BIBLIOTECA TEATRALE ITALIANA TOMO X. BIBLIOTECA TEATRALE ITALIANA SCELTA B DISPOSTA. D À OTTAVIANO DIODATI PATRIZIO LUCCHESE Con uri fuo Capitolo in Verfo per ogni tofnoj Corre* lativò alle cofe teatrali» perfervire diTratUM coni* Jileto di Drammaturgia. TOMO X. Copia nòti perditi citnt pqjfit eligéWi IN LUCCA MDCCLXW. * " " ■ -— _ » i ..................itimi dio. vtLhn. Vaiie X Cori. hit. dt* Q) CJPlf0L0~X7 SOPRA LA SCENA MUTA* o V»y H buon per quegli che ave poca parte ! Senza dare a memoria afpre ritorte * Di farli onar voglio inlegnargli 1* arte , Ve die in teatro gloria pur riporte ; Vo che laude ritragga dal hlenzio» In cui pur fon le maraviglie alforte. Coli' azion muta pareggiar Terenzio Si può, e ritrar fopra ia feena il vanto» H tare altrui pur mafticar 1' afTenzio . Non cai che s' abbia ricca vefte e msnto ; Che fu 1' Eroe , o un primo attor del Dram.".!. , Balla fu in grado a rooftrar gioja , o pianto. Balta , che po fr a e gU fentìr la fiamma Di una qualche paffion , fenza favella Può far pefarli tutto il cor; a dramma . A Fino- / C") Finora il gefto fervìr ferTì a quella ; Ora fenza di lei vedrem pur anco, Che da fe il gefto, o muta azion s' abbellì. S' abballa sì , che rifplende unquanco Di più della favella , e più talora Che quando ita della medesma al fianco. Fia fenza azion, eh' ogni pallata mora ; Fia, che il gefto e i azion più dica affai Di quel, che efprimer può la lingua cgnora. JVIa a darli norma noi ventiliamo ornai: Qualor, chi è in palco, al conciato affetto Prepari il volto, t ne prepari 1 rai. Poiché T ave il Poeta a feena addetto: Dell' interefl'c, che egli deve avervi, E le ut ire, e inoltrar deve V effetto. Lo dee molliate ancor che taccia , o fervi Altrui di pageio ; ma con pochi gcfli, Senza dettar Ja convulzion ne' nervi. Quando altri parla non diftratto refti : Nel volto co' fofpiri e colli fguardi La viva fua paflìon. ne mamfefti . Ma C"0 Ma ad ogni attor fia , che il formerò io bardi i K ria ciarcun, che dell' azione min» Empia il turcaflo de' più acuti dardi. Se il rifletto e il timor quinci 1' ammuta , Debbe all'udienza in quelP iitello fluito Farfi vedere la paffione altuta . Chi a grado tale di fapere è giunto , In ciò ritrova P onor iuo primiero, Ed il plaufo comune egli ha raggiunto • La Muta azione debbe aver P impero Sopra del cor , pofcia che dee forzata , O eifer reprelTa ognor con magiitero. Chi lafciaire ai trafporti abbandonata L' azion , dovria perciò Tempre sforzarli Di riprender parola ad ogni fiata. Così allor quando àvvien > che a ripofarfi, Ed a tacer l'autore obblighi alcuno, La ragion del filenzia ha da moHrariì ; Senza a riguardo mai tnsncar veruno Del fenfo del carattere e del fuo , In fcena P ave da moftrare ognuno. A » A Civ) A quefto pure ì primi Attori il dito Pongano; ad erti incontro pur fovrafla Sìniftio; onde ciafcun rendo avvertito. Seguendo alcuno la carriera vafta Della paflìon parlar vorria tuttora, Quando queito V autor ne li contraila. Interromper vorria pure talora, Quando tacere a contmempo eì fuffi, E lo far;a con gran vantaggio ancora'. Ma d' inutil parlata il Vate faffi Trofeo talor , perchè ha il brillante e V3go s E fui vani riguardi ei fia > che palli. L'attor però deve moftrar V immago Del vero, e con l'azion lenza altrui fcom» Dare in bel modo al fpsttator l'appago. Servir dee al Vate , che non tutto al giorno Porre il vero fi dee , che Tempre aiberga In circofpetto ed arduo foggiorno. Quando addivien che il Vate ne profterga li dilcorfo, all'azione ei ne dia volta In grave circoftanza che n'emerga, 8 co È n'abbia allor l'alta premuta accolta, Di far veder; il proprio fuo contegno; Che ha da catene libertade fciolta. Ma fi fóvvenga qml moftaro sdegno Ajace a UliTe, e Dido incontro a Enea Là nel!' Elifio fotterraneo regno . Ùn truce sguardo allor folo efi^ea La taciturna Ior fiera paflìone , E miile balenar ftrali un vedea. Se 1* amabil Racìn, quando Nerone L' avX'ertita da lui Giunia ofTervava," Nafcofto dietro l'imperiai portone» Mentre i teneri affetti le fpiegava Britta'nico , energia colle parole Ai timori di Giunia égli ne dava t Kè Racìn, nè P attrice avria del fole Lo fplendor pareggiato , e il grande effetto Cagliato avria , che fer le fpalle fole. Ritirandofi indietro, dal cofpetto Toltafi dell' amante, Giunia quelle Rcftrinfa ujj poco, fenza dar fofpctto. Fu CVO Fu un momento; ma tal che il grande Apelle Non l'avtia rmi pinger potuto, e i Numi Male adombrar potrian con lor favelle. Fu un moménto, in cui Giunta co'ftioi lumi Tutto veder/i il core a'iur fi fece, Fece vedere tutti i fuoi confumi. Momento In cut ben tutto fi disfece In lacrime il teatro, e alto proruppe In grandi evviva cento volte e dicce . Mitridate ad alcun par che avviluppe Di troppe cofe netli ertremi accenti , H quelle tutte nel fua fangue inzuppo. Pii\ non reggendo ai Itimoli pungenti Del fuo furor l'abbandon ta Dido» Feritali, morir fafli altrimenti. Non vide il foco quel Trcjmo infido» Che iti'avvampava lui prsfeete, il veggi» Con trillo augurio dal fuggente lido. Ciò detto e poco più, mentre la reggia , Vifhla il petto infiif> fopra il brando, Tutta di pianti e di ululati echeggia, Ella (TU) Ella talor le gravi luci alzando Mira Anna appena, che di nuovo a forfca Languor le chiude , fangue il fen verfando* Tre volte (opra il cubito fi sforza ' Ergerli, e per tre volte ella ricade; Giace alla terza che il vigor s' ammorza. E gli occhi volti al ciel, 1' umanitade Quali cercando di veder la luce , Vedutala alla fin fu fe n'agghiade. Sì fé" Virgilio, che ogni bello adduce Di natura ne* fuoi verfi , morire La bella amante del Trojan» duce. Racine avuto avrà prudenti mire, Dell' azion non fidandoti , la mozza Scena temuto avrà venga a perire . St molti detti Mitridate accozza Negli ultimi fofpiri, i perché troppo L' attore il getto malamente firozza. Ogni Dramma fovente inver va zoppo, Perchè fidarfi non fi può il Poeta, Di chi, fenza penfar , va di galoppo » Cviu) S' ogni After la facefTe da Pr-frta 4 V. i.'vdcvinalfe, clic ha da dir col gefto, il ìutto a* a-nJria ftmpre a buona meta. A un bravo Attore non farla funefto II ritenuto Vate, e non faria Quinci a natura col più dir moieflo. Ma fugfi;erire , giacchi fon per vìa , lo vo ripiego ; onde appagare appieno Tutta Ja nofira teatral ge,nia. Standoli il Vate con i verfi a freno , Le azioni mute non potria accennarne, Che farli cfen, le più importanti almeno'? Deve V azione ognor faltofa andarne Sopra la voce , gli finimenti fuoi Sono i piiì belli dell" umana carne. Poiché negl' occhi beri feorgiafno noi » Quanto natura vi fi abbella altera, Intenti a ben muoverli fute voi. {Sicn li Vati eortefi a darli intera' La libertà d* agire ; elfi n' avranno , E voi n' avrete ognor la gloria vera. OX) Gli occhi , tacendo il labro, parlerannoì E più di quel, che puote e/Ter la voce jf Eloquenti tuttor gli occhi faranno. Seicento mila volte più veloce Del fuon corre la fuce; onde dal fondfr Del parterro addivien giunga feroce. Ah! che fi perde la parola in tondo Picciol fpazio: la villa ognor percorre Ottanta mila tefe in un fecondo. Sia adunque penfier voftro perciò il porrt Seicento mila volte maggior cura All' azion» che alla voce, che più occorre Occorre, pili che al fuono, alla figura Che fi diftingue più, badar con Audio Per darli ognor la naturai mifura. Perchè però del calcolo non Audio Pu\ la faenza, a tai conti , che per veri Sol ce li porge oltramontano Studio» I® vi perdono il dar di penna ai aeri « P. Trag, PARTE T il A G 1 C Jt TOMO DECIMO* L'ORESTE T R A G ED I A DEL SIGNOR FILIPPO TRE NT A PROEMIO* A Cafa di Atreoy da cui fcefe II grandi IL* game nnone, fù tempre a' Greci Scrittori una fonte, end' eji molta belle* ed eccellenti tragedie poterono derivare; Il turchi qual di .1* gamennone» » Clitennefira , qual d'Elettra, e d' Ifigenia pofe in /ulta Scena agli occhi fedeli de' fpettatori le varie avventure . Celebre fra effe Tragedie, e lodata molto /"4 la Ifigenia ne' Tauri di Euripide, la cui belllJJìmK Agnizione tanto piacque al Maejìro nella ^Poetica : e nel vero non può diletto grande non partorire nel punto > che deve Orejìe mo- rir per mano della Sorella , il riconofcerjì da ejjb Ifigenia da gran tempo creduta ejìlnta ; sloggiando così felicemente dall' Inojpitalpiaggia in compagnia del rapito Simulacro della Scitica Dea. Ma quantunque appo Euripide nella Taurica Ifigenia 1' azione f>a terminata^ ed intiera, non può tinta via non nafce- r$ la curlofità grande negli animi nojìrl di fupere , fe Orejìe tornato di Tauri In Grecia facejfe alcuna belìa azione > ende il Vatema Re- Regno r'teupefajje . Qtce/t'azione appunto ho io voluto che a me la matèria fomminijìraf fe da condurre a fine quefta qualche fi fa mia quarta Tragedia, derivandone in molta parte r Argomento da Igino alla Favola tip. na.» e idi con farla pero io tutta Jeguire in un loco Jota, fecondo il rigorofo caftume delLt Iranica unità de' Franzefi , ladove Igino la narra in due luoghi feguita , parte a Delfo, parte a Micene. Ma perchè non tutti hanno a man» quel Itbro, e taluno ejjer vi può della Greca fioria meno intendente , non farà forse di/caro , che dovendo io e/porre agli oc- chi di ognuno il mio Ottjle, da piìi alto principio mi metta a tejfeme l' Argomento. idun- que Qrejìe Ftglio li Agamennone, e Clitcn- tiejìra , mentre col Padre dall' abbattuta Tro- ja giovinetto e vittoriofo tornava, vide quegli caderfi al fianco uccifo da Clitenneftra, la quale, perciocché adultera era di Egiflo, invece di abbracciare il per dieci anni allontanato conforte , ne' facri lìminarì della CVf J'a gli diè la marte. Per tutto quefto Orefte determinò di fare la vendetta del Padre ; e tofio fatta gU venne di leggieri , mentre occultamente la notte entrando nel Talamo Reale, vi colje gli adulteri , e con un tolpo gli uccìji. Ma ptrcbì il vendicar* un Parricidio ne cìJìò un altro, Ore/te immediatamente dalle 17 le Tutte fu tfivafo % e quinci per mo:lo agitato tfetla p*rfbna\ cb' egli divenne degli uomini infelici/fimo. In quefìo fiato Jì refe ■•gli di miniera privo di aiuto * che quaft Cangile di Agamennone più nonftjje, liete figlio di E- g'ijìo ufuipS il Rfg"0' riè cuvar.dr-fì del furio fo pretendente > e molto menci di dargli la figli* la quale ancor fanciulla fu a lui promtffa da Egijìo , mentr era di Agamennone amico~) il cacào préjio via del Reame, filaìe folo ad Orejie rimafe » e poti dir/i h fpecebio dell' amicizia , da che oltre all' avet» h accolto nella facide fua regione , portar e- gli fi vnlfe all' Oracelo per faperc , Je alcun rimedio mai fojje per lo alleviamento del fot"» fennato ; e n ebbe tifpofìa , che Qrefte allo 1 ra diverria (ano della per/ona, e Signor K9« vamente d<.l Reame Paterno » qua' do in Grecia il Simulacri di Diana Tatti tea retato a< vejfe . Determinò ? il ade /eco Jleffo di accompagnare il m'tfro amicai e così pefio Orefre in un piccolo ^'avìce'lo i ver/o l nitri drizzò le vele. In quefta Città fatai cqfa era à Greci approdaci e quivi trovava fi , trajport tu per l' aria un tempo Ifigenia tulle Jiorie fa- mofa i la quale fendo fatta del Tempio;, fkeer- •loteffa , era a facrificar tutti i Greci , che eolà capitajfero, afretta. Giunti ai lido aralo gli amiti, non efiante lofiitico vefimert- B to to | d'i cui erano a bella pcjìa coperti , furon% per Greci r'tconofciut i l e già fi apprejìavail fagrifizio t quando Ifigenia ora l' una co/a , e- i'altra loro dimandando , vtnne inajpetta- ìamentc a riconofeere il Jojpirato Fratello, dei cui udito il voler dell' Oracelo , ella jìejfa vi» tulje il Jimulacro dall' aitare per in Grecia re- tarlo- Da qnejìo punto fano Ji refe il gran* de Figlio di Agamennone", e da quejìo , in cui. termina la Ifigenia ne' Tauri di Euripide, incomincia il mio Orejìe. Il quale fapendo,che mal [aria fiato per lui tornare là , ove domi- tnava l' ufurpatire Mete, non dubbiti di tov nare in Grecia /cono/cinto, dando voce, co* me Orejìe era mu to in Tauri con Pilade in* Jiemt i Sacrificati , Se ne fù lieto il Tiranno, ne fù tanto più all' incontro Et mione [contenta di lui figliuola , e da gran tempo a l Orejìe dejìinatu in Spofa; come ne fù pur anco dolentlffima Elettra di Orejìe Sorella , e da lui a l'ilade promejfa: quejto udendo che Ifigenia, da ejfa non conofeiuta, avea in Tauri il Fratello, e Io fpofo fagrificati, r.e meditò la vendetta j e già con un tizzone ardente flava per accecarla, quando il tiranno ilete* anfando ai ejì'wguere affatto la Jìirpe di A- gamer>none , /otto color di punirla per quejìa Jceleratezzi, cmdannolla alla morte. Allora. Qrejìe, ricuperati gli animi de' p:ìl poffenti fra, M fra g 1 ', lyrin, fi die a ctnofcere , e depojìo il tiranna , rtptefe il regno tatrà qui parere ad alcuno , che io licenìiofìtm 'nte ficciain Argo p-gitir quello, che I^ino met- te acca lift o-in Vfjf (ne f come ancora, eh; io faccia Orefie 4' l rgo , e Sparta Signore , JKdT do Colamente ricuperò allora Micene. M* pareva a me troppo duro nel verjo a dover no' minare i Micenei, love piU gratile, e bello, € mi'lìtfo riufeiua il riporti gli iig:v>: in fecondo luogo Pau/anit chiaramente ci dice che Orefte in breve tempo fi fi Padrone di tri Reami, 4rgo, Sparta, e Micene. Il perchè trattando/i di tempi tanto da noi lontani, farò io facilmente feuftto di qui Itiffieri a- nacrtnìsmi, che : n quejìcf favola s' incontreranno, di cui fono . IN- INT ERLOCUTORIa ALETE Tiranno, e Figlio di Egiflo. ARBANTE fuo Configliero. ER VI IONE) già promeffa ad Orefle. CLlTO } Figli di Alete . ORESTE in abito Scitico fotto nome il Faonte. PILADE Amico di Orefle in abito Scitrco. IFIGENIA Sorella di Orette SacerdotefTa di Diana. ELETTRA altra Sorella di Orette, già prometta a PiUdc. CORO, e femicoro di Sacerdoti PERSONE, che non parlano Grandi del Regno Argolico. La Scena £ in Argo nei Real Palazzo. ATTO IT ATTO L SCENA I. Ausante -, ed Alete » I Nvittidimo Re, l'alta , orgogliosa , Contumace finor fua fronte altera Alle tue leggi alfin pie-ga, e fommette Argo, e con Argo ancor Sparro , c Micene» wt/#. Argo, Sparta, c Micene, amico Arbante Chinan la fronte in apparenza ; e il freno, Poiché romper non puo*1ì> è morder forza. Sai , che già il terzo luftro ornai fen Varca* Da che trafitto il mio buon Padre Egifto Cadde per man del furibondo Orefte. Quelli , fuggendo alle lue furie in prèda Dal Patrio fuol, la via m'aperfe al -&egno; E s'io non cinfi la regal corona, Il meglio tenni del comando: i volti Sovente i* fcorfi di livor dipinti A* primi Duci; ed han già ftanco il Cielo Co* voti , perchè a lor fi renda Orefte ; •Ma i voti, e i prieghi, come al vento biada 5 Cadder d sperfi : Or poiché più non puoflì Vtiofo Iafciar d' Argo, e Micene il fo*!!Ò, B 3 Chi- 11 V & t t S t H r~i • ir < i i • • I Innari la front' 1 : e v ha rartrir| che inrera- Weiite kicoT non ch'nol'a . Ah fidn Arbante» Che fia da po : , ^ e ma i lo Citi consenta Che Orette rieda ? Arb» O cui! lederà, e nuova Cagion t' ag'fa il ffn ! Vcdr-ii fra poco In Trono alTìfo rar^pghr ciafcuno In adorarti , e la memor a a un tempo Vedrai perir d'Otite: ognun defia TìlTer caro a chi regna; e gì'infittiti | Chi lor fiegua , noa han per I'afpra via* Ma fingi» o Rè, che di livor più Duci Abbian coperto il cor: al pTimo acciajo, Che rofTcggiar del farigue lor farai, Vedrai tranquillo il Regno tuo; uè dirmi» Che sì tofto non lice oprar la fpada, E che un turb.tr le Patrie leggi fora Su i primi Duci infanguinar la fcurc. Se leggi violar fu inai concio, Per regnar fu concedo: il tuo rigore Celar potrai lotto il contrjrio manto D' incorrotta g tifiizia : a 1 lor vedrai , Se più fi remi di r durre Orette Al patrio li.glio. Or non è tempo, Alete» Cere r amor da' Duci Arsriv' t è tempo Fermar la bafe del regnar : fu duro II fren , die reggi , o He: .Argo non t'ami» Argo t'odj, o Signor, ma t'odj* e tema. Alt. O caro Amico, a' tuoi corifiglj io debbo Lo Àtt» Primo ti Lo fcettro , e il foglio ; , Art» Mio Signor permetti Ch' io pili m' avanzi . Il finiular fu fempre Ne' Re virtude . Jnver di Orefte ur devi Finger clemenza ; e poiché troppo Elettra , La bella fuora del rammingo Orefte , Della in Argo pietade, Klettra reco Al fianco giungi, o di congiunger fingi . Ale. Da un tempo, Amico, a qnt ite nozze il core Agogna; ma temer molto convieni! D' aver al fianco Elettra. Arb. O Rè ì la Donna Fu fempre ambiziofa , il ben prefente Al corfo mal fa preferir j mei credi . Ma qual ftrepito i' ode r Ecco , o Signore , I Duci argivi. -Alt- GP introduci (a"). O quanto" E' lunga 1' arte, che a regnar ne infegna, M* tutto è per regnar foffribil pefa» » 4 $C E* C«J ftirte Arbunte • / 14 L' O B E S T 8 SCENA IL A iste , il quale afcetide fui Trono , A ""ante, ed altri Duci del Regno Irgolìco i quilì vanno a federe da lati del Ttono Ari /\ f real piede obbediente , o Alete , Tutto il fior vedi della Gente Argivi •• Ale,, Odami Giove, o Duci» c, fe a voi mento , Tuoni, e 1* aecefa folgore fonante Sragli, e 1' ira In m" fol rivolga il Cielo. L' alto foglio rtgil, che in quello giorno L.3 prima volta afcerido , alai fi vide Squallido, e vuoto, e del fyo Rege ignudo Orni; gran tempo . Ah vi rimembri , o Due» Quella crudele , e ligrimofa notte, In cu» trafitto il mio buon Padre Egifto Fu dall' infame Parricida Orefte Coita infelice Clitenneilra a un colpo: Da quella notte miferanda, e fera iiifino ad or fu del fuO Re,g« privo L" aito ftrgolico Regno . lo di Re figlio» E cui la legge ognor chiairitva al Trono* Tutta veg-icndo d> civii furore Argo turbara, a moderar del Regno Curi giovinetta man le briglie appetii, ienza peni, che la regai ccrona Gian> Atto Primo H Giammai cingerti • di contrarie voglie Sp fio pugnar mirai l* Argiva gente; F qu-^I bramava del regal Diadema 11 furibondo \trida, e qual me cinto . Duci tre luftrì è ornai, che inutil gara Argo fenz' alcun prò confuma, e ftrugg<5 ; E già tre luftri per diverfi lidi Và il forfennato Parricida errando Alle fue Erinni abitatrici in preda * Se già non corfe ad Acheronte in riva» Che più far io potea f Vi piacque alfine Oggi chiamarmi al foglio: io l'ampio dono Pregio, non bramo ; e poiché feorgo ancora Non eftinto in pi A d' un l' affetto antico Per chi ancor forfè del msterno fangue La deftra porta infanguinata , e tinta , Odami Giove , o Duci, il ferto, e U Regno, Se mai, che Orette rfeda, il Giel confenta, Il ferto , e il Regno a lui di render giuro. Chi a voi Vieta il gioir ? dipinta io veggo Quafi in ciafeuno a quello dir la gioja , Che invan chiufa nel cor, fui volto fugge. ,Ma ncn temete: Orefte rieda* e il foglio Da me ripigli, a voi fia gratoj e regni . Avb. Mio Re, poich'ognun tace, a me permetti Un libero parlar; e s'anco io debba Offendere , Signor , purché il comune Util ft ferbi, a te fpiacer non curo. Dunque non bada, che in Orefte il ftrne Viva Ì(J L' O R t » T 1 Vìva d* Atrèo, fe ancir di nuovo al fogli» Per noi fi alzi? e qrnl ffftof ci prefe ? E tu il confcnti mio Sovran ? Ahi quale Orror mi preme a rammentar le antiche Atride fceleraggini famofe , Che il mondo h in pieno, \ncora il Sol rammenti Quel dì che il volto fuo di nubi avvolfe, Per non mirar la fcelerata cena Del crudo Atrèo , da cui non fce r e Figlio, Ch' empio non folle; e par che a' foli Atridi Abbian ferbato il parricidio i Numi : Aulide il dica « è la dolente , e mpfta Vergine bella Ifigenia , che al fuolo Trafitta cadde p*r paterna lcure , Dico del fero Agamenòn d' Atreo Figlio ben degno.' e il buon Orette poi Per non elTer da men, che il Padre , e 1' Avo > ("Ahi chi il può dir! ) la genitrice a un colpo, É il buon r-gilto, il tuo gran Padre oppreffe. E a quello lerbi il Regno? ed Argo il foffre, E l'ode, e tace, e al tuo parlar non freme? Nè fazj fiam di Parricidj, o Duci, Che vogliali! anco un furiofo al trono , jl qual forfè or farà nud* ombra , e polve? Deh fvegliamci una volta: il vulgo infano Solo è, che i Regi di cangiar defia, E flolto in lui , che vien d Duci , poiché nel fangue mio vi piace, Che fi trasfonda il regio onor , ogni ombra Di civil guerra dee da noi lontana Tenerfi ; e poi, che non voltile al Regno Alzar Orelte , eterno bando Orefte Abbia d* Argo, e Micene . Ah sì la calma Rendere al regno fi convien: nè sdegno Mi fpingc a ciò; eh' anzi la bella fuora Di lui , la vaga Elettra al Regno, al foglio Già deltinaj ; e in quello dì vedraffi Al ' ' ' 1 ' ' '......■ „ C «■ J l Duci jorgono da hro f'ggi O ) Tenendo le mani fu IP Arlt O J I Duci vanno a porui la mino ancor tffi A t t • Primo ay Al mio fianco feder la bella Achea . Ma che mai reca frettolofo in vili* Clito il mio Figlio? SCENA III, Cllto , e detti « Cli. JVI Io Sovrano > e mio Gran Genitor , pria eh' altro dir, permetti, Che innanzi ogni altro in Real foglio affifo Umilemente un Figlio tuo di adori. Ale. Che rechi , o Clito ? CU. A quelli porti or giunfej Signor, Taurica nave il roftro adorna Di barbarica pompa; ed han già il lido Tocco i Duci lhanier. Ale. E tanta , o Dei ! Ai Greci lidi ha di approdar baldanza Cotefta di pietà nemica gente, Che ognot la delira ha infanguinata, e lorda Del greco fangue ? tifi in amiche, e facre Sembiante giungon di Legati ; e tali A noi da lunge gli additò 1* adorno Leggero pino: la dipinta antenna, Da cui feendeva a pi A color la vela Ben variata, in fulla cim» avea Di 3» L' O B B 8 T • D ; pacifica oliva un veriU rum , E verdi rami di patite oliva Tutra cin^evan l'indenta prora . Quinci di do ce Ze*firo C (pinta Al lido mvco li Iegg adra Nave, Scender due prodi Ambafciador vedemmo % E girne in mezzo Verginella in (acre Bende raccolta , a cui Sc : tìca m tra Con fregi d'olirò rilucenti, e d'oro Cinge la trojite. Or dal rem >to Eufint Ol « ■ Per te folo onorar voifcr la prora A q*efti lidi, e lor Toante invia, \]n tal Toante , che de' 5iciti il freno Arbitro regge, e feiba in Tauri il Trono. Nè fenza grand: , e ur'Ziofi. doni , Signor vengono a te ma gemme ed oro , E ricche pHli variate , e pinte Innanzi a lor fan vaga, e nobil vifta, E moftran pure il donator qual fu. Ma quel, che ognun di meiaviglia ha colmo E* un urnetta gentil , che una fui gem.na Tutta compon d'orientai Zaffiro.- Quefta fi r ca in man la giovinetta Vcrgne altera. A così nuova , e ftrana , E non più vifta pompa, Argo d'intorno Ai beiti Ambafciador tutta è raccolta, Ed ognun gnda, ed al tuo nome applaude Che con si lieti ausp cj il loglio afeendi, Ale. Ma qual cagion da si lontana piaggia Oli Atto P * t m • 31 Gli fpinfe a noi ? £}f, Tutto, 0 Signor, n'è jgnpfo, Ma tutto cr or fiprai ; e già vicina Veggo appreflarfi la loperba pompa De' Sciti Ambafciador . Atb. O mio Signore» Mira, fe non è ver, che i fanti Di; In sì giocondo, e avventuroii» giorno Moftran quanto lor fci gradito, e caro» SCENA IV, IriGINtA con urna in mano; Ob»ste e Pi* la DE Con accompagnamento 'ti Coni* parfe f che recano vari Doni , ed in oltre in nn bacino un Mani to , ed Un Ajì«. ìfij>< F** gì' Argivi invitto Signor, che, vinti i federati Atridi# L'alto foglio di Pelope calpefli. Toante il Rè, lo di cui Vafto impera Tutta l'ampia Meotide palude Circonda, e ferra , e la gelata fionda Dell'alto bufino mar parte, e divide, A te fallite, e taufto regno, e lunga Serie d'anni lietiflima defia . Ale. A Rè tanto gentil benigno il Cielo Su; L' O a t e ? i Sue grazia addoppj . Ma d» si fontana Piaggia qual mai cagion Toante fpinfe A voi mandar quindo d Alcte il nome Fors'anco à voftri i di u iqua non giunte ? Jfig. Che parli, o Rè ? dove non giunte il nome Del gran fangue di Egifto ? ora a te badi, Ch* oltra 1' Eufino al mio Toante è giunto* Alt. Ma chi fé' tu, che viril petto afcondi Sotto sì ftrane feminili integne? Jfig. E' noto in Grecia, o il recò mai la fama, Che in fui Taurico lido altero , e grande Tempio forge a Diana , ove per cent» Gradi fi afeende, e da colonne cento Ferma s'inalza la foperba mole? "Aie. E' noto lfig. E* noto ancor, che il facro Altare Tinto rofteggia del buon fangue Acheo, Che il cafo, o forte rea talor vi guida ? Ale. Sò quello ancor. lfig. Or io l'alta Mìniftra Son della Dea, per vecchia legge aftretta, A bagnar l'ara del funefto fangue, E il grande compier fagr fizio atroce. Alt. Dunque per delira feminil full* ara Scannanfii Greci Pellegrin? Jfig. Tal legge Cintia a noi diede • A le. E tu ckl fei ? Ore. Faonte Att o Primo 33 E' il nome rnio, che di Toante fiedo Primo fra* Duci, e delle fchiere io reggo Il freno univerlal . Ale. Mà tu, che il volto Più, che di Scita» hai Greco, ove la prima Luce vi de ili? FU- io lungo la Palude Meotide primicr la luce vidi , E de' Reali arcani a parte fono. Ale. Or che defia Toante? Oi Ale, Ore Ale Il buon Rè Scita Di fchietta fede, e di amiftade in fegn» Quelle di gemme , e d'or corone in«elt© Quelli monili preziofi, e quelle Rare di belve, e pellegrine fpoglie Da recarti a noi die; ma quinto ei t'ami Ancor non fai. Altra miglior t' invia Grata novella il mio buon Rè ; per fua Opra la Grecia ornai tranquilla, e lieta Refpiri , e il Soglio tuo ficuro or premi Av\renturofo Rè. L' infame, e reo, E furiofo Atrida , il tuo fuperbo Emolo, il parricida Orefte è morto. Sommi Dei! morto Orellc? O Rè gioirci, Che n* hai g'mfta ragion: il rio fellone Per opra cadde degli Numi, e noftra. Qual gloja? qual piacerBarbari Sciti! Così Toante il xeal fangue Argivo G Hi- 34 L' O k i s t ■ Riguardi, e cole ? un fcellerato, un empi» Sia fiato Orefte : e che perciò? La facra Dignitate Real, che mai fi fpoglia , Unqua non lice violar. Ore, Indarno Tenti , o Signor , diflìmular la gioja, Che il cor t' inonda . JIU, Olà, tai detti audaci Cauto raffrena. Ore. Io co' miei Regi in {"duetti Senfi le voci fciolgo , e mai non fepyi, Che colpa foffe infra le Argive genti Non faper fimulai. Ar*. Deh, mio Signore, Il rozzo, e franco ragionar natio Soffri in barbaro Scita ; e fe non vuoi Nella morte gioir del crudo Orefte, Toglier non puoi gii tu, eh* Argo , e Micene Non ne goda, mio Rè. Ornai non puolfi Già più temer, che di civil furore Argo fi accenda, e che d' Orefte fiegua Le infegne il Padre, e le nemiche il Figlio. A' parricidi è chiufa ornai la ftrada ; E fsbben me fio qui talun tu feorgi , Cui di Orefte calea, nulla t' ingombri L' alma, o .->it;nor: 1' autorità li adopri Delle Leggi, e vedrai, fe in breve feemi L' orgoglio a tal , che di turbar la pace Comune ardifcc . A giufta gioja il varco Dan* AttoP«i*o 35 Dunque pur apri , e che più lieta gioja Argo rivefh, o mio Signor, confenti . Jfle. Ma come ch.ufe Orette al giorno i lumi ì Ore. Io, fomiTK) Rè, del furibondo Duce 11 dubbio narrerò conflitto atroce, Che il rio precelfe, e miferando cafo. Non ha ancor Cinzia dieci volte pieno 11 cerchio fuo, da che fui primo albore Fu viltà un dì folcar flraniera Nave Il cheto mar tranquillamente , e indritia Vcrfo il Taurico lido avea la prora. Un de' minor Miwftri , che in la cima Della (aera Tribuna ognora fieJe Ad olf'ervar le pellegrine antenne, Per poi quinci alfaiirle , e all' alma Dea Farne 1' eletto fagriiizio finto, Tolto a Toante accorle: efperta fchicia Di predatrici infidiofe prore Scioglier dal lido il buon Toante impon» Da circondar 1' incauta nave Arg>va. O qual fi vide allo! conflitto orrendo , Che del Greco valor fe certa fede! Non pria fi feorfe avvicinar lo ituol» Oftil, che il fero , « minacciofo Orette In fui più alto della prora inalza Ritorto ferro , e qnando ci vibra il colp» Quafi pria di calar recider fembra . PiL'de forte anch' ei d' alto fpingea Più d' ua col f err o amaramente a morte. c a a 3< L' O r e * t t Già di piil ftrifce appar 1* onda vermìglia, E già roffeggia d'oltil fangue tinta L* Argiva poppa, e di ben cento eftinti Sciti guerrier la fpoglia al mar galleggia ; Quando ad un tratto il forfennato Duce, D'inaud ; to furor la ficcia ardendo, Tutto divincolarli , e torcer tutto, Travolger gli occhi, e di fuor bianca fpuma Per le labbia gittar fu vifto , e in quefti Detti proromper: che più chiedi Aletto , Che più eh tdi da ra; ? Ah Egifìo , Hgifto : E qui volea pi A dir; rrp un color bianco Tutto fi fparfe per le m mbra, e quafi Morto frn c?dde al dolce amico in feno. Pilade allor yU\ , che a fe all' altro fendo Facea , reggendo l'infelice amico; Finche ceder convenne; e lui non vìnlè Già il contrario valor, ma fol pietade. Ji't. Gran cofe afeoito ■ ma qual fin f*rtiro 1 due oiodi campioni ? Jfig. io. Ri- , dirolti j Cui la crude! , ma neceffaria cura DkiTi de'genen fi , e forti Duci. È' fta noi leg^e degli antichi Padri, Che alla candida Dea, che Cinto onora, In fui prntipio della notte ofeura , £' in faccia ai raggi del nafecnte corno 1/ ano fi compia fa cullerò orrendo, Perchè vittima ui«ana c in odio al fole. QSi- Atto Primo 37 Quivi di ricca , e preziofa Itola , E di metti papaveri le tempie Incoronati, da' minor Mìniftri Cinti venieno i generofi Duci ; E fopra ogni altro (prezzator di morte Alto imftrava il reg.il capo Orcfte, Lo qual volto a m- d^ATe : Almi miniftra Della Dea, che Toante, e Tauri adora, Anzi , eh' io muoja , e tu il relt;;iofo Offizio adempia ( Ce non è fuperba Queita preghiera mia ) a me prometti Che l'innocente, freddo bufto efangue, E r efule mia cenere dolente Argo rivegga, e la diletta feda, E più d' Argo a me cara Ermione fpofi : C^iefta mia gemn» poi, lo feudo, e l'afta, Che fu già del buon l*elope, col manto Per man di Elettra ai lieti dì trapunto il'Jchinfi pure ad Argo; e clii la bella Argo famofa vsde, al dolce , e caro Popolo Argivo porga i caldi prieghi, Perchè al cenere mio dien poca fofla, E di un Ior pianto fol, di un fol fofpiro Faccii>n la terra a me pietofa, e lieve. CO Ak. Ti accheta ornai. Ifig- Ma, Signor mio, non piacque Chiedere a te ?..... C 3 Ale. C« ) Quijicgue jjÌQtol bisbiglio frà Duci 3* Ale. Ori. V O « I » T I Tanto a me baila. Adunque » Signor , le fpoglie dell' eftinto Orefte Ricevi; ecco la gemmi, ove col Cigno Hawi Leda fcolpita ; e quella è 1' afta Di Pelope : qu fi' urna ha il freddo bufto D' Orefte , e queftoè ilfanguinofo manto «CO Ale. Duci, un brieve dolor tutta confumi La memoria di Orefte , e il breve duolo Nel ccmun gaudio fi difperda, e pera. Tanto a voi balli ; e di turbata pace Sia reo chi il duolo oltra il divieto offende. Sieguimi, Arbante . Intanto il fido, e amico Ofpizio fanto, o generofi Sciti, Finch.* Argo v'abbia, in quella Reggia avrete. Grazie a te, bel'a Dea, che in Ciel rifplendi,(i^ lo pur fon Rè: or fe talun non china La fronte altera, più, che in Tauri, in Arg„ Aviai frequenti i lagiiiiz;, e 1' are. SCECO AW mattare il manto injuiiguinato Jtegue maggior tumulto» CO JU**i% Atto Pb*mo 39 SCENA V. Pi uad? j Oresti , Ifigenia. PiL C") Del diftruggitor di Troja invitto Inclito germe, ed al Ciel grato Orette» Poiché fri tante rie vicende amare Ognot fido mi averti al fianco Amico » Or che renderti il Regno è di_'l Ciel cura * Servo mi accogli, e a me permetti ornai, Che m' inginocchi, e 1* alto in te ravvili Vero Signor di Sparta , Argo, e Micene. Ore. O vivo efemyio d' amicizia , e fede * Mio t-ilaJe, che fai? e Regno, e vita A te fol deggio , e tu d' amico or vuoi Il dolce nome abbandonar ? Ah dunque , Perchè un tal nome ferbi , avrò fra Sciti A ritornar ? Tìh W , mio Sovran. Orf Che dici ? Dimmi Amico » e non Rè, che il regio Onora A te pofpongo, e piti mi vai d* affai Pilade fol, che Sparta, Argo, e Micene. Ma troppo ornai parlammo: in ogni canto Di quefta Reggia ombra, e timor fi annida; E un cenno fol, che ne fcoprifle , a un tratto Ci perderia.. Deh querti lafcia adunque C 4 D* 4» L* O B X S TI D' amor» di fede inopportuni fegni; Che nel Tiranno ogni ombra è gtar. fofpetto, E a un lieve ver.ticel , che fronde fcuota , Ei fi fa bianco » e fi rivolge, e teme. ìfig. E' ver; ma l' alma Dea che in Cinto ha fede Sa rtrugger Regni , e debellar Tiranni; Quella con Argo alfin placoffi, e l' ira Contro del Padre mio pel Cervo uccifo Alfin fi eftinfe : quattro luftri ha corfo , Da che dannata in Aulide al coltello La Dea falvommi * ma ferbommi a pena Egual, lafciando a me l'officio atroce Di fcannar Greci pellegrin full' ara . Or tutta l'ira è fpenta ; e fol, che l'aureo Bel fimulacro della Trivia Dea , Che di Tauri fuggendo, al tempio tolto, Entro la nave a quello fuol recammo Oggi fi ponga in quella Regia, Alete Giù cade, e riede Orette al foglio Avito . Non mente il Cielo: il biondo Dio prcdilTe Eterno Regno a te, fé il bel metallo, (a) Di cui fufa è la Dea, rechili un giorno Dagli inofpiti Sciti ai culti Argivi ; Nè chi fida nel Cielo il Ciel delude. tU. E credi, mio Signor , che fianchi i Dij Non fieno ancor di favorir Tiranni ? Forfè non fai » che talor gli alza il Cielo Sol, C*) folta ad Qt »Jìt K Att» Primo 41 Sol, perchè ctgs'ian poi più d'alto affai? Che? non vederti, qual concorde, e fero B ib:glio accefe la da noi fol fìnta Novella di tua morte ? al mirar V, afta Del buon Pelope antico, e la meli' UtiliJ E il tuo refj da noi fanguigno manto? , Chi frenò il pianto anche al tiranno in faccia? Non mirarti in Alete un fudor freddo Rigar la fronte e fcolorito farfi , Livido il volto, « di color di morte? Nulla dunque temer: l'Olimpio Giove In qu rto giorno all' empio ha fitto il chiodo» . Ben Pilade: parlarti: il fommo Giove , E l'alma Figlia fna, la carta Arciera, Che dal Taurico feno al patrio Udo Ne fcorfe, a noi daran ficura palma; E ben fa chi nel Cielo ha certa fpemeJ G^à di tua morte la diffufa voce Nel cor de* Duci Achei deftò pietade. Or quando tempo fia, farò , che in quello Giorno il vero Signor Argo rivegga, E al gran tumulto il rio tiranno cada Il fimulacro delia carta Diva, Acciò intero il voler del Ciel fi compia»' Impetrerò , che in quella Reggia fieda, E qui a lei s' ofFran fagrifizj, e voti. Ma tempo è ornai, che la mia fida fuori» La cara Elettra fofpirata , e pianta, Se abbracciar mi fi vieta, almen rivegga. p;/. 4* L* O R E S T B til. Ah che più caldo è il bel delio d'affai, Che di lei riveder mi ftrugge i! core. Sai, mio Signor, che tu in fuggir dall'ir* D' Egifto, inanzi al fortunato eoluo , Che Vendicotti , la mia deftra a quella Della Real tua fuora un dì giungerti , Che ancor non mi tingeva il pel le gote. Ben giufto è dunque Signor mio.. . Ori. Se giufto, Amico, è il tuo delire un pari ardore M'incende il cor per l'alma Ermione bella. La dolce fpofa, che ne' giorni amici Mi deftinaro Agamennone , Egifto Già quattro luftri • Ifig. Che.» tu del Tiranno Vuoi 1* Figlia veder? Ore. Di miglior Padre Era ben degna Ermione. lfi£. lo mai non vidi Generarli dal N'bbio le Colombe , Ne la conobbi mai. Ore. Mei credi, o caffo Suora gentil: ella è ben degna affai D' effer mia fpofa : dell' arcano a parte Non fia pero, nè in me vedrà già Or«fte t Ma un fol barbaro Scita « Jfig. Alla virtude, Che il cor ti cinge} io cedo. Andianne adunque* O òmu Dea, la tua Miniftra tu , Che ■ AttwPktmo 4$ Che il foz» capo al r o tiranno tronchi , E qual d'Orfo, o Cinghiai ti facri il tefchio. part$ 911. O buon Gradivo, a me premier confenti» Che vibri il colpo nel crudel tiranno» E «iu ; nci un Toro in olocaufto eletto ASbtucierotti colla mail fanquìgna. (parte.] Ore. O fommo Giove , di cut faogue io fono » Y)'h mi concedi, che il tiranno io fvcni Che un tuo Figliuol rifalga il foglio Acheo; E cento Tori t* cmpirin 1'aitar* • C farti- PINE DELL' ATTO PRIMO» ATTO 44 mi -r. -.1 mw ATTO IL SCENA I. AlitE) ed Elettra con fazzoletto agli occhi. Elettra, II mo'Ie, e dolorofo pianto, Che il vifo ti fcolora , e il cor ti ftrugge » Ha t'n te ragion d' aver b n Iar5a ufcita , Da che il tuo prode Orelte il c el ti colfe: Ma poi che rchumir da morte il pianto L' ombre non ptnte a r calcar la terra, Dell dimmi , o fa^ia, e generofa Elettra, Dì sii gli efti 'ti il lagrirrnr che giova ? fi conceda un brieve duo! , la calma AI duol fticceda, e infin la gioja antica : Sì quelli rieda , e rafie-rem il volto E il dolce rifo vi riponga , e ftrbi ; E acciò del corfo duol tutta fi fpenga L'atra memoria , al Real loglio Acheo Tempo è, che penfi, o bella Klettra; al Regna Te loia io fcelfi infra 1" Achee Donzelle; Ond' Argo al nuovo fol del patrio ferto Incoronata al Real fpofi a canto Seder vedrà d'Agamenon la Figlia. Deh tutta dunque ai bei penfier di nozze L" ai# Atto S * e o v t> 0 45 L' alma rivolgi, e le affilinole cure Spargi di un nf ro , e tao turno oblio. Eie. Mete, al Ùe{co duol t.on giugner nuova Cagion di lutto amara: abbiti il Pugno: Poiché a te lafc 0 1 VtUn t mi lafcia il pianto Alt. OGiel, cht s'ode m Argo! Mie. O Ciel , che ferire Argo più mai.' di Agarm non» d'Orette Occupa il feggio un Itt.lerato, un empio, Ed Argo il (c fTit-? L'innocente-* amico Cenere freddo del Germano uccifo Piccola f(>fla chiede, e corto pianto, E di un breve f>fpir 1' ombra è contenta, E tu gliel nieghi e di turbata pace , Quali che i templi violarti: , e l'are, Fai reo chi al Cito Signor offre un falpiro, E 1' empia delira poi di ftmd--r tenti Alla fuora di OiHte ? E credi, Alcte , Che il fangue di Agamennone fia quello Dell' adultero bgifro ? ma qual nuova Cagion ti lpinfe d'inalzar fui trono La Sorella di lui, coi nieghi un breve Lutto, un pianto, tuia lagrima, un fofpiro ? Credi tu , eh* io fia ftolta? o eh' io non vegga, Ove tu miri? traballarti il Trono Sò, che tu ffi.ti fotro al piede; e ancora Ti fembra udir concoide il gran bitbiglio De* Duci Arg.v;, ed altamente vedi La memoria d' Orelte in Argo infitta Or 5 L* O K B ITI Or colle nozze mie fermar pretendi 11 tremante Diademi : anche hai fugli occhi La tragedia di Egifto. Or m'odi, Alcte. L* ultima degli Arridi ancor ti refta Da fuperar : qmnd' io non pofla il ferto Dal crin (frapparti , fol che ognor ti vegg» Lacerar dii tirnJf, dili' ombre il fianco, V fon contenta; e pria, che unir la mia Con la tua delira , incontrerò la morte ; Che morte è minor mal, eh' effer tua Moglie » • O com' è pronta in lagrimar la Danna! © come il lagrimir cangia , n orgoglio! Ma 1' ira , e il pianto poi paffa , e non dura . Or via, finché recente è in cor la piaga» Piangi leggiadra Elettra, io noi dfdico, E s* anco il vuoi , col rio deftin ti adira , Ma lo fd gno fu bieve , e corto il pianto, Né in me rivolger le querele , e 1' ire. Che ti fec' io? Da Scitica Donzella Tr,Zitto cadde il tuo german : qual colpa Havvi V Argivo Alete ? I Itelfi Sciti Chianunfi intatti del delitto, e \* alma Diana è fol , che volle Orefte eiFnto. Dirai, eh* io niego alla grand' Ombra, al fredda Cener d' Orefte un brieve duol : ma dimmi Leggiadra Elettra in si giulivo , e lieto Giorno , qual vedi , in cui primier le tempia Cinti della Real facrata Benda , Giorno di faufti aufpizj» e faufti voti, Vuoi Atto S ■ e » d o 47 Vuoi, eh' io permetta il pianto, e il primo giorno Del Regno mio fra il kgrimar tramonti i Ceffi da me sì fatti augurj il Cielo. Ma non per quello alla grand' ombra invitta L' ultimo onor de' fagrifizj, e i giochi Funebri, c i fiori, e il vino, e il latte, e il pianto Io già negai. I di feftivi , e lieti Còmpianfi prima: in dolce nodo avvinti Argo ci vegga; e poiché corfo il t rnpo Fia del piacer , il grato officio eftremo Rendafi all' Ombra del tuo invitto Orefte « Io fteflfo il porporin vermiglio manto In ttifta , e vii fuliginofa veita Cangiar faprò : io caverà la pozza , E di dieci non domi alti Deftnen Verfero all' Ombra fitibonda il fangue- Placati adunque , 0 l»ella Elettra5 il dolce Afpetto tuo a gran virtude aggiunto Già nel cor mio ti dettino mia fpofa , Non vii timor, che mi trabbilli il Regno Senza il foftegno tno: Amor mi muove, Non paura di te ; nè fu ne* Regi Temer le Donne mai Regal coftume. Eh. Ufa dell' arte a tuo piacer: pietofo Fingiti inverfo Orefte . Empio Tiranno? Tu pio verfo il Germano ? Tu, che il Regno Gli ufurpafti fellone? Tu, che lungi D' Argo il bandirti ? Tu , ch« al giorno eftremo 11 pur menafti ? Tu ? O fommi Dei, A 48 V O B E 8 T E A che oziofe le faette in Cielo V arman la delira ? Ah. Ornai troppo ti fcordi D* elTer ferva d' Alete. E/f. E che puoi farmi? Puoi tu uccidermi? in quello, e/fer volendo Tiranno , inverlo me farai pietofo: Ma guarda ben , fe non m' uccidi, io forfè Farò tremarti, e impallidir: le vie Discinta il crine , e lacerata il manto Correr vedrai d' Agamenoin ia Figlia ; E fe i fuperni Dij mover non polfo , Gir disperata agi' infernali Numi Saprò ben tofto > e moverò gli Abiffi. Ah. lo del cieco furor « che t'arde il {tuo, Ognor mi rifi, e riderò: ls nozze, Ch' io volli, or voglio più ; ne punto io curo Il tuo nfii to, anzi miggior contento Da quello i prendo/ e p>ù mi fian graditi D'un volontario amor gli tolti a forza E ributtati , e violenti ampleifi: La tua naufea , il dolor, l* angofcia , il pianto A me fu gioja ; e poiché me tuo Spofo Non vuoi , tu mi averai Spofo, e tiranno. Taiuo a te balli; e il nuovo dì vedratti O con pompa regal del ft-rto adorna , O qual G ovenca , al fagrifizio tratta D'infaufte bende incoronata, e cinta. SCE- Atto S«c» n »° t# SCESA U- Akbinth , e detts. H E piaggi mia Regina? Eie. Ira, e non duolo Muove quefte mie lagrime. Crudele/ Barbaro! e tu ... Ma con chi parlo ? O cento Volte beati Agamenòn, Orette, Che trafitti cadendo a tanto duolo Riferbati non fofte 1 O infelice, Mifera Elettra, che ancor vivi s e vedi... Ahi che non vedi! In sì crudeli an^ofee Tempo è ben di morire; e duolmi foto D'aver tardata più, che non vorrei. Arb. Fa cor Regina , che fe il Ckl t'invola L'infelice German , ti jende il Regno: Seibati a' dì miglior. Eie. Deh taci Arbante , Che te conofeo io più , che tu non penfi: Lato / un tal regno è a me cagione amara Del pit\ fero dolor. Arh - Nó, mia Regina, Dà loco alla ragion . 