare di ginocchioni fin che non ini li perdona . LISEO . Se ti par di ftarci , fiacri , e fe ti par di levartene , levatene . GUA8- LO IPOCRITO. 481 GUARDABASSO • Voi gli date una libertà ampia . MAIA . Voglio , che chi è fila, fia fua, e chi è d'altri , d' altri . GUARDABASSO . Che donna ! LISEO • Se tu vuoi, vuoi , e fe tu non vuoi , noa •vuoi . GUARDABASSO . Che uomo ! MAIA . Levati fufo , figlio, levatene, die© . GUARDABASSO . L'amorevolezza iflefla ! ARTICO. O madie . MAIA , Verrai pur meco . GUARDABASSO . Attaccate-vele a i panni, e piove a fua porta, Teat. Amico, Temo FI. X 4 $i LO IPOCRITO. MAIA . Some ti fupplifce il cuore di non ti rallegrale del i'uo litorno ? GUARDABASSO . Ne difgrazio Nerone . nsEO . Quel conto, eh' io ho fatto da oggi in qua del fuo non tornare, faccio ora del ino elle- re tornato . GUARDABASSO . Chi vi può apporre , \i apponga. MAIA . Rimaritare le maritate, meffer no , che non farà così. Tannila è di lui, et altrui daraflìì si che vietitene meco a cala da lei. ARTICO . Madre mia diletta . GUARDA5/.SSO . Adorate sì fatta matrona . 4 S4 i<0 IPOCRITO. LISEO. Ah ah ah . GUARDABASSO . Ditemi, fe M. Tranquillo fi gettafii via per la rabbia della moglie, che fi peniava gode-, re , andrelte voi a ricoglierlo ? liseo . Niente . 6UARDABASSO . E fe io menadi cinque , o lei compagnia bere in cantina,non ve ne fcorrucciareite ì liseo . No . 6UARDAEASS0 . Che bella cola! liseo . Ah ah ah . GUARDABASSO . E piantandovi qui ora per andarmene da la mia Ninfa , che mi fareiìe ] LISEO . Nulla . GUARDABASSO . Torno- adcffo . LO IPOCRITO. 4 %i SCENA IX. LISEO foto . Se la benignità cP Ipocrita non mi infe- gnava a vivere,{"aria morto oggi . Mi da che mici fon volto, è forza ch'io mantenga l' animo ne i fuoi ricordi . Ecco Artico domanda TanfiUa; come anche l'relio chiederà Porfiria , et a lo incontro , ecco Corebo , e- Tranquillo , che vogliono, e Porfiria , e- Tanfilla, per la qual cola mi è necelìario il prender in giuoco V un contratto , e V altra ne la maniera , eh' io ho cominciato a prendergli infieme con il fatto di Annetta : tal che con quello fenno fpero , che la fortuna impicchi lei con la difperazioue, che ella & è creduta che io impicchi me . SCENA X. BRizio fratello di Lifeo , e liseo . brizio . Sem tutto fottofopra , penfando a la ina- nifattur* di quelli {cambia perfone . X i 4 U LO IPOCRITO . LISEO . Se io furie una fpelunca, come io fono LI- feo , e parlarli le parole , che ha parlato colui che parla , crederei efl'er quella fantasma , che rende indietro le voci . BRiz:o . Sento fonare la mia favella nella bocca de 1' uomo , che ragiona colà . liseo . Quello tale , che fe ne vien via, ha la berretta di velluto, il robbon di domafco, et il i'ajo di rafo , come porto anch' io . brizio . Se non che io fono in buon fenno, direi , che qtlffto non fuflfe Milano , ma il Giardino de gl' incanti d' Orlando . LISEO . A fe, che s'io non fuffi io, giurarci di effer coftui . BRIZIO . Sto a vedere , fe la prefunzione fua vorrà cfTer me. LISEO . Che sì, che ia fortuna li farà mafcarat2 co» LO IPOCRITO. 4S7 la impronta del mio vifo , acciocché nel non efler me, non la fprezzi, come fono per ifprezzarla , ancora ch'io non tuffi io . BItIZIO . Se in quefta terra gli fpecchi andaffero , ec avellerò la forma , che abbiamo nei , non sii maraviglerei de In cofa , perchè la mi* immagine, eh' io feorgo ne h fua effigie, fa- ria m lui a la foggia, che ella è ne la fpec- chiera . LISEO . Nè anco in cotale trasfigurazione foli per t«- merti, forrunaccia . ERIZIO . Che guardate ? LISEO . E voi ? ERIZIO . A le barrarle, che qui truffano fino a le pie* fenzie . LISEO. Ti conofeo , Fortuna . BRIZIO. A 1' andare . lise® . A me a ! X 4 *SS LO IPOCRITO. BRIZIO . Agli accenti proprij. LISEO. Fortuna buffona ! brizio . E per più flrazio ci Ci burla Copra * LISEO , Non ti ftimo. BRIZIO , E perchè dunque figurarmi con la mi* gura 1 LISEO. Fortuna Volpe ! BRIZIO . Era il meglio , che io me ne ritornafle a poli. LISEO . Chi v' ha tenuto ? BRIZIO . Il fervidor che viene in qua • LISEO . Ecco anche il mio . LO IPOCRITO. 4S S BRIZIO . Andiate , Tanfuro . liseo . Vieii meco , GuardabafTo • SCENA XI. tanfuro , che va con liseo , credendolo Bri' {io, e guardabasso , che va con bkìzio,JIU mandolo Lifeo . TANFURO . Il fentir cantar mille cofe in banca dal Zoppino, ha colpa del mio effer flato troppo a venire ? LISEO . Va', (bufatene con il tuo padrone . GÙAKDABASSO . La mia Muccia:cia è a le perdomnze , BRIZIO . Che vuoi ch'io ne faccia, fe ella ci è ita ì GUARDABASSO . Jlitiriamci in cala palio palio . X S 490 LO IPOCRITO. BRIZIO . Va', bei di nuovo, acciocché una iinbriacag- gine cacci V Atri. TANFURQ . Vi vo' dire un fegreto . LISEO . Ali ah ah . GUARDABASSO . Voi vi fete pentito circa il fatto de lo ipeo-> Aerato . BRIZIO . 0 -,. Uomo da bene, voi vedete come il vero , et il falfo ci rimescola infieme , e però giudichino i nolti i feividori chi noi Caino, perchè è una niai S o ben che voi fete Ipocrito . Ma in quanto a i conforti, che mi date, non gli lènto ; però che fe V amaritudine ini ftlffe dolcezza , il dolore piacere, et il patir lalute , non po- triano ifcemarmi la niliizia , che non vuol ch f io cafchi, et ha per mal eh' io llia in piedi . IPOCRITO. Io , che per grazia de la carità non lodo alcun per tinore, nè li biafimo per audacia, fono per efortarvi , e non per isforzarvi , 1 LO IPOCRITO . 