1 utt' Argo fpera Pel mezzo tuo veder nel noftro Regc D Man- C«0 Verfo dove è rientrato Àlete * {O V O R I 9 T B Mancar lo sdegno» impiccolir l'orgoglio; E col delio ciafeun riforger mira Dal fen dell' alma Genitrice accorta E nuovi Agameiòn, e nuovi Oreiti: Or qu i» che ad Argo in tanti mali è dolce Conforto, a te far vuoi di duol cagione? jE/f. O come bene al ragionar fi feorge D'un Rè malvaggio un configlier peggiore l Torna al tiranno tuo, i' adula , e fingi, h con altrui di tua pietade adopra, Non con Elettra. OCiel! sì tolto adunque Argo fi feorda de' fuoi Rè ? sì tolto Argo fi getta al rio Tiranno in preda? Che vai, che Troja di Nemm fatica ' Serbi di fue iu ne appena i fegni , E giaccia appretta infra l'arene, e l'erba Per man dil Padre mi->? che vt\ , che cent» Rè ehinailert» a lui la fronte aiuta , E dell' Acheo valor faceffe il grido Sonar sì lungi, fé ad un breve giro Di fol tre luftri il tuo Nemico adora Argo fui foglio, e me , me giunta al liane» D' I fero ufurpator veder delia. Arh. Nò, Regina, mal penfi : affai profonda- JVlente flà in Argo la memoria infida Del tuo gran Genitor ; perciò defia Prole da te veder..... !/<■. Frena, o fellone, L* indegna lingua. Inonorato Orette Ancor . Atto S « c o * d o $» Ancor fi giace, e del dolor fi cerca Tutte chiuder le vie? Chi giacque, giaccia ? O Patria ingrata .' e Tu vuoi »... Ma che vado Più rinovando il duol ? Tempo è , che ornai Si muoja, e colla vita il duol fi eftingua; E il Padre amato, ci' infelice fuora Ifigenia , che per comun falvezza Percoffa cadde da paterno acciajo , E il caro Orefte nell' ambrofa valle Ki vegga, e lafci 1' odiofa Terra. Ma oarti ornai, che a me veloce muove 11 pie P amica Krmione , ia Figlia Del rio Tiranno , m-» diverfa t„nto Da quello, quanto da Sparvier Colomba, li forfè un duol medefmo il cor le .opprime ■ Poiché rie' lieti dì fu folo Orerìe Bella del cor di lei gradita cura: Eccola . Parti, dico . Io parto, Elettras Ma penfa intanto, che fu ben talvolta Il farli una virtù conforme al tempo; hd ora e tal virtù cangiar confidilo. {Z L' O R E S T ■ SCENA III. Elettra , ed Ermiohe. Eie. E Rmione ì Erm. Elettra ? Eie. O qua 1 dagli occhi forge Pili dolorofo al fol mirarti il pianto! Erm. Che piangi Elettra? io da più acerba doglia Piagata il feno inumidir non ofo Di pianto feminil la guancia imbelle. Eie. Ah che diverfo è il duol, che il cor ne affanna ! Tu nel mio buon Germano Orerie perdi Un dolce sì , ma fventurato fpofo; Ma lo fpofo » e il Germano ì perdo a un tempo . Etm. Vedi tu quello ferro? Or or vedrai Di qual tempra è il dolor , che dentro a Iberga. Ala vano è il più parlar .• prenditi, Elettra > L' u'timo ampleffb amico:a morte corro. Deh pii\ non dirmi, eh' io fedel non fu AH* ombra fredda dell' eftinto fpofo . £ a. ) Eie. Ferma, che penfi mai? Irm, . Ti opponi indarno. Ah Elettra, Elettra, fe il ferale affanno Dentro miralTi, che il mio cor divora. Tu [ a ] in atto Ai partire Atto Sbcowdo 53 Tu forfè ancor mi porgerti il ferro. O quante fonti di dolor ! pel Padre, Per te, per Argo, per me fteflfa io temo. Temo pel Padre : oh quanti fotto al velo Di vendicare il tuo German , lor ferri Nel Genitor rivolgeranno. Orette , Ricuperando il regno avito, al Padre Stato faria pietofo, in lui me figlia Sol contemplando: il cor del caro Spofo Io conofeeva. Or che far puote Al:te Fra mille iniqui, ambiziofi Duci? D' Argo che fia? vi aggiungi ancor le nozze'» Che ei di te penfa ; e fra cotanti mali Orerie, il caro Orette , ombra derifa Erra infepolta ad Acheronte in riva . Ma che? tu piangi? io non d'Orette fuora, Non figlia di Agamennone , le ciglia Afciutte giro , e tu di pianto imbelle Le guance afpergi ? Ah di viril configlio Meglio V Argiva alma real circonda , E l'apprendi da me: mia forte fiegui : Abbiafi il fangue , e non il pianto Orette . %lt. Ah bella Ermione , il tuo penfier di morte Anch' io già fitto ho in fen ; ma inulta, e metta» E fol col ferro del mio fangue tinto Stringerò 1* ombra del Germano amico ? No > pria R fveni la crudel miniftra , Che fcannò inanzi a federato altare 11 buon German. Ma qual d'intorno s'ode D i lgno« $4 L' O R I 8 T B Ignoto calpeftio? Enw. Veggo I Legati Ver noi venir: da Ior certa contezza Forfè del duro avrem funefto calo. EU. Ne' volti ignoti un non sò che mi appare Di noto, e poi fparifce, e certa; fveglia Confufa idea . .SCENA IV, Orìste» Piiade , e dfite • D Affi onorar Re-Ai Donzelle a T Sciti Ambafciadori? pr«. DaflT. ITfe O Ciel l qual voce un tempo udita' Ore. ■ All' alma Real Figlia di Alete, alla leggiadra Figlia d' ^amenòn gli eftremi io ree» Pietcfi officj dell'eftinto Orette. Erffi'D'Orefte f O Dio! chi feiP che difTe. Vii ~Eh. Dimmi Vedeftiì il mio German ? Or». L'Argìvo Froe Conobbi In Tauri, e per briev' ore io fui Di Orette fido , ma infelice Amico , Come quelli di Pilade. fi;* Di Pilade ? Pil. AttoSicomd» ji P#7. De! Greco Giovin-tto io fui fedele Comuagr-o, e il fangue fui), che il fen mi afperfe, H il tronco bufto raccogliendo in breve Urna ripofi le fredd'ofTa eftinte. Eie. Milero Giovinetto! Erm. Ah dinne ornai Buon ScifJ», che morendo Orefte impofe . Ore. Afpro dolor tu rinovelli . Altero * B ([ual vaili a tr.onto il Duce Acheo Al Tempio ormi s'incartonava ; e giunto Al tenebrofo, inftnguìriató Aitare, Ghiefe a parlarmi un fol momento : il volto» Inver di lui chinai . La gran minilira Della sdegnofa Dea col ferro ignudo Sovraftava alla vittimi; quand'egli Cosi fciolfe la voce ai detti eftremì. Amico io muoj>: ah per pietà raccogli 11 cener freddo, ed al paterno lido Nel caro fen dell' alma b'rmione bella Il poni, e lafcia laopietofa cura Ad Ermione , ad Ermione 1' antica Fede rammenta , ad Errrfon la voce Ultima reca , e l'ultimo refpiro: Volea p.ù dir ; ma la crudel Miniftra Stringendo il ferro, ed invocando il nome Dell'adirata Dea, fcagliollo a un punto Sul bianco, e puro giovinetto collo Dell' infelice Orefte , il qual cadendo Chiamava Ermione ; c nel bei nome amato 56 L' O K S STI Articolando l'ultime parole L' alma col fdiigue Innamorata ufcìo . Erm. Oimè. .. fon morta. (a~) Pi7. Ore.. . C Ah che dite" io l) Faonte, la Real Donzella fvi?ue . Eie. Deh chi mai ne foccorre in tanto duolo f Ermione, fervi... Ma niun ode . Erm. Ore/le. Ore. Donna Real, fa cor. EU. Ermione vedi , Ch' io vivo ancor, quando più acerba dogli» Il cor m' affale . Erm. Ah gii V tifato fpirto Al cor ritorna . Ombra onorata , e cara Non temer di mia fede: Ermione tua Or or ti abbraccierà nel dolce , amico Elifw campo. Io già ti fieguo. Elettra, Amici, Addio , vivete : io muojo . ("i) Ore. Ferma, Che il comrmndo d' Orette ancor non fai: Ei vuol , che vivi ; e di turbar ti guarda La pace alla fedele ombra tranquilla: Guardati, dico: nuovamente uccidi Oreftc» fe '1 difobbedifei. Erm. O Dei! Qual forza in quel parlar! [rt] Sviene. [b] In atf di fìrirji. Atto Secondo 57 TU. Lo folio priego Fa Pilade ad Elettra : il cener freddo Uria lagrima fol tranquillo rende . Erm Dunque morir non puoffì, e in tanti mali Vita menar devrafli acerba , e dura ? Ah che non può volerlo Orcftc. Ore. Orette Per me ti parla » a me lo credi ; or fe ami Orefle tuo, a lui ti ftrba, e vivi. CO Vìi. Tu pur vivi, o Ueal Donzella altera, Che sì Pilade tuo richiede, e brama. CO Erm.D' Orffte il cener fi raccolga; e pofcia Quel feguità di me , che in Ciel fta fcritto. CO Eie. La ria Miniftra della Dea fi fveni ; Poi, che le ho fvelto il cor , lieta fi muoja.CO FINE DELL' ATTO SECONDO: ATTO fa) Parte. 00 Par»». CO Parre* CO £a,te. ATTO 11J SCENA I. Tempio nel Palagio 'Reale , dove fra ì P*« nati di A lete ve le fi eretto il Jtmulacro di Diana Taurica. Obli SacerJoteflà, al bel Ar fio , Che il cor ti accefe d'inalzar l'Altare Alla Dea» che To nte, e Tauri onora» Pronto rifpofi ; e fra gli argentei Lari Sovr* aurea baie alteramente or fiede Il tuo bel fimuiacro; ma non chieda AUro la Dea; non Tuoi la Grecia ai Numi Altre vittime offrir, che Tori eletti, O bianchi Cipri, o giovinette Agii elle ; Ma non di fa^rifìzio urrian mai fuole Placar gli urti. , e far V are fanguigne , Se non allor, che temerario ofafle Di violare alcun le offerte, e i voti, E la Religion fpregiafle » e l'Are . Dunque l'offra la Dea, finch/ Argo tiene Ai.Br e , e Ifisenia. Atto Tbrzw jf Il fjo bel fimulacro d* ogni umano Sacrifizio funefto andtr digiuna. Jfig. Non fcrnpre i Santi Dij amm gli Altari Veder di graffe Pittime fecondi } Anzi talor la tortuofi fiamma M olirà, che il fac;r fizio é ingrato al Cielo ì Bianca fè , puro cor, alma lincerà Più , che vittime cento, amano ; Numi. Nulla , o Re, dunque il fen cura ti morda Per la mia Dea , che non di fangue umano Sempre elja gode, ma talor di bianco Incenfa accetta gli odorati fumi, E pii) d' ogni altro fagrifizio ha care Carte preghiere, e Verginali voti; E quand'anco chiedefTe umano fangue t Non mancherà la vittima» mei credi; CE tu quella farai ,fe il Giel non mente.) OO Ale. Ma d) , qual voglia mai pili ftrana prefe Quella tua Dea dì abbandonar l'Altare, E il Tempio , e il grato a lei Scitico Suolo? Ifig. Sempre è colui ptofano , che de' Dii Ofa tracciar le vie : e chi de* Numi Fù giammai confis;lierP dimetter gli occhi * E rifp»ttar del Giel l'occulta mente De' Mortali efler dee precipua cura. Ale. Favole de' Poeti; a lor talento Colmoffi il Giel di venerandi Numi» Che CO A parte» 6a L' Ore ste j Che quafi a tanti ornai divenne anguflo « Bella SacerdotefTa, il creder Giove Fulminator , e che le umane cofe Regga da sì lontana , eccéìfa parte , Quella è un ignuda idea di tema umana. Non vedi tu , che il fulmine fovente Sulle facre de' Numi alte Tribune Corre a ferir, e gli empj lafcia in calma ? Tutto da noi, dal valor noftro pende Effer grande, efier vii: tutto a noi fumo; Ed a noi tutto eftendo , a noi fiam Dij. ì/ig. Barbari fenii, e fcellerati ! Alt. Ferma ; Che s' io non temo i fimulacn , e 1' are» Non gli fpreggio però . Fra noi mortali Religion fu nece/Taria ognora Onde il temer , onde il fperar nafcefle» E in concorde voler fi uni/Te il mondo. Io piti, che ogni altro Rè, le facre leggi Ognor mantenni, e con rigor maggiore , Quanto è il timor , che alcun la finta, e vana Lor natura difcuopra . \_fig' Ah più non poffb SI rie beflemmie tolerar . Ale. Le foffre La Dea, che qui m' afcolta , e tu noi puoi? Ma viene Arbante. Jfig> La fdegnata Dea Lenta è a punir ; ed il celefte sdegno Quanto A t f o Terzo 6% Quanto più tarda , allor tanto più nuoce. SCENA il. AlETE , ed AlìBANTH . Ale. (^] Redimi Atbantc» feminar full' onda Troppo pili agevol fìa , che aver le nozze Dell* orgogliofa Achea: di lei più fordo Afpe non vidi mai, più fera Tigre ; Ma quefto è il meno ; la diffufa morte D' Orerìe più mi fa temer. Vederti, Qual tumulto deftoflì a noi davanti In fol mirar 1' infanguinato ammanto Del morto Atrida ? Ah, eh' io non temo indarno» Arò. Se di un canuto crin credi ai configlj» Signor , ficuro il real foglio Acheo Terrai, nè 1» orgogliofa , e fera Elettra» Nè i Duci Argivi di timor giammai A te daran cagione. In quefto giorno Cada trafitta Elettra, e con rilettra Menagora, Demetrio, Artemidoro, Appollonio, Leonico, eCrifippo, Che fai , f e f uro degli Atridi ognora Più fidi Amici. •Ale. Ch e ma ; p3r ii, Arbante ? Sì lunga ftrage nel primiero giorno Del Regno mio ? fra i fagrifiz) , c i voti? Ari. 4* I/O * B 8 T 1 Jirb. In fui principio del malor fi deve Rimedio oprar, e tardi invan fi porg» ; Ale. Ma per qual colpa ?... Arb. Ognun di colpa è reo» Che non piace al Tuo Rè . Ale. Da Re tirami* Così divento. Arb. E diventar ti giova. Ale. Argo che dir potria ? Arb. Argo la fronte Abbatterà, lagrimerà ; ma lieto Tu intanto regnerai. Ale. Ah che gli Argivi Al dolce fren di Agnmenòn , d 1 Egitto Avezzi » il noltro Spezzeranno . Arb. Egitto Per man d'Orette non cadea infitto, Nè ^gamenón cadea per min d' Egitto» Se pili cuftodia , più rigor, pii\ forza Ufata fotte allor. Il mal prefrnte Due rimedj puf) aver, tema ed amore: L'uno è già van , più violento è l'altro, Ma P'ù ficuro: fe la deftra Elettra A te porgea , l'inafpettate , e ftrane Nozze , e V amor , che per la gente Atrida Nutre Argo, fermar poteanti il trono; Or che V ineforabile Donzella A te relitte, ogni periglio puolfi Ver noi temer; e ben tu £ii Signoro » i Quan. Att«Tbr*o tf Quanto sdegnata polla offefa Donna. Fingi, che il fuo favor talun mii fpingt Colle Tue nozzr a intorbidarti il Regno; Che ria day:»! ^ 1'gccafwn fsn fugge, li il pei.ti.fi da fc.zo nulla giova. Meg'io è sii pochi al fin la fyada ultrice Infangiiintr, che poi su mille. E cred^ > Che al rimirar de* pr mi Duci Achei Le tronche tefte polvfrofe, c molli, E boccheg'unti ancor , 1'Argiva gente Dal timer non fi agghiacci? oguun vicina Lucer fui co lo mirerà la feure , E quinci alla comun la fua lalvezza Pai cauto anteporrà . Recidi adunque Tofto agli alti papaveri la fronte, E legnerai; nè di pietade punta Cagliati, o Rè. S-tba il rigor gl'imperjj E la pietà gì'indebolire , e ilrugge. Ale, Amico , io pendo irrefoluto ; e I* alma A tante fceleraggini in un punto Riviverli non sà : pavento Elettra» Temo i Duci, comprendo util d' affai La morte lor , vorreila, mi ... Ma temi Di apparir fcellerato. Ah tu i' hai detto. Arb. Debil timor. Al** Ma che mi anguftia, e preme,' A*b, E ben, fi falvi i* apparenza.. Elettra Di ' Arb. Ah. 04 V O B t S T » Di cui termr più dilli , a un leggier moto Del fuo natio furor, a una quercia , Che in te fjl fpirga fi condanni) c fveni ; E lo ftdib r gor cogli altri Duci Poi ferberafii. Le p:ù fide intanto Noftre fchiere al Real Palagio accolli, Onde intero fi accheti il gran tumulto Per la morte di Orerie in Argo infimo , E perchè meglio ancor vegliar fi polla Sulle tramo di Elettra. A!*' O fido Amico , Nelle tue braccia mi abbandono : al fianco Veglia tu del tuo Rè, che titilla io temo Coila fcorta fedel de'tuoi configlj; E , fe benigno il Cicl , te fol mi ferba , Eternamente cingerò l'Alloro. SCENA HI. Ermione, ed Queste. X3 EH non celJimi il ver. Ore. Ermione bella, Tu'to fedel narrai » Erm. Nò, vive Orefte , Né in ciò m'inganno, le non mente il Cielo ; E tu, narrando la fua morte, a un punto Argo fchermfci, il Gcnitor , me itefla . Qre. i AttoTerz» 65 Ore. C Oime, chi mai tradinne ! ) £d* fe) Erm Invan tu vai Fra te coprendo il ver: novella fpeme Fiufto mi porge il Gel, che Orette viva. 0>*. Vive là nell* ombrefa E fu ralle. Erm. Nò, vive , e tu mei celi; Ah fe tu 'lfai, Amico òcita, una dolente, e metta Vergine infeliciffima confola . Ore. Piacelle ai Dii , che la celefte, e pura Aura gode/Te Orette. Ma qual mai Brama ti accende il cor , che un Duce viva Del tuo gran Genitor nemico acerbo? Erm,Catta blsma leal m'incende il petto Diveder pria, eh'io chiuda al giorno i lumi, Un dolce, amato, ed innocente Spofo : Tu noi conolci appieno: egli è un Eroe, Che moftra ben , che fu di Giove feme. Ma è nemico del Padre i Oh quanti al Paclrc Tendono infidie ognox; ph\ giulto fora Rendere al buon Orette il Regno Avita, Che cederlo a' ribelli . Orette forfè Vendcheraffi ? Ancor nell' ire Orette Si feorge Eroe, nel G' nitor la Figlia Ei rifpettar faprebbe. Ahi dolce , e fritta Memoria inftem, che il dolce amato Spofe Vai richiamando! Giovinetto, o Dio! A me, che ancor del terzo luftro fuori Non giva, il deftinar quand'Ilio ardeva: Egli era a Troja; e sì giovin. com'era, E Là 66 V 0 B t % T t La Spofa amava, e le primiere fpogHe Segni primier del giovanil valore Mandomrni Un giorno . Qimè ! che poi tornando 9 Sol per briev* ora il vidi; che in quel giorno f E in quella notte un dopo 1* altro cadde Agamennone, rigirio , ha già tre luftri: Ma quell' ora , che il vidi, o come dolce Parlommi, o come inumidiva il ciglio, A me caldi d' amor gli occhi volgendo. E tu fiegui a tacer? e vuoi pur farmi Morir di angofeia, e a me celar, che viva 11 dolce mio conforto ? Qrt. O rio tormento! Principe/fa» i{ tuofpofo. .. Orelre.... in Tauris.,, Diana .... 0 doglia acerba .' Orette è morto. Jìrm. Ah tu m' inganni: il ragionar confufo, E cotelto pallor , che ti dipinfe Pur ora il volto, me l'addita. Gre. Il nuovo Color fi fparfe per lo Tolto al Colo Rammentar dell' Amie» il flebil cafo. Ma te qual fpeme muove a tener vivo Quel eh' io Vidi cader ? £rf*' Non debilfilo Softien mia fpeme. D' alto duol trafitta Per la frefea » amariffima novella , Stanchi di iagrimar , non fazj ancora Abbandonai a un breve fonno i lumi ; Quando ancor tutta infanguinata , e molle» Atto Tbusso 67 E di lar^a ferita aperto il fianco L' ombra mi apparve del s?ran:T Avo Egitto , L» qual così parlommi , e le parole Suonatimi ancor alla memoria intorno. Ermione t invan fudoflì • in Giel Ila fcritto , Che al fans;ue degli Atridi il Tronfi renda, Che regni Orette ; a te falvar fi afpetta Il Genitor dal vincitor sdegnofo; Ma tu pur regnerai : ai lieti giorni Serbati, e il ciglio raflerena 1 e vivi. Ahi che ancor parmi di mirarla, ancora Mi balza il cor , ancor fon bianca , e molle . Or dimmi, e vuoi > eh' io creda Orefte eftinto ? Nò , che fperar vogl'io, Ore. Tu fperi indarno. £ro». Barbaro, e perchè torre un si mefehino Conforto al cor, che fi confola , e fpera ? Qre. Spera, fe '1 vuoi, ma fe pur ami Orefte, Quanto mai moitri, o PrincipeiT», altrui Quanto fvelafti a me , tacer fa duopo. Brm- M> perchè ciò, fe morto è Orette ? Ore. Quefto Nuovi in Argo potria dettar tumulti. Erm. Tu non vu«i dirmi il ver ; ma poiché vuoi Quella gioja negarmi, il retto afeondi , Nè più mi dir, che Orefte cadde , e ta«i « E x SCEr 6% V 0 R E S T e SCENA IV. Ifigenia 'manzi V altare con patera , e Jimpulo in mano. 3 Enza celefle , ed immortai configlio Non s' incomincia ben mortale imprafa ; E chi comincia con celefte fcorta Ha fui principio il più bel fior dell'opra. In quello giorno il rio tiranno.a terra Dovrà cader : al perigliofo , e nuovo Cimento incerta , irrefoluta > inferma Sento la delira mia . O tu del primo Cerchio beoigna Dea» che in Ciel rilplendi » E cui con puro cor, con falda fede Sulla candida fiamma ognor verfai, E verferò, qual tua Miniftra, il facro Licor, della tua Vergine feconda Il giulto , e gentrofo > almo penfiero: Tu mi addita il fentier , tu drizza il colpo» E reggi il braccio alla dubbiofa imprefa. {a) Come quello licor l' ardente fiamma Rammorbicifce , cesi, o Calta Diva» Il pregar mio t* intenerita il core , |Vlà già la fiamma piit iu'cente, e bella Di- V ' l' i .. \a\ Verja il liquore full' Altare , Att«Ti*k» éf Divien» nè tanto mai diritta afcefe Inverfo il Ciel. O del sfrati Giove Figlia, O Sorella del Sol, o Trivia Dea» O Cinzia , o Luna , o Ecate, o Diana» Che nelle felv'e, e nell' Inferno, e in Ciele Reggi lo ftrale. onnipotente , e fero, La laude a te del rio tiranno eftinto Tutta dovrafli : ecco il beli' arco to miro Già tefo , e ftrifciar gu\ per l'aria a volo Veggo la rapidiffima faetta . Or sì cadérti Mete, che al divino Colpo non reffe mai elmo, nè feudo. Già miro in foglitf Orsfte , e falva Elettra Dalla forza crude! del rio tiranno. Ma nuovamente in fulla defta fiamma Verfi3m 1'almo licor. (a) SCENA V, Elettra, e ietta» O Ciel! la Fera È' al varco; ma qual prò? nell'uopo eitrerrt<( Mancami il mio pugnai: oime!qual prendo Configlio intanto? Ah che l'Altare ifleffò L' arme mi porge : ad accecarla io volo. E 3 %• «) Virfa nuovamente full'tra* fO I/O R E S T B Jfig. O cerne chiara fu del Ciel la lingua In predir del tiranno il fato eflremo ! Ma chi fi accorti al fagrifizio ? Eie. Indarno [a] Fuggi T ira del Ciel, Miniftra infame. jfig. Fermati.. . O Stelle! Io fon... Eie. V unica * e fola Cagion fei del mio pianto . Jfig. Nò, lo fono La tua.... Aita, o Numi. Eie. Oimè , il Tiranno! SCEMA IV. Albte , Ci, ito , e detta . Ale. Ual facrileglo orrendo! Olà, Cuftodi» S* incateni quell' empia. ìfig. O nuovo incontra ! CU. E tanto un* ira feminil mai puotec Al*. O reità ! L' inviolato Altare, GÌ' intatti fagriiizj, i calti voti Turbar con empia infellonita mano ? O Argo afflitta, o noi perduti.' il vecchio Sdegno Diana ornai rinova, e crefee» Da [d] Frende un tizzo, o fta face dalp Ar* t t f«r* te (tntrt a Ifigenia. Avto Tiizri fi Da che turbarti a lei 1' of[rzio,el' Ara, Mie. Fingiti pio qujnto pur vuoi Tiranno * Quali Argo ignori, che gli Dei non curi » E colle umane le divine leggi Infiem difpr-zzi « C/i. E temeraria tanto Dopo il gran fallo il Genitor tu infiliti t 1 \fig. Deh perdona , Signor , 1' ira fovente Del fenno ftioglia; la Rea! Donzella Ancor fente d' Orerìe acerbo il duolo; E fol empia ella fiì , per efler pia. Àie. A tutti i Dei , che in Cielo han fede » io guiro j E a quella violata ofp te Dea La vendetta fatai , che prender defli Sull' empia donna*,.. tM» Ah per pietà fofpen Eh nò, disfoga pur lo sdegno antico, B degli Atridi tutta ornai difp^rdi La si temuta fchiatta t Ale. In quello locò « Sii querV Ara medefma alla fdegnau Diva per la tua man ecftei fi fveni. Ci». Mitiga, o Padre < il gran rigor. La D« Sol nel Taùrico lido ama fanguigno Sagrifizio feral. Al'» Tu gracchi al vento, Clito fu pronto il fagririzio; e poi Che il fol tramonti, a queitO Aitar fi rrìem E 4 Li ji L' O * i s t i ta drftinata Vittima . Del tutto Sia intefo Arbante,eda me venga. Or" lieta Sfido 1' ire del Ciel : tutto è già fpento Il feme degli Atridi. Or venga Elettra, fi iti ferto rea! mi fpogli, e regni. FINE DELL' ATTO TERZO ATTO M»WUWBM«awHMh«g* ATTO IV. 5 C E N il I. Oreste» eii Ifigenia» M !fera Elettra ? ìfig- Mio German» Vorrei j Che più nel Giel fidaflì. Ore. AvVerfo il Cielo Fu Tempre al fan£ué degli Atridi ; e Giove» Quafi io non foflì fangue fuo, defia Spegner del tutto 1' odiata ftirpe ; E la memoria cancellar vorrebbe Della cangiata Deitade un tempo , E di Leda, e di Caftore, e del Cigno i Jfig. Frena, o German, l'immoderato ardire Delle profane tue parole. O quanto E' de' Mortai la mente ingombrai e cieca, Sè nel caliginofo, afpro fentiero L' a'ma luce del Ciel noi guida, e regge! Credimi Orette: mai propizio il Cielo Non fplendette com' oggi al fangue Atrich; Ma refta fol , che i faufti Numi amici L'imempeftivo tuo timor non sdegni. Deh mio Germano , i verginali s e etffli Sen* f4 V O * i s t n Senfi « ch'or odi, in cor fcolplci, e chiudi. Stolto è chi folo al fiio valor fi affida : Stolto chi Col nell'uorfl fua fprme pone; Bei'» è chi nel Ciel confida , e crede . Ore. A^'i arcani d'-l Giel devoti , e china La fronte abb?fo; mi la fuora intanto, Ma l'infelice Elettra in quello giorno, Qual vii giovenca incoronata, e cinta Di fior per la tua defira £ o cafo atroce ! 3 Infanguinar dovrà gli Argivi Altari. Ifig. Fia falva Elettra, Ore. O Dio ! fia falva ? io vidi Prepararli pur or la facra feure, E i bianchi veli, e la dipinta Itola , Con cui dovrà fagrificarfi « lfig> Elettra Non morirà: tu regnerai.' Altte In quello giorno caderà « Ori. Ah fuora , Non farti un Dio del tuo voler: fovente Dici (in, che parla il Cielo, e il Ciel fi tace» Abbiam la kure al collo, e vuoi , ch'Klettra Si falvi » io regni, e il gran Tiranno cada? Ifig» Se a guifa de' moitalj Opra/Te Giove , O Febo» o Palla, o la mia calla Diva, Giove, ne'Febo, ó Pallade , o Diana Maggior laria d'Ifigenia d'Orelle . Che parli, o mio German? Deh frena « fiolti Incauti detti, e a moderarli impara. Ed A t t o Q_ » * » t o r< Ed lfchia,e Mongibello, e Pelio i ed Offa Infegnarti devrian , qual forza in Cielo Abbian gli Dij da fuperar V orgoglio De' pVà fuperbi, orribili Mortali. Ma tu fteflo vedrai, che pofla il Cielo Oggi fra noi. Nel fagrifizio fanto Chiaro più non potea parlar la Dea: La fiamma non potea più dritta « e bella Parer di quella , che inalzoffi al Cielo; E il bel color del pallido metallo» Di cui fufa è la Dea , più bello apparve Da indi in qui parlando al cor la Dea Va dolcemente , che il tiranno in quello Giorno dovrà cauer» che Oreite il foglio Avito calcherà a'Argo» e Micene. Ore. Deh fuora efcufa i fconfigliati accenti 5 Guerriero io fol » non facerdote nacqui* Tu mi placa la Dea. Jfig- Con più felice Sacrifizio la Dea placar devraflì Al vegnente lietiflimo rriatino . Vanne a Pilade intanto. Egli fegreta- Mente fi feopra a' più fedeli Amici Menagora, Leonico , Crifippo, Appollonio, Demetrio, Artemidoro, Ne'quai non languc ancor la vecchia fede. Ore. Ma fe un di lor la vecchia fede aveile ... IfiZ- Ecco » tu riedi a diffidar * 0re ' Nò, fuora, Ma 7 6 V O » * » T * Ma fc # • •» Eh vanne , c taci. Ahi qtr.il ti accende Nuovo foco divin ! ficuro io vado , Vado, e in le, nella Dea, nel Giel mi fido» SCENA Ih Aletì , « IflOINIA . V Enerabil Miniftra, il facro Altare Serba la delta fiamma; e dieci intorno Sacerdoti minor di biffo, e d'oftro Velati il capo, e il tergo , han gli aurei vali, Ove accor della vittima fi polla II facro fangue . Incoronita , e cinta E' già l'Ortia di fior, che un terfo, e bianco Velo ricopre, e porporina fiola Il petto , e il fianco le divide, e fregia* Già la devota, fluttuante tu"ba Si affolla al nuovo fagrifizio, e troppo Alla voglia comun angufto è il loco» Sola tu manchi ad ordinar la pompa Sacra, e compire il fagrifizio fanto. ìfigè Dunque non credi ancor,che ingrato è quefl* Sagrificio alla Dea? Ah. Anzi piiì bella Vittima la tua Dna giammai non ebbe Là A t t • Q u a. * r o fi Là ne* Taurici Altari. jfig, E una Donzella Real perir così fenza difefa Dovrà forfè innocente? Ah. Ella è pi* rea, Che tu non pentì» ìftg. E sì verfar tu vuol Pine a'l' ultima fua languente ftilla Il faiigue d" Agamennone i Ah. V efperto Cultor la vdenofa pianta fuole Dalla radice sbarbicar Ma dunque •. ^ Ale. Ma dunque a terminar la bella imprefà Pronta ti appretta . Ifig. E in ciò se' fermo? Ah. Quanto In mezzo all' onda impenetrabil fcoglio . j[/>g. Ma fai, che fon le cerimonie, e i riti Fri noi diverfi affai ? Ale. E fieno» Ifig. Sai Ch'io ferbar dtbbo i Taurici coftuml, Come grati alla Dea? Io noi contrailo. lfig> Adunque i o Rè, fra Taurici coflumi Quello fi conta : allor che all' ara innante La vittima fi proftra, accanto all'alma Saccrdotefla due fcdel Miniflri Stan 78 L' O » i s t » Stan colla fpada fguainata in atto Anch'elfi di ferir: fe mai dall'ara L'oft'a fuggiffe paurofa , allora I due Miniftri gli opportuni ferri Vibran nel 1'Oftia federata , e rea. Ale. Io darotti i Miniftri ìfig • Oimè ! che dici ? Gli Achei, Miniftri della Dea? non fai» Ghe le fta ancor nell'alta mente impreffo L'odio contro de' Greci ? e tu lor vuoi Far della Dea Miniftri ? Alt- Or perchi adunque Gli altri dieci Miniftri anch' elfi Achei Non riprovar dal minifterio fanto? Ìfig- I Miniftri minor la D--a non cura . Ale. Ma che far de (fi adunque ? ìfig. I buon due Sciti» Che meco dalle Tauriche contrade Cunduffì, all' uopo efTer ne ponno . Ah- Io penfo Che meglio fia le cerimonie Argive In Argo oprar. Mortai delitto è in Arg« Inanzi ai Numi, ne' facrati Tempj Arme recar: infino i Regi Achei Entran nel Tempio del lor ferro ignudi. E fol d'alme pacifiche verbene Oman la fronte , e fuor della bipenne Sacra altro non luce acuto acciajo. E ben, d» che tu il YrtO» » 1'Acheo coftumc Si Atto Q_ h a * t o 79 Si fcibi. Andiamo all' Ara. Ale, E faià accetta Cosi l'Oftia alla Dea? Ifig, Andianne al Temp : o» ( L' ollia piii grata fia, che tu non penfi .) SCENA Iti. $ Oreste 1 ed Esmione* D E H Principe/Ti , un infelice avanzo Del fangue di Agamennone dall' ira Del Gcnitor difendi. E che mai fece La Donzella Real? un fuo Germano » Ed un tuo fpofo vendicar chiede?. Ah forfè V Ombra ancor d' Orefte inult» Di te fi lagna, e la tradita fede , L' affetto antico ti rinfacci» , e freme . Erm O buon Faonte , fe il m o cor potefli Dentro veder, 0 qual confuf» nrfchi* Dentro vedrefti di contrarj affetti t E di difperazion , e di fperanzi, Di pietade.c d'amor, di sdegno, e tema. Che non fei per Elettra, o che non difó Al padre mio ? della Real Donzella Tutta l'alma leal, fincera , e fchietta Gli efpoli : dell' Ardiva infetta Plebe Tumultuante il turbine vicino Sa L' O R e s t i A lui dipinfi ; ma che prò? full'Ara Vuol , clic fcanni E ettra , e nulla cura L'ire d- Grandi, e della P'cbe i moti » Gr che far pofo i' mai? vana pietadc Sola mi rt-fta a $;ran timor congiunta. .Ah ch'io tcm) d;' Mumi : il Ciei non lafcia L'innocenza perir fenza difrfa . Argo fui foglio il G'-nitor con bi^co Ciglio'f-fferfe ognor: Argo non vuole, Che Donzella Rial dA feme Àtrida Bagni col fangue il pio paterno altare» Ove ch'io vada, ove chs gli occhi io giri, Inanzi io fempre la funefta itrngo Del fogno, a I'O.nbra del grand' Avo Egitto, Che il Genitor mi moftra , e dice , il fa Iva Dal vincitor sdegnofì; Creile è fcn'tto, Che regni. O Numi, è troppo debil refo Il cor, nè regge a sì contrarj affetti. Vorrei libera Elettra, il Padre amato Salvar vorria, e il caro Orefte poi Noi vorrei morto, e noi vorrei nemico. E tu mi dici , ch« fi lagna Orefte Ombra negletta ad Acheronte ih riva , E mi rinfaccia la tradita fede ? Ah nò, che l'ombra innamorata, e bella Tutte fa pur di quello cor le vie, E fa , che 1' alma a lui fedel conferve». Ma tu piangi «• mio dir ? •)••». Oimè ! Erm. At t« Ql ua *T° Si Crm. C*»e dici ? ©» di' io pofu Stringere il caro beri > che tanto adoro? Ore. C Or pili non puffo ~) Principefla, al p^de Vedi il fedel, mi fventuraco Orefte. C fl } f.rm MiferaJ Orette tu? Ore. E che ti duole , Ariirrja ingrata , rivedermi ? Ert». Oflelle; Ecco il fogno avverato. Ore. Ai Sciti io torno j Non dubitar .del Genltor; o a quello Mi fvela , e sì lui falva , e Orette uccìdi. firm. lo ingrata ? io (venarti f O pù de Sciti. Orette ingrato, e feonoteente : al ferro , Che per te ftnnfi non credetti, e a! pianto f A che più crederai? febben le antiche Sembianze in pnrte raffiguro, qiufta Fierezza tua non mi ramni'nta Oi-.lte. Pre. Deh ceffi il pianto, amata fpofa, Or-ile Vedi dal vago un tempo Orette anrto Divertasi, che appena il volio fcrbs F Pie- CO Ò' inginocchia. / St V O R 1 3 T E Piccola parte dell' onore antico: Ma fai, che fui del Gel fegno , « berfagli» Tre luftri interi: dalle rie crudeli Erinni oppreflb colla mente infana Vagai molto foffrendo in terra, e in mare Dell' Argolico mio kel Regno Avito Privo, e di te, che più valevi. Ancora Quel dì rammento, eh' io d' Ilio tornando Per briev* ora ti vidi : ecco 1' incifa Gemma,che allor mi delti, e eh' io mai fempre Col fìgillo real di Agamennone Ognor giunta ferbai : le bionde or mira ( a ) Chiome , che un tempo inanellate , e crefpe Tanto loda/li tu. Erm. Amato fpofo * Più non vai dubbitar . Qual Nume amico A me ti refe ? e tu poterti ingrato A me celarti ; e colla finta morte Tante volte ferirmi ? Crtm OfTerva ancora L' alta mortai mia cicatrice antica, Che fott' Ilio lafciommi il grand' Httore. Ei-J». Eh più non temo: il caro fpofo alfine Mi refero gli Dei-... Ma che mai d;<7ì ? Laffa i lo fpofo il del mi rende , e i: Padre Forfè mi toglie .Ah fe delio ti punge Mai di vendetta il cor, Ermione, fappi, E' la i Si Uva r elmo Atto Q_ u a r t o V? V tua Nemici; Il Genitor ta devi Nella fin Figlia rifpettar. Se i Numi Te deftinaro al foglio» il foglio afcendi , Ma fcnza aver del p'o paterno fangue La bdla cleftra infanguinata, e lorda. Ore. Troppo mi ofFefe il Padre tuo. Erm. Ma troppo Ti amò la Figlia, c quella Figlia v*di, Ch' or tue ginocchia abbraccia. Ore. Eh forgi, o Cara , Il Padre renderotti ; ma conviene, Ch' or fi ùlvi la fuora ; al Tempio io deggio Trovarmi. Frm. Oimè, qual tema! Ore Amata Spofa, Non dubbitar, la vecchia fede io ferbo Inviolata ancori Erm - Ma il Padre, oh Dio! Ore. Ma il Padre falverafli. Erra. Ah fe 1' uccidi, Me pur vedrai di quel medesmo acciajo Cader trafitta al fuol : ma tanto poi Te non cred'io crudel. In te mi fido: Va» vinci, e regna, e il Genitor mi (àlva. 5CE- H V O H l S 3 f SCENA IV. Clito , ed Abjahti giaccia agli Dei, ch'io falla, e renda il 0~l$ Vano ogni mio timor ; mi eh' Argo {"offra Veder Klettra quii Giovenca, o Toro Scannarfi al Tempio , e infanguinar gli Altarj Troppo difficil ftmbra, e dura imprefa . JLrb. Ma che mai tentar può 1* Argiva gente in favor della rea? il Tempio intorno Cingon le armate fchiere , e dentro al Tempio. Non lice arme recar. jC/f. Uj» improvifo Tumulto io temo dell» plebe , e quitta Forfè potria delle adunate fchiere Vincer le fprze. Jirb. La vii plebe ofeura E* qvial matura mefTe , cu ; la talee, Quanto è piti fpeffa , allor meglio recide . Cl't. Ànsi la vii, tumultuo r a plebe Speflb è turbo crudel, che bionda me,!*; D fperde , e rompe. JL r b A' tr ' tumulti io v'd!| Altri mari, a'tri venti, altre procelle , E fui qual fcoglio» che d'onda non Cjirf. fu se'ancor giovinetto , e le tue gote Ab* m Atto Quarto Ì{ Àppeni fegn'a il mal ntfceiife pelo,' NO ancor rammenti il memòrabtl giorno, Iti cui fi uccifo il Re dè Regi Achei, In cui fur morti Clirenneftra , Egitto : Quèlli turo i tumulti.• allof la Plebe, Quii onda, eh-Aquile» gonfia , ed incalza Sconca pel Faro', e colle faci in mino Afgo parca, Che incenerir voleflfe ; Aia appena il Padre tuo con ftiettl fchiera Si fece inanzi ,' ecco il terror per tutto Si fparge , e créde ognun veder la morte Alle ipalie: gii van le fafii a terra: Qual tu »ge , e fin del fu'o compagno ha tema,' Qual fi rivolge alfa Contraria fchiera, Ed il tuo Padie acclama ; e così vanno A finir della Plebe i moti, e l'ire. Ì2ti. Tutto fii ver ; m» infra gli Duci Argivi S>i', che fplendon Leonico, e Grifippo*' Mcnagjra , Demetrio , Àrtemìdoro , Che tutti fon delle milizie urbane Già vecchi condottier: pi) d'un ne vidi Scorrer pel Foro , ed atfannofo in vifta , Qml uom, che l'altra a gran difegno ha volta j K fai, fe quelli furo uh tempo amici Della cafa d' Atrèo . Ari' O m io buon Clito , : Troppo f c « timorofo . C'* Io, Ce temo, Teajo » ragionj ma tu eoa tropua ardire F i Re£> J6 L' O R E S T E Reggi del Padre mio l'imprefe» e il core. Ari. Non dir così : l* efperienza , e P arte Non fìegue i biondi, ma i canuti crini. CU. Canuti nel mal far nelP opre indegne , Vecchio arrogante, che alla fua mina Vai ftrafcinando il Genitor ; che una Innocente, real Donzella a morte Dannar facefti, e il buon credulo Padre Con mille trame alle tue voglie meni, E fra mille difcordie il Regno aggiri. Ma il Ciel , che P opre guarda de* mortali , Forfè ha full* arco la fatai faetta» E fcaglieralla un dì full' empio capo.* I tuoi configlj allor vanta o fuperbo» [parte. Arb. GioTin prefentuofo , il foglio io fermo Al Padre tuo... ma la non ferma et ade Scufi il tuo dir; ai pi il maturi giorni Vedrai , fe Arbantc è il turkator de' Regni. fiCE- Atto Quarto %f Cono ili Sacerdotiy e Srmicoroi che precedono la pompa, e recano vafi , t*%zc t tua »'» abito di vittima , a/ /<» /frineo InoEKtA, ei apprtjjo Ai»'i » Ore» »TE, e PlLADI. ) Alve o Figlia alma di Giove» F. del biondo Apollo fuori, Il cui bel raggio colora Alla notte il fosco velo: Salve, o Dea, che in forme nuove Splendi in Dite, in terra, e in Ciclo* SEMICORO Volgi a noi pietofa il cigli» Dalla mobile tua Stella Tu , che fei del bianco gigli» * pi* candida » e più beli» • SCENA V. 4feurey dietro «' quoti vieneEi.it» CORO fé Sf L' O R 1 S T * CORO Salve o Figlia alma di Giove £ del biondo Apollo fuora,' 11 cui bel raggio colora Alla notte il fofeo velo: Salve o Dea, che in forme nuove Splendi in Dite, in Terra, e in Cielo".' SEMICORO La faett'a orrenda, e ria Togli ornai dall' arco d' oró.