49 j perchè fe 1' uno è di mia profeflione , 1' altro non è di mio coltume . TRANQUILLO . Per non elTer io in me , parali ciò che io reggio , e ciò che io odo una confusone d* orecchie, et uno abbagliamento d'occhi. IPOCRITO. Chi è cagione di ciò ì TRANQUILLO . Artico , TanfiHa , e la mia forte . IPOCRITO. Vi ricordo , che i lacci , i capeftri, e le cavezze fur trovate per strozzare , per affogare, e per iftrangolare gli abbandonati d» i rimedij . / TRANQUILLO . Io fono uno di quegli . IPOCRITO . Ponete mente, fer uomo, ad Angizia forelia di chi fa difperarvS ; la quale è tanta più bella di lei, quanto la povertà è più brutta de la ricchezza. E trapiantando il voltro amore 49* LO IPOCRITO. uel fuo orto , labiate piangere a chi piange. TRANQUILLO . Che fapete voi di tal donna l IPOCRITO. Quel eh' io fo di me no no . TRANQUILLO . Doppo il configlio venga lo ajuto . IPOCRITO . Fate ch'io vi ritrovi, che per ora ho da fare. TRANQUILLO . Ubbidirovvi . IPOCRITO . Benedicite Solerà , et Lunam benedicite . SCENA XIV. MALANOTTE , e PERDELGIORNO . MALANOTTE. oglie , mariti , e cognatine , e filo- cere , ogni cofa è in guazzetto. LO IPOCRITO. 497 PER DEL Gì ORNO . Che muta amore , e che inganna penfieri fon le donne da danno ! MALANOTTE. Da vituperio no . PERDELGIORNO . Cotcfto è la manco , però che oggi mai la vergogna , e 1' avarizia fono le favorite del mondo. MALANOTTE. Tu fvangelizi . PERDELGIORNO. Torniamo a la pidroncina , che poco fa chiamava Tranquillo foro voce , laudavalo fopra lingua , e bafeiando i guanti da lui mandatile , inoltrava di diftruggerfene , ma r.el ritornare di Artico il buon pallore è uà taverniero , un giocatore, et un femenierao ciò . MALANOTTE. S'egli tornafle via, il ghiotto, il trofFarello, et il difgraziato gli ribalzerebbe per il capo. PERDELGIORNO . Come ne gongola quella galiuzia de la Vec« chia ! 45? LO IPOCRITO. MALANOTTE. Dille il predicatore: triflo a quel marito , che lafcia colcare a lato de la fua pazieuzi* la fuperbia de la moglie . PERDELGIORN'O . Mi fece venir 1' afima il padrone , quando gridava di andarfene al Senato per conto de la catena , e de le perle . MALANOTTE. Egli la intendeva, perocché avendo i! torto, la Cut. giustizia gli avria fatto ragione , coree anco avendo ragione era per dargli il torto . FERDELGIORXO . Il colui, che andò in Menane per lemcnnrs- goie, fecondo che s'intende in cafi, vuol porre in lite la fede datagli da Perfidia . MALANOTTE. Ella hi rofo la corda, et sndatafenc a ie fue eonfolazioni . PERDELGIORNO , Anche Annetta non ha fpettato le moffe . LO IPOCRITE) . 499 MALANOTTE . Le rifa , che ne fa don Colifeo, non vanno troppo in giù. PERDELGIORNO. O troppo in giù , o troppo in fù , non ne d.'.rei un forlb d' acqua , perocché i faftidij de i padrini fono i conviti de i fervidori , perchè i manigoldi (faivo lor grazia fia)tofto che qualche rovinagli sfracafTa,ci fi raccomandano , ci chiatnan fratelli, e ci promettano ; volta poi carta, fiamo cani, e poltroni , e per efi'ere poltroni e cani, ci fptfac- chiano con gli aceti dolci, con i vini forti , col pan di farlo , e con la carne di sdrau . MALANOTTE . Che fiano squartati ! PERDELGIOKI.'O . Eccogli a noi. MALANOTTE . Ci aranno uditi . yoo LO IPOCRITO. SCENA XV. MAIA, MALANOTTE, PERDELGIORNO , e ARTICO . MAIA . Che fi fa qui ? MALANOTTE. Non altro . MAIA . Va' fu, Perdelgiorno, e mettimi il mortajo ia fu la fincftra, acciocché fe Quartillo, o come egli s' abbia nome, fi raggira quinci, gliene laici cadere in telta . PERDELGIORNO . Vado . MALANOTTE. Volete voi ammazzare i morti ! MAIA . Chi l'ha uccifo ? MALANOTTE. Voi. MAIA . E con che! LO IPOCR1TO . 501 MALANOTTE. Con il pugnale di quelle parole , che gli han tolto la conforte . MAIA . Ah ah ah . MALANOTTE . Anch' io andrò cìi fopra . MAIA . Come ti piace . SCENA XVI. MAIA , e ARTICO. MAIA . "V ANNE, Artico , a trovar Lifeo , e eoa un Colo bafeio. corebo . Piaccia a Dio, che i dì noftri fii.no connu- mcrati tra i Cuoi • Onde vivendo elfo gli anni, che debbe per Aia natura, et il tempo, che doviam noi per nortra, renda lede a chi ama, come egli, e noi abbia:no aniata . PORFIRIA . Mi fi adombrano le luci. Wasm LO IPOCRITO. $tf COREBO . Andiamo in cafa . SCENA III. TANFURO , e IPOCRITO . TANFURO . 13 asta eh' io feontri un de i tanti , che hanno coito in cambio il mio padrone da colui , che lo Ciniglia . IPOCRITO . È umanità de lo affetto umano la carità . TANFURO . Ecco appunto colui, che gli gracchiò intorno non lo che di mogli . IPOCRITO . Però non vo' mancare a Tranquilla . TANFURO . Padre , ricordivi come dianzi nel credervi , che il mio Mefftre fu (Te il volìro amico , gii ragionale de i maritaggi l IPOCRITO . Perchè me ne dimandi tu ? Jt S LO IPOCRITA. TANFURO. Per bene . ipocrito . Segui . TANFURO. Sappiate , che fon fratelli . ipocrito . Tu dici certiffimamente il vero . TANFURO . Fu tolto di braccio a la balia , ipocrito . Non ti diftendere in parole, eh' io fono ìa- fìrutto de la cofa: fo che nacquero al teiap» de la giurra , e tutti due una botta . TANFURO . Se.'ido così, dovrebben fiper di vino . IPOCRITO . Che tu intendi botta per botte i TANFURO . Monfignor sì . IPOCRITO. Io un tratto , vuol dire la carità mia. LO IPOCRITO. jij> TANFURO . Un foldnto lo allevò per figlio. ipocrito • Quello mi è ben nuovo . TANFUR.0 . Il quale gli lafciò da vivere da cavaliere » ipocrito . Qui ti voglio . TANFURO . O che brave pofìeflioni ! ipocrito . Mantienmela, perocché la carità fenza robba è un tizzone verde , e fpento . TANFURO . Qualche centinajo in contanti. ipocrito . Sia egli benedetto ! TANFURO . Ha nome Mefìer Brizio . IPOCRITO . . Non accade fegnalc, dove parlano i contanti. iio LO IPOCRITO. TANFURO . Per tale rifponde, e per tale s'intende . IPOCRITO . Tronca gli indizij, e va'per lui, he voglie effer' io quello , che gli affronti infisme . TrtNFURO . Vado . IPOCRITO . Lifeo n.in aveva paura de la tornata di co- ftui , ptrchè egli tornafle , ina per ia beltia- lita deli partigione : avvengi che il fare a metà ci' uaa cofa intera è defpet zione potili!.n< ; come anco è di confolazlone unica lo accumulire due racultà graffe iti un log- getto ifteflb: andromnen; da Life », che ci» dicendogli, la filolofia , di cui l'ho imbria- cato, gli potrebbe ut'eire de la telta . SCENA IV. M. BIONDELLO , e PRELIO . M. BIONDELLO . JlS[ E lo andare io ad arguire a i difputaa- ti, ffli ho lentito giugnere un meflb nel pen- LO IPOCRITO. (il fiero , che mi ha detto ; Fifico eccellen tuli- ino, colei, che in velie fervigiale comprò da voi il tofco , le n 1 è ita per la cotale via , e ciò dicendo moitrommi non pure quella iìrada, ma quella cafa ancora : foggiugnendo: qui abita il mefchino, che sì rea femina vuole uccidere. Ma perchè il mio genio ha pronti i vaticini), come le ricette, vo'buflare : tic toc tac : noi altri interpreti di Galeno fiarao Salutari de la falute : tac tic toc. PRELIO . Non impedite 1' uffizio de lamiferia a i ml- fcri . M. BIONDELLO . Rallegratevi, che h mala donna ha da me avuto materia da far dormire, e non tofc» da uccidere . PRELIO . O innata prudenzia d'uomini J M. BIONDELLO . Se Eva , che fu fanta, ingannò il marito, e non era fiata a pena due ore al mondo ; che miracolo , fe le meretrici, che fon demonij, tradifcono gli amanti , eùèndoci vifle gli anni ? *iz LO IPOCRITO. FRELIO . Anco ne la difperazione è fperanza. M. BIONDELLO. Lafciate andare la ribaldarla de le ribalde , però che non fono altro, che rancori, nequizie, penitenzie , fami, e guerre , perchè da effe pigliano origine tutti i mali , che la infelicità di chi gli crede prova al mondo . PRELIO . Il mio core non fente il voftro proverbiale. M. BIONDELLO. Le beiiczze , che la frnude gU dipinge nel vifo , fono infiriie colorite col pennello de 1' arte magici ; e chi le vagheggia , di libero diventa fervo , di faggio (tolto , di ricco povero , di alluminato cieco, di umile fuperbo. Al gloriofo infame, e bafeio la mano di vo- fìra fignoria . SCENA V. PRELIO fola. T in avvifo, che mi ha dato cortui, riduce in calma la procella , che tempellan- LO IPOCRITI). jìj domi intorno accennava di rompere la mia vita ne g i fcoglj de la perdizione . Onde da che io compre)! ciò che ii rudero penlie- ri, non fentij mai ripofo fimile a quello, chs ora riduce i mici ne! porto de le quiete : et in ciò mi riconferma 1' aver io aliòluta Porfiria d' ogni tua prometta . Perocché mi era duriflimo icimolo il volere trionfare di quel voto , che la valorofa diligenzia mia aveva vinto , pugnando con lo efercito de le à fficultà ; che a chi ama è facile l'imponibile. SCENA VI. COREGO , e PREUO . COREBO. P orfiria. cadendo fi è fatto del letto feretro . PRELIO . Il giovane, eh' io veggo, non può effer' aitr» che il marito di colei, che effendo felice, li penfa d'effer mifero . coreso . Il duro de la forte mi rende pietra il molle del core. f 24 LO IPOCRITO. PRELIO . O folo , che puoi vantarti d' elitre da don* tu aaiato . COREBO . La manfuetudine del fembiante , e la foavi- tà eie le parole mi fa credere , che voi fiate Preli». PRELIO . Caccia gli fpaventi da i tuoi fpiriti. COREBO . Nel vedervi io , han fatto ciò da fe fieli». PRELIO . Non fi può in tutto chiamare cortefia quella , che è morìa da la oneftà , e da la forza, che fpinle me à riftituirvi Porfiria, ma fi dee ben dire cosi al dono , che vengo a farvi adeflb ( COREBO. O più divino , che umano ! PRELIO . Chi crederà , che io levi del fepolcro chi mi ci ha porto ? COREBO . O pietofo tra i pij ! LO IPOCRITO. j2jj FREUO . Pongali da c.'.nto la gelofìa , et andhmo da Porfiria , perocché il mio amore è luto modello Tempre : in tanto diiciogliti da i legami, con cui ti cingono i timori de la morto , perocché la bevanda vi farà dormire , e non morire. CO'AEBO . Entriamo in eafa, autore de ì mici gaudij. S C E N A VII. LISEO , C CUARDABASSO. LISEO . Ì^IDO del rifo , che mi fa ridere . C-UARDABASSO . Se voi perfeverate in cotalvita, tornarete incinero col tempo , et ogn' anno ve ne fcarca- rete da doflb uno , tal che in capo di eia- quanta ne avrete dieci . LISEO . Ah ah ah . GUARDABASSO . Mi parrebbe , che voi teneflè fcola a chi \oleffe imparare a ringiovenire . iUiL. 10 IP0CRIT0. ì%i GUARDAR ASSO . Io per me , tengo 1' oneftà per uaa fchifa il poco . liseo . Che cofa è oneftà , che forma è la fisa , c che uffizio tiene in corte ? GUARDABASSO . Ninno . liseo . Adunque ella non è niente ; che s 1 ella fj "2 quai cofa, ce ne avria mille, ferra Ica Ica, ma infera di cafa , fecretaria, cameriera , fenéie- ra , bertona , ganitneda , e favorita . GUARDABASSO. Mcfler sì mi . . . LISEO . \ Anco la utilità è tale . GUARDABASSO . Quello è quei, che dico anch' io . LISEO . Corali due cavallaccie ammorbano il mondo con V anfia de i rifpetti, de le fticichezze , ile la merda , e de la mangila quelle ci- 5! « LO IPOCRITO. becche, che non la lalcino andare come ella vuole . GUARDABASSO . Voi mi avete addottorato con una parte de le voftre difcorrenzie . LISTO • Ecco Ipocrito . GUARDABASSO . Che cera di patriarca in aceto : SCENA Vili. IPOCRITO , LISEO , C GUARDABASSO . IPOCRITO . Come vi tratta 1' animo ? liseo . Come io tratto lui. GUARDABASSO . Bel dettato ! IPOCRITO. In carità , che me ne congratulo . LISEO . lUfck LO IPOCRITO. S 29 LISEO . Egli la fa meco, come io la faccio feco . GUARDABASSO . Le cofe van par pari . IPOCRITO . Ora per rifolvervi , dico, che il favore de la fortuna è patrigno de le noltre importati- zie, e la grazia di Dio madre, et lic de fin- gulis . LISEO . Ah ah ah . IPOCRITO . 