- Ecco a te devoto Coro Onrc nuova I.figenia. Coro Salve o Fig'ia alma di Giove fc del biondo Apollo fuora » 11 cui bel raggio colora Alla notte i[ fùfeo velo: Salve o Dea, che in forme nuove Splendi in Dite, in Terra , e in Ciclo.- Ifg- Altro*, o Signor, al fagrifìzio fanto, Che uri tuo cenno hoa manca . Ale. Il xeflo ademp; 4 Qrt. AtTo Q_UAfc To 9f Óre. Pilade, il cor mi trema. FU, In Jei confida, Che regge il fagrifizio. Ug- I" full' Aitar» La facra fiamma fi riderti; ed alto Invocate la Dea, che Tauri adora . GOllO Salve o Figlia alma di Giove» E del biondo Apollo fuora, Il cui bel raggio colora Alla notte il fofco velo: Salve o Dea, che in forme nuove Splendi in Dite» in Terra, e in Cielo* ìfig L* urna d* argento di biron latte colma» E di via Lesbia pieno il nappo d' oro Verfate all' ara intorno; e tu la facra CO Mola mi porgi da gettar fui capo Ancor profano,e non facrato ai Numi. (O CO- C<*> Rivolta ai Uinijìri O J Mentrt Ji temjjievt le dette etriwnie il &>r* tanta. L' O I E S T I CORO Salve o Figlia almi di Giove E del biondo Apollo fuora , Il cui bel raggio colora Alla notte il fofco velo: Salve o Dea * che in forme nuove Splendi in Dite» in Terra, e in Cielo. tfig' Or che tutto è compiuto, altro non refta , Che a te bella, e real Donzella io volga 11 mio parlar, anzi che il duro adempia. Religiofo offizio. Or dimmi in prima, Se volentier foggiaci al Fato eftremo, Poiché, fe or vieni involontaria a molte» Altro ferbar fi dee folenne rito ; Ma fe poi volontaria il collo facri Alla feral vendicatrice Diva, Come il modello, e bel fembiante morirà, Vergine ,'ogni delio a me disvela; Che ciò, che brami, di ferbar prometto, £ il giuro per la facra alma Tiara. Ore. Mifera Suora.' Fi/. Io di pietà mi ftruggo. E/*. Veneranda Miniftra, anzi , eh' io fciolga La voce ai detti, umil r pentita, e prona Perdon ti chieggio del commetto errore . Tu mi uccidevi il mio Germano amato Col Atto Q_ua«t* §* Col deftinato a me Pilade Spofo , E vendicar voli'io la doppia «fTefa . Stolta non feppi allor, che l'alma Dea Sola sdegno*!» contra il fangue Atrida, E tu forfè all'Aitar pietofa inanzi Stringevi il ferro involontario all' opra . Or di viver non cerco a te fol chieggio » E alla Dea , che mi afcolta» umil perdono* Deh col mio fangue lol lo sdegno antico Contr* Argo accefo fi confumi , e plachi ; E baiti a Cinzia ornai fui facro Altare Aver vitti cader da fcure opprefli Tre di Giove , e di Tantalo Nepoti» Vittima cadde Ifigenia» Orelte, Vittima cade Elettra: in me fi compia Tutta l'ira del Ciel. Sacra Minilira Libera or vibra il colpo , altra non retta Cerimonia a compir, eh* io pronta il coli» Offro alia fcure . Ma dopo! che i Numi Sieno placati colla fredda fpoglia , II mio cener , ti priego , accanto poni A quel di Orelte , e dell' amato fpofo» Altro non chieggio.* ecco le palme i giungo? Tu compj il fagrifizio. TU. io poffo appena Le lagrime frenar. Ore, Ancor non veggio, Che di noi voglia il Ciel. J fig* La facra fcure A $>1 L' O k E S T E A me fi porga; e tii , Signor, fe vùoi Eller grato alia Dea , le chiome devi Softenèr della vittima, che il cai>o Recifo al fuol non caggia. Ale. 11 filo adempio»' Tu compj il tuo : Ifig. Alta, è p'oflente Diva, Che in Ciel.qual Sol novello, il m'ondo allumi; E in Terra hai cura dt'facrati bofchi, E nell* Inferno il fren dell'ombre reggi, O Trivia , o Cintia, o Ecate , o Diana: Tu, che falvafli da un egiial coltello Vergine innocènte, ed alla fredda Gelata fionda del nemico Enfino Menadi un giorno , tu irte pur icorgefti Non fenza il tuo cclefte alto configlio A quefta terra e tu reggerti il Fino: Tii dall'Erinni torrrienfofé, e fere Liberarti il Germano ; or tu mia Dea Tu l'alta compj fortunata imprefa. Ma già bollir mi fento in petto il NfumeJ Pronta obbedifeo , o Santa Dea .... Ale. . . Quii nuova' Stravaganza ti prefe ? Il colpo ornai Vibra, fe vuoi. Ifig. Non dubitare Alete , Or or fi vibrerà. Orclte prendi: £ a ) Che CO Gii dà U jeure. Atto Quarto fi Glie piti ti ftai ? tu il fagrificio compj Già meditalo in Ciel. Svena il tiranno. Ale. O tradimento l Ore. Oimè [ che fo ? la fede .. .' La Spofa ... Ma che fe ? che fpofa? il Cielo^' Jl Ciel vuol morto il rio tiranno, e fciogli» Qualunque umana fe . }Jfg. Nè ancor V uccidi ? E sì refifti ai Dei ? Ale. Deh chi m'aita . Ore. Eccomi, o ftiora . Tndarno , o Empio fuggi : Apri gli occhi o tinnno, e mira Orefte, E il riconofci In tuo mal puntp - Ale. Aita, Guardie , oim« ! TU. Deh fpedifci il colpo Amico, Or eh' ei dal braccio mio fi fcuote indarno . hi». Guardie Ore. Tu gridi inv»n. Perfido mori. sce z In atto dì ferire» 94 L* O « i s t ■ S C E N A VI. Ekmioni in fretta rattenendo Oiustb» e detti. Erm. P Erfido, tu morrai, che il Padre iofalvo.' Ore. Lafciami , 0 Spofa • Erm. Io fon la tua nemica. Ifig. Eh non curar di Iti. Erm. Deh fai va , o Spofo» Salvami il Padre m'o. Ale. Ah indegna Figlia, Tu mi tradirti. Or*. F-h lafcia , amata fpofa , Ch'io gli trafigga il cor. Erm. Per quello petto Dovrai prima paifar. Pi/. O noi perduti.' Ecco sente , ecco Arbante , ecco i guerrieri. ( a) Ore. Or fé' contenta * ingrata ; ora che falvo Hai r empio Padre , ucciderai lo fpofo : Prenditi il ferro: eccoti il petto ignudo: Mira 1' antica cicatrice : or fei Sicura ben di trucidare Orelte. Che Hai penfofa ? via mi fvena, e uccidi. SCE- (a) Entrino le guardie . Atto Q_ m a * t # 09 SCEMA VII. Akbante » e Cuto con altri /oliati , e Btttli Arb. C« Ircoudate i Felloni. C/i. E' falvo il Padre I Ale. Me falvaro gli Dei. Ifig. Erri, o Tiranno Tu non fei falvo ancora ; e in quello gioma Vedrai ftrapparti la regal corona Dall' empio capo. La pudica Dea, Che vedi full' Aitar, è luzia , è fianca Di vederti fui Trono : in Giel Ila fcrittOp Che regni Orefte , e il rio Tiranno cada. Non vedi, che la Dea t' involfe i lumi In un atra caligine profonda Sì che non ravvifaffi il grande Atriib, Col fuo Piade amico? or ben gli guarda, E tuo mal grado lor meglio conofci. (a,) Forfè dirai, che di tre luftri il corfo , O la flraniera pellegrina velia In lor poteo cangiar pelo, e figura; Ma tu non dici il tutto: il giuito Cielo» Che d* alto l' opre guarda de' Mortali; Spello confonde , ed accecar fa gli empj. E Qaj Leva /' timo ad Otejie , e a {il.idt 0 V O R 1 S T E E perche fappi alfì*i, che Cinzia veglìjp In favor degli Anidi, in me pon fi/To ( Gli occhi, o Tiranno, e impallidirci , e trem? Mirami, io fon , non qual credeiti eftinta In Aulide agli Altari : io fon la figlia D' Agamennone: io fono Ihgenia . Credette Agamerion fvenar la Figlia , h frenava una Cerva .• io pè capegli Prefa dal Nume , fu per 1' aria a volo Là nell' Eufino mar, nel Tempio fanto Della Taurica Dea locata fui. Se noi credete a me , Toante , il Rege De' Sciti, vcl dirà: ora il credete A quello vezzo, clje recai full' are AHor j chea morte andai; fc'cco il bel VfiZZO , Che fu già deUa bella Deidamia, ( Che UlifTe mi recò qual don di Achille. Or vedi tu, fe degli Atridi il ftnguc Sia protetto dal Giel. In darno puoi Stringerci di catene il pie, la deftra , Che tu pur perderai lo fcettro» e il foglio j E invan forza mortai^ opponi ai Numi. Erm. Ahi che il fogno e pur ver ! Ale. R ' de r mi fai Stolta Donna, loquace, e menzognera. Arbante, fieno i rei condotti a morte ; Ma fia la morte la più cruda, e fera, Che inventar sì potrà . Venga or la Dea, V. fe può vi difenda, e v' alzi al Trono. CU. Atto Q^uarto 07 CU. Ah che mai parli, o Padre ? Eh. O quai portenti.' .. Vivo ? fon defta ? 0 fra gli Eliti) campi Scorro nud' ombra pallida, ed efangue? Ah eh' io pur vivo ancor, e i pianti a un tempo Spofo , Suora, e German riveggo a impunto. Pilade, Orette , Ifigenia, qual Nume Da i baffi regni a riveder la luce Qui vi condulTe ? è dunque ver, che il Cielo Non lafcia agli emp; l'innocenza in preda? E dunque ver ?.... Ifig. Sì dolce fuora, il Cielo Ancor del fangue degli Atridi ha cura. P»7. Cara mia fpofa, meglio fpera, e. .. Ale. Indegni, E tanto ofate ancor? ciafeun fia cinto Di catena ,0 foldati. [a] Ore. Ermione amata , Che piangi? il njefto, e pallido fembiante Tranquilla ornai : io ti perdono , e lieto Io chiudo gli occhi nell'eterno fonno. L'on"a raccogli; e ne' tuoi leti giorni Sol qualche volta Orefte tuo rammenta. Eri». Spofo , e a morir ten vai? I* uitrrw ampIcfTo Non mi negar : ti frgu.ro fedele Colla mia morte . G A/e. ('J Ven^no incaniti Qrejie , tiU-ie , Ifigenia, ed Elettra. f $ V O « t I T t ^4/>. Iniqua Figlia , audace ! Si fepari, o folflati. Intanto Arbantc Con fcslta fcort« di guerrieri a morte Mentali tutto i rei. \fg, A morte eh? T orino, al tuo voler fi oppone il Cielo. Ari. I l mi ndf del Ciel: pronti , o guerrieri , Conducete i felloni. Ale. Acerba , e dura Sia lor morte, m' ud:ite . Or or vedraffi , Se il Ciel protegga i fcelerati Atridi. FINE DELL' ATTO Q_U ARTO. ATTO 99 ATTO V. SCENA I. Amaste , ei Alete . \^Ivi In eterno, o Rè, ficuro , e lieto Reggi lo fcettro, e a più bei dì ti f«rba. Gii l'argogliofa pianta in tutto i fvelta Dal tuo furor ; c la riforta ftirpe D* Atrèo più ruinofa a terra cade. Ale. Che dici, amico? Adunque Elettra, Orette, Ifigenia cadranno? Ari, E qual ti muove Cagion da dubbiarne? Ah» Oimè , la fera Ifigenia parea dal Nume tanto Invafa nel predir la mia ruina , Che ancor delie parole il laon m'intruona L'orecchie, • l'alma. Ari. O t'mor vano ! i Numi , Sepurloeoè nel Ciel, che i Numi alberghi, Non hanno appunto altro penfiei, che noi. Ma pure V t«m# . Ari, E efce rmer tu puoi? Temi forfè U Dea, che Tauri ai^ra? G l La Seo L' O k i s t s La C3ftiflìma Cin2Ìa , che tre nomi Vanti orgogliosa, « che feguì dal Cielo Endimion, là fra Je fdve Pane , Neil' Èrebo Pluton d' amor iofpinta? Quefta è la cafta Dea, che tu paventi? Trova altri Di; da Spaventarmi . Alt. Amico, In quefta guifa il timido penfiero Anch'io diverto, miquant'io mi sforzo A cacciarlo dal fen, tant' egli riede A turbarmi del cor la bella pace. Arb. Or vedi qual follia ti ftringe il feno! Elettra, Ifigenia, Pilade , Orefte Forfè or altro non firn, che tronchi bulli. Quattrocento p:ù fidi , almi Guerrieri Fur feorta ai Rei, perchè la Plebe infana Non ti turb^e la fatai vendetta. Alt» Fermati Arbinte... Ah fiam perduti, o Dei} Odi 1' alto rumor, che ognor più crefee Da quefta parte ? Art. Oimè ! turbato in villa Pallido, e anfantc il Figlio tuo fi appreffa . SCI- Atto Q_ * i » t » t*1 SCENA It. GtiTo i e Detti. Deh accorri, o Genitori tutt' Argo acclama Orefte vincitor : ogni tua fchicra Inanzi a lui per riverenza abballa L'armi, c la fronte; e podii fidi a noi Reftan nel perigliofo, e gran contrzlto . Ale. Ah eh' io il previdi. Or che far deffi, Orbante? Arb. Nulla temer, mio Re: l'audace infulto Io reprimer fàprò ; altri Guerrieri In ferbo io tenni, onde donw I* infano Perfido Arrida ; e or or I* iniqua telta Scorgerai, mio Signor , balzarti ai piedi, parti Ale. Anch' io corro a punir... C<0 CU. Nò, Padre, al rio Periglio si gran vita efpor non deflì. Ancor la Regia e' ben difefa, e cinta Da' pili ridi Campion . Ale. Ma chi mai feiorte Potd a' rei le catene ? CU. Erano a morte Condotti Orefte , Elettra , Ifigenia , Pilade , e quattrocento almi Guerrieri G s Cir. («) In at(t) di partire 10* L' O R 1 STB Circondavano i rei ; quando ad un tratto Veggiam da' fianchi ufcir Artemidoro, Menagora , Leonico , Crilippo, Demetrio, e con ior venti eletti Duci» Cui feguian mille valorofi Argivi: Ognun gridava : oV' e* il Rè noftro? e il dirlo t K 1* affrontar le fchiere è un punto folo: Già fcfldcn 1' aria le faette, e 1' afte, E già comincia a farli il fuol fanguigno ; Qiiando 1' eloquentHIìmo Crilìppo Così prende a p?r!ar ; Deh quale , Argivi, Furor vi tien la mente ? Kcco il Rè voitro , Órtifc è il voftro Rè, Orefte Figlio D' Agamer.òn, del Domator di Troja . A cui caler può mai del feme infefto Dell' adultrro Vgifto? Mete muoja : Rendete il foglio al generofo Atrida. A quello dir a* pili de'noftri cade 11 folito furor , e la nemica Schiera d'arme , e di cor , di forze accrefee» Già a fuggir s* incomincia. Artemidoro, Qual fuol Tigre famelica felvaggia In mezzo a folto fuggitivo armento» Infra il pi* fpeAo de' guerrier fi lancia, E feioglie i rei; e già chied' arme Orefte , Arme Pilade grida: al *eder l* alto Duce full' armi ognun fi proftra, e cede. I più fidi de' noftri in chiufa fchiera Vengon a cinger la rcal tua reggia Par A t T o Q_ u t M t 0 KJf Per d fenderti, o Pid e; ma tutt' 4r?o Sta per Orefte , il quii le lunghe, e ftrane Scitiche vtfti Ria depof'-, e tutto Splende di Greche lucid" WThe adorno. Ma, o Ciel ! crefce il rumor. Non odi, o Fadre , Che gridan » viva Orclte ? JUt, A Verfar tutto Il fangUe i' corto nel dubb ! ofo evento ; E »' è in Ciel fcritto, che fi petda il Re.^no * Gkift' è , che morte difperata incontri» * XQIM^^UWjV'& '' e detti * Iflg. C« HE p ; u badi, o Gertrian? d'immenfa turba E' pieno il Furo : i tuoi Guerrieri , i Duci * Le donne, i Vecchi, i farìciullin , ciafeuno Jl fuo novello Re Veder delia; Ed a me appena di venir concedo Fu dall'accolta gente. O quanti a dito Me fciah inoltrando, e rammentando il calò D'Aulide, e l'ara, e il fagrifiz o, e il grande Prodigio della Dea; chi un tratto ancora In me lcorgea delle fembianze antiche: Chi della velte mi baciava il lembo , E di letizia inumidiva il ogiio. ("menta Ma un nulla è incontro a quel, che ognun ra m- Di te, Germano: Orette, Orerie tuona Ogni loco, ogni Tempio, ogni contrada; E quafi cola , che del Ciel fu dono Ciafcun ti eftima. Accorri dunque, e ai voti Del P«polo fedel , fedel rifpondi. UH. SI corri, o mio Stjnor) la Plebe, e i Duci liti- A T T o u t W T o 1»7 Impazienti il tuo Venir confoli, Poich'Argo intera le tue leggi adora: Ogni tumulto è già fedato; c il Figli© Del rio tiranno al real piede miri Frà duri ceppi incatenato, e vinto. Ore. Alma fuorj gentil, Pilade Amico» Anzi d'accoglier la fcfìiva Plebe, Del mio nuovo regnar I* atto primiero Vuò, che bella virtù governi e fregi E in sì bel giorno ognun fereni il ciglio» Sciolga» a Glito la fervil catena, lì in me trovi un I«al fincero Amie», Non il Ré fuo. Il regal ferto , Altte, Che il capo ti cingeva, in quello paiE Della tua Figlia. CU. O veramente nato A regnar generofo invitto Kroe » Ale. Orefte, poiché i vecchi error ricopri D'oblio ferita il piacer della vendetta, K non mortai virtude in petto accogli, Non mai Sovran più volentier del ferto Sì ornò, com'oggi lo depone Alete; F. l'obbedirti a me più vai del Regno. Erm.O lodata fu tu benigna Dea, Che quà drizzarti la felice antenna, E mi rendici con pietofa mano La calma, il Regno, il Genitor,lo fpofo. tire. Pilade, fe non chiufe al giorno i lumi Arbante, anch'egli fi raccolga. r,i. I08 f O * I * T ■ fj7. O mìo Almo Signor , V infuriata Plebe D* Arbante fè si dura, orrenda ftragge Che un membro folo difagevol fora •Forfè a raccorre. Gii caduto egli era Per la tua delira al fuol ferito a morte; Quando con voci orribili , e mortali Tutti i Celefti , e gì' Infernali Numi Malediceva: al dir orrendo, e ftrano La Plebe accorre, e qua! di fpiedo, e d'afta Il fere, e qual colle faette il punge, Qual colla fcure il frde. A tanti colpi 11 fero Arbante impallidire , e trema , E di forze vien men , ma non di sdegno J Finché un gran fafTo in fulle trmpie fcaglia Un guerrier di lontano. Allora un freddo, Sudor gli corfe giiì per 1* offa, il fanguc Per le vene fermoffi, e all' atra Stigc Beftemmiando fuggì V alma sdegnofa. ifig. Ecco la fin degli empj: or giaccia, e goda 11 frutto del fallir* Ma non più , Ore He , Tener gli Argivi impazienti a bada . Ore. Pilade, Clito, Alete , Amica fpofa Andianne al foro, e quinci al Tempio a fcìorre L* augufto voto alla pudica Dea , Che il foglio refe a* generofi Atridi, E contra il fang«e Acheo lo sdegno eftinfe- f I N E IL TRIUMVIRATO DI CESAR, CRASSO. E POMPEO DRAMMA PER MUSICA m OTTAVIANO DIODATI "PATRIZIO LUCCHESE* ARGOMENTO T * A venuta a Luce* di C. Giulio Cefare Imptr rato-e delti Fferciti nelle Gal He , ed il coti' grejfo da lui tenutoji con Crdjpt , e Pompeo il Magno , che vennero a ritrovarlo in quefla Glorie ù Città con ducento altri uomini con- folari > e vatj Proconfoli , e Pretori , e diverge loro Matrone > * con infinita altra tnslti- taline di dijìinti personaggi , non è meno un fafto di quefla Patr : a , che uno de'più riguar- devoli avvenimenti della iftoria vetufta , poi- chi ne Juccejfe da quejìo la rovina delta Ré- man* Repubblica . Plutarco i e molti altri ehe ne fanno autorevole tefi'imomanza ci dicon» ancora » che Giulia figlia di Cefare promeffa a, &erv : lio Scipione fu poi data a Ptmpeoy ed in compenfo diede m Servilio Pomneo la fua figlia , che percik fegH repudiar Faujto figliuolo di Siila ; e ci ragguagliano dell* inimicizia, che prima era fra CraJTot e Pompeo, e quindi della tompt* tenta d* tnoti fra et/toro e Domizio , e dell' arri/io di *uejìt t t di molte altre partitola*'^ tè ti\ confacenti, che hanno fomminì/ìrato F ir» gumento ed ì principali Epifoliyfu cui per* ciò fenza difcojìarji dal vero » non che dal verifimile » Ji ravvolgono gli avvenimenti del Dramma; Ed è venuto in acconcio il porre in vi/I* Lucio Caftronio Peto un de'phì cofpicui fto/irt Concittadini > che vlucffe a auel tempo [iimabiliflìmo per ricchezza* virtude, onore « e fapienzi » facendone iiverjì clajjici Jirittori de* corofa menzitne % PER» PERSONAGGI C. GIULIO Cefare Imperatore dell' Arma- ta di Gallia . POMPEO Magno Arrnnte di G:ulia. CRASSO Uomo Confohre. GIULIA Figlia di Cefare, amante di Servilo , e poi Spofa di Pompeo. SF.RVILIO Scipione amante sfortunato di Gialla» OTTAVIA Amante d; Serto, e F glia di Lucio . Fra il feguito di molti Uomini Conlola- ri, Cavalieri, c Matrone, vi devonoe£ fere pnre gli appreffb dlftinti Perfonaggi, che non parlano, oltre i Littori, li (chiavi , e i Soldati. DOMtZlO Uomo Conciate Ronrmo'. LUCIO Gaftronio Peto Lucchefe Padre di Ottavia . SES rO di Popnlonia. FALLANTE di Limi. La Scena fi rapprefenta in Lucca. H ATTO _________w_u«r__._____ T,,; ATTO ir ^ c e n i r. Cm» piazza con feftevoli addobbi illuminati da Va- Viali fimetricamente difpojìi , con veduta in lontananza della Porta della Città fiancheggiata di Torri , e bipartita con due Archi, per non impedir/! da quell'oche efcono, l'entrata , a quelli, che entrano ; e da lina parte grande Atrio del Tempio della Vittoria, Mentre /' efercito di Ce/are s' introduce in Città , molte Matrone jìanno Jot- to V Atri» ad ojfervarne T ingreffo, emendo la Vi azza ripiena di tionoh , e di gran Ferjonaggi fra! quali avanti . Crasso , e Sekviuo . $er, Lucca trionfa, che fui Serchio accoglie, Non che tutta Tofana , U più bel fior di gioventù Romina: Proconfoli, Pretori, i primi Padri Cefir, Cra(fo, Pompeo; cento Matrone Dei Tcbro onor, le più leggiadre figlie ... H 1 Cra. xttf II Triumvirato tra. E Giulia, che non ha chi la fomiglie In grazia, ed in bt Itade , Di Servilio la Spofa, La nuova di Pompeo fiamma amorofa. Str* Pompeo, che và di fue conqu.fte altero, Volge, CraflTo mei Credi, altro in penfier. Nè egli fui Serchio venne La Spofa a contrattarmi ; E quando il fu, non temo: Me I* aflicura appien la fé* di Giulia , Di Cefar la parola . C'r a ' Le promefTe de'grand! Variano, Servilio, al variar de'venti k E lor Donzelle ad altrui voglia (ono A vincolare il cor tuttora aftrette. L' orgogliofo Pompeo Seppe si bene inorpellar le vane Sue imprefe contro i Parti, Che di bel novo i Padri A lui tuttora ciecamente affetti , Penfan mandarlo in Afia. Ma poi che gli è meftier piegar pursneo Cefar, che l'aura popolar ne move, G'i chiedarà la figlia . Cefar, che accorto ed ambiziofo un altro Luftro il comando delle Gallie anela, Perdere non vorrà sì bel momento , Che può acquinogli del Senato il core ; E gradirà quindi dall' altro lato Ad Atto Primo 117 Accordar la fui figlia Ad un che l'oro di fpregiar fa pompa. Pigo il ficcndo d'una parca dote, A ricolmarli Iafctrà che vada Dei tefor d' Or'ente; Mentre egli a depredar va l'Occidente. Str. Cefar non ebbe unqua penfier sì vile: Non e" d IP cr tenace . Il vide Roma E {ile: Si per p.acerle quinto mai profufe . Le muraglia de' Tempj ricoperte Tutto d'argento, e d'oro. Le Pantere Le Tigri ed altre Fiere A mìgfiàra fcannate , affai gli fanno D'un generofo core eterno vanto. Per la figlia che tanto Egli ama, in mente vergognofa idea Accoglierà , folttnto Tenendo l'avarizia or per fua Dea? Cra. Cefare è ver non curò l'or, qual pure Curar fi dee , che è l'alma degli eroi, Senza di cui vantar gloria non puoffi , Che fol va dietro ai doviziofi il plaufo ; Ma noi curò, perchè troppo anche il cura. Se profufe ricchezze , Va per averne di maggiori. Forfè Potria ingannarfi . E' meglio Far pregio del prefente, Che avventurar/i all'avvenir; ma prendi H i Cefa? li? Il Triumvirato Ctfir la traccia , che p u vuol. Vedremo Se per volere favorir Pompeo , Il mio più gran nemico > Potrà dai Consolato Efcluder m: , fcordarfi De' beneficj , e divenire ingrato. Ser. Tu di Gcfare amico » un dubio tale Movi, fcorgendo il fuo bel cor leale ? Cra. L' uomo non mai può ravvifarfi a fondo; . Ma feguai'aftro fin, feguirò il mio. Col far fol moitra delti miei tefori lo R'"ma abbiglierò. Vedrem, fe ponno A procacciar gli onori Più le ricchezze, che gl* infani amori. Ser. Roma, Signor t'ammirerà. De fatto Per fpirger l'oro è fatto. Cra. Nè manco dramma diffipar ne voglio. B-fta melarlo a Roma . QuantopiO groffo è il mucchio d'or, fe fòpra Mi c'ergo in pià» tanto pii\ grande io fono. Vedrà- , fe lo diserro , Che tutti attragge i coli , Come n'attragge calamita il ferro. Ser. punque fci Mo t che tradir ti voglia H sì temer vuoi fumi... Cra. Mi cai del tuo decor, Servilio amato; llluftre germe de i Scipion, qual fei , Non merti efler spregiato. Ma il mondo al fuo interefle A t t ci P * r u a zig Sai va (Tetro, nè pi il parola o fede Si ferba. Forfè mentre incontro vai A Cefar, la tua G ulia Del novella amator li voti accoglie. E quanto fia Cef.r pi il prefto giunga»> Tanto il deftìn più affretta Lo Icomo a te della perduta Spofa. Ser* Ah fe fia ver... Ma il mio penfirr non ofa Temer tanto oltre. Mei mio Giove io fpero, E al grande incontro girne vo il primiero . {parte) SCENA II. CkaSSO, poi POMFEO « folle Garzon? che mai ? trarre il volea Al mio partito; mi febben calcato , Sangue non ha per vendicar gli affrontf* F*.cco il nemico mio fprezzinte altero, Che in van fi ingegna mafeherate il vero. Pont. Cefire fra non guari abbiam fra noi, Già la fua guardia avvanza; ci vien dappoi* Cra. Non averti Pompeo, giammai tu fteflo Ugual trionfo in Roma, qual s'appretta, Ovunque Cefar pafla, e qual del Sereni» Gli preparò quefta C ttà vetufta. Pom. Solo mi cale , che in comun vantaggia H 4 Ri« C«J Cbe Jopraggiunge » Xia II Txiumvikato Ridondili tutte le mie proprie gefta, Regni per me la pace , La Patria fu tranquilla , Che la mia giuria è quella . Alle altere pallìon reggendo il freno» E' di Pompeo il trionfo il proprio core. Cra. Benché divenga ancor trofeo d' amore ? Pera. Amor non feema alla virtù la gloria. Cru. N'ofcura il pregio ben della vittoria, Che vuol vantar fulle paffioni altere, Chi a confeguir gli onori Ne fà fervir gli amori . Pom. Bene intendo a qu..l fin fono diretti s Cr:iflo, licori mordaci Dl-1 tuo ragionamento. Intendo, e ti rammento, Che del pubblico ben foftegno , c cura E' p ; ù un tenero cor, ch'avara mano. Il popolo Romano Vuol per la Patria, che ciafeun profonda Ed oro, e fangue e vita; Ma del fublime affetto Capace unqua non e chi non è avvezzo A fomentare in feno i dolci fenfi D' umanitade , e per fuo Nume in terra L'oro fi tien ne'fcrigni, c noi diflerra, Se non per far catene Con ombra d'amiftade, In xara foggia è itrana , Atto Primo Jay Da vincolar la libertà Romana . Cra. Tu fei giovine ancora, e non diftingui L'etade, il merto, il giufto fin dell'opre. Io diftinguer fo bepe il cor dal labro» E da me appien fi fcopre, Che le ricchezze difpregiate brami, Pt-r far pompa alla Dea, che ftimi, edami» E forfè un ufo anche peggior di quello. Pojw. Craffo , fappi , t' attefto , Se averti i tuoi tefori , Non diverrian trofeo d' indegni amori » Amor cangia d' afpetto A chi fi fente altera La libertade in petto Tuttor fignoreggiar. Un bel defio gli accende Il brio di due pupille ; Ma all' etra le faville Suol per la Patria alzar. Va incontro a Cefore che viene ulfuomiì militari Injìrvmenti « SCE* Iti I 1> T.R IUMVIRATO scena m Cesarei Pompeo, Ckasso , Servilio. Cu- ^V^Incemmo , amici , e debellati I Belgi, Rotti , e depr;fli i popoJl felvaggi , La Gallia ormi s'inchina A venerar la libertà Latina. Quelli, che tradì meco, Frutto de' miei fudori, E del mio fangue affai ricchi trofei, Son però un nulla al paragon di quei , Che la voftra amiità n' offre giuliva Nell'incontro faftofo, Di cui vi piacque d'onorar l'amico. I grati cor fono il maggior trionfo: Che miro tutta Roma Con gara all'ai cortefe Venne a trovarmi fin fui fuol Lucchefe» O me felice , c fortunato appieno, Se Corrtpenfar tanta bontà fapeffi ! Mi fvellcfte, o Romani, il for dal feno. Poto. La tua virtù, Cefare, il mondo onora; Ma tu l'onor fei degli amici tuoi; Ch'è il miglior vanto aver Cefare amico. Cra. Il Tebro , che gli eroi dìltmgue , e premia » Se die il trionfo, e il titolo di magno Po- Atto Primo 1*3 Poch'anzi in frefca ctade al fuo Pompeo, Qual titol , qual trionfo Non ria, che a Giulio Cefare prepari Per premiare il valor , le fue vittorie ? Tu non pugnarti contro i fervi, c degno Fia ben tuo nome d'immortali iftorie. Ces. Se i gladiatori fottomettefti, o Graffo , Ne piacque a Roma d' accordarti allora Il richiefto trionfo, Non è però, che conofeendo il mirtot lnfiem con lui non folli tu fregiato Poi del fupremo onor del Confolato. E s' altra fiata concorrere entrambo A cotal dignitade» La fua felicitaci!,', Roma otterrebbe , ed otterrefte voi Gloria immortai, fpeme gli amici, e premio» Cra. Mal puote unirli con chi vanta altero Troppo il titol di magno» Nè a rifpettare il nr:rto La nafeita l'età nutre penfiero. Pom. La nalcita ella è un cafo: L'età rispetto; ma li vizj aborro. Cet. Ceffino fra di voi 1' afpre contefe ; £ poiché fiete i miei più veri amici» Fra voi fiatelo ancora , ed incominci La triplice amiftà nel Ciel Lucchefe. Cra. Guardimi il Cielo più" d'aver difeorfo, Non che unione con lui, tuoi che in Senato, H4 I t Triumvirato Dove vtdrem chi vanti pili ragione , Nell'indicar dell'opre altrui le mire. Ces. Nò: vo in amor calig ar li siedili > e 1' ire: C<0 All' arringo pretorio ur or v'attendo, Per vincolarvi d' am ili cò mdi . Della Vittoria al Tempio adeffo io vado, Per render grazie all' immortale Diva Di quelli allor , di cui volle fregiarmi, Felicitando le mie infegne, e l'armi. A lei pur anche volgerò le preci Per noiha union , che fe 1' applaude il Cielo, Di Cefar fora ciò la fomma gloria, La vittoria maggior d'ogni vittoria. D' ogni ben gli fommi Dei Sono il mare, e fono il fonte: E l'Averno l'Acheronte Non ne delta ria tempefta , Se comi'eia ciafeun opra, E fe termina da lor. Per trionfo ai farti miei In mercè delle mie preci, Fian di Roma l'alte veci Sempre in mano degli eroi Di zel colmi , e d' alto onor. "Sarte con Pompeo, e Servllio, SCE- 00 Arringo er i il Palazzo detta pubblica R'Jì m dtnza prejjo al Tempio di Saturno» AttoP*im© Mi SCENA IV. Crasso f»!o* > He con Pompeo m'unifea? Hò da vedermi un altra volta ai fianchi Un giovine (prezzante , Ch'effer potria mio figlio» E pendere non vuol dal mio configlio? Jl mondo che diria / Roma per fcherno Mi inoltrerebbe a dito . Coli'ombra d'amifhde Or penfano ingannarmi, ah non fia vero.' Fuggiam T incontro e a propalar Ior trame Acceleriamo a Roma, Che p?r orrore inalzerà la chioma . Se fynmofj , fe orgogliofa Gonfia l'onda filila fponda , Corre intorno, e grida aita L'anelante agricoltor. E fe crefee lo fpavento. Al foggiorno ei fa ritorno, Per falvar almen l'armento Dal torrente inondator. ec£- 120 Il Triumvirato SCENA V. Gran fahne del Palazzo Prettrìo. Giulia, e Oli avi a, e molte Marrane e J)a* migeHe » Otta. JL Erchè si meftì, o Giulia, Se a momenti abbracciar potrai l'amato Tuo genitor carco di mille allori, Che i tuoi viene a premiar fervidi amori? C'nc. Oh Dio! mia cara Ottavia, I mi fento nel cor certo tremore , E non comprendo la cagion qual fta ; Quello momento, che affrettar miei voti Non fi faziavan mai, Differito il vorria Nel tempo fteflb, che ragione il brama. Forfè fovrafta , amica , Un novello Infortunio all'alma mia. Otta.Kon funefiarti colle trifte idee. Tal di gioja apparato In mefti lai non può cangiare il fato . Virtù premiando, e 1' illibato affetto Di due teneri cor, qual di Servilio Qual di Giulia ... Giù. Servilio, il mio diletto Servilio è degno d' ogni ben j Ma Giulia Trop. Atto P k i m o 117 Troppo, ahi troppo, è infelice... Otta. Infelice fon io, che di due vite Farne una fol con Serto , Come uno è il cor, mi vieta il cielo avverfo, M vecchio mi vedrò Pallante in braccio, Che per la troppa avidità dell'oro Ah ! mi fconvolfe il Genitor fuo amico, Che vuol pr varmi oh Dei / del mio teforo* Giù. Ah viene il Vadre mio! Servilio è feco; ma che veggo , oh Cielo! L'importuno Pompeo pur ftagli al fianco. SCENA VI. Cesare, Pompeo, Servilio, e dette con fegulto di Paggi , che portano molti Bac ili. Comizio, Faunnio, Pailante, Lucio» Uomini conjolari . Zes. P Taciuto è a' Ciel di rie vicende fianco, O mii diletta figlia , Di ridonarti il Padre Colmo di Palme, e onori, Che ovunque a gara le C : tti frggette Oft'ron cortefì, e più di tutte quefta C O V abbraccia . tìt II Triumvirato Rigtìardevol di Roma alma Colonia. Or giufto è ben , che il grato cor dimoftri A tanti amici , e che Jor faccia pane De' doni» che la forte a me cumparte. A te recato ho di zaffiri, e perle Con or contefle il più ricco monile, Che mai s'aveffe Orientai Reina ; iYta il più gradito , e il pai gran dono è il degna Spofo, che ti prefento, E nel gentil garzone ora ti affègno. GO Ciu. Non d'ora il grato core Del Genitor amato Ebbi a conofcer; dal paterno affetto Altro fprtar» che d'un verace amore Io non potea l'effetto; E fallo Ottavia, fe pria d'or l'ho detto. Ces. E di chi è figlia così vaga Diva? Ciu. Di Lucio uno di quefii Concittadini eccelli, Gii conto al Mondo per la fua fapienza, Che in mia compagna, e amica io qui mi fcclit» 0/M.L'onor, che mi comparte la tua figlia, Ad acqulftat mi vaglia La tua grazia, Signor . Cfx. Le gravi ciglia Pon follevarfi a così beli' oggetto . Felice terra , che cotai bellezze Pro- CO Accenna èervil'to. Atto Primo \if Produci al mondo ! ad erta pur difpenfa (>} Non che di Roma alle Matrone illuftri , Che venner teco , i feminili arredi, Che qui recai per dare omaggio al merto. Quelli altri cura di Servilio fia, Mafchili adornamenti, Compartirli frattanto alli dugento Uomini Confolari, E perfonaggi illuftri, Che vennero a moftrarmì il lor bel core. A te, che fei dell'alma mia la parte Pili tenera ferbato ho dono a par.te . CO Str. Di tua munificenza il più gran dono E' la tua Figlia, di cui indegno io fono. Ges. Del mio cordiale affetto (_c) Non ritardate il dcfiato effetto, Che accelerare io penferò la meta Dell' amor veltro. Ser. Ad adempire io volo I tuoi cenni, Signor. Giù. Ed io pur anco ; Benché fuperba ognor di ftarti al fianco. I Ad' C<0 A Giulia accennando Ottavia . C*j A Servilio. (O A Servilio t e Giulia. tjo Ih Triumvirato Ad ubbidirti, o Padre, Pronto rivolgo il pie ; Ma non fi fcofh il core, Che per virtù d' amore Ognora fiì con te. Nel campo , e fra le squadre Eri lontan da me ; Ma col mio core allato T'era, non mai cangiato Per altro amore e fè. Parte coìle Matrone , e con alcuni de $ paggi* che fojìengtno i Bacili. SCENA VII. CfSARE, PoMf^o , e Si r vi irò, che iteli* indie* tro della Scena comparte l Doni , ed Ottavia che w/ tempo d'IT aria difcorreva disdegno/a con Fallante , e tenera- mente con Sejlo. Di me ti fida, e frena V alma altera. Ces. Vanne tu pure, Ottavia, Ad aggradire quel primiero omaggio, Ch' or io non che all' amor, eh' hai per mia figlia t Fo con piacer d tua beltade al raggio . Dimmi, il tuo core è ftretto Da Atto P * i m o Iji Da legame imorofo ? L' univerfale affetto Tu dei godere , e faran tuoi trofei Fra ducento amatori i primi Dei. O.lta. In qualunque Regione amore trtende Difpotico il dominio, E Covrano dei cori egli fi rende . I.a rofa odorofa Pili frefca graziofa , Che fpunta dal gelo Non tien. tutto il pregio» Se florido» e vago Unito allo (telo Non ha il fuo compagno , Che fregio le fà. D' amore 1' immago, Se pinta è ne' fiori ; L' è pure ne' cori, £ vanto le dì. [parte] SCENA Vili. Cesare , PoMrEO , Serviiio indiare. Ce/. Oftei m* incanta .' e la di lei franchezza M' innamora non men , che Cui bellezza. Ma tu, Pompeo, perchè ti taci , epenfi f Pom. Taccio i e penfo a ragion . I i Cti. jr ji Ir. TbIUM VIRATO Cts. Tu non avelli Del mio verace amor per anche il legno? Tom. L* ebbi, benché de tuoi prefenti indegno. In me, Cefar , tu vedi Nafctre un tuo nemico, Se ad appagar non fei mie voglie intento. Ces. Non da qut-fto momento Conolcermi tu dei. Parla: che vuoi? Di me difpor tu puoi. Ser. Dicon , Signor , che Graffo 00 A dipartir s' apprelti , Non il trovando.... Ces» Come ! Crafio parte j Nè vuol della mia gioja edere a parte? Goder non vuole della lieta fella , Che con eltrema pompa or fi prepara ? Vopo è che nutra torbidi penfieri : Forfè è di noi feontento Servilio a lui ti porta Dilli, che qui 1' attendo; O' che verrò in perfona lo fteiTo, per pregarlo a far dimora. Ufa , s* egli perfilla , Di gentil forza ancora . S*r> Immantinente or vado SCEt (<0 Avanti . A T T 0 P * 1 W - IJ5 SCENA IX. Cesare , Pompeo Cet. v^/ R, Pompeo, fiati a grado Di paleljrmi la tua intenfa bramai Che tutto attender puoi Da chi ti ftima, ed ama . Vom. Mentre per darci d' amiftade un legno, Non men, chea concertar le glandi imprefe t Venni fui Serchiù ad afpettarti, io vidi Piiì volte la tua figlia, e per pili fiate Ebbi agio di parlarle, e d' ammirare Sua gran virtude alla bellezza eguale. Nel mio fervido feti quindi s' accefe Un tardo sì, non però vari defio, Di podedcrla ; quando che ti piaccia, Mentre fei in tempo ancora, D' accordarmela in fpofa . Cet. E come vuoi, che si gran torto io faccia A Servilio , a cui data ho mia promefla Già da gran tempo; e quando nel fuo petto Io fteiTb n* ho la nuzial fiamma accefa ? Tiranno del fuo cor vuoi ch'io divenga? E mancator di mia parola? e allora, Che per util comun cerchiamo arriici , Che mi faccia tu vuoi nuovi nemici ? 1 3 Vom, t? 4 TribmvibaT» Tom. Servil'o , egli è un Eroe , Che vede per la gloria egli efler nato» Laonde penio , che alla Tua fortuna Sacrificar vorrà la fna paflìonei Grande ella fora inver la forte fua , Che genero d'un Cefare lo rende; Ma fe poi giugne a dsgurtar Pompeo» Soffri , che parli apertamente , in dubbio Pongo quel ben i eh'ei fi promette; io pendo Dal torto il veggo , e fono Un furente amator ; ma non è tempo D' addurmi p'ù ragioni .• affai fei forza Da me fteffb al mio cor. Egli era duopo Non la veder, per non I' amir tua figlia. Cei. Dunque il tuo cieco amore mi configlia » Sii quell* ilteffb aitar , che al nuovo giorn» Splender dovea delle promefle faci» Che arder faccia le tue? E non ti curi, che il ludibrio io fia Del mondo fpettator? che la tua gloria Pure s'ofeuri?, e inimiftà novella Inforga a perturbar le valle idee* Che fui Romano Impero diffonderemo , E qui tu meco a ponderar venirti i Tu vuoi , che quelli giorni, Da cui pende il deftin di noftra forte, Dei più lieti , che fian, fieno i più trifti? Vtm. Senti, Cefare , in mente Io volgo un gran momento « La AttoPs*mo t3j La figlia m : a , che già fi trova ftretta In laccio maritai di Siila al figlio, Anela al fuó divorzio , id i congiunti tutti puon fodopra. Io che perciò mi veggo Crefcere più i nemici Di quel che fien gli amici Di Faufto di lei >pofo, Acconfentir gii d' ora alle Tue brame Ho rifolutò.e per compT.fo-quindi Darla a Servilio. A t<; , Befix né fpette Tv L. * XV * L li ' * Concertar la grand' opra. Ora ti lafcio Se non m' appaghi , al mio pronto ritcrno Un forfennato amante AfpettJti vedere a te d.ivante . Non' intende amor ragione , E non arde mài per gioco» Ed il Fervido iuo foco Spegne foltanto amor . Non v' è torrente o mare » Che il pofla mai frettare, È qualfifia liparo Più accrcfce il fuo furor. .<■ -.'5*' t'" 1 ^'!"' ' I0il?0S»O im*>vo?, i SGE> 36 II Triumvirato V7H gran fatalità del cafo avverto! Quando io credeva , che la mia venuta Accelerar per me il deftin dovette Dell' impero del mondo» In ab.fio profondo 10 mi ritrovo. Invano m* ho ideato » Con Craffb, e con Pompeo Aver Triumvirato. Ambo miei amici ; un parte Senza fapeme la cagione ; e I' altro D' un foco inopportuno arde molefto. 11 cafo p u funefto Accader non poteami ; onde il contento Mio fi cangiato in un crude! tormento Numi fupcrni» Chcognor reggete Delli governi SCENA X. Cesare foJo V alto dettino j Deh foftentie Noliia armità. • M<$ ■^—mmmmmm a mm K mm t m tB =^Mummm A T T O 1L~ ( iflaqrno} cm "J S C fi N A I. Appartamenti di Cefare Cesane, e poi Giulia» Fm.ì $ che divenga meno, K Ice mi del fuo amore a noi il bel vanto Giù. ¥d acconfente, oh Cd» Servilio a tanto ! Ces. Hi non fa nulla ancora: A te fi afpetta Indurlo al mio volere, e farlo pago. Giù. Ah, quelìo è troppo? o Padre. OO Io lento ben, eh' ho nelle vene il fangue Dè Numi, e fenza ciò, già d' or fvenuta Saria tua figlia alll tuoi pié, caduta; (.<*) Afzamiuji 14* Il Triumvirato Ma gli alti Numi ancora Senton del cieco arcier li ftrali in feno', E refifter non ponno Al duplicato aiTilto Della prefenza dell'-amato oggetto; Se vuoi veder squartarmi il cor nel petto» T'appagherò; ma, fe ferbarmi in vita Tu vuoi , deh, caro Padre , A tal cimento non mi efpor, che fento Io già l'orror di sì crudel tormento. Ces. Dal duol, che pinto fui mio volto fcorgi» Argumentar , figlia, tu puoi la pena Ch' ho di recarti affanno , Con divenir del tuo bel cor tiranno . Ma tu pur tu devi coronar I'imprefa ; Ch'efporre a i fuoi trafporti io mai non deggiq La dignitade m ; a: Che fe illefa refta/Te, Serbandomi rifpetto; Non vo, che fia coftretto A reprimer fofpiri , Che ponno foffbcati elTer fatali ; E poi, Figlia , quel core Meglio a placar di me tu fai le vie, E meno afpro del mio è un tuo cimando. Fa che lia pago d' ottenermi il cambio Per il bene comun , per U f ua g l or i a , Digli, che d' un Eroe , Qual' è pel fuo valore » Fil. AtTo Sbcondo 143 Firma le nozze il fato» e non amore. Giù. Che terrjb le incontro! ecco il mio bene, Ces. Ricordati qual fangue hai nelle vene . SCENA II. Servi Lio , e detti . Str. V^i RaTo, o Signore, gii volgeva il terga A quefte mura, allor che lo raggiunfi. Fu inutile il pregar per lun^a fiata,- Ma alfin s' arrefe alle tue caldi preci» E qui l'avrai frà poco. C«. Se alle mie preci s'arrendefle ancora Servilio , che cotanto apprezzo, ed amo» Immortai renderia Suo nome , ftabilendo A lua fortuna la più falda bafe. Certo tu fia per altro, Che ad ogni colto ferberotti fede. Ma fappi , che da te defio gran cofe, E da un Eroe, qual fei, pure l'attendo". Dalla mia figlia (a), ah gran cimento è quefto! Da lei, che pure un grande Eroe ti crede, L' intenderai, Servilio, 0] Il cor mi ficde. Voi- [a] Da fe. O) Da Je, 144 ' L Triumvirato Volgimi i dolci rai , ] E vacillare in petto ] . II naturale affetto ] -// * F '* h * G;amnui non ti potrà.] Oh Ciel ! chi vide mai ] Più barbaro dolore ! ] ' da Se per lei averti amore, ] m § erV Abbi per lei pietà. ] * SCENA III. Giulia i Sbrviuo, ^^Ual fovrafta del fato alto dettino? Giulia, che dei tu dirmi?, e qual mi moftr? Softenuto Contegno/ Or che mi refe il Ciel, d'efferti degno! G««. Del Cielo impenetrabili i Decreti Sono a i mortali, e allor , che in porto un penfa EfTer, fi trova a naufragar fra l* onde . Il bel candor di due. pure alme Tempre II premio non ritrae, ch'egli fi merta. Stancai le notti invano In affrettar co' miei fofpiri il punto, Che ci rendette alfine ambo felici , E allor, che mi fembrava , egli effer giuntot In un iftante, O Pio ! ÌO veggio andar le mie fpsranze a terra • Set* * *" 0 *45 Atto Sebo Str. E che fia mai? tu piangi? Giù. La tua Giulia, Serviiio , Oh Dio i non è pili tua , Her. Chi me la toglie, Le fue promette i! Gcnitor non feioglie ? Giù. Sciorle le deve il tuo voler, che il mio Padre ippagar tu dei . Sei-. Ch'io perda il caro bene, e di'io fu quello, Ch« mi rechi nel petto il fatai colpo ! Gin. No, che ciò fora pel tmggior tuo bene, Per la gloria maggiore a cui un Eroe Deve afpirar nel mondo . Quefte infelici mie vaghe fembianze, Fin ora a te sì care Ben fapra un altra inai oftufear co' rai Di fua bellezza , a te feemando a un tratt» Di perderle la peni. E !a Donzella, Che s" offre al merto tuo, Quefto può far, potendo Anche acquiftar de'primi Dei l'amore. Congiugne^, Serviiio, Alla vezzofa ed adorab : l figli» Di Pompeo, che per te Faufto abbandona, Ed il fuo cor ti dona. £er. Mei predicea taluni ma il grave torto Far non ti volli di djr fede altrui; Il più tenero core dubitando Di offendere , ma nb che m'ingannai. Tu mi tradirti, e queir amor tradirti» K « II TjSIUMVIKATO Il più dolce il più vivo ; per Pompeo Ardi fpietata. E fon di lui cotelle Trame inique: tei godi . Eterno oblio Vado a cercar da un ferro all' amor mio,. GtU> Crudel, tu mi vuoi morta, E quello vivo affanno, che mi oppriin -, Or non ti dice, che ti amai, e che t'amo» Ad onta del deftiii, che vuol legarmi A quel Pompeo, che non curai, ne curo! Sibben ; giacche lo vuoi nel di futuro Guidami al facro Altare, io farò tua . Cefar non manca a fue promette, E la figlia feconda il Genitore. Ma non rimproverarmi un di quel p'anto, Che a larghi rivi mi cadrà da lumi , Veggendo , che il tuo amor per me di troppo Cieco diè il crollo alla fortuna eccelf.i, Che 'a te non men , che al Genitor mio oii'crfe . D* un Pompeo difguftato appien tu puoi Scorger qual foran le impiacabil furie. Non vai ragion contro un fmaniofo amante» Un amante qual lui grande , e potente. SiU Siamo infelici, o Giulia. [«] Appag 2 il genitor; non deggip oppormi A quel deftin , che un tanto Eroe ben chiama Ai primi gradi del Romano impero. Giù. Ma appagarlo tu dei, caro, il primiero, Con —-1-—-!-1-' Qa) piangendo Atto Secom do J-^l Con lieto accorre al ttio bel f- n co/eì.Vì P Ber. Ah quefto non ria mai: Conofcermi tu dei . Giù. Dunque egli vano, eh' io mi fi t d' altrui. Ancor che folli tu di ciò contento, Non lo faria tua gente, E penfindofi aver lolf-rto oltraggio, A vendicarli penferia pur anche; E il foco, che da un Iato Spegner cerchiam, s* accenderla dall' altro. Str. E puoi Giulia'volere, di' io m' offra ad altra in braccio ? Giù, Sì t che Io br;:mo , e fc mi refta ancora Ombra d* impero fui tuo cor, S«i' : :io, Io tei comando ; a Giulia che t' adora Poco non è, fe le rimanga almeno Un manto da coprire alcun de lampi, Che dalla fiamma antica , Se non 1' amante, sftìfglifcra I* ?mi Str. Uccidermi tu puoi; ;mi "'quèfto è troppo. Giù. Ad un Eroe ' non mai irìjppo s ; rh> !■•. Str. Ed un Eroe giammai manca a fua tede . Addio, Giulia . Giù. Servilio.' e si mi lafci Di tua ubbidienza inerir ? E quefto è quell* amor » che mille volt: Scefe a giurarmi* non richiesto, . 1 miei: : cewni adempire ! »d logni c,; • Ser, Tu vacillar vuoi fai h ai.a c . x k a 148 Il Triumvirato Giù. Che coftanza ? qualor del proprio bene Del tuo, de) mitro, e dirò più fi tratta Del ben di Roma intera, Non v' e ragion , non v* è legame , e quando Pure vi sia, lo fcioglie il mio comando • S«r. Ah Giulia ! Giù. Fbben ? Ser. Uopo è vi penli . Giù. E' vano. Offende tua dimora Cefar , Giulia, Pompeo. Dimmi quel sì bramato, Pria di fcoftarti un paflb or dal mio Iato. Ser* T' ubbidirò fpietata: Noi so perchè; perchè troppo t' ho amata . Almen, bell'idol mio, Nell'ore più tranquille Ricordati di me. Penfa, che tue faville Spegnere non pofs'io, Benché lontan da te. SCENA IV, Gì un a film * C) NnlporTenti Dei! liete ancor paghi.» I tuoi fulmisi, o Giove, Ch'a Atto Secondo 141 Ch'a intimorire i cori , Tu fai ftrifo'ar per l'aria » Un nulla fono al paragon di quelli» Che non sò quale deità crudele Vibrò nel feno mio, Per tutto incenerirmi il piccid core. Oh trial premiato amore ! Oh perdute fperanze! io dunque a un altro... Oh che ribrezzo! e il mio diletto anche elfo.*. Ed io l'impofi , oh ftelle ! L' umanità li IcoteJ E sì proteggi i tuoi, fuperno Giove! A dare sfogo al pianto andiamo altrove* V aura che fpirami Intorno al volto, Pare che dicami In fua favella, Crude!, fei quella, Che amar non sà. Con lia facella Sulla mia guancia Pare » che accolta Abbia un incendio» Che ugual non hà. 4CA 15» Il Triumvirato SCENA V. Salotto corrifpindente ad un Magnifico Vtrtic» ili doppi colonnati , a cui Ji/ale per varj gru* ii , e da cui jcuopre/i un graziofo Gìar* dino illuminato per effer tempo di notte , „ n doveriJo pero veder/ine il V$rtico y ne il giardino > fino a che non Ji alzino le Tendf appo/te agli Archi anteriori a foggia di Vadiglitne « Ces ut chi' efce da un* parte di/correndo con Lucio | e VoMVto dall' altra , discorrendo con Domizio. Vom T") Omizio, e van eh* ora faper fi chieda Quel che il publico ben da me richieda. C<0 Se alpiro a) confolato.' [daje] K ft-ca unirmi ? ah faria trillo il fato! Ces. Merta d' offrir la mano , Fjunnio , la Figlia tua A un Rege ad' un Romano. ("O Pam. Kbben , Cùt, qual rendi alla mia inchiefta Rifpofta ; ogni dimora E* aj fate Domizio • ^kj Varie t'aurnuo . Atto Secondo t$t E' all' onor mio, non che all' amor funefta. Cei. Non {".ria poco fe la cura avelli Prefo in vedere, fe penfirvi io deggio . Tal che da i Dei , qtial io mi fon , 1' origo Vanta, non crede all' altrui onore olFefa Recar , negando ancor , non che in penfarc A differir rifpofta ; Ed abbia grazia Ali' ami/la Pompeo , che con lui ferbo , Se dell' alto contegno io non mi rido, Che meco pure or tiene, E tuttor ftammi al core ogni fuo bene. fot». Cefire, mal t* apponi ; 10 fon 1' oiigin tua, quanto ella è augufh; All' onor mio dicea , che egli era oltraggio 11 penfare a pofpor Pompeo a Servilo; Che febben vanta Avi famofi, illuftri, Vantar non può le gefta mia, che quali Sie no , Cefare il sà .... Cei. Celar par anca» Si d* aver la parola In prima data altrui : Sà, che mancarla a niuno mai si dee* Ne feioglierà le ftabilite nozze, Se Servilio noi vuol. Pende da lui La rifpofta, che brami. Pcm« Io fon fchemito Un impofiìbil vuoi ; ma giachè fcefi , Cefare, a tal dimanda, e che Servilio Pure faprallo; ci fappia ancor, che vuole K 4 Porri' i$2 II Triumvirati Pompeo quello, che brama , e può volerlo. Ces. (Jho Ccf3r lo difende , Ei ben faprà pur anche ; E lo difende, avendo 1* armi in mano* Poro. Coterie fon del Popolo Romano, Nvì in private contefe Si den mifchiar ; ma fe mifchìar fi vonn» . Io pur tengo legioni, Da far valer le forti mie ragioni. SCENA VI. Ottavia , e dttli . Otta. O Ignor, piangente la tua figlia , e oppreffs Da un cordoglio letal a tè m* invia , Per dirti, che tu fei di già ubbidito; Che da Servilo pur si accetta il cambio; Che contento farà quindi Pompeo. P«ro. Del mio fervido amor ciechi trafporti A quali eftrcmità voi mi guidane ! Scufali, amico, io te ne prego • Ces. Senti » Senti» ingrato Pompeo, Quel che ne colta il compiacerti? c quali Per te si fanno facrifki? Poro. C*J A Ce/ure che (' ojjetvu immobili A "» * o S * e o m b © 153 Vom. 11 ve refa , A te Ja cede , fé la brami , è vuoi , fi V Affrica, e la Spagna a fcè riferba. Cra. A quefto patto io fon, Cjf.ir, fuo amico, fi meco pure al Confolaio il chiamo. Se ha cotanta virtù, lo filmo , ed amo. Pom.Di Cefare al volere io non m' oppongo. (<0 Ces. Ne Graffo quindi s' opporì , lo fpero, Alla ma gloria, fc ancor io ricerco Sol per un altro luftro Della Gallia P impero. Cra. Per un fecolo ancor tei cedo itero; Se __ Qa) Qj l > Jì la/eia veder Domizio , e Vallante indietro , che a tre [chiavi moftrano A* imporre di uccidere Cefare , Crajfo, c ì?otnpeo, ti» I L TRIUMVIRATO Se il Ciel ti aggiorna così lunga vita. Cei. Refti dunque fra noi qui fbabilita (aj 6' alzo La più perfetta unione;. D» tal Triumvirato, Che è il primo infra i Romani, Pende del Mondo il fato . Dall' uno, e all' altro fianco Del Sol fra noi reftan divifi i regni. Or or la nollra g'oja, Benché guardinghi nel celarne il fine, {&} Potrem sfogar nel grandiofo defeo., Ch* a noi prepara la Cittade attenta; 4?.fla fulle ajjtre n* aoderà fuperba, Sapendo elTerfi un giorno Cotanta unione fecondata in grembo. Jkla dove or e' mia figlia ? ancor non viene ? SClì- ta] Mentre li fdilavi alzati» lo fiile per venire Avanti , Ce/ire /' alzi da Jcdere , ei eji Jl Fermano indietro • (J) Bomizlot e IPallantf Umano * fiimo'ar II Schiavi Atto Secondo \6t SCENA IX. Giulia» Ottavia» e detti* Jlltanioji le cortine del Portico » Pallantb » Domizio eol'i fihiavi fuggono difperati. Gm- tiA, ed Ottavia fceniono d.tl Portico » Jave fi vede imbandito y e illuminato un magnifico Defco fatto i Portici con infiniti numero di Matrone » e di Petfonaggi . Cts. E Ccola ; affretta li tuoi piffi, o Giulia , Kd al fervido fen del nuov» ipofo Vieni ad offrir tuoi voti. Giù. Amore invan ti fcoti. (a) Ceder tu dei al dovere . (t) Ecco 1' elcmplo In me di quella cieca alti ubbidienza, Che è ai genjtor dovuta. Onta non credo a te recar, Pompeo » Nel vantar sii tua faccia Delli cenni paterni L* adempimento fol; fc mille fiate M' udirti altrui giurar fede , ed amore. Non iftimar però, che il mio dovere» .Neil' offrirti la mano » AH' amiftade tua Non fia a piegar collante anche il mio core. L Ma [a] Da/e. CO Artriti forti jtfì II Tkiumvirato Ma altro non mi cercar; i,è un infedele»» Poni. Chiede arrjilìade Imene , e non amore . Figlio d'amore Si ■venie è f* odio , Ed afpro il vincolo, Che non può frangerli Crudel ne fi . Dolce ognor fcrnbrane , Se fia che Ihingalo Virtude , onore » Vera am.ftà. Cr«. Cjirf, e Pompeo • Dunque fi ftringe infra di voi legame ( a'Ce* D' amiftade non fol , mi ancor di fangue? Chiaro parliamo: è quelto Per foverchbrmi, e quindi uniti allora, Che meno il penfj , contro me far fronte? Tutte le vele al vento Delie nel gran (pavento D' eiTervi ai fianchi altero Terribile corfar? Benché sdruccito ho il legno» Col}* arte, e coli'ingegno RaggiugMerowi , io t'pero , Se folcherete il Mar . far». MaJ discerni di ciò qua! liane il fonte. Se I* amiità di Cefar, della figlia Strinfe ad Imene il nodo , fu in me l'amor, che ne gli porle il modo» Quan- Atto Secondo 163 Quello amor fui che repudiando Faufto, M' induce a dar mia figlia AI gran Servilio per compenfo in fpofj . Dono maggior non potea farmi un Nume Pi quel, che in Giulia egli mi fece... SCENA X. Servilio e detti. font, Vieni, Vieni, Servilio, i,d tuo don rifento La gratitudine tutta. A te si deggio La mia vita, il mio bene , e la mia gloria, Cet. Del grato cor ricevi, amico, il pegno. C<0 Ser* Piegai la fronte al fato; Ma ognor P tpre onorate Vo, che mi rendan dd tuo amor ben degno. Io qui venni per dirti, Cke me cercava efacerbar Domizio , Per trarmi al fuo partirò; Foschi penfieri egli »gitava in mente; Cefar , Grado, Pompeo, lo penferia a guardarmi, font, Ei qui poch' anzi ofafo ha ricercarmi Per fuo compagno al Conlolare impero ; Ne pago fù delle raspolla incerta. Cr«. A me pur anche fè cotal dimanda, L i E ^ a J Abbracciando Servilio. tòt II Triumvirato E r''. bbe h riputa in dubbi accenti. Ces. Che vuoi ch'ei faccia qui nel mezzo all'armi? Craflo la diflìder.za 5; nbr ; dal fuo penfiero , e pofcia uniti Noi. svrun che temer. Con falda nave C ingolfertm neli* onde J (i fidando nelle amiche ftelle ? Chi efpuonfi al mar temer ncn dee procelle.' Cra. Da inviolabil però gran giuramento Vò che acquiftin lor fur/.a , E i noftri patti abbian fondata fpeme. Cts. Al nuovo giorno nel portarci infiemc Al bel Antiteatro i Ad ammirare dei Leon la caccia, Per compiacerti, o Grado , Al pruno Tempio volgeremo il paft>» SESTETTO Ce far e a Crajfo gara! contento appieno l Ma tal foffe vorrei Della mia figlia il cor. Giulia Contenta i fono, Oh Dei! Se pur contenti fono Lo fpofo, il Genitor. torà. Atto S e c o w d « 16$ Pompe» a Giulia. Del più fuperbo djno , Che far fol pon gli eroi» Sarò contento o^nor. Serv'tUo a Pompei* Contento e (Ter tu puoi.* Cedei il ptì gran te foro Per fift.) , e per onjr . C- affo da Je. Fregiarti «rmvr d' alloro, E fian tue luci liete Come le mie tuttor. Ottavia. Tutti contenti liete , Sol' io fofpiro» e peno» Ch* ho in feno un altro cor. hltemativamente. Se vuoi bearti appieno , Volgene i dolci rai , [<*) Dove s' aflìde amor. T«ff< Tutta a inondarci il feno Scenda la gioja ornai . O^gi trionfi amor j L j Vaw £a) Cefa>e ad Ottav a , e poi Vomita * Giulia, Giulia ad Ottawa : Ottavia a G.uii-i , Graffa a Giuli» accennando Pomoeo i Struilh a <£i»lia i ed alternativamente a i*i % ti» tt\ « i66 li Triumvirato VAnno a ptiontrji a Cena y faìendo al Portico^ do* ve gii attende il magnifico Corteggio; mentre i Ballerini pnjfono introdurji nel Jalotto > e nell* intrecciar i loro Balli) potriano pure venire accorri" pagndti dalli ftguenti Cori. CORO Per r introduzione del Ballo. EVviva Cefi)re , 3 Cefare Evviva , ] . Eroe pai gra.de ] ^ Tutti J Ne' ugual non fi). ] Gli allori che ci porge, CV*rte del Coro) Onde p. frani fregiare 11 meno , e la virtù . Evviva Cefare &c. QTutti*) Invano amor ci fcorge (Parte del Coro*) Alle più belle gare* Se avaro il Ciel ci i<\. Evviva Cefare &c. (Tutu) O* invitta madre Roma, (Parte del Coro) A un tanto Eroe la chioma Coronerai ben tù . Eroe più grande Ne* ugual nonfù(IW»7 Di verdi allor abondi C Parte del Coro) E d'immortali frondi» E far tu puoi di più. Eroe più grande Ne ugual non fit • (Tutti) Fi- : i Atto S e c o k d om. Credo li fchiavi, In cui gli fpirti Bacco ognor n'efalta. Giù. Dai lor Signor preridon gliefempli i fervij E il pravo efemplo peggior vizio induce. Poro. Quanto è bello il tuo volto Altrettanto e' il tuo cor. Tu di virtude Specchio ed efempio fci. Nelli tuoi lumi V è quel leal candor, che l'alme incita Al ben oprar. Felice me, che ognora Così bei raggi mi faran di feorta ! Non gli ibbafTar. Lafcia mia Giulia, in quelli Ch'io mi porta bear. Lafcia, che vegga, Sf porno i miei fofpiri Trovar paffaggio, a penetrarti al Core , E veder , fe v' ha fpeme anche il mio amore . Giù. Di quefìo cor tutte tu fai le vie» Per- Atto T « » a o irty Perchè c.ltire le vedetti in pria Dal grnerofo eroe, che a te mi cede. Tu, teftimon de'miei (inceri voti, Sai che fon figli del più dolce affetto } che fono pur anche Figli della virtude» Che rifplendeva nel mio caro afflante." Pi»». Ma fcarfo a fegno di virtude io fono Al confronto di lui , Che impietofirfi l'adorata fpofa Non puoflì, e volger confidente un sguardo Sopra il mio volto ? Q; u , Eccciri filma io nutro (a) Del gran Pompeo e veggo in lui la cura, Che gloria prerde per premiar luo merto. Scorgo la Tua borìtade, Con cui faprà gli involontari errori Perdonarmi, e pietade... Ah sì p eta, veggo il bel cor, rifenti Del rhiferando flato In cui mi fono. Scufl l'acerba piaga > Che tempo o lontananza Non potè ancor curar. Pom. Per me tu fefti Il più gran fccrifizio. T'ammiro, c grato ten farò in eterno; Ma nel mio Volto nulla più tu feorgi, ti biéuriinnatlo. 170 I t Tri» m v i k a t • E non ravvili le ficure tracce Di quel!' amore, rhe in umile afpetto» Ti si preferita a compenfar fuoi mali? Belle luci adorate , Pria di dolervi in grazia, Le nuovi faci fcintillar mirate* Giù. Tu fai la ttmpra dell'amor fincero, Tenero , e vivo amor, che a me ferbav* Servilio » e d'altrettanto Sincero amor ti potrai dare il vanto? pom.SÌ chi mei dò; sì che lo voglio. Giulia, Giulia mia lo vedrai. Giti, Ma non fei quello,* Che d' amiità più che d' amor curavi ? Pam. E creder lo potevi? Sapendo pur, che mi fon conti i tuoi Pregi, che ponno innamorare un Nume? Giù. Dunque tu m'ingannarti? Pom.Inganno é quello, che perdon richiede, Poiché ti puone avvinto un fchiavo al piede Giù. Senti, Pompeo , fpero per te le voci Sentir d' amore un giorno . Or lafc'a , che al trionfo Sul primo affetto attenda, Ni per piacerti un infedel mi renda. Poni* Ah fe puete effer ver... Gite Sia la virtude D'entrambo, che ne Aringa i noftri cori. lo tutto per piacerti Ognoi À T T O T H R 7. O tp Ognor farò . Mi bgtaftfildùj mai Non fia mia gloria offukhi. Non violentarmi l* agitata core , Se noa queli' aulirti , cha ti giurai, E i f À tale, il cui dif<.-gno Gito è per ora a voto ; a te favello, Che mi tracfti A varco Là nel giardino, u' mi lafciafti, dove Sara caduto nel mio fangue immerlo, Se a trarmi in falvo non venia più d' uno, Ponendo in fuga gli aflaflìri ribaldi. Io feorgo bene di chi fon.le trame. Tu giurarti con Cefar la mia morte* Con Domizio vi unifte , E vili oprafte per le vie più torte. fot»* tyt I t TRIUMVIRATO Por». Dell' alta ingiurìa , che mi fai, potrei In quello punto vendicarmi, © CrafTo; Io nulla temo la tua mano imbelle , E meno ancor I' oro , che tieni in N'um:] Ma fnpra il mio candor non vo che refti Ombra di colpa: il ferro Che immergerti dovrei nel fen fiaccando Un si foverchio orgoglio, Abbialo quello fuol , per fin che tutt» Sgombra non fia la diffidenza tua. Giù. Sua fofFerenza ammiro. Fom. A Cefare n' andiamo , Io vengo inerme Per te a cercar dell' attentato orrendo Giuftizia e in un riparo. Io ti tìondulfi E' ver là nel Giardin ; ma là faria Stato pur teco ognor ; fé il mio dovere Non rti chiamava alla mia fpofa appreffo Sentii rumor, ma non temei difaftro : Che altercavan fra lor diffemi i fchiavi. Io non accorti. Denno Gli ebri tuttor fchivarfi da fagaci. Dove fuggirfi li ribaldi audaci ? Cra» Fuor drl giardino, e V infeguì la guardia M3 inutil t'ora, che raggiunti gli abbia: Si lafceran fuggir, già lo preveggo. Giù. Al pertinace ardire io più non reggo. E che ti credi, o Graffò, Che de' Cefari l' alme fieno avvezzo A foftener P iniquità? la glori» AttoTbnzo 173 Ai noftri cor parla più alttra affai Di quel, che penfi j e clic penfare uom pofla, A Cefar vieni ; a legger vietili in fronte La viruì, la Giuftizia, il cor fublime, E iìa che phì dall' opre fue lo ftime, Fofchi non torce i rai » Nè gli concentra al fuolo Chi dalla f Vt>nda de Jtm^rcji rivolta i»4 I t Triumvirati Ed nn delio fovcrchio Non ti lafcia fucchiar quel dolce miele, Che t' offre il cafo a mitigar la pena , Che fofFr, e ncn ti balza A Ofare dinanzi il cor nel feno? Otta. Cefar potria rendermi lieta app ; eno , Piegar facendo il Genitore auftero Le bram." a fecondar del mio teforo. Ei di me degno è più per gli avi illuftrl Che nella Tua gran Populonia vanta, Di quel , che il fi a qu-ll' abborrito vecchio f Cui vuol legarmi, febben colmo di Oro. Cet. V altro è garzon ? Otta. Gentil bello amorofoj Benché alquanto gelofo . Stilo , fi noma. Cet. E un altro Pel par giovine , e in pregio D' onori, e di ricchezze , Non potria loco nel tuo fen trovare j Se Lucio difendendo A negarti al rivai , che non conofeo.,, Otta, E* Pallante di Luni • Cet. Collante perfifteUe Nelle repulfe ftcfte. Offa. Eterna fede gli giurai , riè invano Giuran le Donne qua nel fujl Tofcano» M' ele^geria più tolto Pelle Vcftali il Elitario fpcco. Unì* AttoTirko 17$ Unir mia forte non voglio io,che feco. Ces. Chi vuol la fedeltà venga fulSerchio: E s' io pur forti quel, che nutre in petto Delli tuoi vezzi il più puro defio » E Ja tua mano fcfpiraflì? Otta. H mi» Defir non tanto alto s'eftolle, e tanto Non può un Ctùt piegarfi, IlluUrc fyofa di già avendo accanto. Ces. Ma quando a ripudiarla m' induce/Te L' intenfo armr , di cui pur fai la forza» Ne' miei teneri ampleffi Non avrian pago li luoi dolci affetti? Otta. Cef^re è Nume, che fovrafta ai cori; Ma dee faper , che amor > fe tragge i Numi Avvinti al carro fuo A noi ne forma indiflolubil nodo* Onde 1' amor da' la rilpofta a amore ; Ma ti prfndi di me gioco , o Signore. Ces. Meglio interpreta, Ottavia, i fenfi miei', E quindi meglio nei miei sguardi apprendi A legger del mio core... Ah ti difendi. CO SG£\ C«J Vedendo vmi r uno ftr affittirlo . ij6 li Triumvirato SCENA IV, Lucio, « detti» Vieti Sesto con barba finta con un altra man* (o i e con una Sciabla alzata per ferir Cu- «are ; Cesare tfodrando la fua nel vo'tarjì Ji ripara il colpo > e poi batte/tdofi lo di' Jarma, e nel punto di di/armarlo foprag~ giungono in Scena Giulia , I-'om« Feo, e Grasso, eSvsTo perduta la Sciabla caccia fuori uno fiilt. Ce/. 13 Arbaro traditore, e che t! feci ? Giù. Oh Ciel foccorfo! Poro. Aita, guardie, aita L* acciar mi manca all'uopo. Cra. Che avvenne? Giù. Sei ferito? Otta. 11 cor m » trema. Cet. Illefo fon. Giù. Refpiro. Ca. Morto farei, le la coftei mercede ft) Non ("ffj Vengo» te Guardie , e fcrman Lucio» (k] Accennando Ottavia. A t T • T fi R 7! O 177 Non mi avvertia ; (a~) ma indegno, Chi fei ? parla fellone. Tu taci, ti confondi, c torci) rai? Collui fi cinga di catene, e in ftretto Caicer fi ferbi ad un efempio orrendo. (iO Otta. Egli à il mio bene. Oh Dei! (c) Grazie ti rendo , Diletta Ottavia , a cui Deggio i miei giorni. Or il più grato core A te mi cai di dimolìrar; li tuoi Defir per me faran del tutto paghi. Se tu voleflì ancor di più di quello , che ricercarti, e che io da te vorrei Felice appien farei. Btta. Confufa smarrita Che dirti pofi' io ? Ah quegli... ma no... Rifpiarma la vita. .. Pietade ... Il cor mio Più in petto non ho. M SCE* (a ) A Lucio . [b] Sefi« nel partire guarda Ottavia, fi toglit la barba , e fa un atto di difperazhne > no» efftnd» veduto da Giulia $ eie lo tono/ce. Ce) jjafe vedendolo/manierato . Il Tr'hmvirato SCENA V. Cesare, Pompeo, Crasso, Giulia. Gin» 1 L cafo fiero in lei ne fprrme il pianto. ¥om. Perchè chiede p ; etade ? Cei. D* un bel core AI mondo raro han qui Ir Donne il vanto. Cra. Cedi, comprendo, dond • viene il colpo, E ti confefT), che ingiuriato a torto T'hò di te dabinnii. A me fu ordita ancora iniqua trama . Allor che il pr : mo raggio K.ompea dall'ombre la lucente aurora*. Da gente armata nel giardino io fui Aflàlito, e che tR... ma nò. Domizio Funne l'autor . Ci». Conofcer * chi fa prezzo Dovevi in pria d'onore. Cra. Sono a foffrir troppo gli inganni avvezzo. Ces. E dime dub tare egli potea ? ) a Giulia, Non mi conofci ancora? onde fapefli,^ a Crajfo- Che con vii tradim ino Io' mai tentaffi di macchiarmi 1* alma, Che d' un leal candor vanta la palma ! Ah guarda come fumo noi diverfi . Ben* \ Atto Terzo «7< Benché prudenza infegni A temei chi diffida , Di te Gefar si fida ; Se ftrigner nofha union col vincol facro Craffo tu vuoi , di Giove al tempio , in faccia Al beli' Anfiteatro , Or ci precedi, e a tuo piacer la tazza Ricolma di liquor, vè fe ti {timo , Vi accoderò le labbra io quindi il primo. V-> Efare, fon tra' ferri Due federati, che volean di Graffo Troncar la v'ita , e gli anno Or or raggiunti qui al Teatro Etrufco. Era con lor Domizio » Che al primo lampo degli arcieri il pafTo Dilungando il camiti pronto ne torlc» E si fparì ; quegli aiin Son Pallante di Limi E Lucio il Genitor d' Ottavia, in cafa Di cui si flava ad alloggiar Delizio. C«. Oh giufto Giel! che nomi afcolto io mai! G/u. Che fia! Pallante, e Lucio.» € «« Eh a'vecchi imbelli SCENA VI. Servilio $ e detti. M 2 Male ito I 1 T R I U M V I R a T • Male s' affida un fanguinario ftile. Ser. Tali eflì fono , e perciò colti gli anno Gli arcieri , non potendo darli a fuga ; Di fangue afperfo avea Pillante il manto, Che gli grondava, da un fenduto braccio, E privo era del ferro, Che ritrovato nel giardino è quello, Che al foder fuo s' adatta. Fu ravv'fato anccra al tefehio calvo ; E poi, Signor, confetta, E Dom zio incolpando, all' ombra fua Crede riporfi in falvo. Ces. ConfcfTo è 1' altro pure ? Ser. E' fot convinto; E benché alcun non fiavi, Che il ravviiaffe nel giardin ; quantunque lìgli tutto a negar perfifta altero Baftan gii indizj a darne forza al vero. Cra. Albergatore di Donrzio ; amico Di Pallante ; con erti in parte afeofa Ritrovato nell' ora pili fqfpetta ; Non faran tutti Una medefma cofa ? Ces. Lo credo io pure , e lungi difendendo Jl mio penfitr , comprendo, Onde fi ften coftor quindi mischiati Nelle Romane mire di Domizlo. Ei degli emoli fuoi volea d gfarlì, Eflì d 1 un forte difenfor del giufto , Che tale in me forfè temuto avrarJo. AttoTbbzo lit Per l'amiflà» che Giulia ferba a Ottavia, Cui vien tiranneggiato il puro affetto ; E quel , che venne ad aflalirmi or ora Fia un lor commetto ... C,-a. Ebbene t Ces. Infin che ai giorni Sol di Cefar fi trama, io non accolgo Lo sdegno in fen, nè di giuftizia m'armo; Ma allor , che v* è congiunto il gran dettino Della vita preziofa degli amici , Da cui del mondo pende il fato, in vero Difpenfar non mi poflo Da imporre ai rei la meritata pena. Servilio, fien tutti coftor condotti A farli divorar là nell* arena Dalli ingordi Leoni, e di Domizio Si corra l'opra 1* orme , ed arreftato, Come Roman Patrizio, Si ferbi in ceppi al popolar giudizio. Qm} Cra. Più , che da tua giuftizia , Da tua fiducia il tuo bel cor comprendo , E farmi degno del tuo affetto intendo. Vado a colmar la tazza Del confacrato umore; Ma fol per darti un p:gno Del p-ù vciace amore, Di eterna fedeltà. M i Nob £«] iértt SnvìltQ , iti II Triumvirato Non perchè pure il labro , Vi appretti il caro amico, Che dell' affitto antico Diemmi il pi lì forte fegno » Che dar poffa amiftà. fj>*rfe) SCENA VII. Cesari, Pompeo , Giulia» D Unque corretti fiamo A renderci funefti Sempre a qualcuno» e l'amiftà non fempre Può difpenfar d' effere altrui molefti ? Quello è il deftin de* grandi , Cui il fatto trae turba d'amici al fianco. Il grande invan cerca effer grato a' tutti. Qual afpra doglia recheremo al core Dell' armb le Ottavia ! Morto per noi vedendo il Genitore? Po»w.Fatai prefentiment o Par che n r avefle con quel fiero affanno. Giù- Povera Ottavia ! C*s. Io penfo , eh' ella avefle Traccia del nero inganno. Tremante ognora elu mi flava a lato, Pei guardarmi qual fè dal rio periglio. Giù» V anguftia ùu mi chiama il d uo l lui ciglio. Co* Atto T * R 55 o Come farà fenza l'amica apprcfTb , Che la c< nio!i' AH fe non è concerto Da tiranno riguardo , Che a lei mi porti , almeno tu Pompeo, Vanne or da Iti, ner porre tutta in opri L'arte a placar l*'amabili Donzèlla* P.m.Aver vorrei la dolce tiu favell i . Volo ad aver dell* ubbidirti il vanto, Per girne al tempio or or fi rat ti accanto» Pronte a verfir fui talu.na Sieno le gnzie intanto GisfU viole « e rofe , Ch'io riedo in un balen . Ah sì diletta fpofa, O mia fpofa am >rofa , Verronne al tua bel fen. V^/ H fe fapefli, o figlia, Di pene,, di penlieri, e di perigli Quanto ne c fra mai dcfio d'impero. Un nulla tt parria Il facrinao, che p n r me tu ftfti; Nulladim-no fe fapefli ancora Quanto è pui dolce il fovraftar nel mondo; SCENA Vili. CtSAFE | e Gl.LIA. Mil- iU Il Triumvirato MiNs volte di piti tu ancor farefti. Poiché figli non ho , nè pur li attendo , E lo farai d' un Regno, Che tendon le mie mire a cotal fegno • Godi d' averti preparato il core Ddle più rie moleftie al grmde orrore . Giù. Qiiand'abbian l'afpre pene il lor compi nfo, Com'or già l'ebbi in ubbidirti, o Padre, Verlimi pur 1' avemo Torrente in feno.d'onde amare, ed adrc , L' erede mia farai , DUETTO Cts. Ah vieni al mio feno, Diletta mia figlia . Giù. L'onor mi configli», Ch'ho in petto il tuo core. A due Mi ferito maggiore Ade Ho di me . A dut Difciolgano il fren» Le fiere vicende , Che gloria ci attende Con fiabile pie * $GE- Atto Tbkzo itf SCENA IX. Civile con veduta in lontananza del Magnifico Anfiteatro , e da una parte il Tempio di Giove. Si vede ingombrata la Sten* di w» numerofo concorfo » che fi affili* per a»* dare air Anfiteatro , e fi vedon» pat* fare i Leoni, e quindi incatenati c»n~ dotti dalle guardie Ji vedranno paf- sari di lontano Lucro, Sesto, e Fallante . Otta. C3 H fventurata Ottavia ! [«J Oh giorno a me d'inconfolabil pianto! Poflo fpctar dal gcnerof* Eroe Perdono all' idol mio, Giulia, e Pompeo pregando , E un gelalo mfporto in lui fcufando T Ma come indi fperar, che egli fia mio % Se oh Dio morendo diffamato il Padre,. Pur li diffonde fu di me 1' obbrobrio ? ■ • Qui mi riduflì fcarmigliata , e lcinta, Per proftrarmi di Cefare alle piante, Allor che giunga. Ma del Padre in van* La grazia implorerò, che fol dipende Dal duro core dell' offe io Graffo. D' t fl ] Avanti , e p«i Craff»* »<•<'• i86 II Triumvirato Cra. D'attender più fon di gii ftjnco, e Ia(Tb. CO Otta.Vèl come volge i rai torbidi , e feri! Cra. Le vittime ecco della m ; a vendetta. Cb~) ©fra. Che miro oh G ; el / teirbil vifta.' il Padre Si tragge a morte, e Serto ancora .' oh ftelle • Sì Romani fchern^te le Donzelle? Dove n* andar, Pompeo, le tue promefTe! Fermate olà cuftodi. ... In van favello Chi mi foftien oh Do ! SCENA X. Servi Lio , e Detti . ftr. O Ervillo è quello. Ripiglia li tuoi fp*rti. Cra. Impari il mondo a rifpettare i grandi. Ser. La graz ; a ( fatti core ) Vengo a recare a Serto, e al genitore» Cra. Grazia i Così s* abufi Dell* amiftade mia Cefare altero ? Che voglia a Scilo, che fiì fuo agErreflbre, Sciogliere torto i lacci io non m* oppongo; _ Ma fa) ' X^rajfo forten.to dal Tempio CO Zaffando b'aunnio , Pattante , e fot Luci» incatenati , A tt oTekzo i$7 Ma che gli Sciolga a Lucio, Che tentò la mia morte, Noi l'offrir* giammai . Serpillo Vado da i lacci C«) In qut-ft' iftante Il Padrs a fciogliere, A fcior l'amante, Q a Ottavia") Refpira » . o bella , Refpira , è ver . Comanda Cefare ] a C raffi"] Convien tacer. parte SCENA XI. Cesabe , Pompfo, Giulia y efeguit& di Matrone di Nobili perfonaggit e Guardie. 0»a. "E Fi a put ver, Signor, che nel tuo core Trovale il pianto io pitti clemenza? Qes. N'abbiano grazie a tua virtude quei rei: Perchè si offufchi il,ciglio, e concentrato In tuo penfier, Crato, fol miri il fuolo? Cra. Sei la cagion tu folo Tu , che dovrelti p.ù fc.bir rifpetto A mia perfona, e non graziare ingiulto Quei .-■ - -~i- C<0 A Ottavia Jvenuta . / i8S I t Triumvirato Quei nbaldi afTaffin per pravo affetto. Cet. L' unico affetto mio E' di premiare la virtude, e il rnerto, Come in Ottavia or faccio . K a grado m' è di farlo, Poiché lo fo* , f.-nza mancar di ftima Al grande Graffi), che rifpetto, e onoro. Serto affolli to è grazia , Che fpettava a me fol, perchè d' Ottavia G lofo am'nte, abbsnchè ingiufto, in nulla Mischioflfi col rivai nell'altre trame. Ed a (fai invili per fcufabil furia. Se i trafporti d" amor non han perdono , Perir dee il mondo, e i Dei coipcvol fon». Il di lei Lucio genitor 1' aflolve Grtierofo Pompeo , Alli cui giorni eran dirette folo Le fue mire fatali . I» tua balìa Fallante Reità, ne più pretender puoi. TP 9m . Davantc Mi ftir condotti gli arrecati fchiavi Di Lucio, che l'indizio» Truto dal reo Demizio » D. già colto per via , Verififcaro col concorde alien fo. . lif .Uro i .to, elfi per me già pofti 'M'attendevano al varco: _»__Oi..qu£Ai puz-giurandd •.....• - Che Atto T e * k o 189 Che eran col lor Signor, nellì fuoi cenni Tutta rifondon I' obbrobriofa colpa ; E quindi a me de' giorni fuoi disporre Viene commeffb.Io l'ho mandato a fciorre.' Giù, Ten rende grazie per colei la fpofa . (a) Otta. Ma niun di lor fi vedej e che fi attende? SCEMA XII, ti Ultima. Serviuo, e Detti. Cjf Razie, Signore , a tua bontà ne rende Lucio; ma pien à' onor non vuol.da i lacci Effer difciolto, fino a che palefe Non fia la Tua innocenza; Alto efclamando, ei chiama In teftimon gli Dei . S'appella a Giulia, e che da lei, ne dice, 1 S' intenderà , fe fugli ognora appretto Nel pafTato convivio, E fe dè fchiavi, anzi cercando inquieto» A lei porgea doglianze. 1 fchiavi fletti al fuo confronto addotti Non foftengon 1' accufa . Pillante p ur f, g i„ra , Che parte egli non v'ebbe, Che C<0 Accennando Ottavia. xpo ( l Triumvirato Che la tnit» fu fu», fu di Domizio; Che a cafo 1' incontrar qui/i ii per via; Sicché innocente egli è; vano ogn ; indizio. Giù. Vaglia il ver Tempre; io 1* ebb. ognora innantef Ed anzi flato mi {aria importuno , Se col leggiadro fp rto non chiamava Tuttor la g'oja fui mio volto; e vidi Negli occhi fuoi certo leal candore, Che non fi Ccoigc in faccia a un traditore.' Ces. Negl'occhi v'è la verità dipinta; Ed ogni idea pur vi fi fcuopre afcofa. Vom.Và il gitiftifica appien la cara fpofa. [a] Cra. Ferma, Servilio, ove fon tanti eroi» Che il Serchio ha pure i fuoi , Non vo lafv.iare la mia gloria in forfè . Abbia grazia per me pure Pallante Serbili in vita; ma in catene... Eh troppo Alla patria coftor fono di pefo. Da' rei la career liberar fi dee. Che fia Pallante fciolto • Se Cefar, che comanda , Prefta a miei preci il fuo gradito afTcnfo . Cei. Sì; ma di morte permutir fua pena Piacemi in farlo effer prefente almeno A veder gire al (no rivai in feno La bella amata, il di cui Padre fpero, Che a noftre iftanze faià ormai propenfo. Do- C a) A Scrvilia . Atto Te rzo tgt Domizio troverà clemenza ancora.* Speme rata La povera infelice dal duol che 1' hi angultiata. Bonrugà . D'Ispaan meglio f a riafi nel fobborgo vicino Da coricar trovato, eh.