11 coftume di quelle rifa vi fi convertirà in natura . LISEO . Egli ci li è converfo . IPOCRITO . L' ho caro, quando Ila , che ci interponia- f. la via del mezzo , perocché ingiuriarelie, facendo altrimenti, la carità de i beati. LISEO . Le mie orecchie hall fatto voto di non rapportare mai al core cofa , che gli piaccia , nè che gli diipiaccia . Teat. Antico, Tomo VI. Z jje LO IPOCRITO. IPOCRITO . Non volet: voi, che effe gli laicino intendere , come Zefiro ò marito, e non amante di Annetta ? LISEO . Proponetevi, che la materia, r!i che mi parlate, fia una rofa , et io un uafo infreddato , che la odori . IPOCRITO . Pur vi par bella , e vorreile guftar'a . LISEO . Sì nel far buona le voltre parole , ma non in mantenermi ne la mia oppenione . ipocuito . Doppo tal carità Tranquillo in cambio de le brighe, che potria darci per lo fcorno , che riceve di Tanfilla, accetta per moglie Angi- zia firocchia fua . LISEO . Cotesto è da me intefo , come intende il ragionar d' altri colui, che è cappero dal Tonno ;onde aprendo la bocca, a cafo conferma il sì col no , e nega il no col sì. LO IPOCR1TO. $31 . IPOCRITO . M. Lifeo , non fapete voi , che fe bene gli uomini corrono naturalmente a gli eftremi, per Ja qual cofn fono audaci o timidi, prodighi o avari , iracondi o inrafctbili , è però ibmma laude quella di coloro, che fi applicano a la virtù , che iiede tra le predette eftremitadi ? LISEO . MeATere Ipocrito , non conofcetc voi , che ancora che quello , che ha tratto la pietra , la »cgga in aria , non la può rivocare a fe ; GUARDAEASSO . "Voi mi riufcite. IPOCRITO . Da per fe è il buono, e da per fe il conveniente ; e buono che aviate imparato 1' arte de la fortezza, e conveniente lo efercizio de la carità . GUARDAR ASSO . KScordi cappati ! LISEO . Sono io crudo a dirvi, che fe coftui vuo.'e Angizia, che l' abbia , e fe non la vuol, che non V abbia ? Z 2 / LO IPOCRITO. IPOCRITO . Meffer no . IISEO . Et ingiurio a concludervi, che fe colui vuole fpofare Annetta, che la fpofi , e fe non la vuole fpofare , che non la fpcii ì IPOCRITO . Voi parlate bene circa lo andare de le parole , ma non fervale il dovere del fcappol- lar de i fatti. Avvenga che il padre dee effere ne la confervazione de i figliuoli ciò, che è il Re nel mantenimento de i fudditi. liseo . Non è poffibile , che disfacciate in me ciò che in me avete fatto . GVA RDABASSO . Vi afpettava appunto qui . IPOCRITO . Non debbein voi aver luogo doppo lo amor, liliale, il fraterno, da che quanto le delezioni fono più effettive , tanto più la carità , e lo effetto di ella è maggiore? LISEO . Che fento io di fratello 3 *V LO IPOCRITA. 533 IPOCRITO . Sentite la ricchezza fun , Io efler fea*a erede, il ritrovarli in quella terra, et il di lui elfer voi'lro . LISEO . Tanto mi fono , e tanto mi era . GUARDABAS30. Se non che non iflà bene a me il configliarvi, vi confortarci, «(feudo ricco e folo , a fargli un badiale abbracciameli™ . IPOCRITO . Noti è per mancare a la carità. GUARDARASSO , Solo e ricco a ? LISEO , A dimandar pietà . GUARDABASSO . Ah ah ah . LISEO , Vengo , madonna , ate. GUARDABASSO . Chi vuo! miglior padrone , iti cerchi. • ' Z 3 Sì4 LO IPOCRITO. LISEO . Perchè il mio cor non è . IPOCRITO . Lo efultare de i giudi in domino è in . . » LISEO . Di chi ci cricii tu ? li ocrito . La cantica de i cantici . LIS50 . S' ei c' è , egli e' è . e fé non c' è , non c' è . IPOCRITO . Egli è quel gentiluomo , che ci ha fatto credere , che fu fife voi. CUARDABASSO . Colini è colui , che dianzi fi difperava , perchè parevate elfo fputato . USEO . Me ne ricordo , e non me ne ricordo. IPOCRITO . Non mi avete voi detto iftamattina, facendo LO IPOCRITO . 5>5 caritade infieme , che il voflro frateilia perduto si chiamava Biizio ? LISEO . Tanto è a dir di sì quanto di no , perchè Ha o uon lia , noii efco di fantaiia . Andiamcene in cafa voftra, che fon certo che la beatitudine dee colmarmi de le lue perfezioni in modo , che il cartello , non che il voftro petto , non potria reiìftere a i colpi , che ci daranno le dolcezze dei tìgli, del fratello , de i gtr.eri , e de le facilità . Q'jefta ultima è la chiave del gran:jo . SCENA IX. PGRFIRIA. , FRELIO , e CORKB© . PORFIRU . V AL più il fimo del fuoco di quella g!o- ria, che vi acquiita 1? atto de la modeftia , che in tanto deliderio di fruirmi vi fece riguardare la oneftàniia, che qualnnche diktro il IPOCRITO. GUA1ÌD.4DASSO polfa guftare in donna . Z 4 sì 6 LO IPOCRITO. PRELIO . Sì come io fento un^piacere incomparabile per avervi consolata , così fentirei una doglia incomprensibile , fe io vi avelli afflitta . COREBO. Taccio, perchè la vita,che cioppo Iddio mi avete largita, vi dee rifpondere con la lingua de le perpetue gratitudini . PORFIRIA . Manca Colo una cofa, Prelio, a fommare tutti i r.oilri contenti. PRILIO . Quale ? N fORFIRIA . Che prendiate Sveva mia Crocchia per moglie . PRELIO . Chi vi è futo largo de le cofe imponibili , non vi può elìer avaro de le facili . PORFIRIA . Ora sì che il variar del luogo , nè il trafcor- rer del tempo non è permaitormi de la mente l'obligo ftupendo , che io vi tengo . LO IPOCRITA. sì7 PRELIO . Sia