- qui fopra il carniTUn.0• Vi fon CaraYarweie fi comode , e famofe , N $ 0$ I?» L' J S P A H * Che sù queile di Tauri* van per fin faftofè E Te Tauris non folle per altro affai pi A conta, Direi per un tal pregio, cheqtiefto la formonta i Porta il m?defmo nome, e vi fon gli abitanti » Ch' Abasdi la condotte di gentilezza amanti j Gìlzebar • Ma ella non vuol fcoftarfi: Ispana vuol dorrtane Paffar nel Gandemar , e in parti pili lontane. Vuol fenza perder tempo ardar nel Cufiftano Alla Città di Balfora preffb al Golfo Perdano, Per venderli ai Mercanti, che fan di là tragitto Nè R egni dell' Europa, che m' ha, et sì preferitrò - Per fempre della Perfia vu ol perder la memoria , E d'un amor tiranno aver quindi vittoria. Bonrogil. Se in Cifa del Vifire dove fervo io di Coco Venivi , v* avrei fatto refocillarvi un poco* Gìlzebar » R ingrazio Bonragiì, perder non veg lio un giorno. Ci rivedremo, amico, ben prfto al mio ritorno. Bonragìl ■ T' appretterò un Pilau , e del bon vino ingelo. La cucina or m'attende: fcoiga i tuoi palli il Cielo. Gìlzebar . Addio buon camerata . Statti fano e giocondo; C h quanto aver mai giova, di molti amici al mondo I Atto P k t u a tpo; SCENA Ih E/co»'» di! fobhorgo due Portantine alle Ver/lanci C»rt Guarite , e Vaxgi con ombrelli al fuonot del l'vl(srtR« Cuc. in Portantina^ Zamoro a piedi Avanti ai loro con un bajìone e detti,- G. '-telar* Hi forte dalfobbors;o ? Klla , chr. fia Vfo^m, Poiché non vi fcopem , et1.te , eh" fi vergogna • Son gian Signori aicerto .Egente , che comanda . La feorge una gran guardia , tiriamoci da banda. Zamoro • Ala al Vifue ,al Dragora di Tauris ■ Abas; Ala . GUzebar . Ala i fe nò il Vifire per complimento impala. Zamoro vedendo Ispana che dorme % Chièmaiquel temerario» che non s'alza» cu ^iJitra? Alto > alto . và per darle una b.ijìonata Gilzebar* Deh fermate Zamoro che va per Jpicgarli di nuavo una bafionatcf Rifpetto fi dimoltra G{lzebar . h trattiene Ah fermate , che dorme . N 4 2 om V J S P A N X Zamoro d'i una baftonata a Gilzelajr Dovevi tu fvcgliarlo. Gilzebar . Ohimè. Zamoro • Quella per ora. Io ben farò arrizzario^ tòma per baftonare JtpanM Gilzebar gridando. Ah fermate è una Donna . Zamoro mentre]nana Ji/veglia al rumore , e f' alza Donna in mentite fpoglie? Parla nerocodardo 9 è Figlia, fchiava,o Moglie? In quejlo mentre giungono lt le portantini, Vi/tre a i Portantini. Che c'è? che c'è?Pofate. Zamoro • Non s' ufa qui il rifpetto , Che, Signore, è dovuto all' alto tuo cofpetto . E il cafo fè feoprire, che coflui traveftita Hi qui feco una donna, che certo 1' hi rapita * Vi/ire. Aprite. forte dalla portantina % e ancora Mijìer. Clic. Gilzebar. Ecco un imbroglio. U Ciel la mandi tuona Vifire thiama a parte Gilzebar Vi/ire. Tuo nome, ove tu vai, perchè con tal perfona? Gii- Atto Pàti»* *c* Gilzebar . Son Gilzebar nomato ; e in compagnia di quel!» Vado , Signor grandiflimo , giovan libera ,e bella. Solo per compiacenza, amico a lei giurato, Finché ci Tua pcrfona fmercio non hi trovato» Vifirt, Libera a te fi fida ? Gilzebar • Può fidarli a un mio pari. Non mi vedete in faccia ? Noi fiam poco difpari* Vijre . Nana) Enucco, fui iitoria. Gilzièer . Signor , ne fobéii poca, Sol vi dirò che i cori al primo lampo infoca . Comprata da Micmat, eh' è un ricco finanziera Del figlio ella accquiftoffi tantofto l'alto impero. Sicché dà lui ne tralfe d' onor ferma parola, Che non avria giammai amato , che lei fola. Mijìer Cut guardando Jspana soW eschialett» Bella ! Virfit. Eh Miller Cuci Mjìer Cut. Bella! V'ifìre a Gilzebar E che feguì di poi Gilzebar . Pe-tete immaginarlo Giovan pur ficte voi, B* 2»S J.' J S » A J* A F. dopo che sverete , Signor , penfato bene « Vedendo qual effetto fà il brio dentro le vene, 10 vi dirò , che allora, che ftavan concertando 11 corrifpoftd umor d' andar meglio premiandos Ìl mifer giovinetto dal Genitore unito Fu con altra donzella , e nel iti amor fchcrnìto» Mentre prr bii n riguardo la <~u* fchiava amorofa (ìli tollero di Cala a un cenno della fpofa. Per mitigar per altro un ftial cesi veemente» A lei la libertà ne dier la buona gente. M tjìer Cuc , Mi piace molto, Amico. V&rli Ha un certo fier che alletta Gilzebar * Signori miei è la Giovine di fanità perfetta* be piacevi dovete difcorrerli con lei; Ch' ioquai.dos' è venduta , vo a farei fatti miei * Vi/ire. /.eccitati chi fei f spanda Jspana io fon nomata Dal luogo In cui ne fui dal genitor lafciata. Vi/tré. Il nom: tuo natio, la patriaj i Genitori? J>pana. lo fen di Taitaria, di g^ite lenza cor!» Gemella ad ama fuora Cfftwitiflercì bambine A venderci pel Mondo. Ahi fummo pur mefehinc.' In Atto Pfimo ìif In Tfpaan venduta ad tfìfo vecchia io fui , L'altra a un Circaflo, e queftó è i! fol che fodi nui. Perchè a ricorrer loro non fi fapeffe il come M' afcofero crudeli il loro e proprio nome . Vtftrt* Di te quindi che avvenne ? jspanà. Crefciuta » io fui comprata Da un finanzicr d'Ispaan , che poi m* ha licenziata. V[fi re* Perchè J'spana. Per gelofia di ria donna orgosiliofa Che non fu del mio bene contenta cffere fpofa. Del mio Signore il figlio ardea per il mio Volto; Ma fu dal Pfdreaufterò in altro laccio avvolto . Onde per non dar ombta alla fpofa novella Gon gentil corttfia mi discoftò da quella* Vi/ire. Al pardel tuo bel volto hai il cor bello, e fincero? JiVana, Giammai, Signor» non feppi diflimulare il Vero. Io ti dirò di piii. Sappia , che al cor parlando Laneraonta, ildifpettopofe inmiemaniun brando} Non mi potea vedere mancar tante profnciTc Sulla mia faccia; alfine più il braccio mio non reife; Io ri'avventai quel colpo a voi dovuto , ingrati % Non paghi cffere in terra con bella fede amati ; Maandò fallita il colpo; falvoflhl traditore O J94 L' J S t A H A CaTan > che tal fi noma ; lo feppe il Genitore; Mi volea morta irato ; ma colfe il bel momento La fcaltra Spofa a rendere il primo foco fpento. Finta virtù moftrando , per me chiefe perdono , E fu del fuointereffe mia libertade un dona. Voller però Tu! campo , che d* flpaan partilfi: Partii coniin fofpiro tratto dai fondi abiflì. Due fchiavi a me per fcorta die il vecchio mio fignore Sotto ombra d'oneftade; ma a trar di me fentore; Per accertarmi •' iva in parti affai remote Onde,qual vuole al figlio fian mie vicende ignote; E pel ritormi quelle, che fol m' avea lafciato Gemme per vana pompa il traditore ingrato. Defatto all' imbrunire uno di lor partito» Tutto il miglior eh' avea , infido m' ha rapito. Ormi fovvienquell'altro, chev'è nel mondo gente, Che a miferi infelici moftra il buon cor che lente . lo ne farò per altro per poco a lui moietta Che nor. lontano il fato il mio deltinoapprefta. E fe non fon qual fui ;fon però tal che un giorno Potria pentirlì il vile d' avermi tifato feorno. Vlfire. Quello è un bel cor fincero foavemente audace! * Mìjìer Cuc. E'franca al uar che bella, vie più fempre mi piace . Vijire. Tu vai forfè a cercare dalla germana aita. Jspana. Nonpiùn'ebbi contezza, non fo fe fiapitì in vita. Peti At*to Primo 10$ Per vendermi io ne vado agli Europei mercanti, E tormi dalla Perzia forgente a me di pianti. Mijìer Cuc. Se agli Europei Mercanti tu vender ti vuoi, Figlia » A\ primo compratore aderto in me t'appiglia. Juana. Ma oua^do ai patrij lidi voi di tornar penfate ? Abbandunar vò tono quelle regioni ingrate. Mijìer Cuc. Frà quattro meli a! più penfo partir di qui . Frattanto qui il Vilìre per me ti celerà. Yifite. Ancor fenza celarli ficuro avrà ricetto , Se vuol la grande Jspana fotto al mio proprio tetta,' Ma d'un piacer vi prego, ed è, che a me lafciatc s Garbato Miller Cuc, comprar quella beltate. Mijìir Cuc. I o fò con pena è vero. Ma tutto ad un amico Cedei fi dee, che prega con fchietto cor pudico. (Jbrrìdendo] Jspana. Invan cor generofo da voi vantar fi cerca , Che la mia libertade per Perzia non fimerca. Vlfue. Venendo in cafa mia all'Europea trattata Sarai » che a me puranche ogni lor cofa è grata. Da che l'ifola d'Ormus per mezzo degli Inglefi Noftri fedeli amici fi prefe a i Portughefi, Con lor noi ripartiamo del Golfo le derrate R »e»5 L' J S P A N A F. fononfi in m a Cafa I" ufarze Jor portate. Tu vedi con Inglefe io fono in compagnia» E mi vedrai con effi tuttora in allegria. Mi poi nop deve t Jspana , Ja giovin coraggiofa Moftrar viltà di fpirito con fuga yergognofa. In me t' offro un appoggio contro del tuo nimico Non t'offro nò un Padrone; ma t'offro un vero amico . Sono Yifire , e poffo , fono oncft' uomo , e foglio Serbar le mie prome/fe; comprarti , o cara io voglio. Jspana, Sibben l'offerta accetto. Io cangiai di penfiero. Più gloria avrò fe refto. sù mie paffioni ; è vero. Vijire. Ma fappi',o bella Jspana, che ioftrinfi dì già il laccio .Cheferve all'altruiamore di torte, e grande impaccio. Jspana. Tu fei da Imen legato ? che cai, non vendo il core Neil cor bramo per prezzo. Vo amciz'a non amora . Tù t'offerirti amico, e d'amicizia fola Se (u mi ferbì i dritti è ciò che mi confola Anzi non mai d'amore tu far mi devi iitanza , Melando chea un fellone io purferbi coftanza. Si ne gli vo ferbar^ , perchè fenta il roffore Un di d'aver tradito il più tenero core. Te ferverò ubbidiente nel minifter d'ancella: Ma in grazia tu giammai d' amor non mi favella, K Ufcia ch'io dir poffa benché con grave affanno, Non fur le mie bellezze , fe non del mio tiranno. r e d" onde ella ne venga , e come. Ne fi'ppia altri Tuo feflb coperto da tai fpoglie Nafcondil fin eh' i» torni alla mia fletta moglie. Gilzebar , Signore io deggio dirvi, che in voftra cafa alcuno Già ci conofee e dirne chi fiam puote a più d' uno: E* Bonragu mio amico » che oror qui fuor di porta Meco era , e al voflro arrivo partì per la pia corta. Zamoro » V era a far provigione . m/tre. Avevvertilo Zamoro. Non mai fazianfi i fervi di chiacchiarar fra loro. Volgi fereni i rai , che fe a me ti donarli a Jsp. In contracambio avrai più affai che non bramarti. J'spana . Se ho perduto un amante trovai d' affetto un Padre ; Cosi trovarti il vero mio Genitor la Madre; Tuttoché a me crudeli, qnal deggio, iogliamo ancora: Ver confortarmi l' alma trovarti almen la fuora. Zamoro. Vien,Gilz?bargarbato, vieniaun tuo amico appretto. Gilzebar toccandoli le fintile» Pe' voftri complimenti io già fono alpoffcflò p**tt MA Atto Primo x°p SCENA IH. VìISIrs , Mistir Cuc i • Guardie , Paggi, Portantini Fi/ire . EI brio nella fierezza famiglia alla mia Spola, Anche al parlar direi ; ma in volto è un altra cofa . Quella è un prodigio fchietto, dè con un vero ineantò* Finora, o caro amico, non mai vidi altrettanto. Andiamo preftamente {"opra i regi navigli Tue merci a far nafcondere fenfa fpefe , e perìgli. Bramo rieder tantolto. Hò fatto un bsll'acquiilo: Hi di tutte le grazie un incantevol miflo. Tenuto efttemamente alla gran gentilezza Di Miller Cuc io fono. Ma moftri tu triftezza P Forfè ti fei pentito di tua ceffone , Amico ? Mijìer Cut . Nò, Vifire , ma temo; Temo d* un grande intrico. Vi/ne . Ah niente mi {paventa. Mijìer Cuc. S* hà a far co* finanzieri. Tu fai coftor qual lbno vendicativi, e fieri. Chi sà,che il contrabando,che d'introdurcerchiarti» Nella Citta di Ispaan , di lor non cada all'amo. Se a rifape» poi vengono, che ad onta Ijr tu furbi Jspana in cafa tua viepiù gli difacerbi. O Ne aio L' J S F A N A Ne con tutti gli sforzi potranfì poi placare , Quelli per te, per me egli è un fcabrofo affare. Vi/tre. Non dubitar di niente: la robba , che Và in Corte Non ria nemmen per ombra fi vinti alle porte; E fe poi mai coftoro veniflerlo a fapere , E' facile a un mio pari tenerli nel dovere . Ci regalan per fino perchè d' un minor male Sia all' intereire loro noftro poter fatale. Or penfa, fe orgogliofi faran con un Vifire, Che può fe vuol , mi credi , farli alla fin fallire. Mijìer Cuc, M* fi tratta d' onore • 7'tfne. Onor non han coftoro . Gente da nulla, avara, cui preme fol dell' oro. Mijìer Cuc. Ma puote efler diverfo talun di Ior genia; Puote Micmat avere d'onore gelofia . V*Jirt* A tutti i cafi io tengo amico un loro amico . Quelli fi noma Ufsì , mio confidente antico: In un finiftro cafo tu, che jn ^paan pur vai Colle tue merce, » lui per parte mia n'andrai. Lo preverrai di tutto per evitar, che facciano Reclami in Cprtc.e credi egli farà, chq tacciano. Egli ha per altri cafi di già le, mie irruzioni. Al fcenderut in riva andiamo ne più t'opponi. Mi- i I Atto P a * m o M'tfter Cuc. : • . Voglia il Ciel,che fuccedi, come fi brama, 1'o:ua; Ma temo degli imbrogli, fé fia J* affar fi fcppy^ » rientrano tutti due in portantina , e partono ...r-j co« a/fr» • SCENA IV. a SA Campagna con veduta de' Fiume , e Ponte pratioah. ■ n-nv a Casan fola. ■ isr. M A pur doveva Ispana del Sonde.ru;: al •jont:-. Eller di già venuta, che Torme fue fur conte! Io n' ebbi i certi indizj ; Ad uomo (trave ì 1 . ita DiTcrmi per fi curo, che ,è di Isjiaan. pai tit i ; E prefo avea diTaims - Abas a piò, jl camino Sul primo rischiarare di quello bel mattino. Volando dietro Jiei, feppi che fuor del borgo Ungiovincon un moro, (eh'è Gilzebar m' accorgo ) Rivolto aveva il pa(To, prendendo il tortuofo Vago giro del Fiume pel lungo calle ombrofo; Quefto fà capo al ponte: per lor tagliar la ftrada In Tauris entrò, e forto per la dritta contrada. Son già più di due ore, chequi l" attendo al vtreo, E gettogliocchi invano. Non hi già prefb imbarco? .Ma niun fenza il permeilo può del Vifu falpare; O 2 Ne «ti L* J 8 t A M 4 Ne in Taurìa fono entrati : come hanno da imbarcare? Sorte fpietata avverfa / tu vuoi perfeguitarmi. A che fervi da Zelica , la fpofa mia feoftarmi ? Che giovò repudiarla? Per correr follemente D : etroa una Schiava ingrata a quello fol cocente! Non meritavi i torti, Zelica mia vezZofa, Che il tuo Casan ti fece. InconfolabiI Spofa! Ma ti vendica il Cielo, che al mio crudel martoro Del foco ingiufto, ond' ardo, non trovo più riftoro. Jipana più non viene. Perduta hò ogni Ipennza. Sei vendicata appieno: vien men la mia coft.mza. Ma vii non fono a fegno , eh* abbi a mirarmi il mondo Senza il mio bene al fianco. Grave e di vita il pondo , Se all'onte , ed agli feorni un fi ritrova efpofio. Ah tronchiam queiti affanni. Finiamola nntofto. B?rbaro amor fpietaro farai alla fin contento D'avermi accefo il core per mio fatai tormen to. Ma ad iimorfare il foco, ad onta tua la forte M'offre colà in quei flutti pace rifioro , e morte . va per gettar/i dal Ponte nel Fiume. 5CE- Atto P r « u • «J SCENA V. Faquir e Detto» Faquir» F Erma giovili » che fai ? Ca/tn. Lafcìa laggiù nell'onde Che il tormentofo pefo di quefla filma affbnde. Faqulr. Come ? perchè Figliuolo? Casa*. Son difperato % lafciat Soffrir più non pofs' io la mia crudele ambafcia. Faquir. Kifpetta la natura , di quefla umana vita Fende il deftin dal Cielo. Hai la ragion fmarrìta? Casan. Sì, tu bene t' avvifi: non p'uì ragione afeotto. Ho mille furie in feno. Ho il loro foco in volto? Faquir. E qual tetra caligo in quefia valle orrenda Intorno a te n' addenfa l' ofeurità tremenda! Sgombra le folli idee, che t'anno abbacinato. Non fai, che l'intervallo terribile paffato, Che tempo e eterniti fepara , « vita c morte» Giuitizia troverai alle celefti porte* O g c«* Casari, Più fiera non fari di quel che ora fi moftra. Tuqa'ir. O miferi mortali/ o cecitade voftra ! Della vita i tormenti non fon che un'ombra leve; Di quelli , che Munkir su i morti fia n' aggreve • Ma che ti affligge , o Figlio, e che ti può mancare In quefto bel paefe, ove un fi può beare. Tu fei per quel che io vedo di ricca condizione. Sembri, fe non m'inganno, Perfiano di nazione. datati* Sono Perfian* fui ricco. Ma perduto hounfeforo, Che vai di quanto è al mondo tutto l'argento, e l'oro» Faquir* Amor forfè t' avvinfe ? Casati. Amo , fibbene è vero. Amo una fchiava altera, ch'ha del mio cor V impero. Da lei volle la forte , per fempre difunirmi Con ftringermi ad altrui, con far da lei sbandirmi* Tentò la fchiava ingrata privarmi infili di vita, Pur l'amo tuttavia, ncn 1' hò dal cor sbandita. Per lei n'ho repudiato bella, che il Ciel mi diede Cui non v' hà chi paregge in grazia amore, e fede • Quella tiranna mia or per placar non trovo: Giugner dovea, non giunfe ; la fiera fmania io provo. Faquìr. Ah ricovra nel feno quella virtù tranquilla, Che fà veder 1' abbaglio d' un foco , che sfavilla Con- Att zìi Contro il dover, 1" onefto. Hai Genitor viventi? Casati. Ho Genitor» che dienmi i Dei troppo clementi, Ho un Genitore, e tale, che inver m'hà amato a fegno , Che mi hà fatto un teforo da comperare un regno* Faquir. Pel duol , fe tu lo fuggi, egli avverta, che mora. Figliuolo , a lui ritorna, che tu fei in tempo ancora. Catari. No, che non porto, oh Cielo / pili rirrrrarlo in faccia* Faqiiìf Il Padre è fempre Padre ; ti flendera le braccia. E l'alma tua alterata, dalla diluì dolcezza Qual da ruggiada efliva, riftoro avrà, e fermezza* {'Daquefti grati uftìzj giova fperar mercede ) E carità maggiore ufar fuol chi pofiiede . ) Di bene , e male un mirto fà bella Ipocrizi» ; ) ^ a -^ Per altro piii del vero ci frutta la bugia. J Ma tu piangi? conofci il male , e fei pentito, E' vero il mio figliuolo? torna alla fpofa unito;» Al Padre tuo ricorna; che s'ange il poveretto. Se folli, farai fempre il lor più dolce oggetto. Casari. Quello non fia mai vero: ancor, che mi perdoni E Padre , e fpofa; il mondo non vo di me ragioni. Dinan , Giovine fciocco : fuggir dietro una fchiava Senza faper ne meno, dove la vii fi flava. Diran così, è fuggito ; ma forfè egli fapea, Se a tanto per lei giunfe » qual fchiava polTedéa.- O f L'a- jré L' } s p a m A L' onor mi cai del mondo. Sì il proprio onere amico.. Faquir. L'onore egli è degli «omini il piti fatai nimico. Casari» Or convien mi fottragga per fempre a quefto mondo. | afcia colà nel Fiume vada a trovare il fondo. Faquir. Ql'fft) nò certamente . Se tu bramì fottrarti Allo fpiendor del Mondo , da me non dei frollarti. Fjrfe reftando in Vita, fe vuoi meco venire, Potrai trovar chi brami , ne te ne avrai a pentire. Noi, chegiriam per tutto ,fcopriam fempre ogni colà Ne iia > che la tua fchiava a noi rimanga afeofa. Casati. Tu fpargiun nuovo raggiofopra il miocor di fpeme. Ebbene io vtriò teco a mendicare aUìeme. Faquir. Convien però che vefta , Figliuol, ruvido facco. Casati. Ah quello nò» non fono, Faquire,sì vigliacco. Faquir • Potrai pili facilmente così introdurti ovunque, E' feoprir da te fteflo le cafe di chiunque. Tu menerai una vita miglior di quel che credi, Benché frà rozze fpoglie, ed in mefehiniarredi. Poco.portiam, tu feorgi, poco portiamo al tergo ; Perchè troviamoci tutto fempre un eortefe albergo. Casati. Che V* hai nella bifaccia ? fornir . Atto Phimo liy Faqtiir. Vi fono alquante ghiande f Che guarifcon quel mal, che viene in certe bande . Le dum per divozzione . Caiat • Perdivozion voi date» Quel che per fc guarifce. Faqu'tr . Cerchiam la cantate » Fd insegnarli, amico, convien con i fegreti » Che fan più che non penfi, che gran robba si mieti. Ma bifogna menare vita efemplare, e buona» Ne .in pubblico giammai fcandalizzar pedona. Casan . Con deronfo velo, una bella apparenza, Ab ben dice il proverbio , copre 1* incontinenza. Vaquir. Nò; mio Figliuol, che d ci? Se fanfi certe cofe» Si tanno fol per bene ; Mj firle è duopo afcofef Perchè in fi'mftra parte col più maligno vezzo A iniejpetrare il tutto quefto Mondaccioè avvezzo. Casan. Io f;nto del ribrezzo; ma pur per ritrovare La mia diletta Jfpana , che non farei per fare ! faquir . /ndiim qui in Tauris, dove potrai cangiar di vcfte. Là prenderem parola, i'oi anderera per le forcfte; Andrem per tutto il mondo a rintracciarejspaaa. CMsmt. \ 218 L'J S P A S A Casati « E/Ter però non puote ella di qui lontana. / faquir. Andiam» Casati. Ti feguo. Taqutr » da fi Il Cielo fecondi il mio defio. Levargli quel che hà addoffb egli è efercizio pio . Casati « A che fono ridotto, Altri perverfi ingrati! La vita a far nel Mondo de' trilli, edifperati. FINE DELL* ATTO PRIMO» > ATTO 510 ATTO IL SCENA I. Capi del Visire con veduta In progetto del Sét* , taglio t dove di dentro fi vede federe foprci varj cascini ad una lauta m nt * aita un me%ZO braccia da terra Z.-idiua Moglie del Vfire, e a i fianchi di lei J«pana travejiita fempre da Uomo, e Mister Cbanc, ed apprejfo di quefitti Visirb ed ;'/Faqjjib. In piede poi fianno Zamo"0, Kunuo co | Colina, e Gìlara Schiave a Servire alla menfa. Fuori del Serraglio ad altra piccola, e baffa menfa fede Gilzebar Eanucco , e Bonbagù et Jervirlo , e tirando il telone fi/ente di dentro finfonia Ai "Trombe, e di varj infirurmnti . , Gilzebar- C^) U I fi è mangiato bene , e fi è meglio bevuto i E hò fatto alle zittelle più d' un gentil fallito. Colina affacciuniifi alla portac i offet l'andò Gilzebar. Oh eh' è pur brutto il nero . QueiV altro fi è bellino. Accennando di dentro. dia- 320 V J S r A N A Gilara aff tettando fi anche lei dopo, che Gii* %ebttr V bà fatatala eoi Aitino. S'altro non fai tu tire, rifparmia quel ditino» G-l%ebar. Ecco fatta , è finita la noftra protezione L'ufanza dell' Europa ci puone in derilione. Oh! gli è venuto voglia a quello buon V.fire, Trattando gli Europei, dal fuo coflume ttfeire. te noftre cortefie avean le fchiave a grazia, Ora, che fin da loro l'eunuco» fi ringrazia. Ma refteran burlate le povere Zittelle, Se altrui vednn le brache cangiate indi in gonnelle • Colina portando de' confitti a Gilzebar. Eccoti de i confetti, li manda la Padrona, E pollo un ve ne hà fopra quella gentil perfona, Gilzebar. Gli prenda ella, Signora, (a) torto hà accettato il dono Non fece a rifiatare. Ma inutili a me fono. Che invigorir m' importa con quell'ondato i nervi, Se far non porto alfine, che il mondo fi conservi? Gilara portandogli un biebier di vino. E* vino del Kilan. A voi il Vifire il manda. Gilzebar. Quello noi cedo a niuno; portasi vin grillanda. #' alta in piedi pajfando avanti aita /chiava. Con grazia . Gtlars. Ella fi ferva. Gii- £«J Colin» gli pttnie > e uà via. Atto Secondo asi Gilzebar vedendo the non Ji rivoltano * somfenfali. Non fi rivoltali mai. Zamoro. Il baflb commenfale vuol far due verfi gai. Juonano le trotnbt» Gilzebar. Quefto viri che ha portanza di far di cofe beli», Scopre la notte il Sole , il di fcopre le ftelle: Queito vino mi fembra la più gentil ragazza : Chi d' apparenze appagafi col vin beva la tazza. lutti di dentro. Evviva Gilzebar. Gilara. Guarda e' è una putura. Lafcia la levi : Gli toglie di mano il bicchiere*. » lo beve mentre rifuonano le Tronbepti ne gli rende dicendo. Prendi. Gilzebar» 11 vino ha prefo Aura. Gilara viene avanti ridendo, e Gilztbare va dtti tro dicendo» Ah frafehetta frafehetta! Gilara, Buono il Kilan è veto? Giltekar» Tu me l'hai fatta. fon* 22 2 L* J S T A N A Banragìì viene avanti con ima lascia di vino ed un bicchier o. Amico. Ecco un altro .bicchiero» Gitzebar, Garbato Bonragu. Bonragà. Io fon fempre per te . Tutti s' alzano da mer.fd , e vengono avanti, l'ifirf. Tutti venite avanti , e portili il caffè, portano / cascini avanti e parte Bonragtl. Zadira reftata Julia porta del Serraglio. Perchè tofto, Gilara» non ritomafte dentro ? Vi/tre. Reftin pur qui le (chiave, e voi venite al centro» Zadira avanti. Io voglio, che l'ufanza Europea S' introduca fra noi perfin nella mofchea. Uomini, e Donne affieme. Che fi gualtan con gli occhi Le Donne a rimirarle ? Là Hanno l'empie in crocchi. Zadirs. Ubbidifco al conforte. su « , j * .^^fìfime,■ : Prenda ciafcun.fuo loco. fedono come a menfy Celina . Qui cr si ftt pitV-fi éfchi. Vi/ire . Deh finitela un poco . Altro j che il freddo j e il caldo voi non avete in bocca. Di- Atto S»c° n do M? Diriano nell'Europa, oh che fciapita , e fciocca ! Colà moftran lo fpirito, difcorron iulle nove, Ma non della Ragione , fc tira vento , o piove, Se faccia caldo , o freddo ; delle nuove del Mondo, Che lo riquadran tutto per farlo più giocondo. Voi di naftri , di veli , ftoffi , ricami , e fete , Di mille feempiature , ragazze , difeorrete. Là decorrono al giudo dè- pubblici intereflì, D' Hconomia, e Morale , si proprie ad ambo i felli. E qufel eh' è da ofTervare » non mormoran giammai K parlan fenza invldidia ftandofi allegre , e gai . Viva perfempre Europa . Che dice il buon Faquire. faquir . Doppie beneficenze verfato hà il gran Vifire, Qiiando a fai mi firmare il PafTaporto io venni Di ftar n 1 un paradifo pure la. grazia ottenni. Sia benedetto il fole, e il Nettar prelibato Benedetta la Luna, e il vino buon gelato. La Ruggiada, e la Manna fra benedetta appieno Mai cibi, che guftammo pur benedetti fieno. Queft' è vita beata, quelli fono i piaceri, Che si ponno godere p:ù intereflLtnti, e veri , Che non lafcianregretti, ne avvienili' un fene penta, -fi fl<* r ga la cinta. Mi/ìer Qranch . Il buon. Faquir la cinta alla fua .trippa allenta,. faqttif, A quei poveri morti, noi demmo feppoltura; Sacro è dover del Cielo, dovere, di natura, 21+ L* J S P A M A Mifter Cranch . Ed a novella vita ancor li richiamafte Collo fpirto del vin, che in copia tracannale* Vi/tre. Ecco il Caffè, Padroni: all' Europea fervite. Jipana. feria Quefta tazza , Signora, dalla mia man gradite . Vijlre . Bravo d* aver d-ifpiacemi si degni commenfali* Non trattati qual mertan , quii deefi a loro eguali. Mijìer Cranch . Star meglio non poteafi in Francia , o in Inghilterra j Dove si godon tutti i piaceri della terra. Vaqu'tr. Meglio per quanto io credo, ne meno Maometto Ei ftiè , ne ibrà mai nel fuo* glandi no eletto» Lodata fia per Tempre la providerirsa immenfj, E del Vifir cortefe la florida difpenfa. Zadira ed Jtpana Ma voi per che A mefta ? Jipana. Fur troppo hò mie ragioni. Vi/tre . al ¥aquir E* amante la perfona: duepo hà di tue Lezioni. faquir. Qual pafler 1* alma tua non ne sfuggi P impaccio Della pania amorofa, dell' infidiofo laccio ? Se tu non te ive liberi, s'affonderà lo ftrale Nei petto tuo» la fiamma poi t'arde.à fatale. Gii* Atto Sscoti»* «5 [G'tlara. Sarà girato arrofto come uccelletto graffò. Faquìr. Altri coli nel fiume volea gettarli abbatto» S* io non lo trattenea fui ponte ftamattina. Ghe diffi ? tda fé) j Vi/tre . E chi era quelli ? Faqutr* Straniero era alla mina. Sol diffe > che l'amore Io riduceva a quello. M'tjìer Cranch- Inglefe era, fe avea quello defir funefto . Faquir. No. {da jO mi convien tacere per fare il fatto mia. Jspana da Jè» Ah, che mi batte il core , non sò che dir voglia io» Vìjire a Jspana, Eh fiate allegramente in buona compagnia. GUzcitr. Amqr sfuma il cervello, e peggio gelofia. Jspana» Taci fciocco, ÌAi/ter Crune. Signore , penate voi per donne ? Fate come faccio io. Sapete quel che io fonn«P Quando mi aggrada alcuna, le dico noi piacete, Prendo la borza , e dico, corrifpondenza avrete f Si ? ben ; la borza è vollra. No, nò ? la borza à mi* P I 5l6 L' J S ? A N A E 1j ripongo in talea , c me ut vado via» GUara. Per me, villa la borza, non fi ripuone Jn tafea. Noi curo ; mi il merlotto gira, e rigira e calca, Mifier Cranch. A voi darei due borze fol per un picelo) vrrzo> Che liete una radazza , che non avete prezzo. Gilaia accennando Colina» E all' altra giovinetta ? Mifier Crane. Mi piace; ma è un p& jnorta. f* olina in aria innocente. Ip per aver la borza andrei per la più" corta. Vijirt offerendo una tazza piena di Caffi § [Vifier Crancb. Prendete, Miller Cranch, fe piacevi il caffè. M'tfier Cranc. Quelli n' abbatte ì fumi. Vaquir. Quelli non fi per me. No) prendo'mai, bifora , che )afci alzar lo fpirt» A contemplare nel Cielo il be} Vergineo mirto. Le figlie del Profeta alla magion lucente Di noi fervi divoti richiamano la mente. Mifier Crane, Ma vi abbaffàte ancora a contemplare qui in terra) II bello, che natura a uman de/io differra. Yaquir . Quanto un s' abbafla pili, tanto piìl avvien ina'ze. Cofe Atto S c o ■ d o ttf Cofe si copron vere in ravvifar !e falfe. Mondan femineo feffò di quel del Cielo è immago. yjire . Talora nel ritratto trova talun fuo pago . Faquir . Se fia di man divina , e chi noi troveria ? Vaga geptil donzella a chi non piaceria! Se il Gel pinta ha Tua effigia in volto a tua Zidira, Perche non hi a bearfi cìafcuno, che la mira ? Ma quelle vaghe luci non fon due chiare ftelle ? Queir ubertofo feno, e V altre cofe pelle .... M' avvampa ilfaW foco, Facciamo' un pò di vento. S' alza traballando Cilara • Orora il pio divotq ne bacia il pavimento . Vaquir volendo andarle dietro Che dite buona Figlia ? Gilara • Eh piente {tate Caldo. Raddoppia alla ftagione il buon Faquire il caldo. Il fà per più feffrire :col vm s' acquifta il merto: D* aver, comeè promeffo , e}c penitenti il ferto, Faquire avvicinando/} a Zadira Bell' angiol di Maometto, lafciate , che da preffp Vagheggi il Paradifo. Zadira y che già bà prefo il Caffi fugge dalla parte dove è il Vijire t e préfegue il Faquir abbracciando Jfp.tna . Prendi tu queft' ampleflb. P * Jipf il* 1/ J s r A K A Jspana, Faquire a voi ìc mani. faquir . Oh ftiamo allegramente. Zadira . Vifire, coftui mi pare u n beli' impertinente. J^r* ti vino, e r oppio alquanto gli rifcaldò le membra, Vaqu'tr a parte dicendo ,i' Jspantt C In abito mentito coftui Donna mi fembra ) Fra le cetre, e fra i canti efuiti 1* allegrezza. Vuole riabbracciarla Jipana ilontanando/i Di ftar da me lontano, fatemi la finezza. Faqttir da Je Il piflb fpeflb e breve move, è una Donna alcerto Non faria forfè Jspana ? L* arcan farà fcop^rto . Traballando dà un urtonata a Colini Colina • Pià in II, Signor Faquir . Yaquir ritornando ver/o Colin* Cara la mia angioletta! Vien qui, che ti vo rendere nel Mondo benedetta. Vifirr. Faquir fiate ne' fegni. faquir . Fiacciam pia fratellanza. Vifirt. A poco a peto amico ; non si prefto s' avanza. Atto S » c o s d o ai* ZadirM . Cacciate! vìa» dianzi». Vedete è polpo cotto. Vif*rc. Con me vieni , Faquir. ¥aqutr. Vengo fol, dico un motto. Vaga al pai della Luna tu fei, mia ragazzuccu, Aecojìanloji a r olino, cui dice piano. Tornato dalla Mecca darotti una cofuccia. Vi/tre. Vi voglio fottofcrivere il voftró paflàporto. Andiam ; poi devo a certi dare ragione, o torto* Niifier Grantb> Hà torto certamente » fe guaita sì gradita Converfaziun tal gente .. < Vi/ire» Convien, che fia fpf Jita. Vaqitir. Votata abbiati! l'ampolla dell'allegrezza odierni.- Cen porga altra domane la carità fraterni, d* fe Convisne , che fi afcolti quella povera gente. Vijìre. Che grande Ipocritone Andiamo prcfUmente. Faquir. Sia benedetta ognora la tua Cafa » e la moglie ; Come vite abbondante ricchi tralci germoglie. Vi circondili la menfa frefehi qual rofe , e gigli , Q ftrtanati Spofi * i bs'i leggiadri Figli, P 3 Vi/?" *JO 1/ f S t A N A Vijré. Vi divertir quel giovine, Z.dira, abbiate cura. E', che egli iia sì metto ,defetto di natura. SCESA Ih ZaDIUA , JsfAKA, MlST»B ChaNC, Za.MOR», GUZIIAB , CoklNA, « GiLaRA. Zaiira ton tenerezza» lente, Signorine vaglia, v'è a mitigate il duolo* Che riguardar non lafciavi altro,che gli altri, e il fuolo? Mtmmen di due parole degno e chi ftavvi accanto» Che divorar Volete fempre in fegreto il pianto i SI sfoga il fuo martore col palefatlo altrui. Capaci non credete di ccnfolarvi nui? Jipana. CI* altri crudeli avveri di troppo m' hanno opprefTo* Zamcro 4 Zadira. Andremo » fc vi aggrada al noftro pranzo aderto. Zadiré» Andate , andate. Xamora alte Schiave. Andiamo, da/t» dovrebbe innamorarla* Ita fiele* fc fi attacca, patte colle Jchiave. Cilzehar . Vtxtei una grazia. S* Atto S i « ° n » o *j< Zadira. ParU. Gihebar . Nelle contrade andare a fpaffeggiar vorrei, Per ritrovare alcuno dV m'aiti am.ci miei. Zadira* Vi pur. Js~ans. Ritorna prefto. Ciìze^ar. Buon giorno a lor Signori Accender li dovrebbero frà lor di beili impupane, Zci'Unt ad Js:> nix. Ne meno il voKto nome porto falere ? Jipana. Io fono tiri gioco della forte al cafo in abbandono. Z udir d. Ma dite* a quelli luoghi quii altro v' hi condotta* Jspana. Altro non poffo dire, a voi già dirti il tutto. Mifler Crancb da fe. Ma fuggez : on di me. Io vò lafciarli foli^ Acciò t te tanto vonno V un V altro fi confali. Zadira. Se n' è il Vifire intefo di tutti i cafi voitri Perchè quella riferva avvien , che a mi fi maftriJ Jspana. Oh Ciel, che dir pofs* i»ì P 4 Àfc* »3> L' J S f A H A M'tjìer Crancb. Signora permettete Che vada al mio fcrittojo? Zadira't Voi pur ci lafcierete ? Mijier Crancb, Miller Cuc è partito. Son folo ora al negozio» Ne un momento mi reità da poter Ilare in ozio. Buon fervitor di loro. Zadìra» Miller, tornate, dico. Quegli elei mio'conforte è un vero, e buon amico* SCENA III. Xa»IKA , * JsPANA. Zadira. Or foli fiati» parlate. Jspana. Debbo tacer, Signora, E n* ebbi dal Vifire il fuo comando ancora. Zsdir*. Ma a me fe vi ricorda egli ha pure preferito Or or di follevare il vollro core afflitto, Ne far lo poflb al certo, fe voi mi nafeondete La cagion dell'affanni» « fcinpre vi tacete. J tP a. A t f o S e e o N » o *Ì5 1 Spara. La faprete ancor voi, ed il eritrei mio diro Sarà da voi compianto, fe Zia, che àbBiitfc ani ito. Zadira. Se h& amato? si hò amato, e amato eftrernarriente Giovin galante , e vago frà gli altri i! più lucente. Il ciel della CircafTn, cui mi'ravvolte il lembo , Almen non potea offrirmi miglior nelfuobel grembo Morte però mei tolfe pria del promeflb imene Appagar fi potefTe la lufinghiera fpene. Convenne ad altre nozze paffare, e darfi pace: Il fuo dettino il faggio ognor rifpetta, e tace. Jspana. Qualor morte fepsra piegar fi dee la fronte. Ma chi vita refpira a telTer frodi ed onte .- Ttadtra, Dunque vive il tuo b?ne; mi vive a te infedele, J spana. Eivive, e il vorrei morrò; l'odio, ma io fon fedeli Ztdira, Potrefti effer felice di quel più, elle if J .'% D'una miglior vend-tta con fomentar l'idea. Della bella vendetta, che più n'alletti», e pbc?, Quanto ella è più innocente, e fi acquilhr la" jiieé Ad altra amante in preda danne a colei W oblio- Caccia novello amore talor veglio dedj. Jttìa»j. Sì, fe trovarli in terra pote/Te un altro oggetto Di grazia» e Vo ai< Rifpetto , e non amore trova in l'altrui promette. Veggo, Jo sò per prova , che amor faria ph\ dolce; Ma a fua balia V umano umore nort fi moke. In mezzo alle r'cc hezze , in mezzo a i fommi onori I a lor felicitale non trovan femore i cori. Piit infelice, che ptrfi fon per deftin fatale Se amore non ritrovo. Jspana. A te fon troppo eguale. Zadìra. Potrebbe? due infelici unir la loro forte, E furie divenire dolci le Ict ritorte. Jspana . ]1 tuo Vifir... Zadìra- Pef altri, fenza deftar ree voglie Può d' un pudico amore ardere onefta moglie» Jspana • Vorrei renderti paga, bella gentil Zadira , Ma non polio » mei credi ; Soffrilo , e non i* adira * s.ce- \ 136 V J S * A H A SCENA IV. Vxukb , e dette. Vifire. Solo a fol mi piace. L* ufanra prende piede . Voi( a Zadira) confola to avrete chi la pietà richiede « Zadira . Meglio di me , Signore, al fuo mifero flato Da voi , che il conofeete, ria , che riftor Ha dato. Jipana da fi Ah T unico rifloro ella era la vendetta; Mai oh Dio, chi sà, chequeftapur non mi fia interdetta! Vifire. Non t' affannar ,non pianger* «folo non fei, che peni. Dopo torbidi giorni ritornano i fereni. Fidati a me j mia cura farà di consolarti . Porrò persi bel fallo in opra io tutte 1' arti. da fi Jipana . Da ognun sdegna rimedio la mia perverfa forte, Ne mai potrà la pace a me recar, che morte. E voi t f e P er bontade pietà di me fentite, Il termin, che ne affretti de giorni miei loffrite. Lafciatc , che 1* efemplo di quel giovine io fegua , Che si volca nel Fiume ftamane gittar .... Vi/ire. Dilegua Non fomentare in mente idea cosi funefta; Sgom- Atto Secokd© 337 ffombra talora, e palla terribile tempefh. , • Colui che in le fyenture cerca incontrar la morte >; Dj renderlo felice non da tempo alla forte. Ma lanciateci foli un p«co noi, Zadira . Zadira . Meglio» S'o v 'n» rifletti, e dal tuo duol refpira, SCENA V. VXSI>F» fffJstAHA . Vjtre. J^J On le dicelti già li casi tuoi, ehi fei P Jtp&na . Per venerarlo » balia un fol tuo cenno. I miei Doveri appien conofeo, Ytfirt. Finor volli celata Tenerti alla curiofa mia commenfal brigata, Ed alla Moglie ancor, perché vò prima , 0 bella , Che tu d' un altro amante afcolti la favella. Sedem< apprefTo, Jspana, e per un poco almeno Sgombra il ertele affanno dal tuo candido feno. Sedi qui meco, 0 cara . Jspan* . Ricevo il grand» onore, Che compartirmi vuole or 1* alto mio Signore V/> *3* V J S p A tt A Vlfirt. Un V fir della Persia in me , cara , tu vedi trrvtiW, Kd un, che per rcch-zz? non fia , che ad altri cedi. Avi Vantar potrei p'ù ill u itri , che ciafciino; Ma quelli pregi in P.-rfu non fi dà mai neffuno. Lo fplendor della nafcita a nulla frà noi f-rve. Se il valor U virtA nel petto gnau non ferve, lo giovin fon pur anche, ns fcarfa a me natura Della beltà Virile fu per nva gran ventura. E bella, e ricca Spofa il cielo diemmi in forte, E ogn' altra avrei trovata beltezs< in mi i conforte. Che recit» mi ave/Te al par di lei un tefjro. Ma amor fe non hi impero, che vai beltade , ed oro? Infipidi p aceri fi guftano foltanto, K prefto uno fi pente d' aver U donna accanto. Amore, am.r cjndifce il bello della vita, Guftar fà le dolcezze , e fempre a i gaudi invita. Queft'amor,bella Jspam, non vi'en quand'uno il brama} Ce lo troviamo in petto, fenza faper, che s* ama. Ei viene all' iniprovifo» ne la ragione opporre A lui puole la fòrza ; e i lacci fuoi difeiorre. Quindi n' avvampa il petto, e al foco fuo vorace Monfia, che fl fottragga dell'tirrun cor la pace; Se amor ColU fua mano a noi riftor non porge, U cor non torna in calma, rie pace più riforge. Tale, diletta Jspana, tal è !a forte mia, Qual, fc il V« narrarti, avvien la tua che fia, Jspjna. j< puoi recare in dubbio, che n»n dicefli il vero? Meglio faprai chi fono. V\fi~ Atto Secondo 130 Vi/tre. Nò, che hai il bel cor lincerò. Ma Te il ver mi dicefti, e il ver cotanto apprezzi; Sul labro altrui non ria, che da te il ver fi fprezzi: Amor nel petto mio fitto hà fentir fuoi ftrali Ad onta de'legami » che fono a me fatali. Amo bella , che in farla il Ciri s' è compiaciuto» E del caratter mio ei pur farla hà voluto. Coftei fcortala appena io men compiacqui a fegno» Che repudiar mia Dorna torto prefi io difegno. Ne felice effer poflb , fe non c'unifce infieme La forte, p non appago la Jufinghiera fpeme. Da amor per tanto attendo pace, e riltoro al core. Come riftoro, e pace attendi tu da amore. Ma la bella adorata arde per altro oggetto» Ne pago può d' entrambo efTere il caldo affetto. Seeftinto il primo ardore, non fia, che amor ne avviv$ Un a'tra fiamma in lei con faci ancor più vive. Che le piti ardenti faci or fcìntillar ne faccia, Bella tu puoi vederlo con rimirarmi in faccia. Creder convien pertanto, che eltinto il primo foco Voglia amor, che l'amata a nuovo ardor dia loco. Amor cangiarfi è vago ; del dolce dato un faggio, N* offre cortefe in altri pofcia l! intero omaggio. Mirami in volto,Jjpana, vedrai, che tu fei quella, Per cui n'arde il mio core, fei la mia fpeme, o bella. Un nuovo amore accogli, che un torrente più vafto Di dolcezza nel feno ti reca , e con pi A fafto. Quella tu fei» che ai primo incontro già mi arderti. Tu 14? L' J S ? A K A Tu la smaniofa piaga, in quello fen gii felli. Sol la tua bella mano, guarirla può. Sì quella Mano, che Aringo, e bacio a nfanarla appretta, 0 bella man divina non Ufcerotti mai, Se non mi rechi al cuore il ben , che defiat. Jtpana. Ma fovvenir ti dei di tua parola appieno. Vi/ne. 1 giuramenti miei fan guerra in quello feno. Srnto il valor di tutte le a te fatte promefle ; Ma fentoanche il coraggio, che in mel'amore impreflc* K dalla tua bontade, e dal tuo amabil core Fammi fperar pietade il violento amore. Forzar però non voglio tuo cor con mie minacce • Vò, che s'arrenda a'prieghi, piegando ad altre tracce. ) spanti. Tor mi vorrefli il vanto, che aver può la vendetta. Facendomi incollante da gli occhi altrui negletta? E poi come potrelti feguir donna adamare, Che un incollante è fiata, e della ognuno odiare? Il vergognofo efemplo d'una viltà darei, Ne l'incoftanza tua rimproverar potrei. /Uior, che il folle amore per mio fatai tormento M' avvamperebbe il feno, il tuo già fora fpento. Quella giufta vendetta di non curanza, e fprezzo» Ch'io machinooraad altri l'avrei perdegno prezzo; ì-Vr mia giuria mercede l onte, e li feorni avrei, Che fomentar già fanno tutti i penfieri miei: ti avvezzo a ripudiare donna, il Vifir. faprebbe , Puf A T T 0 ■ S E C O H > o 14** Pur ripudiar colei» che all' amor Tuo ne ircrrbbr; Che di cangiar talora l'amor d' ometto è vago. Per me non voglio alcerto dire ad amar tal pago. V!/i,e. Rivoca, o bella Ispana quelta tua ferma idea: Ricevi dal V;fire gli omaggi al pardi Dea. Per quanto liò di più caro ti giuro eterna tede. Avrai tu nel mio cote perpetua, e ftibii fede. • J spaniti Tu mi giurafti ancora-d'enormi folo amico, E divenir mi vuoi ora farai nemico. Vi/ire . ' Nò; ma quelle celefti luci leggiadre, e belle Non faranno eglin fatte, oh Dio per miefacelle? Quei tumidetti amabili tuoi bei labri vermigli, Quel bel fufto, sù cui amor par s'attorcigli, Saranno per tutt'altri!perchì? Per un un ingr.'to? Che della tua coftinza fi ride ad altra allato. Ma ne pure per quegli fia, che beltà cotanta Si ferbi, fe dal tetto te difecìar fi vano. Andran difperfi al vento i tuoi caldi fofpiri, Se d' un novello amante V offerte tu non miri. Ch' edere io pofTa quello, cui tu rivolga il guardo! Vedrai, che lieto io bacio di tua bsllez^a il dardo. Ah, che un prodigio fei. Quel breve, e sdutto piede Pur di calcare il foglio degno è di regia fede. Quelle leggiadre gambe alfufellatc al torno... Jjpana smaniof t» e sdegnata* Vifir taci una volta, Q ^4* J s * A « * :r J*i/*f'<'<'>*>'■ ir.:h»r 1 tw4 1 labri miei patlorn». Pietì da te rich'edo: Tu m' acc ndclli il core, A te fi fpetta fpfgnere quello m o fiero ardore. Se sdegni la mia mano, folfri li miei trafporti: Lafcia: che fo. . . non mena la b-ila ingiurie e torti, Jspana ala imioji. Vifir, la tua premetta? foffbga qu ila prava. Paffion j che ti feduce, o non fon più tua fchiava. Viftrt. Ah mi trafporta amor! ma al fuo dover ribella Non è la tede mia ; Deh mi perdona , o beila. Vò, che tu feorgaappieno, che del tuocor fon de^no ; H del mio amor tu n' abbia, della mia fede un pegno. Cadrà pria il firmamento, che al beli' Idolo in o Da me facciafi oltiaggio;ma pafei il mio deli j , Non mi negar di fpeme il bel conforto almeno, Che un dì ftringer mi polfa fpofo al tuo calto (eno. Andiam frattanto ,Jspana , V afpetto tuo ce'eite In Donna a far rifplendere ; vieni a cangiar di velie. Jspana . Dove condur mi vuoi ? Vijire . Nel mio quartitr da baffo . Dove già tutto è pronto; fiegui pure il mio palio; Jspai; a. Ubbidirò il tuo cenno, ma fola entrare io veglio. Ch' alla urefenza altrui vtftir mi mai non doglio. % iìlcv suo sì-'"' Yifi. Atto Seco '«do a>4 ? Vi/ire. Farai quel quelche t'aggrada. Fian fiere le tue voglie, Andrò per un momento quindi a cercar la moglie. SCENA VI. • Vìaxza di Taur'ts. Casan fai: poi Gilzìba* C*/Mi I L Faquir , che attenderti qui diffe il fuo ritorno , Che tornava a momenti » e invan trafeorre il giorna. Stolto chi pretti fede a gente fer.za onore , Di vederli ingannato ognor ioffre il dolore. Gilztbar» a parte Care mura adopate di Tauris- Àbas care! Dove fi mangia bene, dove fi può campare. Chi veggio / e come mai Casan c quegli al certo t Catan, Ah , che a accertarmi meglio mi fui il cafo efpei to. Gilztbar accoftandofi picchia una mano full* /palla a Cafau . Buon di a Vofignoria. Or tan. Cora; tu quivi? J»pa;,» , 'Parla * dove fi trova ? è preifo , od è lontana? Q a Gii- a 44 L* J S » A B A Gilzebar • Signor ! che sò... .la ("chiava.... era con lei per caio Caia». Come ? Gilzebar . Sortì di Iipaan .... Casa». Tu fei dal vino invafo Ed il timor non lafcbti articolar gli accenti . Parla , ribaldo, o ria , fc no, che tu ten penti. fifi oda lajclabla Gilzebar inginocchiandoji Colpa non V* hò , Signore, fe ad altri s' é venduta, E perché pure ad altri la giovine c piaciuta. Qasan. S* è venduta ? Che Tento ! Gilzebar . Eli' era in libertade i Megl' è qui fia venduta» che in eftere contrade. Volevi» andar , fapete, alle Europee Regioni , Per perder la memoria de' primi fuoi Padroni. Cotanto inconfoltbile eli' era poveretta, Che sy di lei chiamava del cielo ogni faetta. Casari. E chi ne fé l'acquifto, forgi, e mi narra il tutto. Gilzebar. Signore, 1* hà comprata uno, che non è brutto, E \nxb trattarla bene è giovine, ed è ricco, E fà qui nel paefe il principale fpiccoj Ca- Atto s * e o a » • «45 Casan. E chi, crudcl, fìnifcila, il mio tefor poflìede, Chi r hà comprata folo, a te, nero, fi chiede. Ghzeba*, II Dragora, Signore, 0 pure vogliam dire Di Tauris-Abas quello grandiffimo Vifire, Casan. Foffc il Sofì medefmo a me ceder dovralla, In braccio altrui un amante non puotè rimirarla. vuol andar via colla /ciabla sfrodata. GilZrber . Che fate il mio Padrone? dove, Signor n'andate? Digrazia, ve ne prego , qui non vi cimentate, Se voi la rivolete, ed ella fia d'accordo, Signore, io condurrovvi del bel naviglio al bordo. Parlar con lei bifogna, e fe ella v" acconfente, La cofa, a me credete, fi sbriga prettamente. Se il denaro non vale, fi concerta una fuga , iì cento baftonate poi Gilzebare afeiuga. Casan. ,. . J SI gli affiri d'amare voglion rigiro, ed arte Più di quelli d'Aftrea, o di Minerva, 0 Marte, parla alla m'a Diletta, per lei dì, che hò lafciatt Zelica la mia Spofa, che a lei non fono ingrato. Dille, che fe un Faquir non tratteneami, d'alt» Avrei già difperato fatto nel Fiume un dita. Gilzebar . Voi dunque forte quello, che egli ftarrun trattenne? Q-* L' J s r A N A Cu san. E come par tu fai quanto di me gii avvenne? Gilzebar . L' hi contato il Faguir,or ora dopo menlà. In cafa del Vifire a una brigata'immenfa. Cisatu Ah traditori (ìilzebar. Non difTr chi voi vi foflì, e quale Donna vi «affé a quello trillo deftin fatale. Sapete, ove fi trova ora il Faquir garbato Qui predo, già ubriaco » in vn via! sdraiato. Cajan. Attendere io potea il vile empio ribaldo? Vj'nne ad Jspana, e fiale dell'amor mio 1* araldo» Dille, che l* amo ancora, e che vorria parlarle, Gihtbar. Non ci perdiam,Signore, ora in cotanteciarie Laiciste fare a me, meco venite appreflb, Che da neio onorata vi sbrig» adell» aderTo. Catan» Seconrli il mìo delire il ciel giullo, e clemente, Che ni primieri amori fplende timor lucente. FINE DELL* ATTO SECONDO. ATTO »4f A T T O IIL S C E N A , I. Giardino con veduta in profpetto d' uni Foftan* da cui Ji dibattono due Lunghi vi.-.lt Jiani be%gi Ut fto è il Giardin famofo di quello Gran Vilire : Vedrete mmvigiief-ehé* vi f*r:ui ftupire . Finché non vengon Donne» voi (patteggiar potrete, Allora in quel bolchetto a afeondervi correte . Frattanto ad avvifare n' andrò la beli' Ispana , Che condurrò là dopo a quella gran Fontana . «-^ ••' lif-j , C Appartiamoci entrambi ; te veggono perfone ' E vecgon vi fu io , m n -cercheran più in là. Se non ci han difcóperto, non ci vedran più in qui. Casan . Ma ncn vedrò piùJspana, e fc vederla è dato, Chi sì , quando parlare potrò all' oggetto amato ? i Gi-lzebar. Alidi:, mo prontamente,- abbiate, Signor, flemma, lo riporrovvi in dito quella brillante gemma. S C E N A U' Visikej Zamoho, e Detti appartati indietro ,91 .-.u..< uigJpìUqt iov «siinoCi n ■ : • Vijir$. % I-i . J«l^ liJ^-. , ... . * -~ 'l«..Jb. 2j Amoio in quello luogo fammi venir !a fchiava Comprata quella mane , che a donna abbigliava , Ed «r ; per quanto io credo farà di'già vellica. Veder vò tal beltade de' fuoi grezzi fornita . Ma 1 » ognun cela tuttora il Uio nome , il fuo flato ; Finché da noi non venga in Cafa palefato. s'- Za" Atto T ■ h z « 349 ZamorOm Contro 1* efpreflb cenno prima che dii parola, Tu-fai h fede mia, mi tagliere! la gola, parte. K Buonragii l' ilteflb faria ben ve lo giuro, Della fua fecretezza affai ne fon ficuro. Vi/tre. E forprendente In terra quella beltà fovrana. S* è tale ili viril fpoglia, che non fia a donna Jspana t Quel Finanzier fu feiocco a lafciarfi carpire Tanta beltà di mano . Ma quegli han'altre mire. Per l' oro , e l' intereiTe lafclerebbero ancora, Cotanto fono avari, quanto nel Cicl s' andora , X'crcó vitto hb coftoro fpofare una deforme Affumicata arpia d* Ur.a bruttezza enorme . Che (torto miri, 0 penda, e diciam pur fu gobba H' una gioja per queftij li balta abbia gran robba. 71 r ricoprir poi dicono , la lor laida fchifezza» Che lo (pino, e la grazia compenfa la bellezza. O b"lla grazia invero! quelle avrun merto raro Ch'hanno la marca ad-iofTo al par dql lor denaro. Forfè avran dello fpirto ; ma un fpirt* maliziofo, Cua-rdatidarfegnati, che in leno hanl' angue afeofo. Bellezza è un fior fìupendo che non hà paragone Tor-fel lafciò di petto il fempiice garzone. Casari. A* lafcia, Gilzebar. .. Gi!%ibar' Nò mio Signore, fermati. J> nafeontìena di fiusvo* Te 25» L' J S P A K, A Vifire. Quivi s* appreffu Jspana , la mia cara beltade. Come più bella appare? fembra una D?a del Ciclo, O* amor, rinovi i colpi col più polente litio! SCENA III. V»IRI » JsPANA, CaSAN, e GlLZ'HAK tUPCtWj Cnenza! He frefchezzj, che grazia, e che dolce avve- Regga chi può nel mondo a li vaga prefenza. Ecco la vaga Flora.' o mia Diva, venite, Per fparger le dolcezze il voftro feno aprite. 11 nuovo voftro amante voi vi vedete al piede, Che a voi giura tuttora eterno amore, e fede. D'un. gioVirt, che lafciovvi fol per vile interrite, Vendicarvi potete ora coli'armi iftelTe. Egli Jià fpofjto un altra, perchè ella avea dell' oro. Da voi fpofar lì puote un che ave un gran teforo. E lo raddoppia allora, che voi poflTeder polla, Come lo (cerna J' altro, che die al Tuo aver la icofla. Per quanto porti in dote ricca donzella, mai Non fan, che non pareggia fue pretenzion giammai? Ne crediate però, che minor trattamento lo far di quel vi voglia, che ei farle avrk ardimento . Cedono alfln coftoro all' importune inducile. Del- Atto Q_ u a i » » aj» Delle uiperke donne, onde 1' onor s'inerte. K le mandan sfarzofe, al par del noftro grado, Benché la lor ricchezza fcemar vedan con ghiado. Voi al par di lei n'andrete, che già vi fu rivale, Mail fallo avrete ancora sA lei più, che immortale, Disponendo di tutto, di me pur difporrete: E ben , che cola dite? Jipana. Il mio penfter fapete. Vi/ire. A un vile traditore la fede non fi ferita- Ed è il cangiar d'affetto la più vendetta acerba. Jspnna. Tant* è, voglio collante fedele a lui ferbarmì, E che comprenda alfine, che indegno fii mirarmi. 10 sò , che fiete ricco , fiete un Signor potente Giov.n graaiofo , e bello da innamorar la gente. Dico di p'uì, che avete cento attrattive, e tali, Che raro io 1* hò vedute in altri uomini eguali. Se 1* alma non avelli appien di già occupata , Vi troverefte loco; ma la mia fede è data. Vorrei non, che un Vifue , ma che il Soft PerftfnO» 11 mio Monarca ìfieflb m'offri (fé la fua mano, Per avere la gloria di ricufar tal forte; Vorrei per non temerla effere incontro a morte, lo sò, che m' è infedele, un' altra egli hà fpofato, Ma ei fit T Idolo mio , da me fù fempre amato. F l'amerò tuttora, benché morte mi deffe, Me la darei a un fuo cc*nw «olle mie mani ifteff • Alle S S L' ) S t A M A Alle sraziofe offerte del buon Vifu tenuta Ispana ^elia è all' cftremo; ma la fin man rifiuta. Son voftra fchiava è vero, ma fthiava a voi donata; Ne fia, che ora ne venga da voi violentata. Gradifco eflTervi ferva, e frà l'umili ancelle La più negletta, r baffa, e ferva ancor di'quelle. Ma del mio cor padrona, voglio ferb.ir cofhntc Là fè, benché fu ingrato, al mio primiero amante. Casati indietro* Fedeltà fenza pari. Vi/tre. Cotanta vinti voftra Invano ad un Vifire il Cielo non la moftra. Quanto più nò voi dite v tanto più dice ei fi » Ne a calo fri mie mani il Ciel vi hà feono' qai : Vuol la virtù premiata, ne l 1 umiltà coperta Vuole, che retti in terra, ch'ogni favor fuo merta , Vuol che fi faccia forzi ad umil cor gentile, Che degno è più s'inalzi, fe più fi moftra umile. Jipana. Vifir liete in inganno, fe a me fA data in feorta Qyalchè virtù, non fonomi dell'umiltà mai accorta» Sappiate , che fuperba io fono anzi a tal fegno, Che iò di meritare non un Vifire un regno. E ancor merto di più, che hò infino l'alma forte Da. ricufar pur quello, per incontrar la morte. D'una virtude eroica dirò nel mondo efemplo. Che pari non v' è fiata; vò mi s'innalzi un tempio. * fV<*^i ri*_. >• 11 .. >ià Vi/f> Atto T i » * © ajj Vi/ire la prende per un bracci». SI un tempio innalzerovvi, fri mie braccia venite» Jspana dibattendo/i. Non ofate infultarmi. Vijire forzandola. A me Donna ubbidite. Casan ifrsdando la Jciabla, e frementi Ali ribaldo! Gilzebnr. Padrone, frenate anche il furore. Jspana liberata/i dal Juo braccio. Così ferbi parola? Vifire ferzi onore. Vijire ripenjando. Sarai contenta , o fchiava , manterròla promeffa. Vado a trovar mia moglie per confegnarti ad effa. iartty poi ritorna. Tu fei pur anche in tempo , prima, che parli a lei E lcoprele il tuo flato, e dica chi tu fei. li non'fperar, che dopo il tuo Vifir s' abballi, A offrirti la fu' dcftra, e a una viltade ei palli. Finché del mondo in faccia tu libera ti moltri, Parer puoi degna ancora, e di corone, e d'oiUw Ma flefa al vile ufficio di fervitù la mano Non fia, che piala Aringa alto Vifir Perfiano. Per.faci, Ispana adefTo, io vò da' mia Conforte L" ho da recar la vita, o col ripudio morte ? La vita io le darò offrendole una fchiava Che foilevar pu5 appieno la noja , che V aggrava » Ma «54 L* ; s p a » a Ma a lei dando la vita di motte nel mio feno Ne introduco la fmania, c 1' atro rio veleno. Abbi pietà del mio troppo infelice flato. Volgi fereno il ciglio, dimmi quel sì tramato. La morte ognun può darla ; ma dar la vita è gloria , Che non è a ognun conceria. Itluitra tua vittoria. Sollevare un Vilue dal crudo amore oppreflb, Penfaci bella Jjpana , è gloria del tuo fello . Jipana. Io ci penfai abbaftanza . Vanne all' illuftre fpofa, Ne la fua fchiava a lei da te più venga afeofa . V'ftre. Andrò , fi andrò , lo vuoi : ma poi pentita un giorno, Indarno ti vedranno bramare il mio ritorno . farte SCENA IV. JsVANA, CaSAN , e GlLZtlAK . C*Jàn tra/portato dalla gioja viene avanti ed Jspana refi* forprefa O' Mia diletta Jipana,ed eflTer può egli vero, Che ancor fedel ti trovi dopo 1' affronto fiero, Che il tuo Cafan ti fece, o virtù fenza efempio! Anima generofa degna d* incenzi, e tempio! Si cogli, orecchi miei hò da' tuoi labri udito te prove più veraci dell' amor tuo gradito . Ec. Atto T e r z « «5$ Eccomi a te davanti a chiederti perdono De'torti, che t' hò tatto: pentito ora ne fono, E quivi ai piedi tuoi bagnando il fuol di pianto /' inginochìa. Chiedo proftrato , e umile della tua grazia il vanto.' J spana. Scortati iniquo, ingrato, barbaro, traditore. E di venirmi innanzi, fellon, non hai roffore ? Vanne ad offrir gli affetti a chi ti prefta fede, Che d'inngannar due volte Ispana invan fi crede . Moltro di crudeltade, e il fuol pur fifoftienr? E in le fue mani il Cielo il folgore trattiene ! Casan. Tu mi volerti morto, e s' hai pur tal delire, Dillo, ch= m'offro io fteflo al più crudel martire. Ma nò, tu m' ami ancora 1? udii quivi nafcofto, hd ora tu rrT oltraggi del tuo dolore a collo. Jspana. *hi fi\ cotanto arditJ di qui introdurli ? Gilzebur. Io fui. Che abbandonata ei Z"lica lo ricondufli a voi. Casan. Ver te l'hò sì lafciata, m'avvidi dell' orrore E a offrirti, 0 bella Ispana, vengo di nuovo il core» Ispana. Noi credo menzognero, c )>oi forti con lei ; Ancor reo d' tin momento di me des;no non fei. Quel che ttllè intenderti iù vano , e 'ù un' inganno. Di t$* L' J 8 tr A N A Di vedermi cangiata aver potrai l'affamo. Potrefti quella mano, che hai ricufar veduto» Vederla un'altra volta riceverla in tributo. Ritorna alla diletta vaga gentil tua fpofa, Con lei sfoga crudele la tua fiamma amorofa. Sei compatibil. Zelica ella è una Dea celelre; Ma un Nume egli è il V'ifire ; picgarG a me il vedette ; Sarò pur compatita , fe a lui n' offro il mio core , Fiutolto , che ferbarlo fedele a un traditore . Cattiti Senti , Jspana , tei giuro . J spana» Non vò fentir piti nulla . I' giuramenti tuoi prefto il tuo cor 1' annulla. Con mia rivai tu folli , ebbe ella la vittoria. Vanne, fol per odiarti , avrò di te memoria* Citisan. E odiare tu potrefti colui che folo aftretto Dalli patemi cenni a violentar 1' affetto Diede la mano a donna , che febben ricca, e vaga Pur l'aborriva e aborre, fentendo un altra piaga? Compiacqui il Genitore, che frimai fi credeffe Contento del primo atto, ne altro da me chiedefTe-* Ma forzandomi al refto; Benché folli tu gita: Odi fe mi feoidai tue infidie alla mia vita . Quel fofpir che tracfti di fondo al mefìo core Ben tifurefo, o cara, per tuo trionfo e onore. AHor che d' efTer (oli pel vivo altrui contento Con Zelica ne giunfe V affrettato moment» Sap» Atto T » * z • 257 Sappia ••• Gilzebar. Signor , vien gente . Ritiriamoci pretto. Avrete adeffò adeffo campo di dirle il teflo. Casan . T' offcfi , 0 Ciel, che troppo perfeguitar mi vuoi ? Jspana, da. fe Quanto più dolci , e cari mi fon gli affanni fuoi.' SCENA V. Zadira, Gilaba, Colina, Jsbana Casan, e Gilzebab, nafcqfii. Gilara. E 1 Cco un altra compagna, Harem più allegramente. Colina. Vorrei foflcmo tante, da non dover far niente. Zadira» Accollatevi, (chiava, e dite il voftro nome. J spana . Jspana. Zxdira da fe. Oh Ciel, che voce? e che rimiro? Gilara. Come? Coli- t^ft L' j l ' S V A K A Celina» Che bella metamorfcfj J Ci lai a. 11 gicvin commenfale Celle femir.ee vefti vuol farli noftra eguale. Jspana a "ZadlrM. Tal che vedette in j rima In f ( < sii» d'uom mentita Con fpoglie a fe conformi o.a s'è alfin veftita. AH' innocente inganno deh perdonate ingrazia. Zadira . Della nuova feoperta la lchiava fi ringrazia. Che non fapea pur io chi voi vi folli, e tanto Poco accorti credevimi di dubitarne aiqiantj! Qtialor la prima volta sù voi gli occhi gettai Che una Donna vi folli forfè io non ravvifai ? So finger ancor io per compiacer chi deggio» fc quando occor talora per gioco anch' io vezzeggio* C Ah mi rode in fecreto la rabbia, ed il difpetto! Temo, che fi propali il mio fthernito affetto] da fe Jspana. Se ne' begli cechi tuoi feppi trovar bontà In viril fpoglia; fpero , quella or non fvanirì* In pumio al mio contegno, e all' umil fervitude, Che 1'onor mi configli*, eimpoonmi la Virtude. Io fono al Signor voftro fchiava da me donata. Ma Schiava io fon, faronne da voi puranche amata. Zedira. Come a lui ti donafli ? perchè sì inaudita Generofità? Glia- Atto Tirzb ^9 Gii ara* Ah ah ah... per e.Tcr piiì gradita. ) spana. Perchè gradito il dono forte ferbito poi M dritto a quefto core de' proprj affetti fuoi. E il mio Signor da me altro mai pretenderti Che fervitude, e omaggio, ne ad altro s' eftendefle. Gii a "-a. Il don non è pai dono, ie efige condizione. Colina. Avrà la noflra Ispana avuta fua ragione. Silura. Quella fol di poteifi fopra di noi vantare, £ nel ferraglio noflro tuttcr predominare. Jipana . Non dubitate amiche fede! compagna ognora lo vi farò, ne fitrule v*duta avrete ancora. Colina. Veramente, fe hò a dirla anch' Io per ciò trafecolo. Gii ara. Degn' è d' incoronarfi l'Eroina del fecolo. Andiamo nel (jiardinp a cogliere i bei fiori Per teffexe a Iti un ferto. Canna' Che la virtù s' onori. Gilartty e Colinu vanno via faltando dalla parte dove Caian è nafeofio. r t sei- V 1 S f A V a S C X X A VI. ZADIRA , #i JSFANA. 3aJ a Che di non far mai male al Cielo hji fatto' voto . Quelld , che noi facciamo, fempre il facciam per bene , E che fumo ispirati dal Ciel creder conviene . Zadira > Ma tutto quel che vuoi far ncn ti è" ancor concedo; Non fefantificato. Taquìr. 1 va alla Mecca adedb. E il tuo Vifir cortefe fegnonimi il paflàpor lo * E predicar concefleml < Zadira . Eh ciò non balta, hai torto t Se altra ragion non hai . FajM/V. Chi fece penitenza Per fette anni continui » merta però clemenza . All' ufo inveterato « fe tu vuoi far riforma, Dirò, non è padroae, fvegliarfi uno , che dorma » Poiché regger non puote là noflra mente umana All' alta} ed infinita contemplazione arcana. Per quanto io mi cercarti col liquor portentofo Avvalorar lo fpirtd piegò lafTa al ripofo. E diedi gli occhi al fonno » cui immcrfo mi trovai, Ed all' ufo di Europi non mi fvegliavà io mai. Zadir* • Zadira non approva 1* ufanza dell' Europa. Ed ebrio proverà; oltre il ballon la feopa . (rifar** Il Faquir fopra il Ciuco? glicl voglio inghirlandare Ap- Atto Terz o Appunto abbiamo fiori, andiam , che il voglio ornar*. Comparite, SignoraC" Jsvanu ys'ora rie faccio altf'ufo. Ve ne faran degl'altri; dal dover non mi fcufo. Peccato hà all' Europea; fia all' Europea trattato, Ove il fomar mi dicono tutto* vien laureato. Faqiiir. 0 Luna di giuftizia , o Donna clementiffima * Dell' innocente Servo abbia pietà grandiflìma. Se bevvi oltre il dovére, peccato hò al tuo cofpett* Del degno tuo conforte dille preghiere afttetto. Ticiittdi Qui non s' ammette f cufa, né puonfì compatire* Gli affronti fatti a donne in fpecie d'unVifire. Trovarfi in quello luogo oltre 1' ora preferii»! Il mondo, che diriane , non penfa alla diritta. Sé non vien rifpetfatò il noftro gran ferràglio, E che farà degl' altri. Andrà tutto in sbaraglio* Faquir. Ó fonte di dolcezza , d' umanità fplendoré « Perdona ad un mortale 1' involontario errore. Zadira, A me fpetta il punirlo, ntì perdonarlo io pofTo, Senza la taccia altrui tirarmi quindi addolfo. Giovine[aC af an] Vedete Voi,che il perdonar tai cofe f Può partorire appretto ufanze fcandolofe. Vaqttr a Ctu an ' Qui 1' alma tua ritrovo ? tua volontà faziafti? L'ubcrtofo teforo, amico ritrovarti! 1 guai fol me circondano. , Zé* 266 V J S » A M 4 Zal tra- Come il canofci tù? Taquìr. Sull'orlo al precipito ei da mi retto fit. Se rflu,tti non alzavano la lor p"etofa voce § Neil' onde egli incontrava il Cui deft.no atroce. Zadira< D'Intelligenza liete, e b n complici uniti Proverete il tenore de'rigori infiniti. Jipana a G>lzebar piano» Ci giacquei o no con Zelica ? Gilzebar pian». Lafciolla fui pili bello* E eorfe a far richiefta per riaver l'anello. Zadira. A un albero legati fiano coftoro» e il nero Gilzebar li preceda, come lor buon nocchiero. Gilzubar ad Jspanct. Mi raccomando a voi per carità falvitemi. Cajan. tutto fi foffra in pace. Se si fi vuol , legatami. Yaqxiir. Tua luce ritrovarti? or rivolgiti a lei. Casati. Oh Ciel! vengono 'egati tutti tri ciascheduno ai un J spana. (albero- Mi fi pietà. Soccorretemi Dei. GHara. Almeno al buon Faquire non li frullate i panni. TV Atto Terzo »' 7 Toglietcneli in grazia ; l hru:no a durar più anni. tjtrovandoji Zadira fola da un tanto djlla Siena , ed hpana dall' altra parte, neutre le ragazze e Zamoro fono intorno al ?a<[air Jspana dme. Jspana. da fe Dunque Cafan fù quello, che ftaman difperato V'olea gettarli in Fiume? mei' era figurato. Senti fui cor piombarmi torto la trilla nuova, Ei m* ama ancor , ne fcmpo Ispana * lui ritrova } Zadira. Quanto al Vi'lir pili preme feguir 1* eftere ufanze, Tanto più far mi cale, che il vizio non s'avanze . Jspana animndof. agettare a piedi di Zadira. Grazia, Signora, implora pc* mifeii infelici L' umile feiva tua . Zadira. Alziti che tu dici? La rivale s* abballa a chieder grazie ? vanne AlVifire ; la bella compiaciuta faranno. jspana alzando/i prqfegut. Nò , Zadira mei credi , non loti cotanto ardita, Tutt' altri è il mio tefoio * tutt' altri è la mia vita. Zadira. , , ig,b "rovaio menfognera • o te puiiifco ancora . Qua! è ribalda iniqua , quii' c.chc t' innamorai Jspana. Se lo palcfo affretto il fuo fatai dettino, €he mort» il n, 0 Confortc, oh Dio ! v«nà il mefch^n*, '£** 2(51 V J S * A » A Zadira • Se tu mi dici il vero , ne impegno l* enor tato , Avrl fcampo, ed ajta * Jspana. accennando Cmfan E* quegli 1* idol mio. Zadira. Jspana mi deludi. Jspana. Tu fai, che difperaty Volea gettarli in fiume, tant' era innamorato. Con GilzebarJo trovi,che è quel, che mi hà condotta? E credi, che per altri mi fia a pregare indotta? Infuorche pel mio bene, per lui, che odiar dovrei Ma V amo più di me* che così von gli Dei ? Zadira. Se tanto 1' ami, (spana, perchè ti Tei venduta? JsfunM. Il Tuo grato ritorno riori era a mia faputa. Ei mi lafciò 1* ingrato a fpofar altra affretto, Non fperai, che tornafle, quindi al primiero affetto; E abbandonato avefle per me la mia rivale. Credeva di punire il crudo difleale. Con ferbarli la fede, e farli in fin vedere, Che degno egli non era Ispana pofTedere. Zadira forte. La legge quell'iniqui intendano da Jspana. Oggi novella fchiava comandi da fovrana. Cortei pare che a forza mi tragga, amor dal feno. Credendol uom l'amii, ed or 1' amo non meno. F*> Atto Terzo %6f Vaquir da st. E quella Ispana ! Casati. Sfoga il tuo furor» che il merto. Jtpana. Dì punirvi codardi ora m'è il campo aperto: Chi il folle ebbe ardimento di qui inoltrare il piede f Senza 1* altrui permeflb avrà degna mercede. Alto inalzate» o fervi, il formidabil braccio; Balìa: Ciafcun fi fciolga dal fuo temuto laccio. Abbian la vita in dono» ed abbiano il roflore Di non aver di donna il generofo core. Gilara. V ha fatta almcn compita. taquir . Sorfe a giuftizia il lume? Gilzebar . Grazie i grazie infinite. Faquit; I retti ebbero un nume, Efalteranno i fecoli sì gran mifcricordia Eterna or io ne prego col voftro ben concordia, a J spana Jspana. Di qui Faquire involati, e tu.da quefto loco. [a Casan e poi a Gilzebar piano. Danne un ritrovo a Casan fegrcto da qui a poco, Faquir. Giacché apparvero» fiori,di farne ufo migliore I* voftra cortefu diane a me l' onore. Oft lfO L' J S P A N A Oifrirgli voglio in voto al noftro gran profeta. Qilara. E cofa n' hi ài fjre ? Miorne tto or n»n gli affètta* faqtdr» Che dite, Figlie mie? de fiori ei sì dà vanti. Zamoro. Robba d infame offèrta non dee tenerli 2ccanto. Clara. Prendili. Oh quefto nò, che troppo egli è bellino . Eh prendi ancora quelli, ecco tutto il Cellino. haquir. Eccovi un pardi ghiande in divozione abbiatele. Colina. Oh certo eftremamente. Clara. Hanno del fai volatile. Zadira. Andate, Zamoro Prcfto. Faju»V. Io vengo . Si diffìpi d* intorno La nube, e la caliga, né offufchi un tal foggiorno. U raggio di giulivi* rifplendi ognor lucente Neil' ampio fuolPerfuno , ne feorra all' Occidente* Allor che dalla Mecca ritornerò, il baltonc Di porre a voftra porta hò già 1' ispirazione. Parte con Z.vnoro , e p-irte pur Cafan lenza, dir nulla danuu f tra.otchiatt amorofe •i Atto Ti* z. o 171 ad lfpana , e lo fegutta Gilzebar ■ Zjd'trd* Noi ritiriamc! i'n Cafa. Ragazze andate avanti, a Colina , e Gilara poi dice ad Ispana Amica hò appien vtduto il parlar degli amanti. Tutta la voftra iftoria, io vò, che mi narriate. Jsvana. Quello dolore a Ispana ingrazia rifparm'ate. Zadira • Andiamo, io vò faperla . La direte per via. ]spana . Storia non v' è nel' mondo compagna della mia. SCENA IX. Gran t'tazza con Popola di/ordinato Fa(ì.uir con Cefielio di Fiori i 1 Casan Casa», I O poteva afpettarti, Faquire difattento. Faquir* Tu fai, che all' improvifo cangia vifiera il vento. Fui dal Vifue affretto a ftarne feco a menfa. b'cbbe a imbandir fui dorfo d-1 Fa^uir la dispenfa,, L' abbia» fortita buona, grazie alla bella Ispana. c«. IJt V J S P A N A Citsan. Non nominar ti prego quella beiti fovrana* Che, fc non pollo averla, io fono difperato. Tcaquir. Con noi Ibi muor la fpeme ; vivi fi placa il fato. Sei col Faquir confatati, t' ajuterò a rapirla Solo in merce dell' opra io voglio benedirla. iZasan. De'tuoi favor per nulla mi curo, affai ho veduto» Che un ipocrito fei de* piA malvaggi aftuto. Fatui r. Ecco il popol m'attende non ftar da me lontano. Suona il Corna che li pende dal fianco. Lailiah Illallah il poveretto Indiano [Vedi, che fanno largo, portano lo sgabello] a Cifra» Baciate, buona gente, baciate il pio cartello. Li dà a baciare il cartello dove è fcritto Lailìah II* lalljh hindi Fkagik vilah, e dopo monta full 9 . sgabello» Caian a parte. Che ipocrito malvaggio.' bifogna, che mi guardi; Bifogna, che lo sfugga; fon rij troppo i bugiardi. Ma qui afpettare io deggio Gilzebare a momenti» Vediam come ingannare frattanto ei sà le genti. Faquire fullo sgabello al Popola aftante . Vedi Vovelle Perfiane. Seduttrice potente empia turba infinita Di vizj ognor circonda quella mondana vita. J« fe ratto non feguefi della virtude il lampo L'in> Atto Terzo 175 L'iniquità multiplicano lènza mifura, e (campo. E all'cftrema ruvina uno fi trova in faccia, E fia Mukir Nekir venga a fcoprir la taccia, E gli emoli veft ti dalla candida feti Tornar mefti ne denno al fianco del Profeta, Onde un per ciò de' demoni di riuzza un colpo fiero Dando fui capo al morto nel luol l'infonde intero» E dieci pie giù il caccia , e l'altro col rampino Tolto il ritragge in alto, e il volge a capo chino.* Quegli rinova i colpi fu' talloni, e a ritrarlo E' l'altro intento, e pronto col capo a rivoltarlo» Sù cui di nuovo piomba la mizza, ed il diletto Han di flraziar così per fempre il poveretto, E durerà il tormento per fin, che V affemblea General non s'intimi a chi in Ali credea. Un vizio in oggi fcelgo a dipingervi al vivo Nell'orrido ptofpetto. Tragge del vin derivo. XI vino inebria i feudi, e la ragion perturba, E rende il di lui Tizio il peggior della turba; Nè caminar ne lafcia di morte in mezzo all'ombra, Dove non é caligo, ne rio fantasma ingombra. Guardatevi dal vino per volger fianco il ciglio Là nel tremendo pafTo Copra l'altrui periglio. Casari. Sentite bacchettone, del vino 1' aftinenza Ei predica, ed è quello, che dalli V eloquenza. Faquir. Buoni fervi divoti, fate la carità A chi di sdigiunarA bifogno urgente egl'hì. S Da- «f< L' J S V * » A Datemi qualche cofa n'avrete merto in Cielo Altro non ho , che mifero queft' animai col pelo, fa) Bifognarà di vita per fomentarmi il privi. Ne ria» che V alma fua in almo corpo avvivi. Casa»» Così coloro inganna , che credono che 1* alma Allor che da noi parte s' afconda in altra falma. Fafuir. Il Ciel vi renda grazie , Volete due mazzetti Li danno dell' eletnoftna e Jifanno dare il Top» Pè fiori del Giardino dal gran Profeta eletti ? Dati quel che volete, e benedetti ilare, La pace fu con voi » la Mecca ognor lodate. Mentre alcuni comprano i mazzetti Ji fente il futno del Tamburo > ed il Fafuir dice Ecco il Vifire , abbalTo. SCE- Caccola fuori un Topo dallo fcatolino che fogliano portare i malizio^ Faquiri in VerUa per far/i far la limo/ina da quelli che cr edati* la Tratnigrazione dell'anime» Vedi novelle Perjlana. À* T T" O T E * z • ^ 7 % SCENA X. Visire » Miste* Cbakcicb , Guardie e Detti i pai Gilzéba* laquir. Afciate « o buon Signore * Che il lembo della veli* vi baci per onore. Vijre. Che e* è Faquir ?S' afeonde nell* Oceano il fole , Ne in pubblico è più tempo, che tu faccia parole. Faquir. Ubbidirò , vi prego ad agradire i Fiori. Saròlipicn di gaudio, efaiterò i favori. Uà un mazzetto a luì , e a Mijler Cranele. Gilzebar venuti poco ptima a parlar piano» a Cafan in difparte Catan gli dice» Non occorre altro. Gilzebar • Io parto- ntojtra di partire fot torna a parlarli piano ali* orecchio Viftre . Tempo è di ritirarli. a Mijler. Cransb. Grazie Faquir. Andiamo . « Mijler Cuc. S * Mijìtr. Ijt L' J S T A HA M'tjìer Crancb. Son fiori da gittarfi. Per memo ne disfaccio. Chi fa chi gli ha nafati. Vi/tre. Hanno un odor che fpiace ai nafi delicati • Voglio feguir tuo efemplo. Mi/ìer Crauc. Non porta fiori il faggio. Si iafeino alle Donne. Parte con Mi/ier Crancb , e il Tamburo rifuona Cafan * Gllzebary che parte Cervello abbi , e coraggio. Parte e vohndofene andare ancor Cafan il Faquire h ricblama Faquir forte Quel giovine digrazia i una parola, hò a dirvi. piana Come volevi,Cafan, da me quivi fuggirvi ? Casan. Nò| ma bifogna io vada in loco, che mi preme . Faquir. Andiamo , caro amico ,ambo n' andremo affieme. Casan. Andare folo io voglio. Faquir. Capifco 1* imbafeiata , Ti chiama a ragionare colla tua bella amata, \Casan. Il malan , che ti forti , lafciami in cortefia . Faquir Atto Terzo ijj Faquir. KflTer ti voglio a i fianchi in buona compagnia . Te, il fol non vò , che n' arda , ne che la Luna offenda. Gufati partendo. Per quanto di me gioco la forte fia fi prenda ! parte Yaquir. dafe Fugge da me l 1 ingrato ? Di fue venture intef© Se non fon, le faette tengo iaW arco tefo; K fon potenti, e acute. Accenderò il tizzoncj Col carbon fegnerò fua ria deflazione. FINE DELL* ATTO TERZO; S 3 ATTO *7« ATTO IV* SCESA I. Casa del Visiri Zadxra, e Jspana. Z adira. Si^<£Zll*.«* Ognor tutto farei per chi è di Tartaria Ma moftraxmi di grazia quella gioja che porti Tuttora appefa al collo, quel vezzo lafcia iciorii. Jspana fcioglendqfì il vezzo. Prende te, o mia Signora, è una gioja fpezzata. E 1' han con poco gufto in raefchin or legata. Zadira. Oh ch'egli è quella oh Cielo! ed efTer puote verof cava difetto altra gioja, Ah sì che l'è. S'adatta l'incaftro a quelta invero. E dunque tu l'avelli fin da bambina, Jspana? Jspana» fu il folo mio rettaggio. Zadira abbracciami» e baciandola. Tu fei la mia germana. Ajp» AttoQL.ua* to *79 Jspana. E' poflibil! I adira Sibbene. Il cor me Io predite Deh s' avverate quello, che il buon vecchio mi dite. Jspana. Ma tu non fei Circafla ? Si fan tuoi genitori. Za lira* Sovente in quello aifire ft prendon degli errori? Credem» ognun Circ.flTa, mi tal r .on fon» venduta Fui in falce ad un Circa te, che in figlia m ha tenuta. A me pur quella Rioja lafciò chi mi vendette, Che fenza dir chi folli partir quindi credette. Ma il comprator che torto mi prele a ben volere» Etendo fenza eredi ben vollclo fapere. Dietro fpedrgli un fervo, e con maniera affretto Fu a propalar qual fote il mio paterno tetto. Gemeila ad altra fuora che io nacqui in Tartari» Ei d te; tu fei quella; fei la Germana mia. Del Can del M;>uremar figHc eravamo noi. Mifero Genitor fan fp;nti i giorni fuoi. 11 barbaro Cinefe, quando occupò fuoi Itati, Tutti i parenti n^ftri crudel n' hà trucidati. Per compaflion noi fummo da un Ior fedel fottratte» Che avevamo di poco ambo lafciato il latte. A ficurtade il tetto, che s' ignorate volfe, Se non il fuoi, che primo i giorni noltri accolfe. Quello la lingua fua mentir non lo poteo; Or confettando il reflo, parola due fi feo. S 4 Quel aSo L' ) s r A N A Quel eh' io crede» mio Padre, quando a marito venni Mei palefò foltanto: Io nel faperlo fvenni. Fofìe ciò tenerezza, od ambi^ion depreda: Ma confolommi il vecchio: Tornar femmi in me ftefTa. Senti mia cara, ei dille. Quella gioja fuperba Benché franta la vedi , follecita riferba. E(Ia è metà di quella, che in deto gli avi tuoi Solean portar, con te fu confegnata a noi. L'altra trirtS le 1'ebbe 1'unica tua germana, Che rntracoar di Perfia potrai in la valle Ispana; Quello folo rettaggio potè afpertar con voi 11 rido, che il divife per far paghe ambedue Ma guardati foggiunfe, ne men dirlo al conforte Perfin che del fuo affetto non fia tu certa, o in morta. Un dì forfè avvenendo, che forga amica ftclla, Al tuo paterno regno potrai tornar con quella. Jspana. alla quale renJefeli il ìvzzo. Non mi cale del Regno. Ringrazio però il fato, Che la Germana mia alfine ho ritrovato. Ringrazio il vivo amore, che ancor fotto altro tetto Pel mio Cafan amato nutrij corcante in petto. A queft' amor Germana ben grata effer tu dei: Per me tu sì farai quel, che per te farei. Zadira . Se gir tu vuoi, la porta chiudi di qua foitita. Di tue grate novelle poi rendemi avvertita. Jspana . Quanto ti fon tenuta; la tua fomma bontade M« toglie dagli affronti ; protegge i* oncfta.de. Co» AttoQ_uarto *$Xl Coi! 1'onor del talamo più manterrà il Vifire. Potrei fenza volerlo etfere il tuo martire. Zadira, Or or la chiave avrai Quando il Vìlìr lì toglie Da quelle ftanze, allora a torla andrà fua moglie'; Tu deliramente feguemi di li a non molto; E* duopo Non dimoftrarfi amiche, per quel eh" hà daeffer dopo» Anzi alla fella aderto, che fallì dopo cena, Mi moftrerò turbata, tu inoltrati ferena. £ affetta, io tei confento, per più ingannar mio fpofo» Qual che grazia, e fofpiro, che turbi il mio ripofo. Jttiana. Finger non feppe Ispana giammai, n' or finger puotcj Al fol penfar di fingere il cor mi fi rifeote. Tidilìra. Ma fe non fingi, il modo mi togli d'ajutartì» lì ancorché io fare il voglia tu puoi precipitarti. Puote il Vifir fmaniofo dar luogo a piti pcnficri, Fomentar gelofii; impedir quel chefperi. Quel che feguì in Giardino Taragli di già conto» E a raddoppiar le guardie la notte farà pronto. Se crede, che perfifli a amare un altro oggettOf Afficurar vorrafu d'ogni finiftro effetto. Jspana* E voi vedrete Ispana, Cieli, da lei diverfa.» Di già del vii roffbre lento la guancia afperfiu Quando 1' ora opportuna fia di partir, Zadira? Zadira. Pria, che la nott« cad»> c-hs- allor la guardia g'»« Scc- 1S2 L' J S P A N A f ccglicr tu dei il momento, che fi chiude il ferraglìo» Pria,che il Vifìr fi corchi,che ancor tutto è in sbaraglio. Chiuditi allora in ftanza, e quella fcala addeftra, Cheti darò ili ftta, e varca la fincflra. D'avviar Gilzebar cura fia tua, non mia, Acciò nel punto ItefTò ambo n' andiate via. Viene il Vifire. Hei dico, non partono i Sofà? Dove fono li fchiavi, che cofa fanno là? SCENA ih Visi re e Detti» Vjfirf, IVefto i So fi. Zaiira. partona i $ofà t e li fchiavi (fe ne vanne. Queir altre fchiave dove fon effe? Vi/ire. A preparare i dolci. Zadira» Buon chi fiducia aveffe! Vado a Vederi che fanno, parte dando un oschiatm (ad Jspana. Vi/ire ailtpana. Prendi quello monile. lsp*~ AttoQbabt» itj Jspana ritenuta. Come! V'>fire. Prendilo dico t è di pelle. L' hai a vile ? E chi tu fei ? Jipana. Tua {"chiava. Vi/ire. Voglio «fiere ubbidir», j Jspana prendendolo, E ben? Vi/ire, Dallo il mio bene. Jspana partendo. Vado. fi/irt. E che.'non hai eaplt»? Jspana. Lo porto alla tua Spofa. Vi/ire. A chi ? a chi? Jipana* Alla Paditnaw Vijre, Come? ) spana. Alla tua Zadira. Il Teano t* abbandona» Re> . aS4 L' ) s t a n a Recalo al mio tcforo; puonendotelo al petto, £ fia cotefto un pegno del mio cofhnte affatto. Ah ! Ispana fe lo pitone davanti dicendo. Vi/ire guardandola poi dice Puote eileie egli vero, che tu tidifinganni , E faccia un facrificio dè tuoi pafTati affanni? Gradifci le prim zie dell' amor mio verace . Hai impietofito il core per darmi al/in la pace ? J spana . Ma sà , Signor la gente, che fon tua fchiava , ferva. Un Vifir non s' abballa ,c il grado fuo conferva. Ne t3nto ardita io fono > dop» ti fei fpiegato, Di pretendere cofa non propria del mio flato. Vifire. Hai ragion di fchernirmi. Tu mi hai fri i lacci avvinta; Ma fuol ufar pietade il Vincitore al vinto . Volerti il bel trionfo, fchiava, di aver tra ferri Il tuo Signor; P avelli ; eh* altro in penfier tu ferri? Ah nulla pili * lo veggio, da quel ciglio fereno Sii cui n* appar la gioja, che appien t' inonda il feno. E ben quando vorranno della vittoria infigne Far pompa i» quefta Cafa le tue luci benigne ? In quella ftra fletta cangiar tu vuoi di forte . Di fchiava del Vifire tofto verrai Conforte. J spana. S'gnor, che dici mai ? ogni altra dà tuoi detti Acciecar lafcierebbefi. Conofco i miei difetti. Un tanto onor non merito. Ne delufa effer voglio , §ervo fra i lacci ancora il mio nativo orgoglio • Vh ATTO (^UAKT9J8$ Vlfire. Quel che ti dico il g'uro . fulla mia firlpofa, barai quando tu il vuoi la mia diletta fpofa . Ma voglilo ftafera ; vogli/o adriTo , Jspana. Mando al Cadì? Chi è là? Jspana. Non fon cotanto infana. S G E N \ IH. Zamoro,* Detti Zamoro. Ignor fono a' tuoi cenni. Jspana . Lafcia , Signor, che vada Ritorno adeffb adeflb. Vi/tre. Mi vuol tenere a bada» Vuol far di mia cpftanza la prova più verace. Conviene ad un amante, tutto foifrire in pace. Zamoro» jn che deggio fervirti ? V'tpre. Quando vorrò qualcofa , Saprò fchiudere i labri. (da fe) Frefca è come una rofa. E chi direbbe mai, che ftata foffc fchiava Sci tS6 V J * * A K * Sfi mefi in un ferraglio di un giovin , che V amava ! E eh'era riamato! fi* una beltà, che incanta, Ne in altre li occhi miei vider beltà cotanta. « Zamora Fefte vedere a Jspana la Cafa , e le del izie Del mio Giardin , gli addobbi, e tutte le dovizie? Zamoro. Le tue magnificenze, Signor, vide ftupend>, E ntrovofli a un cafo giM nel Giardino e/Tendo . Vijire» Che? Zamor» All' ora del ritiro li trovò il Faquire, Stato tornane a menfa ebrio colà a dormire. E ntrovofli pure un giovine ftraniero Con Gilzebar, che ditte sbagliato avea il fentiero. A quelli la tua fpofo volea fare il rigore Provar, che vien preferitto. Jspana 1' ebbe a orrora. Chiefe la grazia, ed arbitra fu refa della pena. Ma la pena fiì folo feioglier la lor catena, Lafciarli in libertà, il perdonarli tutto. Vedremdiun tal favore, qual fune pofeia il frutte. Vijire . Quanto più fiero hà il volto, tanto più dolce hà il core. da fe Cortei vie pili mi fembra degna del noftro amore. Ma non ritorna ancora. Zamor». Se dirla dovefs' io, Direi» che è da temerfi d' un Moro fempre rio. Era Atto Q_ u a k t • 9871 Era con lui quel giovine. D' 'spana è il conduttiero- Io non yorrei , Signore vi foffe del miilero. Vi/tre. Pur feguitate , o gente, col vii tarlo gelofo A feminar zizanie, tuibindo il mio ripofo. V infegnerò alla fine meglio ad amarvi un P altro. Ne ad agguzzare il dente Tempre maligno, e fcaltro. V' era con lei mia moglie, e che temer fi puote? Ti amar non fuole inganni chi n'ha 1* onor per dote» E poi nella mia cafa ella è ftraniera ancora, Ne machinar le frodi qui può faper fin ora. SCENA IV. Zadira, Mister Cranc,Jspana , Gilasa» Colina» Gilzibak , e Detti. Vifire àa fé. T Ornò il mio ben, la bella; ma non tornò ella fola Zadira. Poniamoci a federe. Vifire ai Itpana piano. Io vò la tua parola. HJfendo difpo/ìi i S 0 fà tre da una parte, « tre dall' alti a, lafciato uno fpazio nel mezza la fa federe al prima pofto dalla mano mania del l'eatr», egli Ji puene in mezzo a lei V «88 L* J S f A H A lei ed a Colina . DaW altra parte fede ai primo pofto Zadira, et in mezzo a là, ed a Gilara Mijler Creine. Gilzebar, e Za.' moro Jìanno in piedi indietro. Zadira. 