pure ogni cofa , che io porta in h salita voiontade . PORFIRIA . Non fi poteva fperare altra rifpofta (fa voi, che fete l'obbietto, et il fuggetto rie le cor- teli affabilità . C0REB9. O padrone , e parente ! PRELIO . È un piacere, che partecipa di divinità que di colui, che ritrae da i benefizi] tatti ad ai- tri la dovuta gratitudine . -COREBO . È una pafiione mortale quella d' una per» fona grata , che vorria ricompenfare il fuo benefattore , e non può . PORFIRIA . Andate, cognato, che da mia. madre , la quale nel vedermi ripacificherà meco il fuo a>ii- mo , otterrò la grazia , che vi darà Sveva . PRELIO . Addio . Z 5 LO IFOCRITO. PORFIRIA . Venite meco, marito , e rendiamo ala mia caia la confolazione toltale, e predichiamo talmente la boutadi Prelio, che mia madre , e mio pache piangendone di letizia abbiano caro d' imparentarli con feco . COREBO. Non pollo fare altro , che penfare in quale , et in quanta felicità di grazia ci ha melfi la difgrazia . PORFIRIA • No! fapete voi, che i gran mali fon figliuoli di gran beni, et i gran beni prole de i gran mali ? COREBO. Noi fipea già, ma lo so adeffb . PORFIRIA . Perché chi fi difpone al morire non riguarda più il mondo, non faccio leufa di elier- mene venuta fola e difornata , dove fon futa, e fono , perchè amore non ha rifpctto , nè il furore vergognale perchè quello e quello nulla vede , e nulla fente , i lor feguaci lì k- fciaii menare dove gli chiama lo errore. «d LO irò TRITO. $j9 SCENA X. BRIZIO, TANFURO,e IPOCRITO , BRIZIO . Si che colui, che mi fallò da queli' altro, ti ha detto , che egli è mio fratello l TAN'FURO . Non dico, che mi dicefie così . BRIZIO . E come ? TANFURO . Che il vecchio , che è tutto voi, è voftro fratello . BRIZIO . Voleva ben dire a cotefto modo . TANFURO . Metter sì . BRIZIO . E che farà , c che dirà ? TANFURO. Più cento volte . 7. 6 S4 & LO IPOCRITO. BRIZIO . Mi Tento alligare il core in un mare di dolcitudini , e la letizia ci nuota drer.to con una giocondità , che non fi puote efprinxere . tanfuro . Me ne godo tutto tutto . BRIZIO . E ciò, che io veggo, mi pare un' altra foggia , perocché il penfare d' elTere filmato nei luoghi, che mi ignoravano, mi nobilita fin con quelle cofe, che non han fenfo. TANFURO . Ecco P uomo . IPOCRITO. Domine labia mea aperies . TANFURO . È un Tanto. IPOCRITO . Mentre che io so, che voi fete M. Brizio , non pollò credere, che non fiate Mefiei Lifeo. BRIZIO . Gran travaglio mi ha dato oggi Peflere cesi parlo . LO IPOCRITO. $41 IPOCRITO . La forte , nel giungere il punto de la voftr* allegrezza , vi ha psrverfato con gli intrighi , perchè ancora la natura perverfa con le duglie la donna, che doppo il parto cori- Terre le arida in rifa . BRIZIO - 10 mi confumo di gittargli le bracci» al colla. IPOCRITO . La carità de la carnalità è di forze veementi . BRIZIO . 11 core è là. IPOCRITO . È grande infamia quella de la avarìzia . BRIZIO . Egli ragiona feco. IPOCRITO . Chi dà dove bifogna , acquata lode . TANFURO . Mi vi pare intendere . Ì42 LO IPOCRITO. BRIZIO . Seco fi rallegra . Ipocrito . E ciò che (I dona a chi lo merita , è avanzato TANFURO .■ Chiana orecchie oda . BRIZIO . Ridiamo infieme . IPOCRITO . La liberalità è fuftanzia de la virtù del ms gnanimo . TANFURO. Non dubitate, che il padrone vi fu ingrato ipocrito . Piglili la carità in buona parte . TANFURO. Non fi fa altrimenti . v ESIZIO . Io non fon qui. LO IPOCRITO. j 4 j TANFURO. Bifogna efferci fino a tanto che gli pnghiaitt ia fenfkrla , e poi andartene con eflb . brizio . Fatevi una verte di quefti. IPOCRITO . La carità è carità . BRIZIO . Voglio che avlate le fpefe in cali • IPOCRITO . Il remunerare le fatighe del proffimo è de la generazion del bene ; il fovvenire a le di- fgrazie , il tenere ftretta la lingua , il rimetter l'ingiurie, e 1' onorare i degni, de la fh'rpe de la bontà. TANFURO . Voi fete ciotto dotto . IPOCRITO. Anzi ignorante ignorante . BRIZIO . Fratel caro. / (44 LO IPOCRITO. IPOCRITO . Ma lo attenerli da i peccati è ben carità d' intendimento 1 teftimonio di bonitade -, plenitudine di legge, e legno di perfezione. BRIZIO . Caro fratello ! TANFCRO. Non ci tenete più in lunga . briiio . Come ha egli brigata ? IPOCRITO , Dio vel dica . BRIIIO . Mafchi, o femine ? IPOCRITO. In primis, una moglie , che fona ftata bc ne a Noè, sì è ella l'officiente , e cattolica. Cinque figliuole fingulariffime , de le quali iftafera, favente deo, fi faranno, e reintegra- raiuia le nozze . BRIZIO . La mia venuta è fatale . IPOCRITO. Oltra il tenere una famiglia {ignorile, me - LO IPOCRITO. na una di quelle vite, che fi foleano menare al tempo de i Taliani ,e non de iFranze- ii , e de gli Spagnoli . TANFURO . Son nato veftiro , e calzato. IPOCRITO . Che vi credete voi, che fuiìe Milano a tempi buoni ? eg'i era un paradiso terreftre , e una carità tra le donne patrizie e plebee , e tra gli uomini plebei e patrizi/ , che non li fiaccava mai 1' un da 1' altro . brizio . L' ho intefo. IPOCRITO . Sì vedea talora in volta dugento c arrette con le coperte d' oro e di feta . brizio . Che pompa ! IPOCRITO . E più mangiava in un parto uno artigiano d'allora, che non pone in tavola ia due ua gentiluomo d'oggi. TANFURO . Che fgrinzare di corpo , che dovevano fare i fervitori ! ; 4 S LO IPOCRITO. IPOCRITA . Adelfo da! conte Mallimiano Stampa in fì:o- ra, ogu'uno è diventato (pilorcio. BRIZIO . La avarizia è oggi Io Iddio de i grandi. IPOCRITO . Ora tornando a la cima de! no.tro propo- Cto, dico che in alcuno iiniflri> di occorren- zia