'Principiate la Fefta, o giovine Colina, Con farci una fonata. Colina i 1 alza , e fa riverenza. La fchiava a lor s' inchina. \ndi riponendoji a federe fuona un grato Iftrii- mento > che le portano gli /(biavi, e mentre Jìtona, il Vi/ire discorre piano con Ispana^ e finita la fonata Mijier Cranc dice Nifier Cranc. Brava , davero, brava. Zadira» Fateci pur, Gilara, Sentir voftr» Mru mento. Mìjìer Crancb. fch sì ragazza cara. Gilara. Ma a voi piace il patetico, che fiete Tns;lefe, ed io» Non vi faprò dar gufto, che fol piacemi il brio. Mifter Crancb. Nò non importa niente. Hò caro rallegrarmi, E dalle mefte cure hò caro follevarmi. GU*ra alzandofiy ed incbinanìoji Io fonerò 1* arietta, che gufta al mio ladrone. ,m Atto Q_ u a b t o al^ Vi/tre, st. Gììara da fé. Ma egli attende ad altro, per me pafTo ftagione Cerchiarti d' innamorare il giovanetto lnglefe; Ma quefto alla Padrona di grazie ora correfe, Gììara fuona Mi/lcr Cranch. Bene, poffare.' Brava, braviflima! poffare! Non puoffì in fede mia meglio da ver fonare. Jspana. Braviflima. Zadìra. AI conforto foleva pur piacerle Quella fonata? I vezzi le die perciò di perle. Vi/ire accennando Jspana. Adelfo regalare queft' altra dte il Vifire , Perchè poffa pur ella jn cafa conjp«Ìtc. Zadira, Le ielle già un monile, Vy>re. E poi darolle il reftOf 1 camp'« al dovere vedretemi ben prefto. Zadi ra* Facciaci aderto, Jspana, fentir le fue prodezze. G'flzebar. A qualfifia inftrumento fon le fue mani avvezze. Z amoro. Eccp, Signore, i dolci. T f*' i4)o L* j i ut a' n a Vi/tre. Che fervin la Brigata. E ben che diti, o bella? rifolvi, Ispana amata. dandoli dei àoici. Mifttr Cranch dando di dolci a Gilara Prendete giovanetti. Fi/ire piano ad Jspana* Mando al Cadì ? Jspana. Non giova. Vijìre dando degli altri dolci ad Ispana Gradifcene degli altri. Zadira . Le fuc grazie rinova. M'tfter Cranch veggendo Zadira inquieta Che c' è? Zadira dòpo aoer data un occhiata J' intelli* genz.i ad Jtpana* Temo de' guai. Mifier Cranch. Eh ftate allegramente; J?enfaftdo al mal futuro, fi perde il ben prefenie. Orsù faltiàmo un poco» balliam due ccntradanM. Jtpana. Sollevano gli Spirti» fon le migliori danze. Tutti ballano. àopo aver ballato. Il Vi/tre ai Ispana^ che fi getta fopra un fofìt Che W liei ftanca, o cara? Hai il volt o pur vezzofu! Jrpa. Atto Q^habto *f t Jspana. E* tempo ir fullc piume a prendere ripofo. Zadirct • E* vero : i troppo tardi. Vijre. A coricar^ andare Sì di buon or dovremo ? Ah non fi può campare. Zadira. Un quarto del cammino di già fatto hà la notte. V [fi re. Eh fian 1* eftere ufanze frà noi del tutto addotte. Perfìn, che l'altro quarto ella non hà precorfo» Non fi penfa in Europa a ufeire dal concorfo. Gilzebar. Signore, fe io fon ftancq, e regger pht non porto, E Tento laflb il Tonno tutto piombarmi addotto. Confiderate lei. accenna Jspana. Vifire." Avremo discrezione; Comprendo aderto, Ispana, che avevate ragione. Se riptfar volete, là nel feiraglio andate, pinna Ci parlerem domani. Jspana. Giacché vi contentate Senz' altro indugio jo vado. Son ferva alla Padrona , E a quel gentil Signore. parte. Gilzebar. Il Ciel la mandi buona. T * r«> J0X 1/ 1 S V A ^ A Vi/ire, An*" tu puoi pur anche nelle tue ftanze, o nero. Gilzebar. Buona fera, Signori. Hò fonno, e Conno veto-parte» Z adira. Voi ancora, mie ragazze , andatene a dormire. Né" colle vofrre ciarle più fatevi fentire. intra Gilara, e Colina pure nel ferraglia, « imntre chiude colia chiave la porta, Vi/ire a parte. E' fianca poveretta; e poi è ancor foflbpra. Rilolvcrà domami vi dorma un poco fopra. 'Zadira* dando le cìv-aui al Vi/ire foftenuta. 11 gelofj Serraglio io chiufi a doppie chiavi , Tenetele, Vifire, il fonno par m' aggravi. Vado; venite voi quanda che piti v' aggrada, parti SCENA V. Visiki, Mister Ckanch , e Zamoro indietro M'tfttr Crauch* I L duolo la tuajspana non più tanto n' agghiadi, Vifiré . Qnello, che far mia moglie a lei quella mattina Vefliu ad norn non féppe , lo fè la mia dottrina . Or che è vtftita a donna meglio la mia feobra Aortn- Atto Q^oart» 293 Apprende la lezione, e tutto » ctedi, impara . Ml/i" 1 Crancb. Ma la Conforte tua m ; pare, che nutrifea Sofpetti , e gelone ; mi par non la gradifea . Vtjirt . Se ella non hà giudizio, io prenderò ripieghi, Né" più varranno pofeia le tue lacrime, e preghi.. M:Jier Crancb . E che mai dite voi? pattare a cofa eftrema ! Vi/ire. Un Vifit difguftato conviene, che fi tema « Ma dite ,Miller Cranch , vorrei le voi potete, M' anticiparti il dono di qi.elle mie monete. Di quelle dieci borze , che mi hà ftaman promeflb Per I* affar Mifter Cut, n' avrei bifogno adeflb. Far voglio certa compra , e devo avere in pronta Dorrun tutto il denaro per ne goder lotconto. Mljìer Crancb. Allor, che fia la lobba in Ispaan in {jIvq V» fi daran le borze. ViJIre. Già 1' intereffe falvd» Che aver per il denaro dovete anticipato . Mijler Crancb. Bpana ? Ti pare , che ella fia a' rrtiei favori ltran»? Puòquel bel cuor nutrire penfitrd'inganni , e frodi? Quel brio tu non feorgeiti * e què foavi modi? Dove letizia alberga non ftifcìt'a fi livore 1 tradimenti , e f 0 !a regnarvi può 1' amore è T 4 Z*m 2g6 V J 3 ? A » A Zamoro • Dalla triftezza al gaudio fu* breve il Tuo paraggi*. Vi/ire. ^more a chi lo merta de i cor fi prefto omaggio r Ma chi batte alla porta? vanne a veder, Zamoro. Zamoro parte Sarà quel buono Inglefe , che viene a offrirci l* oro» Sari della ripulfa pentito , ed a fcufarfi R torna frettolofo. Dee un Vifir rifpettarfi. E balia un cenno fuo per ottener, che vuole. Ma egli falir così le feak unqua ncn fuole ! SCENA Vii. Vi«irh » Fa^uir, e Zamobo con Tu eia actej». 0 dentro Je altre fcbiave t e Zadira» Vi/ire. Jj/ Gli è il Faquire ansante . A queft* ora Faqaire ? Faquir* Lsfcia, che prenda flato . 11 pie bacio al Vifire. 11 cavernofo feno n' apra alle mie parole 11 fuol, fe afeondo il vero ; nè più rivegga il fole. Signore » in quello punto; la tua novella (chiava Fuggita è dal Giaidino » che Cafan l' afpcttava. Credei la ricimpenla vtrlar lui tuo favore» Con Atto 0 rt a h t « 3(/f Cbn'effér di tal nuova f»de!e ap Wmofé . V.ftre di gì* pnimiitnte dà le chiavi del 'ferragli) a 'Lamoro E/Ter r 0 n puote vero ; avrai, Faquir, sballato ; M;ivò difmgannarfi *fia il vero inveititelo. Zamoro, ecco le elicvi, apri il ferraglìo prefto ? Zamoro vcl a vedére Oflerva Ce è fuggita ( ,*/ haquir ) come fapefti quello ? Fdquir. L' onnipofTente raggio > che fopra i giudi fplende » Penetrò della mente le tenebrofe bende. Il GioVift * che trattenni filli' orlo al fondo abiflb, Lo ritrovai dipoi non più nel dtiol fuo fifTo i Seppi il fuo nome, e quello di fua perduta fchiava » E feco il moro io vidi , che a mriifa qtiì fi flava . Mi fè un Miller di lui, e difeoprir volendo, L'arcano impenetrabile, l'andai fcaltro fegusndo. Lo Vidi raggiraifi di notte a quelle mura, Qual nube d' atro nembo greve infidiòfa ofeura. Crebbe il defio vedere, ove iva a fcaricarfi, Del tuo Giardino al chiufo varco n* andò a pófaffi. Io mi fermai non lungi; e vidi adelfb adell"o Schiuder le porte, ufeire la fchiava, eil moro apprettò* V i/ire a Z.imoto, che torna. E Gilaebare ancora ? e ben , Zamoro, pari». Zamoro. Cercai, sfondai la porta non féppi ritrovarla. Vif,re. Ah. traditora iniqua! Vanne a veder d«l more I* ip8 L* J S t A X A Io vò accettarmi meglio» un ftolto egli è Zamoro. Parte Zamoro da una parte* ed il Vi/ire va nel ferraglia con un lume in mano Faquir» Sé dalla noftra pania fè alcun fuggire il cafo, Al folgor del Faquir Tempre è ciafcun r'mafo. ]V1i defraudò la robba, che egli portava addotto. Mi frutterà fua vita un premiò affai più groffò. Ma il Vifirej che fà? corfe ai cercarla infano Da fe per accertarli, e perde il tempo invano* y\fire% che ritorna- da lontano alle [chiave di dentro» Fuggita è la ribalda. E voi parte vi averte* VO trucidarvi tutte. Fuggir voi la facefte. le [chiave di dentro piangendo* e gridando Non ne fappiamo niente. "Vi/irti viene avanti. Fuggi dalla fineftra, Che v' è la fiala ancora. Di frodi ella è maeftra. E chi le diè le chiavi del mio Giardin? ftraniera Non puote in un fol giorno da fe trovar maniera Di contrafarle, o prenderle ; A te fono fidate A Zamoro che torna e fa cenno di non averlo trovato» Le chiavi del Giardino Fellonjtùne l'hai date. Zamoro. Cader poffa ai tuoi piedi morto, fe ciò mai feci, Né" per or , nè per altro io non mi arrendo a preci. Le chiavi eccole qui , e qui ti fono Itito, Pria Atto Q_ u a '■ * ' t o i^y pria di partire, e dopo fempre fedele a lato. Ancor , che mi ptepfle la tua conforte iftefa, Non mancherei già in cola alla mia fè commetta.* Per altro di tentarmi non ebbe alcun franchezza Vifire, Da chi dunqu? le hà avute? Faquir. Signor* n'avrai chiarezza. Fratanto fe ti preme d* arreltar quei ribaldi Non convien fenza frutto* che ihvan tu ti rifcaldi. Vifire\. " •■ • E dove fon gli infami ? Yciquir . In Tauris certamente. Gli vidi incaminarfi al bofeo d' occidente. In Tauris fon fhanieri, uè v' hanno conofceniet E per un furto ulc non fervon F aderenze. AtteDderan, nafeofi l'aprir là delle porte. Vif>rt- Olà fi ponga in arnie la guardia, e la mia corte. Dammi la feimitarra a Zumoro» S' accendano le faci; Andiamo ad arreftare que'federati audaci, lu feguimi, Faquire. Tremi chi v 1 ebbe mano: Vo Urappar, lacerarli il core a brano a brano. Zadtrm di dentro. Che c'è, che c'è Vilire ? Venite quà Vifire. Vijre. A fulminare io vado del mio furore or l'ire* &e 303 L' J SFAVA Zadhràt Perchè ? voglio Giperlo. Vifir » venite qui» V\firt. Animo pretto Gente. Zadira » Vifir. Vifire. Tacere U." Ribaldi Tciagurati , vi giugnerò ben i« Proverete il xigor dì tutto il sdegno mio. E fe non vi ritrovo pria, che da quefto loco Partiate» io ve lo giuro» manderò tutto a fuoco. FtfjM/'r. S' apriron le mie labbra. O cielo , or compi V opra, Perchè mercede io n'abbia 1' alta tua man adopra. SCE* Atto Q^wariq 3*1 SCENA Vili. Bofco c»n veduta (T acquedotti revinati in lontananza» Casan» JsrANA, che vanno a federe fopra un fqffb, e Gilzhur» » indietro a far guardia- La /cena fi finge- di notte o/cura* siolcn 1 * t tv li a .t ; l _J ul .tnrol *.<*../< »«.v».«-rr> U 'J 11 - * vl r ,:, *H È v. i s!.7; ' - 1 :;t* t *. ■ p3&'j ttui Casati. ■ ■ S fidiamo qui , mia cara; qui meglio ci ftaraì» Uè fura tanto foggetti de' pafleggieri a i rai. Jspana. Eccomi un altra volta, Caian, irà le tue brattili Non m'ingannar più mai. Casan. II tuo Casan t* abbraccia* Non dubitare , Ispana, il bel volto ferena; 10 ti farò mia Spofa di qui tortiti appena. Jspani. 11 Firman del Cadì hai pure appreflò te, Che del difciolto laccio dia aflcveranza, e fè? Casan. N« : quello a nulla preme. t-.r.v ■ ; • •"„ 'iiab 71 U „*- pi L' J » t A N A Jspant $' alza. Non preme? preme malto. Se fan» che moglie averti, non ti credran difciolto» K ancora, che Io credano, fe Io rinvengon dopo, Dovrai giuftificarti} in career irne è duopo. Dovrem ftar difuniti per fin, che la chiarezza D* te non venga data in carcere, o in Fortezza." Ah tu tradir mi vuoi ; Vero non è nè pure, Che repudiarti Zelica. Dai il colmo a mie iciagure* Casttn. Crcdemi pure, Jspana, Io giuro, e il gran Profeta In tcftimone io chiamo. O mia cara, t'acquieta. Allora, che il momento venne di ftar conici, Io mi partj, n' andai fuori de' tetti miei. Volea al Cadi fior tarmi, ina egli era troppo tardi} Smaniando per Ispaan caddi d'Ulsl fu guardi; Jìi mi fermò, richiefto; ne confidai all' amico L'.affare ,' e prefe impegno levarmi e«li d'intrico» Conduffemi in fua Cafa, Effò n'andò alla mia, Sofpendcfli il ripudio voli' ei per cortefia. Jtpana. Come, ribaldo* come ancor non repudia Iti La mia crudel nimica, e a me ne ritornarti? Caran, Sentimi, Jspana, prima, lafciami tutto dire. Jspana, Ah traditor tu vuoi falò menfogne ordire. Casan. V |°nictmàd oiiingoba Che deggìtf fofferenza a ts infpirare or duolrtii . òeguita'Jtpana ce» {pavento Dimmi , Cafah, fapea forfa il Faquir chi io forffi ? Molto a guardarmi fino et nel Giardin fermofli, «sita 'Ite Cafan-,'--- 10 ^ ai nq rr Sapea tuo nome, il dilfi allorché rne foccorfe: Sentì in Giardin nomarti, ma prima fe ne accorfe. . « r -.i ateb/t -o: » iijwnKf'* 1 Atto . Q_ u a k t o 535 Jspanx» E che occcrrei dirglielo. Cafatt. Doveva nominarti Per poterti c:rcare. Jspana. Perchè di lui fidarti? Sono pel più colloro ribaldi traditori» Che fi pafcon crudeli fol dejli altrui dolori. Ah, Casan mip/-. • Casati. Che hai tu ? Jspana. Ho un rio prefentimento, Un torrente di ghiado fui cor verfarmi io fento, Qaian. Che temi ? lspa.net. Non sò . Parmi fentir del ciel la voce» Dirmi • diletta coppia, fuggi di qui veloce. Catari. Kh, che temer? Veruno non e' hi quivi ("coperto, Qui meglio flar celati portiamo* che all'aperto. Siam prellb alla gran porta della Città, potremo Sortirne immantinente , quando aprirla vedremo. Jspana. K* ver; ma l'improvifo ghiado vuol dir qualcofa. Andiam» diletto Casan, in altra gatte afeofa. V ge>6 L* J 8 » A H A Casan. Facciafi il tuo volere. Gilzebarove fiei? Gi'Zebar. Signore ? Casan. In altra parte andar tolto vorrei. Gitzebar • Ma qui non ftate bene? ) spana. Deh conduceci altrove; Che qui V orror m' ingombra. Gilzebar. h dove andare, doveP Oh .' andiam laggiù, Signora, fotto quelli aquedotti * Ove vi fono al cafo de* fegreti ridotti. Jspana. Andiamo prettamente. G'thebar. Per/in temon gli amanti L'ombre,il foffiar de'venti. Andronne a voi davanti, ) spana. Sento rumor ; vien gente. Casan. Chi fi»? Ciìiibar. La Guardia. Pretto CiJMK A nafconderci andiamo* Jjp*- Atto Q u a k t » 307 J spana. O rio deflin funcfto! SCENA IX. Visire, Faqjjir, Zamoro , Guardie, t Betti. V'tfìrefenza Turbante, ni fuprave/ìe % e colla fiiib'a ifoierata agitati/fimo per il furor?. Servì del Vi' Jire con to^cie acctfe y e Faquire, e Zamoro^ e Guardie che esplorano per tutto. faquir. CZl Olor qui troverete (Genti cercate accorte) • Che fedon fri le tenebre pre/To allo finì di morte T'immergerai, Signore, tu che arni 1* giudizi», L' inìquuade odiando, nel mare di letizia. Zamoro m Ancor non veggo alcuno . faquir. Vagate pur, vedrete » Ed efultantì in terra or or vi troverete. Si cangeranno in cedri le piante di tal loco , Saran legna fruttifere da non recarfi al foco. Illuminate bene, eradicando in voi V onore, e il fanto zelo , mercè n' avrete poi • kifplendi, 0 bella Luna, e voi ftelle difperfe Unitevi irradiando ver noi titffe converfe . V t Zam- g*» L* j s * * a a ZamorO' Verun non fi ritrova . F//7r*. Faquir • Tu m' hai ingannata* Ah, che tu man v* averti, ed efler vuoi premiato. Ma qwfrto ferro mio di fangue fitibondo , Se «on ritrovo i perfidi, t* immergerò profondo, ^aquir» lo conturbato fono, ma varcherò nel loco Pel tab-rnacol loro; li troverò fra poco. Và a cercare ancor /«/', e ritornando inutilmente dice Le nubi, e la caligo fi diflìpin d' intorno , JVli precedan ie faci, s'illumini il foggiomo . Dopo averi ojfervato il Bqfco guarda ver/c, gli acquedotti Vidi,vidi. Commoflà al fine s* è la terra Ite laggiù « chi cercafi tra quel fallì fi ferra . Le guardie , ti fervi colle torci* vanno ver/è gli ajuedttti Mi annunzia il gran Profeta la tua gloria , 9 Signore» Lafcia, che io vada altrove a lui dar grazie, e onore » Vi/tre. Non partirai del ceno per fin, che non li veda. faquir. Efultano i Campioni » che rintracciar la preda; Vejli corron per via , e innalzano le grida , Senti il fragor dell' armi» lafcia or che mi divida. Vijire ATTOQUART» gOf Vifire.^ ^ w .5 ^vy Vanne alla mia nwgione. Faquìr. I ptfci infondo al mare Gli uccelli infi-n dell' aria nan pun da me {"campare . {èrte SCENA X. Vistiti", che và verfo la zufft % IsrANA, eollt fiile alla mano , e Casan , che rotando /<• Jc'iabLa incalza Zamoko, e (e Guardie t l Gilzébab, che fi ci per fuggire. Jspana a Gilzebar » D Ammi > codardo il ferro, Casan. Non ti arrifehiar mia vira." Ispana rotando anche lei la fciablm prefa a GU* %tbdr eolio Jiili dall' altra.mt.nofi difende » 0 incalta gli aggrejfori- Vifire CJu non e* arrende mora . Caia» mentre Ispana focale* le Guarii* *\ ineontr» nel Vifire » e fi batte fece, Che vuol queft'alma ardita? Ispana mentre Zumerò tnojìra Ai fuggire. Se tatti n»ft faggite barbari, al fuol,cadrete. r * Wj Jl» L* J 3 » A M A Vi/ire difarmato da Qafan Sorte perverfa / Casitn unendo la fciablu fojpefa in ari* Iniquo • Zumerò fatto un caracolla ferma Cafat» 1 u Tei vii nella rete* Casan. Oh Ciel ! Zamore mettendo in mezxo pure Jspana V arrefta» A me quei ferri. Ispana. Fummo traditi, o ftelle ! Zamoro. Barbara iniqua (chiava; così fanno l'ancelle? V ijirt avendo riprefa la fciabla vi per ferire Ispana, ma fi traf tiene , e cos'i verfo Casan e poi efclama. Uhi Zamoro ad alcune Guardie» Ite a fermare il Nero. Vi/ire affannato» Confegno a te coftoro* Serbali in career ftretti al più ciudel martore Zamoro» Andiamo traditori. Cafan, Dei tuo prefentimcnto Oh Atto Q_ u a * t o jt* Oh Ciclo I Ispana mia, ecco-ie il trillo evento. lippnm* Non ti avvilir mio 1 bene. Canuta Sol per te tremo, o cara. Ytftrt. SÌ5n disuniti. Zam»r9" Andiamo. Cmtan. Oh trilla forte amata 1 partii Yiftrt. Fia, che per lor riforgat fofea la nuova aurora. Ah tradiro »in Vilir, non* balla ognun, che mora. Cinto di ferpi il crine già dal tartareo regno Vcngan le furie illirici a incrudelir lo «degno* SCENA XI. Gilziiar * t pei Guardie. S Ono infegulto, o Cielo? Iti Ispaan voleva 1 Girne a avvifare il vecchio dell'affar. che n'urgeva, Acciò, che a liberare venifTe il di lui Figlio» E ne cadrò pur io fotto del fiero artiglio. Eccoli a me quei barbari , ora non v* è più fcainpo. Fuggir dovea, (ciocco, quando ne vidi il lampo. V 4 3U 1/ J 8 P A N A Senza o/Tervare il fine, fenza cercar più in là, Voi mi volete, o Guardie: 11 Nero eccolo quà. FINE .C»CWi,S DELL' ATTO Q^V ARTO, Urani siivi Jiut HO »l| «riorys tv «un »' • • i sinVf* tV t-i» «hN .rw * »' * v -' * * * H ^''^ t*>^ ^i« m sii» t ui.nya tiUa non y iil:V r.« ci.hoi HA 'n fc >i ojj»iti ! li.:■ e * stiiia li iqisi jj> omiD 'Ccjjlt ci ui»bui)ai a Ì3Ì7j!u jjiui nfaaV .ix y y i t jIov stical ni ScfoìO 0 ,r j v: \ . , X «Il Mb t lllt/Ìl & Olbwjj 5nnvvs g *—£ Ijì? ini ib li sli„m 3Ul50l l , ó j 5;)A .©iìjim «J3il ice cucì j 0 3 le chiavi, Di rimproveri acerbi fia, che il Vifir m'aggravi. Avvertir ne poterti la fuoia immantinente, Ma in carcere guardata eli* è da troppa gentei Nè fidarmi d' alcuno poffo in affar limile; Avventwriaffhi at cafo pria, che fidarli » imi j^e» J A quai cafii tremendi tu mi hai, deftin, ferhattìf , A quelto non farci, fe altrui forti fpofataj Nè i lacci maritali giammai legato avoli», en09 ;g 11 tiranno de!.*òji , il fordido inierefljt.^jjiy,, Coli' Idol mio vezzofo, che mi hi rapito il Fato^ Felice appiè» farei, fe a lui ne forti a bUh^ £Q V or, che fi reca in dote a un corriapoft» amante Il gaudio ne rad doppia , mannello ©gnor-fiottante* l-'or, che portia ni mefehine a chi f«l quello apprezza» 3I4 L' J S t A K A Fomenta la difeòrdia, ci frutta la triftezza. O con avara mino» 0 prodiga Io prende» L* una i piace ri citinone, l'altra rie vaglie accende. Se non averti in dote recato io qui un teforo, Non mi fari* computa il piiV crude! rrtartoro. Né all'ufanze d'Europa avria il Vifire aperto IngrefTo, ed avria fitto maggior giuftizia al meno. Che fcelerate ufanze ! {offrir deve la moglie, Che in faccia fi» lo {polo altrui fpreghi fue voglie. Ed al rofTore efpofta dev'effer d'un repudio, Se far non sì {offrendo del fimular lo Audio. «:Vi,|!l3 vi), SCENA III isi slsitì {<\if hit aib.ié ino : Gilara, Colina, e Delti. rcr irhV I( srl'» t dd idi?)* iiavi Celina» C He fari mai, Signora? Addobbafi la corte, Pi nero, e ovunque fentefi fola parlar di morte. Gifarit. Dìcon» che far giuftizia vuole il Vifir sdegnato Alla noftra cornpagnr, che troppo V ha burlato. rw _ /. ■ Oh CieU Zadira. Gii ars* Ch», vi dispiace ? meriti quefto, e pe*gio« Z*T Atto Qwini o 31J Zadìra . Quello è il bel cor, che vantiPfei finta, me ne avveggio. Gilara. E* una Donna fuperba. Zadìra, Eh taci impertinente. Del mal bramato altrui ben fpeflb un fe ne psnte, Ipu:- :v %i hi auq i>n sv ut rial von *n.i Se SCENA III. •COii 31QIT13C I7Ilé d'altre chiave hò cura. ' - J?J '«n u . . | idi , taf Vifirt. Di galant'uomo hai mina. GHar-a.. , ._ vt ayìUii,' Dunque , Signor, di noi fol diffidar volete , Che meritiamo al certo più di lui le monete? La prima a fofpettare dell' alterigia io fui Delia novolla iphìava, che venne jer fri nui. Dirlo può la Padrona quel,che le diffi in faccia, Nè d' ellere fua amica dar mi fi può la taccia. Noi non la conoscevamo ; ne infra le donne mai Si ftrinfc 1* amiltadc, benché abbiati merlo affai. Ma Atto Q_ u t m ' t o 317 Ma non potria , Signore , aver travato apeTto? . ZtimorO' Non è da dubitarne» la porta io chiuli al certo. Gilara» E non potria il faltarioquei ,che in Giardin trovato? Con Gilzebar fu jeri, eflere, 0 quelli flato? Sanno adattare i neri con mano fcaltra , e pronta, Dove più occorre ,e preme , fempre la falfa impronta* Vedute le chiudende , tolto frà i detti, e fatti, Avranno i traditori gli ordigni contrafatti • Vtfire. Io non sò indurmi a crederlo . Se con le man rapaci Aveffero i tefori tormi tentato audaci , Forfè anche il crederla ; ma nulla hanno elfi tolto» E non hanno, mi fembra di rij ladroni il volto. Ben altro affir gli ha molfi, ed un penficr eh' è nato Dopo, che Invermi trovo cotefta fchiava a lato. Ed in $1 breve tempo non fi poteva ordire La trama, e fenza ajùto si ben quindi efequire, lì che dici Zadira? Tace ella? e perchè mai: Con quel fiienzio infolito a fofpsttar mi dai? Zadira. Non credo, che alla moglie tu far voglia il proceftb* Hò mie ragion, fe taccio, contro lo flit del feflb. E come mai il conforte per una vile fchiava, Che non gli golìa niente , tantofchiamizza , e brafca ? Stupifco, edhò ragione, onde ftup rr.ii ; lafcia, Ch' io foffoshi, Vifirc , la tormcntofa arflbafeia. Vijirt jlg L' J S F A N A Vtfire . Donna vacilli forfè ? a ine ne cai 1' onore , Né" d* infultarmi voglio fi vanti un tr-ditore. E ben fe dir non vuoili chi al tradimento infame Ebbe parte ,tantolto Gilzebare fi chiame parte Zumìr» T>, lui faprollo , pure noi taceran quelli altri: ter rinvenir le cole abbiamo mezzi fcaltri. Tremate , fe rinvengo , che voi vi folte a parte; Coiiteilato il misfatto era feemato in parte . Vado a feder fui leggio , e voi donne reftate j Come punifeo i falli , io vó che rimiriate. Và a Jidere fui Irono , 'Ladini Jede [opra il fòfà apprejfo , <§ le Jcbiaue rejìano intorno. SCENA. IV. Zamoro, Gilze8j.r con Guardie , e Detti. Tifire • *X'u fei davanti al Dragora, nero-orgogliofo,e finto, L' orror del tuo delitto nel volto or hai dipinto. Tu tremi » ed hai ragione , onde tremar, ribaldo; Il tuo mitfatroè chiaro, e troppo ardito , ebaldo. Sci reo perciò di morte ; nulladijrieno ammira, Come cede a clemenza or la giuftizia,e l' ira. Io t'offro ora uno fcampo. Bafta palefi il vero, E libero tu fei. Schietto rispondi, o nero. GiU ATTO U I W ' T • GUzebar. Il predente, il paffato io vi dirò, Io giuro; Vorrei per sì gran prezzo poter dirvi il futuro Vijir. Quel Giovin» che in giardino teco trovoflì jerì Oltre 1* ora prefcritta,chi egli era, e perchè v'eri? GUzehar, Di Micmat era il Figlio , Cafan che già vi diffi , fi v'era per Ispana. Z ai tra. Come? GUzehar . A voi il falfo ditti. Vijire. E lafciato ha la fyoù ? GUzehar. Fec correr dietro a Ispana* Vifirt. Nè fi rammenta » torti ? GUzebar. Amor feiifce, e fana. Vi/tre. Seco parlò in Giardino? GUzehar- Ne vedefte l'effetto; Che la Diva placata tratte dal voftro tetto. Vifirt. Donde forufte, e come? Gii» r -f.» V f * V \ H K Gflzebar. Avuto appena il cenn» D» Ispint con un fifchio, io metto 1'ali, impenno, E (piego ardito il volo; icalati dal balcone Ciafcun di noiìra itaruu fortimmo dal portone* ^ii ■ V «/»>•«. figli era aperto, o cn : ufo? Gilzsbar. Socchjufo lo lafciammo, Ma voglio dirvi il vero, apirto noi trovammo. Vijire. K chi n'avea le chiavi? Gilzebar» Jspana , Signor mio. Vìfirt. E da chi V ebbe, il fall? Gilzcbar. Oh quello non sò io. Sò ben che difcoperti, Signor, dalla tua gente Nel luogo ove eravamo gittolle prettamente. Vì/tre. [to Starnml incervello, o nero. Tu fei un furfinte, e qmn- Voglio faper non dici. GHztbar» Di tutto dire ho il vanto; Ma quello noi so invero. Vi/ire. Ah mentitore audace A i tradimenti avvezzo, il ver da te fi tace. Gii- Atto Q_ u r n t o 3« GHzebar* Dicefte la cagione , perchè non ne hò contezza. Di me non fi ridarò, Io dico con fchiettezza. Vìjire. Il corpo del delitto a ritrovare andate , parton delle Guardie E fieno a rrje condotte quelle alme federate. Z amoro. Signor, vien* Il Faquir. Vijre. Che cofa vuol ? fi fenta. SCENA V. Faquirs» e Detti» FajmV. L fol rifplendentiflìmo 1* umiltà fi prefenta. La pace eterna pregoti, che in tua virtiì n* albetgi. Ti copra l'abbondanza. Giuftizia i rei profterga: E eterno il di lei raggio fui trono tuo rifpler.da, E T alme afFafcinate a ben oprare incenda. La benefica mano ognor largo difTerra Sii chi la veritade a te feavò fotterra. la tua munificenza s'innalzi fino al Cielo; Omaggio a} gran Profeta far de' tuoi doni anelo. Io pino pei la Macca. Pretto fe il Ciel m' ajute » X Ri- J?i I,' j 8 * AMA Ricever ne potrò la fetenza di falute. Quindi f ui rrjìa cura, che a te, Signor, ne venga Moltiplicato il bene j che or fia da te n'ottenga. Vijìre . C v «oi, Trattieni! anche un momento. Quindi n' avrai, che Api unto v'è bifugno de' pi) offi»; tuoi. A confortare i perfidi , non meno a dire ii vero, Che indi a fobie la pena » fari tuo minDtero. Vaquìr Pi pinguedine 1'alma j cj'efultizion le labia N' avrei, Signor, ripiene ; ma parto per 1' Arabia. Convien con caravana varcare il gnn deferto, E quando ella d.ffiii io fon di troppo incerto. Conviene, che m' anticipi per giugnere per tempo. Pollo trovarmi fyer^cn fe qui troppo m' attempo . Nella deferta terra, fenz' acqui, e fenza calle Non far, che il iol m' oprimi in faccia, od alle fpalle. Lafcia, signor, che Vada, e tua vita preziofà Fino alla fin de* fecoli duri ognor gloriola. Vìfire. Non dubitar, Faquirr, io ti darò un cavallo, Potrai la caravana raggiugner fenza fallo. Faquir» Andare io deggio a pieJi. Vi/tre, Ben tj darò una feorta. Ecco un ribaldo. Attendi. Yaqulr da se. Ardir tu mi conforta. fi Atto Q_hikto M3 fi ritira da una parte. Ir men volea repente per non trovarmi in guai; Ma, fe non faccio fronte, vi fono or pili che mai, s e E s A vr. Casaij non vedendo il Faqjjire» e detti, poi Jspana. Vifire. Uegli tu fei, che tieni commercio con Ispana, Scelerato, bifogna, che abbi paflìone ftrana, Se d'un Vi»r burlarti non fia da te fi tema; Ma rifpondemi fchietto, 0 temerario trema. Quando fei giunto in Tauris detto a te non è Ihto, Che ogni colpevol fempre d» me fu caftigato? Casan. Mei diflero, Vtfir*. Orsù bene. Giacché furti avvertito, Perchè il maggior de' falli hai tu commeno ardito, Casan inginocchianlofì. Signore, io prego il Cielo, che profperi i tuoigiorni, Li ricolmi di gloria, e i mali ognor fraftorni. Ma fai, che l'amor rende pur la colomba ardita, E non cura un amante neppur la propr.a vita, lo fon pronto a fervire di vittima al tuo sdegno, X « ,Del- ' \ V ) 4 f i HA Della tm grazia»i) ve?,go, fono pur troppo indegno. Ma fe giufto efTt-r vuoi all' innocente fchiava Tu perdonare or d, i. Tradirti non penava Per lei d'amore ardendo: volai dietro i fuoi pad?» Qui la rinvenni teco, dal fuo dover la trilli. A ìorza di lufinrjlie la fiamma in lei riaccefa, Bruche" mi odiaflea morte, a miei d?f»r s'è refi. Quello fon io lòl tanto, che a te, Signor, l'involo, li degno di caftigo devo eftr dunque io folo. Jspana che giunta avrà fentiio l' ultime parole corre a gettar/i a piedi. Signor , la rea fon io. Il govin fconfigliato Alla notturna fuga fu fol da me incitato. Sii me cader fui dee tutto lo fdegno vpftro* Vifir. Iniqua fchiava ingrata , fei di perfidia un moftro. Sorgete alme perverfe , nè qui a vantar venite Un folle , c cieco amor,* farete ambo punite . S' alzino oli le tende . Mirate , o traditori , S* alzano l* tende % e fi vede /* interno dell* Corte addobbata di nero , in mezzo alla quale un palco con una /cala , e Jopra un manigoldo colla feimitarra sfoderata, Cotefto è i) tnfto premio de' voftri infarti amori. Casat • Ah crudel ! dunque è quello quel guiderdon, cheferbi A quei, che di lafciarti in vita fur ftipeibi ? Se ingenita bontadc non trattenearni il brando , Avrtlti tu provato il rio deftin nefando ■ Vf/lr* Atto Q_ u i »* t o jìj Vi/tre Sì ,men fovviene, e voglio farti veder , clie accolg» La gratitudoin feno. Dal laccio io vi difciolgo , Se mi narrate il vero . Sortilte dal giardino , Mi è conto ; orfaper bramo chi v' infegnò il cammino. Da chi le chiavi avelie. Parlate, e liete fciolti > Se nò tutti cadrete n-1 voftro fangue avvolti. Jsvana. Io tei dirò, Vifire , eh* unqua non mento il vero , E voglio , cnc trionfi (opra ogni cofa altero • fofpefa Fiì la bontà del Cielo , che rnofTàfi a pictade D' una fohernita ancella voleami in libertade. Non ti fovv.en, Vilire > de'giuramenti tuoi, E che trattenga il eliclo i folgori tu vuoi? Tu credi fpaventsrmi ; ma far puoi quel, che brami, Vifire, non lì p< ni o rompere i mici legami. La fè, che mi ntancafti * 1* incorrifpofto dono Già libera mi refe . Di Cafan fpofa io fjno . Ei repudiata Zelici il libero fuo impero Ricuperò , mi volle. Cafrn 0 ver? Casan. E' vero* Ispana. In faccia d* un Vifire pia vai quello contratto, Che davanti al Cadì da noi folle egli fatto . Vi/iri' E co»! mi fchcrnite? nulla un Vifir fi teme P Morrete anime ree ; amba morrete infume. X * Safta péi L* J S P A N A Batta così: Jspana • Non balla . Sappi, che il Cielfiì quello» Che mi fottrafle al fiero orribile macello « K ognor Con occh'o torvo miiò tue offerte nozze} Non ria colla perfidia rrni l* innocenza accozze* Zadira alzinàoft O rio uomo ingratidimo » così accoglierti i voti D' una pudica moglie, e il nuzial lacciofcotlf "Vi/tre a'zainl"Jl ancor lui Olà Tenza dimora i perfidi lien tratti A purgare la macchia de* trilli lor misfatti» t'aquif a Casatt Io ti compiango , amico . Trovandomi or qui a cafo Delle lacrime amare io verfo V ampio vaio. Ma ci vuol fufferenza. Al fin cottila vita h* un lampo, che fen fugge; pretto faria finita. Tu non morrai sì bene, che a un caro amico in braccio. Cafo». Togliti a me dinanzi. 'Zadira. blupifco , e fon di ghiaccio* O letterato infinto! L'amico tu tridifti, Tu furti di lor fuga, che vile n' avvertirti, E duol di lor ne moliti ,e vanti l'amiltate? Ipocrito malvaggio, queft' è la tuj pietade f Jstiana. Ah lo dicea ben io, che il fid.irfì a cortoro lira la fua ruina cercare , e il ilio martore Casai' Atto Quinto 517 Casati. Tu m'ha : dunque tradito. Della mia confidenza Per fare t fei va lfo alle tue ac uì'-- efTer.za. Se le ptnide mire, che fopra Ispana ordivi , lo {tolti' n'accoglieva, tu ffleca la rapivi. Perchè ne ricuci Ja tin riHalda offerti, Tu mi fcolcafh l'orme, la fuga hai difeoperti? Faquir Dal Giel forfè la luce, e al mio dover fiì {corta; Sottrilo in paee, o Cafm, e a morii ti conforta. Vijirg. E che faiTì, o mie Guardie? I contumaci arditi Confegninfi al carnefice , e torio iìcn fpecfiti» vengono condotti al pat,bolot Cafan f Ispani Gilzebar t e il Vaquir và a confortarli' flonragà s" 1 inginocchia. Gnzia , Signore, implorò per Gilzebar mia amico « Vi/tre. Amico di colui? non fei già dell'intrico? Gilara, Riportolli il Kilaii» Zamorò . Staman fuor delle porte Elfi parlaro inficine. Vi/tre a Bonragiì. A te d^rò pur morte. Bonr. gè- Signor ... X 4 318 V } S T A H A Vijire. Taci.* gli avrai dato tu fo! le chiavi. La fcimitarra infame fui collo lor s' aggravi. Tu ancor vanne al patibolo perfido purconfulta a Bonragù Le fceleraggin tue. II rio Faquire efulta? Jo fento in cor ribrezzo di aver quindi a premiare Quel traditormalvaggio,che il debbe ognuno odiare. Eh sò quel, che dee farfi. Abbia qual delatore Premio adequato, e fuffra qual traditor rigore» Colina piangendo» O rio cafo funeflo ! c non piangi Gilaraf Gilara. Io non piango; ma fento ora una pena amara. Zadira» Ah che non ria mai vero che l'innocenza opprefls fa cenno the fqfptndino « poi /' inginocchia* Retti fel pofTb, ancora debba cadere io ftefla; Vifir, ecco tua moglie fupplice a piedi tuoi Avriano aita ragione i rimproveri fuoi. Ma tutto fia in non cale .purché tu ne perdoni, E lafcio > che a qualunque I j fn ino > e il cor tu doni* Sappia , che fu la chiave da m" data ad liuana, Perchè... Perchè la mifera.. .dici jmlo i mia germana, Vijire. Vane menzogne oidifci. SC£- Atto Q_ u i m * o 3^ SCENA VII. Mistea Crawch, e detti. Zadìra alla venuta di Mijìer Crancb s* alza t i rei fatiti fui PalcoJl Faquir li conforta. M'>/ter Cranch . Xj N miniftro di Cort Co» Miller Cuc tornato avete qui alle porte. Vijre. Come? Perchè? chi è quelli? Mijier Cranch* Hi fi nomina Ufsì. Con libero Firmari egli è venuto qui. La forte difeoprire ha fatto il contrabando , Ah quello» mio Signore, è un rio Cafo nefando. \iftre. Trillo deftin crudele ! quella è la mia mina. Nel periglio fatale reggami man divina. set* 33? L* J S '» A K A SCENA Vili. Ussi' « Mister Cuc, e Detti» U/sì veggendo Cas*u, ed Jspama fui Vale» fà atti d*ammirazione . V> He miro/ e perchè mai? Cava» Amico Ufsì ,foccorfo. A liberarmi il Cielo fé , che tu fei qui accorfo. V/sì. Fermate ola miniftri. Qui fol comando or io. Eccoli regio Firman. fnoftra una carta alle foldatefche VJA. Abbailo discendete . Effere io voglio intelo Perchè di quelli infamia l'offrir dovete il pefo. Pieghi il Vifir la fronte, fuo G udice qui ven?o. al Vi/ire Vijire Amico. Uff). D* amiftade, Giudice, ! fenfi io fpengo. Mi- Atto Q_ u t » t o v.i Mtjftr Cuc à Mtjìer Cranch. Ma l'amilti l'ha fatto tal procurare incaico. XÌJsì a Casari. Casari, e come mai fei di catene or carco? Cara», che tra corfo ad abbracciati»* A tempo tu gitigneftu U Ciel 11 vede è quello, Chel' amor mia protegge. Quefti è un favor novello- In Ispaan feoritrarti di notte egli mi fece, E in te n' ofFerfe a Zelica ui lpofò permavecc: Hi ritrovar mi hi fatto la mia diletta Ispana, E per ritorla a uri barbaro porfe fu min fovrana » Donatafi al Vifire, del predio cor I* imparo Serboffi ; ei voìca tornele fpsrgiuro, e :r.e,>zognero; Quindi a notturna fuga il Gel n'aprì lo (Campò, Noi ritio"amrrioè* vero nel pronto arredò' irtci»m'po Che il Faquir, che vederti, Ce già a rapirla oli', ru, Fu rigettato, or trillo il tutto hi difeoperte. Ma forfè fovraftiva certo , e maggior periglio, Scopre il C'el Cogli effetti gli arcani all'umm ciglio. Non ne avena qiia feorto l'amico mia verace, Se non per ridonarmi la m a tranquilla pace, la pace, che perduta aVrei da te butano» Dammi cortefe amico , dammi a rtrigner la mano. Mercé dell' amor tuo, le libero fui io, L'amor tuo mi difenda unito al bene mio. Incomparabil Spofa, vieni all'amico innante. Vftì' Ma in faccùa chi ipofarte, bella coppia collante, Se colti nella fuga vi fu preCifo il varca, Uspa- 33» L* | » i * H * Jspana » A quel Vifire ifteflb * che ci hi de* tetti «arco. Ci minacciava altero, forfè nutrendo ancora La fperanza amorofa, che avvien l'ultima mora. Av.mti a Ju' per tornele s'avvalorò il contratto Col reciproco afleufu, e il maritaggio è fatto. Quindi tiranno, ci voile fofTemo tratti a morte t Ma un Giudice benigno ci ricamb ò la fotte In te , Signor, che vanti alta oneftade , e degno Sei di reggere un mondo, non che un governo, un re- Le giurate promeffe fe avefle egli ferbato , gno* 11 dono di me fattoli pur faria inviolato. accennando il V i/tre Ma tormentomml a fegno* che uopo fu per fottrsrmi Al mio primiero amante in braccio abbandonarmi ; Benché la fé mancatami chiede/Te pia configiio , iVii avventurai a un dolce fuo volger ibi di ciglio. accennando Casa» Vfà al Vi/tre Che Y % è da replicare ? Si tace . Or ben si fciolga Ciafcun da duri ferri, e in lacci ora s* avvolga accenna il Vijire Quel vile acculate» » queir indegno Faquire . Dov'è? Gilzebar» Dalla tempefta cercò, Signor, fuggire. V/tì. Tu fei pur qui ? Sil3t- AttoQw«»to 333 Gilzebar. La forte feguo del mìo Padrone. Ufà. Si raggiunga il Faquire [alle Guardie] or chiamo te a al Vìjtre. [ragione • Il magnanimo eccello incomparabil noflro Monarca della Perfia ftupl dell' ardir voftro. 