ho di maniera perfuaio ìi frarfcllò a di- fpregiarc la fortuna , che egli fi ride delle cole adverfe > come de le pioipere . BRIZIO . Saviffimanjente. TANFURO . Coteflo non fo f^r io . BR-'ZIO . Abbi rifpetto al pil lare d' un tant' uomo . IPOCRITO . Quello è niente, ma faria pur'affai, fé toì pigliafte ombra del fuo non vi accarezzare ; sì che venite meco . \ LO IPOCRITO . S47 TANFURO . Voi non avete colore in viib . ipocrita . Segnali caritativi . TANFURO. Non vi perdete . IPOCRITO . Ecco i! nido, donde fo.'le tolto innanzi, che ia vuitra vita ci metterle le penne . rrizio . O cafa paterna falve ; ùlve paterna caf.i . TANFURO . Gli ho prefo uno amore grande . IPOCRITO . Entriamo drento a l' improv'ifo, et ifpavea- tiamo b gente con la letizia . GLI é tanto gentile , tanto Guano ,tant» SCENA XI. TROCCIO filo . S4* LO IPOCRITO . difcreto Zefiro , che ancora che & trovi nel grembo a le delizie del fuocore, non gli fa prò ', Telo perchè Annetta gli è diventata moglie fenza il confenlo de i parenti di lei ; onde mi manda a cala a cercare Ipocrite , lana da pettinare co i filli , acciò che tra le Aie tante ribalderie ci mefcoli la bontà di quella opera , che egli farà circa lo acquetare il padre , e la madre di sì bella , e di si Brnana giovane . SCENA XII. TRANQUILLO , e TROCCIO . TRANQUILLO . "Vo' dimandare colui colà , fe per forte I' avelie villo . TROCcIO . Coftui, che viene, me '1 faprà forfè infegnare. TRANQUILLO . Avrefte veduto una certa perfona pofitWa veftita mezza ria facerdote , e mezza da fe- colare ? TROCCIO . Cotefla è la divifa di quei rrìAi, che vo- glion parce buoni. LO IPOCRITO. $49 TRANQUILLO . Dimmi , fe percafoti fei incontrato con ef- fo lui ? TROCCIO . Non mi fono intoppato in sì fatto pitocco , bizzocco fantone; ina mi fono bene imbattuto, a fentire, che dimandate me di ciò chè volevo dimandare voi , perochè quel che cerca la voftia fignoria , cerca ancora la mia . TRANQUILLO . Crediam , che iìa in piazza 1 TROCCIO . È forza, che egli , che è ferr.pre per tutto , Cu là oltra . TRANQUILLO . A vederlo. TROCCIO . Et io . SCENA XIII. «UARDABASSO , e TANFURO . GUARDAEASSO . "Vo'chefiam fratelli. jjo IO IPOCRITO. TANFURO . Ti ringrazio . GUAR.DASASSO . E che ifguazzismo il mondo. TANFURO. Elia è fatta . GUARDABASSO . Quella è una cala di quelle. TANFURO . Piacemi . GUARDAKASSO . Et it mangiare, et il bere è una de le gran fatighe, che ci fi durino . TANFURO . Non può negar di non efilre fratello del fratello . G'JARDABASSO . Un poco fubiro, e pafla via . TANFURO. Tirati a un torcolo . GUARDA5ASSO . Ben che è caduto io un certo umore, che } J2 LO IPOCRITO. TANFURO . Son ghiotto eli cotali matotte . GUARDABASSO. Rodi tu i chisvifielli quelle poche di volte , che tu vai a la ftaffa ! TANFURO . Non me lo rammentare . CUAHDABASSO . Tu fei de i miei . TANFURO . Canchero a chi lo trovò . GUARDflEASSO . Se gli fleffe a te , a che ora te ne andrefti a letto ì TANFURO. A 1' Avemaria . GUARDABASSO . E quando ti levcrefli ? TANFURO . A vefpro . GUARDABASSO . Noi slam due . LO IPOCRITO . j TANFURO . Il caldo de i lenzuoli confetta la vita, GUARDABASSO . Come te iutertieni tu con le taverne ? TANFURO. Affai bene. GUARDABASSO . Ti piace il vin grande , o il piccolo ? TANFURO . Dammi pur di quel da uomo . GUARDABASSO . Tu hai giudizio. TANFURO . Gli altri fono da ftomacuzzi di renfa» GUARDABASSO , Sei tu liberale ? TANFURO . Spando, non ifpendo. GUARDAEA SSO , Quando ne hai, ne veto ? Teat. Antico, Tomo VI, A » 5 «4 LG IPOCRITO. TANFURO. 5' intende . GUARDABASSO . Noi fiam d' una (lampa . TANFURO . È ladraria il tenergli in borfa . GUARDAI!ASSO . Stai tu fui bravo , o pur dai del buone per la pace ? TANFURO. Ne ho fatto qualcb' una . GUARDABASSO . Ancora io tirava giù . TANFURO. Oh io era belìiale ! GUARDABASSO . Poi che la tua natura è fatta al mio dodo > e la mia al tuo , quel che vorrà l'uno , forra 1' altro . TANFURO . È detto . LO IPOCRITO. 555 GUARDABASSO . Se tu avrai o fame, o fete , e forino, ie avrò formò , fete , e fame . TANFURO. Per tua grazia . GUARDAFASSO . Se la bafTetta , fc {' amore , e fe il grattare de la pancia tenterà te , vo' che tenti aa- eor me . TANFURO . Non ho altro parere . GUARDABASSO . Sento chiamarmi . TANFUF.O . Andiam fufo . SCENA XIV. IPOCRITO t e MAIA ■ IPOCRITO . Iddio vi manda sì fitto cognato per remunerazione de la caritade . A a j' S jfi LO IPOCRITO . MAIA . Io ne ho tanta allegrezza, io ne ho tanta , che non fo ciò che mi faccia . IPOCRITO. La fimilitudine è più differente, che la fimi- glianza , che ha F un de 1' altro , e quefto di quello . MAIA . Lifco, che lo accarezza con le rifate , pare più toflo infenfato , che in fentimento . IPOCRITO. Fa bene , e fa male; fa bene a non perderfi ne la felicità, e fa male a non fi ci ritrovare : pure gli è accefo del colore de la carità , de la letizia . MAIA . Me ne fon bene accorta . IPOCRITO. Le voftre figliuole, che tengono la fembian- za del padre , c del zio nel vu'to , Io Seccano rial capo ai piedi, et egli piovendo giufo le lacrime, piange godendo, e gode piangendo. LO IPOCRITO. MAIA . Andate a trovare Prelio, quello che vi ha detto Porfiria, e ditegli ch'io mi contento , e eh' io ho di grazia di dargli Sveva, e che venga a fpofarla , nè vi ii feordi di menare Annetta infieme col marito , acciò fi faccia il limile, perocché il Ilio errore è vir- tuofo , utile , et onorevole, ancora che bi- fogrter'ia avere pazienza, fe fuffe altrimenti, e ben ne va quella madre, che non vede le figlie donne del publico. IPOCRITO . Non fi guarda più a le ciance , perocché la carità è si fattamente dilatata nel profumo , che non fi tien conto de lo andare , e de lo flare feminile , pure che de la robba ci fra . Infomma la profopopea de 1' onore , e la fu- perbia de la caftità ha chiarito il popolo , * gli fon cadute V ali . MAIA . In fede mia , che lo meritano ( diffe la Nanna) perocché fe l'uno è un bello in campo, 1' altra è una buona in chieia . A a 3 5jl LO IPOCRITO. SCENA XV. TANFURO , e GUARDABASSO . TANFURO. 1S3"on pigliare quefla fatiga . GUARDABASSO . To' venire ad ajutarti . T/.NFURO . Fa' tu GUARDABASSO I cavalli fi meneranno a la dalla per l'altra via, e le valigie con l' altre robbe fe ne verranno fu le (palle de i facchini per quella. Sì sì TANFURO SCENA XVI. IPOCRITO , e TRANQUILLO . IPOCRITO 1 N fine noi altri Ipocriti damo fceleratl per natura più , che per arte . Quello dico / LO IPOCRITO. a propofìto di quel non so che , il quale mi arr.ìbbin 1' animo ne lo aver per male t (uccelli buoni, che mi efcauo Ai mano, mentre mi fon istbrzato , che i loro eliti fian» pefiimi. Ecco Ipocrito : o Meffere, fe c'è niuna allegrezza , ditemela ? IPOCRITO . Afpettate in duomo , poi che Annetta è voflra nel modo , che farete fuo . Vado lieto , perocché 1' udire ciò che io ha fetìtito mi ha tratto Tanfilla del core , come uno aguto trac il chiodo d' un legn» . TRANQUILLO . TRANQUILLO . SCENA XVII. IPOCRITO , e TROCCIO . IPOCRITO . HE ci manca ? TROCCIO . Se voi non riconciliate la dabenaggìne del A a 4 {«a LO IPOCRITO. Signore Zefiro con le genti di madonna Annetta , mi ha commeflb , che io gli meni il prete , perchè iftanotte farà bafito. IPOCRITO . Mandili la fpofa accompagnata con due, a tre donne , che diremo al zio che fi è ritrovato , che ella venga da vedere purificare la carne da i miracoli di fama Va Italia ora pr» ■obis . In tanto egli fi trasferisca in qua . troccio . Io dirò bene a lui , che venga a voi ; ina non fon già per configliarlo , che mandi ls giovine , che non gli efl'etido poi renduta-, andrebbe a fracalTo il ciel del fora» > IPOCRITO . Non dubitate . troccio . Te lo voglio aver detto - IPOCRITO . Non glie l'ha tolta la mia carità ? troccio . Sì . LO IPOCRITO . <(Si IPOCRITO . E la mia carità glie la relìituirà . SCENA XVIII. MAIA , e IPOCRITA . MAIA . "V^i fete ancora qui IPOCRITO . La mia carità, che è pronta come la Teemeii zia de le lue fiamme, coi fuo volo di rondine è ita , e tornata . MAIA . Sta bene . IPOCRITO . Verrà Annetta , e perchè ella finge di ritornare da 1' oracolo Valtailenlc, quella, che è flato, fia futo , perocché il morula è mondo , e non bifogna penfarci. A a 5 iii LO IPOCRITO. SCENA XIX. MAIA , IPOCRITO , e ANNETTA . MAIA . c Ella Hi è quelli , che viene in pontifico ? IPOCRITO . MAIA . Figliuola ? IPOCRITO . Troccio P ha trovata per la via .. MAIA. Figlia ? ANNETTA. Madre ? MAIA . La tenerezza non mi ti laiiia rifpondere. ANNETTA . Vi chieggo perdono . MAIA . Amore de i figliuoli a 1 LO IPOCRITO. ì«j ANNETTA. Perdano vi chieggo io . MAIA - Chi noi prova noi crede . ANNETTA. Ho errato . MAIA . Venite drento con lei , veniteci dentre , SCENA XX.. IPOCRITO , PRELIO , e ZEFIRO . IPOCRITO . tìccoLO , egli è deffo , sì certo. PRELIO . Chi non è Re, o pazzo, diventi Ipocnto, e farà da più , che non fono i pazzi, et i Re . IPOCRITO . Quel che g!i vien drieto è Zefiro : certo la mia carità è calamita de le turbe , c però mi fi fioccano a doflb . A a 6 5 «4 LO IPOCRITO. ZEFIRO . Pur che la vada bene. IPOCRITO - Prelio , Zefiro ? Zefiro , Prelio ì prelio . Meffere ! ZEFIRO . Padre ? IPOCRITA• Svevaè de 1* «no, et Annetta de l'altro con il confenfo de la carità . Sicché andatevene in duomo, e (latici così un poco, venitevene oltre con Tranquillo , che li Ita ivi fpet- tandovi . PRELIO . Gonofco ben chi voi dite. zefiro . Et ancor io. SCENA XXI. BRIZIO , e LISEO . BRIZIO . I o fon per effere quel tanto , che varrete eh' io ila. LO IPOCRITO. }S f LISEO . Voi non farete dunque né poco, nè affai , brizio . E perchè ? liseo . Perchè non penfo , che fiate affai, nè poco. BRIZIO . O fratello ! LISEO . A che fine effer corfa tanta brigata a vedere ciancette di nozze : che cofa fono ellen» però ? BRIZIO . Fratel mio ! liseo . La boria de gli (tolti ha meffo cotale ufan- za , che un pan più badava in firn ili trefche . brizio . Lo ertali del gaudio non mi lafcia effer qui. LISEO. Che vuol dire apparato? che lignifica maraviglia ì j5< LO IPOCRITO. BRIZIO . Chi non ha parenti non hf. fangue . LISEO . Tot'os es nada , diffe il cefareo Simonetta. BRIZIO . E chi non ha fangue non è vivo . LISEO. Di qui a due ore fuccederanno in luogo de i luni, de le muiiche, de gli applauil, ofeu- rità, tblitudine, et orrori, onde todos es nuda . BRIZIO . Che gentil cofa che è Annetta ! LISEO , Nada es todos . BRIZIO . Ecco un bel groppo di giovani . LISEO. Tacciam dunque, acciò che parlando efiì,rl yento non gli trafughi Se parole . LO IPOCRITO. ì6j SCENA XXII. IPOCRITO , BR1Z10 , TRANQUILLO, PRELIO , ZEFIRO , e LISEO . IPOCRITO. "V enitimi drieto paflin paffiii9 . BRIZIO . Ecco raeffer Ipocrito noiiro . TRANQUILLO . Vedete come domine fi fmiiglia l'un l'altro 5 prelio . Non che al fentirlo dire , 1' uomo non ere» Perebbe al vederlo di fe fteffo . ZEFIRO . Cosi è . IPOCRITO . Quelli cinque gig!j nati ne i giardini de I' umanità potrebbeno fare lo aprile de la generazione ; o gioventù florida, o età virente, © anni giocondi , o l'angue genero fo , come yifplenaete voi lucidamente in coftoro ! del chi; ringraziamole il fignore . j<53 LO IPOCRITO. LISEO . Nacla es todos, perchè il tempo ci rifruftra. IPOCRITO . Me (Ter Brizio , ricogliete sì fatti perfonaggi eou la debita carità . LISEO . E todos es nada. IPOCRITO . Ecco fuor le fpofe , anzi un groppo di legione angelica . SCENA XXIII. MAIA , Figlie, Generi, Padroni , IPOCRITO,. Servidori, m.. Biondello , e gemma MAIA . Il cor mio abbonda di tante coniazioni, che non le può folfrire : in tanto , o brigare, non quello ventre, che ha portato cotale figliuole , ma quello petto , che le nutrì, può far fede di quel più di amore , che g!i porta la madre loro'f'però che il ! ree «tato da le balie a i noilri bambini ci ruba in 570 LO IPOCRITO . BRIZIO . Io vi bafcio, et abbraccio , e bafciandovi, et abbracciandovi) vorrei poter dividere lo effcr de la perfona , come pofìb lo affetto de la amore, che fe ciò fulì'e, mi averefte Tempre ne le caie, dove menaretc ie nipote rate . MAIA . Cognato onorando . LISEO . Ah ah ah. BRIZIO . Benché un di voi avrà il mio penfiero, e l'altro il mio animo , quefto la mia mente, quello il mio core , e queir altro il mio fpirito . IPOCRITO . Filofofta caritevole. BRIZIO . Tal che ci farò , non ci elTendo , come ci farò effendoci . tISEO . Ah ah ah . BRIZIO . E così voi farete di rifugio de le mìe cure LO IPOCRITO . fenili : in voi efultarà il malenconico de la mia vecchiezza, da voi dependeranuo le giocondità de i miei ripofi , e per voi converti- rainmi in rraitulio l'atrocità de la eMde . la tanto faccifi la fetta grande , e la cena fun- tuofa , aprili tutte le porte , acciò che chi vuol venire a onorar noi,ia cena,e la fella, pof- fa venirci : e con queito entriamo in cafa . mria . Andate ìnanzi, figlie, e voi, mariti, feguita- tene ; venitene , mefler Ipocrito . ipocrito . Guardava Tanfuro , che vieti con le robbe. M. BIONDELLO . Vo' dare una occhiata a la giubilazione de li feda . GUARDABASSO . Faccio conto , poi che ivi dentro fi fa nozze , fcroccar due bocconcini. TANFURO . Oltra lo effer pagati , bergamafcamrai, che toì fete , avanzate il patio . LO IPOCRITO. MALANOTTE . A ora . PERDELGIORNO . Venite meco a la ftanza, ne la quale davete fcaricarvi . SCENA XXIV. LISEO fola . Signori, poi che colui , che ha fatto 1* Coraedia , è fiato femore de la finta/la, eh' io voglio eflcr tuttavia ; fo che gli faccia una grazi"; rilevata a dirvi, che fe la cantafavola vi è piaciuta, !'ha caro , e fe non vi è pia- CÌuta,cariffimo; avvenga che nel piacervi appare il fuo penfarci poco , e nel non piacervi il fuo curarfene meno , perocché todos ts nada, et effendo ogni cofa niente , tanto penfa a la lode , quanto al biadino , che certo todos es nida , e però chi more mora , e chi nafee naf.:a , e fenza far più conto del fole, che de la pioggia, chi vuol rovinar rovini , e chi vuol' murar muri , che todos es nada . Ma da che nada es todos, falvo Iddio, che è il tutto , me ne vado a vedere le pazzie nuziali . 5 73 AL GRAZIOSO MESSER DANIELLO BARBARO. PIETRO ARETINO. J_iCCOVi, o giovane non mcn dotto , che Magnifico , lo Ipocrito fratello de la Ta- lanta , la quale nobilitata da la pazienza del voftro leggerla , et infuperbita da la lode, che le diede 1' autorità di voi leggendola , fe ne è venuta in luce , come vengono le cofe, che ne fon degne. Ma perchè quella Comedia è parto de Io ingegno , che produrle quella ancora , piacciavi di non imbarbrdire il legittimo de la lor natività con la differenzia del favore ; avvenga che l'ombra de !a iliu- flre Eccellenza voftra farà a lei de la ficur- *tà, che è a 1' uomo affalito da gli efecutori de la giuftizia il facro del Tempio , in cui fi rifugge; e vi bafeio le mani con il candore de la riverente affezione, eh' io vi porto. FINE. TAVOLA Delle OPERE contenute nel Tomo Sefio. * Ragionamento. Efame critico dell' ARRE- NOPIA. Nuovo cammino aperto dal Giraldi ai Poeti Tragici. Paragone della giocasta colle Tragedie antiche, e recenti di fimile argomento. Il Dolce nella MARIANNA è flato maggiore di fe flefib, e forfè d' ogni altro de' tempi fuoi . Differenza tra quella Tragedia e la MARIANNA di Voltaire. Indole generale delle Commedie di Pietro Aretino . Pregj del marescalco. Difetti di condotta, che fono nella cortigiana , e nell' ipocrito . Onori e vituperi dati all' Aretino. Delle fue Completile polle in luce fotto il nome di altri Autori. ------- pag. III. Giocasta , Tragedia di M. Lodovico Dolce , tratta dall' Edizione di Vinegii per i Figliuoli d'Aldo del 1549. in otMvo - - p. X. Marianna , Tragedia dello Hello, tratta dall' Edizione di Yinegia pel Giolito IJÓ5. in ottavo. - ijr. Lo Ipocrito, Comedia di Mefler Pietro Aretino, tratta dall'Edizione di Venezia pel Marcolini del 154:. in ottavo. - - - - 159. * Ci piace di nuovamente aflicurare il Pubblico, come nella riltampa di ogni Componimento di quella nolìra Raccolta noi tenghiamo collantemente il metodo di valerli della più reputata, e migliore Edizione di ciafcheduno di effi, tenendo a rifcontro o qualche buon Codice MS.,o qualche altra edizione pregevole o per cffere originale, o per effer procurata da Perlona dì Lettere , all' oggetto di trarne le più ficure ed efatte Lezioni. Di quello però crediamo bene di non darne minuto conto, come faremmo in grado di fare , per non tediare inopportunamente i Leggitori, e ci riftringeremo ad accennare da ora in poi foltanto 1' edizione da noi feguita nella malli na parte . Qualora poi s' incontrino delle variazioni rimarchevoli , verranno quelle riportate nella Tavola a fuo luogo.