11 contrabando enorme , che su' regj navigli Introducefti jeri , fece inarcar fuoi cigli • Non vuol « che a i Finanzieri fieri tolti i loro dritti» E vuol» che fian puniti in Perzia li delitti. Ma pofcia , che fi vanta di avere ugual clemenza D' intender tue difcolpe a me diede incumbenza * Se ne poi decretare a fenno mio le pene Che fei del fraudo a parte per certo ognun lo tiene ; Poiché dalia tua fede dell' ocular rivifta De ' legni alla partenza , forza ogni dubbio acquifta. Per via non fi potevano in tempo così breve Caricar tante merci; che un legno fà si greve « Che in mezzo d' Ispaan ebbe d' andare a fondo» Se non venia foccorfo alleggerendo il pondo. Quelche celava a ognuno fece veder la forte 1 Finanzieri il feppero» il feppe pur la Corte. Or, come fai,le merci , che portan le condotte Regie fi vuol, che fieno fol per la Corre adotte, Quindi vi pufe fopra ella la regia mano , E fenza alcuna fpeme già fpettano al Sovrano . Ma egli è dover fi paghi ai Finanzieri la tafTa , Fgli e dover » che a quelli Merendanti firanieri, Ss 2?4 L' J SPA M A Se non v' han colpa, i danni fieno rifatti Inter! « Viftre. Signor , puote un Vifire pur favorir pregato Talun , che.., , IT/i*. In cofa lieve . L' affor sò corri' è andato. Difendervi volete ? Si formerà proceffb ; Ma da arbitrai giudizio fia il vanto a me concerto. 11 Vifir » che pregato, e non tentato, il voglio , A quelli Mercatanti, or per ufcir d' imbroglio » Delle fraudate merci rifacciali il vaJfénte , E metà del guadagno, che fatto giuftamente V avriano, e a i Finanzieri il giufto dazio loro Sia pur pagar tenuto in pronto argento , ed oro. V'tfire . Rovinar mi volete , o caro amico, affatto . U,sì. Farti purgar la pena dovria d' ogni misfatto, E iiì quel Palco ft^/To, che tua barbarie appretta r\ opprimer l'innocenza farne balzar tua tefta. Ma fe del Giudice ora con tua ralTcgnazione Raffreni la poffanza j avrotti compaflione. XVtftre. Facciati il tuo volere. Andronne a prender 1* oro. 5CH« Atto Quinto 335 SCENA IX. Zamoro colle chiavi, e poi il Faqjjir, e Detti. Zamor? • X L corpo del delitto. Vifire. La chiave del teforo» Vi vuole, che il contante s'ha a fciorinare al giorno,; Vjsì. Vifir, folo mi baita fu pronto al mio ritorno* Ispana io t* hò recato * intefo ove tu eri , Le gicje a te rapite, e ricovrate jeri. Col ricco furto addoffb Zelim già fu arredato | fc fenza altro procedo torto eflo fi\ appiccato* venendo il Faquir legato. Così, Faquir malvaggio, efter dovria a te fatto, Ma colla mine hò voto di non punir misfatto. Che fia bollato in fronte, e fui fomier fcopatoj Ogni Ipocrito in ferfia così viene trattato. Faquir. E fciolto il trifto voto , che far fogliamo nui, Di far vita beata, campando a i danni altrui. Gii ara. Oh quella hà da cffet vaga;con bella ftella in fronte Uh JJ< h' J S ? A S A Rifplenderà il fantone. Colina. Van Tue promefle a monte. Faquir. Ch'i di pietà col manto P iniquità ricopre» O predo, o tardi il Cielo con vituperio il fcoprei Un federato io fui. Ma tardi mi ravveggio Ah •* • • Ufi. Vanne al tuo dettino. Faquir. Merito quello, e peggio, part*. Jspana . Grazie a te rende Ispana degli immenzi favori» Che a lei, Signor , comparti. Ufi. Bell'incanto de' cori! Compatito il Vifire non men, che il caro amico* Se fedur s'è lafciato da quel bel cor pudico. Spiacemi bella coppia, che non vi porto aderto Condurre in voftra cafa al Genitore appreflb. Micmat è ancor sdegnato. Zelica vi fi trova , Per fin che le mie nozze Asmano non approva Ella lhravvi. intanto fe nulla vi mancarti:, Non vorrei il voftro amico da voi li rifparmiafTe. Vi/tre. Io pur quel che mi refta or v* offro di buon cujre» Vorrei pur riparare ogni trafeorfo errore. Vorrei potere offrirvi folto il mio tetto albergo; Ma A T T • Q_UtN¥u, Ma con timido ciglio io mi rivolgo a tergo. Temo di nuovo incendio, e voglio alla Conforte La fede a yoftro efemplo ferbarle lino a morte, lo t' adornando fcufa de'miei ciechi tratporti, O mia diletta fpofa, viviam da buon conforti. Za dira» Strinta dal mio povere farò,qual più mi vuoi, Sempre ubbidiente, e pronta a tutti i cenni tuoi. Se a front'- de* parigli con più lufinghe in faccia Sì Casjn, come Ispana ogn'altro amor ne fcaccia » E' per ferbar cortami Ja fè frà lor giurata f Per vivere una vita, che dirli può beata. Chi ne fè prova il dice. Proviamla ancora n»ì Nonfia, che la fua moglie, nè il fuo rairito annoj. Non è di nuovi vezzi l'onefto amor mai fcarco, E tien de j dolci ftrali pronto a vibrar full'arco. Ma sbandite l'ufanze dell' Europee contrade A i domiftiei affari , a i fig.'i fuoi fi bade. yijiri. Non dubitar, mìo bene; ra'han gli Europei feottato, Men guirderò per fempre. Mljler Cmnch. Servitore obbligato. TLadira . Sicura di tua fede ti feoprirò poi cofa, Che forfè andrai fuperbo d' avermi per tua fpofa 0 Per or baiti faperti, che quefta è mia germana. Sì tei ripeto. Vi/fr, y ««- SJ* L' J • I A M A Come: / Casi*. E' vero» o balla Ispana ? Jspana. E' yir. Zadira. Voi ne faprete la noflra iitoria interi. Vi/ir. Trattenete vi dunque» non è pi A quel che gli era. Voi fiete miei congiunti, e voi fiete germane? Or è amiftà virtude ; oh gran vicende umane! Ti Compa;:fco, o*Spofa, s'ebbe da te foccorfo. De' miei tufporti io fmto il più vivo rimorfo. Jspana. Così da* cari am'ci fe io verrò compatita Non men, eh» dal mio Casan, tarò felice invita. Perdonami, Idol mio, P ardire, e la baldanza, Che faran ricambiati da fede, e da coftanza. Mifttr Cuc. Grandi virtù, ma rare. M'tfttr Crancb. Oh queft' ufanza è nova. Tornando in Europa ne voglio far la prova. Vjjire. Apprendino da Itpana nel voftro fuol natio Saggio coftume onefto, come Papprefi or io. FINÌ DELL' OPERA IL TESTONE COMMEDIA DI MARCO ACCIO PLAUTO TxASFtRTATA VAL LatiXO LlXGVAQQl* IH VIRSO JotCA*9 SA RINALDO ANGELLIERI ALTICOZZI PATRIZIO CORTONESE* 34» ji SUA ECCELLENZA IL SIGNORE CONTE VINCENZO DEGÙ ALBERTI Patrizio Fioranti no, Priore del Sacr» Militasi Okcine di Santo Stefano E CONSIGLIERE ATTUALE DI REGGENZA, E DI STATO VER SUA MAtSTA' CESAREA. c O Orto già mah'' anni che io hen tonfapevoU * w» JìtJTo di quella gratitudine , che all' Etcell. V> ini» ^riamente dovuta per tanti titoli* e benefizi, e per imlìo Jingolarmente Ì,IV amareno} Patrocinio, co» T j fa» s* 1 tu't wit , e la mia famiglia vi degnate proteggerti andava continuamente indagando un qualche favo» revol rijcontro, che almeno in faccia al mondo nojlr» Tonano perfettamente cognitorc di quanto vi debbo, ni ejimejfe dalla g'ujìa tàccia, di fconofcenie, e /». eivile. Ma quanto malagevole Ji rendejje a me P efecw sione di prova fomigliantt lo fento io pur troppa, e lt comprendo in me fiejfe i n'J perjitafo chiunque mi tono/ce , e voi piti tgn' altro, Gcnerojìjjime Signore, ben lo fttpete. Non ojìante Jiccome dalla voftra Vatema benefica Protezione io riconofco ogni mio vantaggio^ e non meritati avanzamento nella carriera^ in cui hè P e- nore di ritrovarmi-, così ali" Eceell. V. mede/ima it fon debitore del coraggio, che mi anima ad avanzare alla Pubblica luce quejia mia feconda verjitn flauti- ma, conte già ne avevo contratto impegno nelP edi- nititt della prima con il FubHic$ medimi- ?45 Di quell i mi prefi l'ardire di umiliarne al? Bc. V. un Bfemplare, che per fua buona fortuna, oplà pet nna /ingoiar bontà, che vi degnate nudrir vtrfo di me, e a fomig'ianza di quell'antico Iftorico Rom ina eon il Poeta V;ronefe folebas meas effe aliquiJ putare nu^as. Catul. Ep. Me ne mmlfeflajle non falò la vofira Autore- w'e appr»'>aziont§ ma mltreiì vi compiacerle di ac» tatare V umile offerta cb' io vi fai a" alua eonfi- mìt verdone. Ecco dunque che quejiafi prefenta a voflri piedi quanto timida, e Vergognqfa, altrettanto piena di baldanza, e coraggio di comparire al Pubblico fregiata del voftro gloriojijjima Nome. Avere! ben volentieri, come nella precedente, con* giunto a quejìo il Tejio Latino, e le brevi Wuftr** zioni, fe a ciò non fi fojfe oppofio il fi/tema che,fi i prefifo il VtJJcditore ben ragguardevole di auejìi nitid\§mi caratteri* T a Oh 344 Cinedi cbey ejjendo Pianto «;» Autore cotanto a* vofc'iuto ì facili/fimo il ricorrere al purijjlmo Fonte* fitand' un si naufei ( come certamente deve accadere) di quefio ài lui torbido rujccll». Quello che mi animai e incoraggi/ce sì preffb ali* Eccell- V. mede/ima, che innanzi a qualunqu altro, certamente f è dt non avere errato nella /celta frk le alfe Plautine Commedie, ta più parte delle quali non foto Jì oppongono alla Qrijìiana mode- fiia, ma fon realmente contrarie all' ifiejfe rilaffa* te maffìmi, e coftume del Gentile/imo. Qttì nulla che ojfenla le orecchia vereconde, non Jènfali , o Donne sfrontate* ma anzi per lo contrario, Sentimenti, maffime, e precetti, Jta per l'echi- fazione delia Gioventù, Jia per la condotta piivittx i' ognuno, tali da non disconvenir» alla penna d'un Sento Dottor della Cbiefa nojìra. Cosi ragione per tanto quel dotto Critico Cefi*' ro Stéì'£«r»,cbe prete/e di attaccar f JLutorè per tw> 345 non averle dato il Tìtolo del Tesoro, giacchi in ejfa p>à volte di un ripojìiglìo fi ragiona, la chiama Di* vina, e un vero Tejoro. Certamente sì il Prologo the la Ssena II. e IV, dell' Atto li. fono i più belli, eluminoji fouarci, eie a noi rimangano dalla Romana Antichità. Altro non mi rimane che di racconìandare ali* alto Patrocinio dell' Ecc. V. unitamente alla mia i:erfona,e Famiglia quejìa mia tenuijjìma, e deboì faticai con la ferma confilenza tbe ficcarne io non fojfo ritrovare un piti amorevol Protettore, così ejfn no» può incontrar/» in ehi maggiormtnte Ì9 compaùfca» ìii Vos. Eectllenzii., Vmih Strt/é obblig, Az*ttil*Al AlTiCOZtli IN- ARGOMENTO* N WP atto di partir molto lontano Di cafa, il vecchio Carmide lajcil Ut groJTo rlpojìiglio fòtterratot Unitamente con la (uà famìglia In cujli'dia di Callide tuo amico . in ajfenza del Padre diì di fondo Il figlio a tutto quanto il Patrimonio* E mlfie fino in veniita la caja^ E qnefla la comprò Callide tjlejfo • In tanto vie» richie/ìa la firtHaliti Giovine in Conjorte » e per motivo Callide di non dare alcun Jbfpetto Del Teforo nafcofto* fece finta Ch* uno flranitr ptr parte di fuo Padre forti il dinar per dote della figlia . Coftui s 1 imbatte appunto nel momento D» picchiar alla porta della Cafa In Carmidcy che torna , vien derifo » E fchtrnito da queft», e coù in fine F«» le nozze i fuoi Figli ailtgramentt * PRO» PROLOGO »- La Prodigalità') e La Miseria. . JP#i* O legnimi, figlia mia, perchè tu polla Far ben' 1* uffizio tuo. Vengo ; ma il fins Non 3Ò qual Ila per eflere. Ecco è giunto. Òflerva ben' ; quei!' è l' abitazione : Vi pur dentro . Or perché ciafeun di voi, Uditori , fia intefo , io vi dirò La cola come ftà , fe fhte attenti ; £ in prima, eh' io mi fia, qual è colèi, Che in quella cafa entiò: Badate a me. La Prodigalità volle chiamarmi, Plauto il comico , e 1' altra , eh' è mia figlia', La dille la Miferia; or come quella Si fia, con la mia feorta, in quella caia Intrufa, Hate attenti, or vi palefo. Abita in efia un certo giovinetto , Che (otto la mia guida , hi dato fondo A tutto il Patrimonio? Ora eh* io veggo. Che da Viver pet me con quel non relh , Lo confegno alla figlia , acciò con quella Ccnfumi il rimanente dè Tuoi giorni. Non m Non afpettate poi , eh' io v! racconti L'argomoito, per lor qui Jo faranno Due vecchi or ora, che verranno in feenat^ In Gì eco quella favola è appellata Il Teforo : la fcrifTe Filemone , E dal Greco linguaggio, in quel del Lazio» Plauto voltolla , e il titolo gli diede Del Teftone e óz voi foltanto chiede, Che v* appaghiate, eh' abbia quello nome^> State fani, e afcoltate zitti, e quieti. ATTO 3<* A~T~T~0 I* 5 C E N A I. MtGABOHIDB . ^R. Improverar 1* amico , fe hi commeflò Qualchè fallo , è creduto un gran delitto; Ma a ben' rifletter , fembra al giorno d'oggi Utile, e neceflar o : ed a tal fine Io ve rimproverar oggi un amico D' uh ° Pur troppo, che tu rida alle mie fpalle» E ti rallegri delle mie difgrazie . Cai. Di quel eh' accade a me, bramo altrettanto Agi* amici . Meg. E la tua , che cofa n' è ? Cai. Non vuol morir giammai forte, e robufta Come un Toro. Meg. Che il Ciel la benedica j Me ne giubila il cuore, e prego i Dei €he la confervin viva ancor cent' anni Ooppo la morte tua . Cai. Lo bramerei Anch' io , quandi' ella foffe a te congiunta In nodo maritale. Afcg. V è il eompenfb : Barattiamola, tti prendi la mia, Io piglierò la tua; non ti dar peni D* ingannarmi, che sò ben ciò che faccio. €mI. Hò intefo, avrefti voglia d'appettarmela. Meg. Potrebb' eflere ancor, che V ingannarti. Cxi. Tìentela come l'hai, che finalmente Ottima cosa è un mal , che fi conofee. Che s* io ne prendefs' altra d' un ignoto Carattere, e coftume, io non faprei Z II 3)4 li- Tistoni Il come regolarmi. Mtg. Finalmente Nel Mondo, fe fi vive in pace, e in quiete, Si campa bene affai- Per or da parte Lafciam le celie, e bada un poco a me» Che fon venuto a polla per parlarti. Cai. Perchè cofa? Meg. Per dirti il fatto mio Qui fuor de' denti. Cai. Come a me? Meg. V'è aleuno. Qui fuor di noi ? ?.*t. Non y' è : dunque per quello Che e' è di nuovo ? Meg. Hai cuor di domandarmi Se 1' hò con te? fe forfè nor. t'immagini Ch'io voglia qui pigliarla con me fleflb? Ma fe il lodevol tuo coftume antico E' in te quafi che fpento, fe pretendi Di vivere alla moda, fe il peryerfo Viver eh' ufa oggigiorno hi gii corrotta Il tuo cuor, la tua mente; a' tuoi più cari Amici ti farai di pianto oggetto; Ed a ragion tutti ti fuggiranno. Cal t p che linguaggio è quello tuo ? Meg. Perchè Bifogna che procuri ognuno, o fta Uomo, o Donna, non fol di viver bene, Ma neppur dar motivo di fofyetto Ad A T T • P fc t M • UJ Ad alcun. Confeguire e 1* uno, e l'ahr» 1 nfieme , i cofa eh* hi dell' impoffikile. Af*£.Come? Che non lo fai? ciafeun dife- Steflb è padran, e può sfuggir la colpa. Ma non però il fofpetto, giacche quefto E' nell'altrui voler. Ponghiamo il cafo Ch' or mi venga di credere in capriccio, Ohe tu abbia rubato in Campidoglio Alla ft;itua di Giove la corona. Benché non 1* abbi fatto, e come puoi Impedir ch'io noi penfi ? Parla chiar», Che fon curiofo di faper che cefa Tu vuoi fignificar. Meg. Hai qualchè amie» Sincero, e di buon fenno ? Cai. Ti dirò Schiettamente, che alcuni io li conofeo Tali, d'altri il fofp§tjo, e d'altri in fine Non sò comprender l'animo fc inclini Più in 1' una, Q V altra pane; ma fra quelli, Che non hò luogo alcun di dubitare Uno se* tu. Dunque fe mai t' accorai Ch' abbia faljato, non mi fai avvertire, Meriti affai più biafmo di me fteflb. Meg. Hai ragione, e fe ben per altro fine Io venni qui a trovarti, nondimeno T' appagherò. Z i G*h 35* Ctil. Mtg. I L T t S T O il t Spiegati adunque » In primo Luogo ti debbo dir, che tutti quanti Mormoran ma]irniente de' tuoi fatti. 1 tuoi pari ti chiamano uiiirajo, Altri un N tbWo» e che tu non la perdoni Sia amico, o nemico , paefano , O foielhero , tratti ognuno a un modo: Or udmdo parlar di te in tal guila t .Sento feoppiarmi il cuore . Cai» Dimmi un poco Megaronide, è for'e in mio potere L' impedir che non eh acchierin coftor» ? Certo the no; che fenza fondamento» Quello sì. Nleg. Fammi grazia, qua il vicino Carmide era tuo amico? E che ciò vero fia , quella è la prova: Poiché dopo che quel fuo feiagurato Figlio diede di tondo a tutto il luo , lì fi vide ridetto in poveità, Con una figl a nubile , già morta La Madre , e la conforte d' uopo svende IV andrene in btltucia, mi lafciò In cuftod a la Figlia , e tutto il fuo Ii fiem con quel fuo Figlio difgrarato : Ciò non avrebbe fatto , fc fidato Non fi folle di me. C*I. Ed era, ci i , M*g A t t • P * t m e 357 Mtgé Che non procuri, Giacché vedi, che corre al propizio » K eh' è appoggiato alt:» un fedeltà;* Quel giovili di rimrtteib, e non cerchi Seriamente avvertirlo, hfi tuo pefo 11 piocurar di renderlo m'^liore, E non g'à , frsmifchiatuìo ! tuoi delitti Con quelli di colui, perder 1' onore. Gal Co»' ho fatto ? JAtg.. Quel tanto che fon Coliti Gli ucrnin di mala lede . Cai. Non è quello Il mio coilume . Meg. Dì, non hai comprata La cafa da quel gioviti' dov 1 or «Siti? Perchè non parli ? • acquiftato quella cafa, L' hò rifeattata in prò del fuo Padrontj Ed hò cavato fuor di mia faccoccia. 11 denaro; fe quello è flato fatto Bene, o male, di già la botta è ita, Io non nego; fon quefli i miei delitti» E T avarizia , che tu mi rinfacci, Queft' è il motivo, perchè ognun mi lacera. Mtg'Pwn piano; che tu m'hai capacitato, E m'hai chiufo la bocca: io non hò altri; Che replicar. Cai. Or prego che m' ajuti Col corfiglio, e con l'opra, e che trattiamo Seriamente fra noi sii quello punto. M«g« Ti premetto di far quanto potrò A T "r o P K I M o #1 Dal canto mio • Dove potrò trovarti Fra poco ? M, ti In eafa dal. Vuoi nient' altro ? Meg. Offem Il fegreto, è rhantiehmi la tua grazia. C«/. Non ne temer . jM>£. Ma dimmi ? &at. Gofa? Meg. Aderte Ov* abita quel giovin? Cai. Riferboffi Nella vendita il folo portichetto Dalla parte di dietro. Meg. Appunto queft» Bramavo di faper, or Vanne ; eh dimmi ? Cai. Cofa vuoi ? Meg. La fanciulla è in cafa tua ? €al. Certamente} e convive con la mia . Meg. Fai beni Aimo . C«J Or prima eh' io mi parta, Altro brami da me? Meg. Che tu fl| a f ano . Verameht; non v* è gente piti pazza, Pivi ficcante, più ftolidà, e bugiarda , Che fpaccian fempre il falz'o per il vero, Di quelli sfaccendati Cittadini, Che chiaman novellifti, e fra «flora Mc-n $<5x IiTistovi Non m* eccettuo pur io, che fui sì (ciocco In dar fede alle lor falfe menzogne . Pretendon di faper tutte le cofe» E non ne fan* veruna , e ancor fi vantano D' indovinar quel tanto » eh* uno hi in mente, O farà per penfar. Se in un orecchio Il Rè ditte un fegxeto alla Regina , fctti tolto lo lamio, e in fin* gì' arcani Sanno fcuoprir di Giove con Giunone ; Quel che non fù, non è, nè ria per effere £ pur elfi lo fanno. In fimil guilà Lodan * crititan fempre a lor talento , Se a torto , o con ragione poco importa » Purché si fodisfaccia al lor capriccio. Tutti fe T eran prefa » ognun gridava La croce addotto a Callide, e fpacciavafi Ch' era indegno di ftar tra galantuomini. Per aver quaft fpinto al precipizio Quel giovine, e mangiatali la roba. Fidandomi alle ciarle di coftoro, Io mi fon' motto per fgridar I" amico, Ch' nò trovato innocente. E pur fe mai Veniffe in ulo il fare il (indacato A quelli sfaccendati » efaminando D' onde fcavino mai cotante ciarle , E fe colti in bugia» fottcr puniti Severamente, quanto gran profitto Ne verrebbe al ben publico, e al privato ! Forfc #4 ATTO IL SCENA, I» Si Ti » ~ ^ Lt situi. P JL Enfo a un tempo a più core, e nel Benfare M'»ffl gg« , mi tormento, e vengo meno. L'animo irrefoluto ognor mi tiene Sollecito» ed incerto, e ancor riiolvera Non so ; vivo dubbiofo a qual partito Appigliarmi, e qual debba di que' due Meftieri feerre, nella mia condotta Più ftabile , e pié fermo. Neil' amore Impiegarmi, o alla cuia delie cofe Domeft.che, in qual più dell' uno, o 1' altro Sia d' utile, e diletto per condurre La vita in pace. Orsù facciam e-sì: ^laminiamo un poco feriamente Ambedue i meltieri ; a un tempo flefTd Sarò Giudice, c reo. Così mi piace. Incominciamo. E prima del meltiere Tratterò d«U'amor, dirò qaal fu L'uule , e il danne. Amor non vuol {"oggetti Ne' fuoi lacci, fc non che i più vogliofi; Qucfti brama» ed adeica, e con favi ture- Atto S*«okdo 365 Faroleire §V Ingaggia, e in danno loro Gli itimola. In parlar tutto melato, Ma po' «P ace » avaro, e menzognera, E avidiffimo; be'li in apparenza, E diffruttor a un temuo di foihnze: Sedutttr di chi cerca i nafcondigli, Pulito a prima vifta, e nudo infieme, E Tempre intento ad indagar 1* afcufo. Se un fuo feguace a cafo hà al fin rifcolTo Un piccolo favor da quell'oggetto Ch'adora, add rittura fe ne va La roba in fumo , come 1' acquavite. Dammi , dire colei, caro mio bene, Luce degl' occhi miei, fe è ver che m'ami, Pifponde il piUerotto; ti, mia vita, Ciò che brami, e fe cerchi ancor di più, Tutto farò per te. Quella vedendo Il merlotto impaniato nella rete, Sempre s'avanza a chieder. Nó ciò balla, Si penfa al pane, e al vino, e della bella Spefar fi deve tutta la famiglia. Se una notte a dormir vien con 1* amico, Guardaroba, calfieri, Profumieri, Vtntagliaj, Calzolai, Cantatrici, Quelli eh' hanno ir> euftodia le paniere, Lacchè, che vanno fempre avanti, e indietro Senza parlar di quei ch'han per meftiero Di guadagnar le fpefe a barba altrui. Ce-sì fegucado 1' «ime di Cupido lo $66 IlTbsto»» In pochi di 1' amante fi riduce In miferie. Allorché tra me rifletta Quinto poco ftimabil fu tolui Gh* è blfognofo : al D'avol pure amore» Non fai per rne, fe ben mangiare, e ber» Allegramente , e cofa affai eh' alletta. Amor non produce altro che tormenti. Ed un eh* è innamorato à fempre odiof» A Parenti, e a fe ftefTo, e ognun Io fugge. Lungi dunque da me, cento ragioni Trovo per aborrirti ; fe e' incappa Qualcun dentro i tuoi lacci, minor male Saria, di quel che fi preeipitafTe Entro un abiflb. Dunque alla lontana. Alla larga, ri tien tutti i tuoi doni. Contentati per me di que' mefehini, Che viv.jn fotto il duro tuo comando . Son d'applicarmi fermo, e rifoluto, Delle cofe domeniche alla cura; E fe ben la fatica è mjlto grande» Se ne rifeuote poi lode, ed onore Da fuoi; dagl' altri ftima , e tenerezaa» Che fuol effer de* faggi la mercede. Ed io fcelgo pili tolto e/Ter di quelli Nel ruolo, che de'fciocchi, e sfaccendati. SCE> A x x • S i « • h » • 5*7 SCENA II. ^ On sò a che fin cofiui co»ì fugiafc» Sia fortito di eafa! Comanda, io t'ubidifco, non m' afcondo, Non fuggo il tuo cofpetto. Tu fai » f« coli* ofTcquIo , « col rifpetto Onori il Padre tuo- Guardati bene» Figlio mio» che io non voglio che tu pratichi Sia in piazzai fia per ftrada » con alcuno» E che neppur ci facci una paiola. Sò pur troppo in che fecolo fi vive» Ogni cattivo cerca aver compagni, E corrompere i buoni» e un fol pervetfb E* ballante per far cento malvaggi. Il maligno coftume hà framischiato La rapina » l'invidia , l'avarizia, Lo fprezzo delle leggi, e in/in le fagre Cofe fuol anteporre al giorno d' og5' Quali* ingorda razzaccia all' intererte, Queft'è quel che m' affligge, e mi tormenta, E che t'inculco fempre notte, e giorno» Figlio mio caro, che fuggir tu debba. Filtohi » e LlSITtLi. Eccomi» o Padre, Il tuo dovere 5<5S II Y i s t o h t Quelli fon coma il fuoco , non abbruci»» Dove non può arrivar, ma dove giunge Arde il tutto, e difiaigge in «n momento. Scorgendo un tal cofhime, non mi poffo Yrattener dalle lacrime, e compiango Il deftin, perchè m' abbia riferb.uo A vivere in un tempo sì corrotto , Né fono andato a ritrovare i più . E pur, $' odi co fioro , hm fcmpre in bocca» E lodino i collumi degl' antichi, K lor fteflt deturpan ciò, che efaltano. Fuggi dunque ogni fona di commercio Quanto tu puoi ; Segui 1' efempio mio » E vivi come io fon fin or vi Auto » All' antica, e fi quel che ti commdo . Non ftimo nulla affitto quell' inquieti Cervellacci » che in oggi hanno fconvolte Yutte le buone ufanze , e fon cagione » Ghe i più faggi che vivono oggi giorno Sogliono far vergogna anche a fc* fidili • Se tù fapra: di quelli miei comandi Far capitale , vivi pur ficuro , CIi' un dì benedirai, chi te li diede . Ut. Tu fai pur, Padre , «' io fjn dalle fafee A quella giovenile età fon flato Sempre pronto a i configli , e a cenni tuoi» E fe oga' ora l* arbitrio , e il mio talento * Ciecamente fommeflì al tuo volere . Vih Atto Seco n do Vìi. etjl giovanile a ognun combatte Col fenfo la ragion ; quefta l' invita A fecondar il genio de' Parenti> Quello Io fpinge a oprar a fuo capriccio : «•e v;nce il primo, 1' uomo è {chiavo a quello In danno di fe fteffo, e fc feconda L' irnpulfo di qtielt* altra , in tutto il tempo Di fu i vita npn hi chi pili temere . Se tu il fenfo , e non egli, ha te fommefTo t Rallegrati eh* è meglio che tu fia , Come è duopo, di quel che piace ad erto. Z'tf, Hb fatto per cautela della nra Giovinezza , propofito ben fermo Di fuggir tutti i luoghi più fofpetti* Di non girar di notte , e non rubare Ad alcuno, e non dare a te difgufio , Come vedi che hò , Padre , fempre fitto, E fon vifluto Tempre fin ad ora Morigerato , e neppar d' un capello M' allontanai da' tuoi com.indamenti. ?/• Che occor che te ne vanti . Hai fatto bene ? L' hai fatto per te folo , e non per me; Il mìo tempo è paffuto > ora a te tocca Di penfarci . Colui loltanto è faggio > Che non fi pente rmi del ben oprato . K quel che prefume di fe fteflb, Non può efTer mai faggio, o cofa buona. E per non perder delle rette azioni i' ufo , ftudiati fempre di far meglio , A a £ 37» Il Tbstove E tieni a mente, che quel che s' umilia E* ftimato » e non già quel che s' efalta. Lis. Hò parlato così perchè farci, Padre, per fupplicarti d' una grazia. F«7. Parla» dì sù, fon pronto a contentarti . J.if. Vorrei far qualchè ben , quando piac-fTe A te ancora, a quel giovin mio compagno. Ed amico di nafeita si illuftre , Che per poco giudizio , ed imprudenza Non ebbe molta cura alla fua robba . fiì. Intendi d'ajutarlo con il proprio? Lis. Così è, che ben fai, che tutto è mio, Come tuo» Lil. Pimmi, quefto è bifognofo ? Fis. Bifognofo. FU. Avca prima della robba? Lis. L'aveva, F»V. E perchè dunque non 1- hi più? Forfè s' è interelTato in un negozio Marittimo, o Terreftre? una bottega, O un banco tenne aperto, e la perde ? Lis. Nulla di quello. FU. Dunque in qual maniera ? (//. Per dabbenaggin, Padre, e in parte ha fpefo Sol perchè fi trattò con qualchè ludo. FU. Un beli' elogio in vero; è bifognofo, E hi diffipato il fuo tra lufli, e lciali, E per puro capriccio; non mi curo, Che tu tenga con quelli requifui Simil Torta d'amici* Atto S b c o h » o 371 Ut. Compaffione Io gì'ho» perchè peccò per imprudenza. F»7. Non è carità quella, che fi fà AI povero con darli da mangiare, Perchè fciala ancor qu;:lIo che riceve, E s'avvezza poltrone, ed infingardo. Io non ti dico quefto, perchè voglia Oppormi alle tue mafll ne, e non brami Unitamente quello , che a te piace; Ala con V idea di parlar d' un terzo Io t" infogno la via, che dei feguire.* E' ben che moftri d'altri compaffione; Ma fà in modo, che alcun di te non V abbia. Lh. L'abbandonar l'amico in quello flato Di miferii, mi fembra una vergogna. FU. Ed io ti dico a lettere di fcatola, Che è meglio la vergogna, del rammarico. Lh. Noi per grazia del Gicl, da' njftri vecchi, E dell' induftria tua, jjii liimo ricchi Affai; fe fi fà bene ad un amico Rincrefcer non ci dee , per non dovere Vergognarli di non averlo fatto. Fi/. Alle ricchezze grandi, fe fi feema Qualchè cofa, dì sii» crefeono, p calano? Ih. Calan, Padre , ma fai che fi fuol dire Per proverbio d' un ricco, che è tenace ? Quel che hi, che poffr farli poco pr&, Che li fi cangi prefto in nr.to fuoco, Giacché quel che hà non ferve a fc, ni ad altri. 37* It Tsstonb fil. Coterie cofe io l'hò fentite dire Più volte, eh** non hò capelli in capo. Ma fai» mio figlio, chi fi trova efente Da quella taccia, quel che non hà nulla. l'ti. Noi, grazie a i Dei. n* abbiam tanto che avanea E che ci bafli a farci ben volere Con gì* altri. fil. Io non ti voglio negar nulla, Ma parla t figlio, r\è aver paura, Dimmi» qual è colui che tu vorrefti Ajutare. Z'ts> Lesbonico il figliuolo Di Carmide,che ftì la in quella cafa,. F*V. Colui chi; hà dopato tutto quanto Quel eh;; aveva, e nep^iur gli fù Affante ? Li/, bcufalo, P-iare, feol f^ello accadere Ad ogn* uom qualchè cofi, che non penfa. F<7. h ben, dì sù cosa pretendi il darle. Vis. Niente, Padre ; in un giovin la faviezza E' come un frutto fuor di ftagione. F/7. Figlio,contro il tuo folito tu menti- Chi è faggio sà formarli come vuole la fua fortuna, e sà sfuggir I* incontro D'ogni disgrazia, fe con attenzione Si prefigga il fiftema di fua vita. Lh. Egli è ancor giovinetto. TU' La prudenza Per volontà » non per età, s * acquifta. JLiù Or balla, che da fe non mi fi vieti, Se ATto Secondo 373 Se egli mi dà qual cofa di riceverla. F«7. Come.' di follevar la fua miferia Pretendi, con ricever til da lui? I is. Sì , Padre. Til. Alfe che quella non I' intendo, Spiegati un poco meglio. Lis. Eccolo è nota A te la di lui nafeita? FU. Per certo Non v' è di che ridire. Vis. tfna forella Hi gii nubile, e quefta io prenderei Per moglie. FU. Senza dote? Lis. Senza dote. TU. Per moglie? Lis. Così è, fenza alcun danno Di tua robb.< , e in tal guifa ti farai Con quel giovine un merit» ben grande, Nè potrai far per ef]b nello ftato D'eftrema povertà, nel qual fi trova, Cosa al mondo giammai più vanfaggiofa. F»7. li tu vuoi che io permetta che t'aceafi, E che prenda una donna fenza dote ? Lis. SI, conféntilo, o Padre, e al noftro nome Arrecherai così fami immortale. F>7. Avrei sii ciò molto da dirti, e in oltre Potrei citarti degl' antichi efempi, Che m' hà fatti offervar P età canuta: A a 3 Ma 374 IlTistohi Ma giacché fcorgo, eh' hai fol pei oggette, Il procurare alla famiglia noiìiv, (Benché v'abbia moftiato repugnanza ) Con quello parentado onore, c fama» Chiedi liberamente la fanciulla* £ fpofala , per me ne fon contento. Lit. Eterni Dei, ferbate lungamente A me il tenero Padre amato in vita. Ma a così gran benignitade aggiungi Un altra grazia ancora. Vii. E qual è quella? Lit. Vanne al Fratello, chiedi la fanciulla» E accordalo tu fttflb, TU. Eccone un altra. Lit. Kiufciranno a te più facilmente, E le cofe faranno pili ficure, E varrà pili una fola tua parola In queft'aft'ar, che cento delle mie. F<7. Per troppa mia bontade ecco il guadagno» Ch* ho fatto. Or ben fi faccia queft' ancera. £»/. Quanto amabil tu fei! l'abitazione E* quella, e l'ufcio cui picchiar tu devi, Lesbonico fi chiama, fà pur tiì, Concludi il fatto» ch'io t'aipetto in cafa* SQB' Atto S « c o n » o SCENA III. Fittimi Dir la verità, quelle non fono Ottime eofc, nè come io vorrei: Ma che j* ha a fare ? è duopo 1* appagarli $ Che alla fin ve ne fon delle peggiori. Ma quella fol riflefTo mi confola, Che il pretender che un figlio in ogni cofa Penfi come fuo Padre , è una pazzia . Quel che s* oftina in quello fentimento Tormenta fe, ma non conclude nulla , E si procura nella fua vecchiezza Una trilla inquiefudin' fenza frutto. Ma s'apre l* wfeio appunto, ove io n'andava» fi Lesbonico n' efee col fuo fervo. SCESA IV. Lssbowico, Stasimo, e Filtokk in disparte* La. On fon compiti ancor quindici giorni, Che per prezzo di quello cafamento Tu ricevetti le quaranta Piaftre, Stafimo, non è" ver? A a 4 Sta* 37^ I t Testo»! Sta. Sì, sì , mi pare, Se ci refletto , che ella fta co-?}. Les. E di quello denar, che fe n'è fatto? Sta. Parte in mangiare, e btver fc. n* è andato, Parte confunto in Bagni, e Profumieri» E parte n' hanno auto il Pefcniolo Mugnajo , Macellajo , Cacciatole , Cuoco » Erbajo, Speziale; si fi prefto.' Coftoro fecpr come le formiche Fanno ad un mucchio di fermento appunto. Les, E pure in tutr quelli non s' è ipefo Che foli feudi fei ? Sfa. Ma, patron mìo, Quel che hai dato alle Donne, non Io conti? les. Ce 1' lio melTo. Sfa. E quel che t* ho rubato io ? L*j. Oh,eotelìa è la fofflma più importante. Sfa. Somma , e rifemma pur quanto ti piace , Che il conto non ti tornerà giammai; Che credevi che fuflfe la moneta, Come uri pozzo di vena? Adeflb è tardi, Bifognava peofirci molto prima: Or, che è fpefo il denar, si fanno i conti? Ltu E pure quello conto non Ha bene . Sfa. Il conto é breve , breve. Riceverti Da Callide quaranta feudi, ed egli Da te in pegno la caCu Les> Così fià. Vii» Affé per quanto veggo, or che il vicino Vca- A t t • Sbcokdo 377 Vende la casa, allorché tomi il Padre Potrà ricoverarli in mezzo piazza. Se non entra per forte in corpo al figlia. Sta. Al mercante gl' hai refo i dieci feudi, Che andava «editor ? let. Parli di quelli, Che ero mallevador? Sta. Anzi di quelli Che avelli voglia di buttar per altri, E che folti forzato di pagare Per colui » che aflerivi tanto ricco, lu. So* pagati. § tam Ed il credito è fvanito. "Les. £' verd qucfto ancora. Miferabile Lo vidi, e me ne venne compajTìonc* Sta. Tu hai pietà degl'altri, e di te fieli» Non moftri n5 vergogna, ne pietà. F>7. E' tempo d'abbordarloi les. Qycl che giungé E Filtone ? egli e deflb. Sta. 11 CieI vole,rc * Che coftui con quel groffo facconcione Di rufpi, 1' avelli io per fervitore \ F«7. A Lesbonico, e a Stafimo fuo fervo, Filtone, dà il busn giorno. £„, Ed aftrctttnt» Ancora a te; tuo figlio cosa fi? F«7. Ti vusi bene al fuo folito. leu 19 ™ v °5l«» Non 37? Il Testoni Non meno ad efTo. Sta. E' un ben che a nulb giova, Quando non corrifponde con i fatti. Br:rU pur«» E non ne dubitare, Sf e Stasimo . Cai. C< Ome s' intende quel che tu mi dici, Stafimo, che il Figliolo del Padrone, Lesbonieo hà promeflo la forella ? Sta. Come ti diifi. Cai. Ed a chi I* hi promeflà ? $ta. A Lifitele Figlio di Filtone , Senza dote. Cai. Ed entrar quella ragazza In cafa così ricca fenza dote ? Non è cola credibil. Sta. Non lo creder , Se tu noi vuoi , che a me . .. Sm. Cofa ? Cai, Non preme Un zero. Cai. E quanto tempo è che fuecefTe? E dove ? Sta, Or or davanti a quella Porta, All' otta qui direbbe un Preneftino. Cai. Ed hà moftrat» così gran giudizio kts* AttoTbrzq Letbcnico sì ftolto » com: favio? Sta. Venne spontaneamente a domandarla Per il fuo Figlio il Padre . G *«*» M Sì ti». Cofa faccio a te di tntfk ? Fai quello che io non veglio. • i a ih. A T t • T c » z • 191 Li*. N«n defidero Nuli'altro, che il tuo bene. Leu E che ? pretendi Saper nelle mie cofe p'ù di me ? 50 ben io ciò che faccio, e mi convitne. hit. E fi chiama fi-perla, fe disprezzi Un favor dall'amico, che t'adora. Le*- io non Aimo favor ciò, che dispiace A quel che lo riceve, il mio dovere Sò qual fia, nè mi voglio fottoporre, D'efTer portato in bocca della Plebe. Li». Cofa dicefti mai? [quefto fincero Parlar perdona , giacché Cosi meriti. ] Non è quello V efempio, che gì* antichi Valorofi antenati ti lafciarono. Perchè cò, eh' efli con le Iot prodeM» 51 fepper acquiftar, tu difperdefli A forza di delitti La condotti Tua fervir doveva di nodello Per i futuri nella via d'onore. Qiiefta già t' addi taro il P*dre, e l* Av». E tu coli'ozio, e indegni tUtfi coltumi Ne chiuderti il fenti^n» antrponefld» Un amore obbrobriolo alla vinti» Nè ti creder, che fiar tuoi vizi occulti. Discaccia aifìn I' o*io dal petto, e fic-gt*'? La virtude , e l'onor ; rtnd ti dege» Ed utile ijfl' Amici in «au, e al F»ro# E non in vagheggiar Una fallace i B b 4 Be,C- 3pt il Testo»» Beltà, come fin or fu tuo coftume. A tal fine io ti fupplico, e (congiuro, Che ti riferbi il campo, acciò che almeno Abbi qualche* motivo di correggerti, Ni i tuoi pari ti pofTan rinfacciare Del tutto la miferia, e dar da ridere In fimil guifa a chi non ti vuol bene. I L##. lo fo da me tutte codette cofe Che dici, fcriverolle ad una , ad una,,* So che ho dilapidato il Patrimonio, E ofCtirata la fama de' maggiori. Ma, oh me infelice ! febben io fapea Qu i convenia che io foflì» non potevo Hlerlo , eh' acciecato dall' amore , In^ann; donde abbonirmi Abbia giufto motivo ■ Ogn.' un che è gl'ufi» Ce a $9i Testone Con i Tuoi , non Tuoi elìer co* ftrar.ierj Ingiufto . Or io farò come ti dilli » Non mi ilare a inquietar* davantaggio. L>7. Credi che più convengati efTer povero In prò della Sorella , e che io pofTegga li campo « e tu non abbi di che viv**C? Non ti moltrar cotanto tatcrciTato, Perch' io non cafcfii in povertà , e divenga MJfero, e infame fieirifteflò tempo* Tutti mormoreran, Che t' abbi dato Per concubina in vece di conforta La forel!a f negandole U d«t« Che le convien , e a'Ior come fchernirmi Da quelle taccie ? che per te d'onore Foran » fa conduce»! la f;r, fe non credi forfè megli» L' afpettar che il Fratello la mariti Senza d' effa, e di poi vada tu ftefib A ritrovar Filtone, e gliaflerifca» Che per quell'amicizia, ch'hai col padra Sborfi il denar del proprio per la dote. Ma poi rifletto, ch'una tal promefTa Volontaria pufc dar qualche motivo, Che mormori di te la gente balla: Diranno, che non è fenza minerò La generofità con la Fanciulla , E quand'ancora reftin perfuafi, Che la dote lafciotteia fuo Padre, Caveran fuori che non è la fomma Intera, e 1' allcttar che fu targato, Car« 3^8 II Testoni Carmide , farà cofa troppo lunga- Cai. L' ifleffe cofc pafìàn per la mente Ancora a me. Meg. Vcdiarm le folle meglio Che Lesbonico io vada a ritrovare, H gli dica la cofa come ft3. qo.1. Ch' io palefi i! teforo a un O'ovinotta Scapeftrato, ripit-no d'ogni vizio, Innamorato morto? nò per certo. Io fon ficuro che non lafcerebbe Salva neppur la terra, che 1' afconTe»zo Dì si). Si cerchi !» Un untno , che fa affatto fconcfciuto. Cai. Cofa hà da far coftui. Alla foggia frranien, fia bugiarda, E franco, d'un afperto che non pofla R nvenirft d'alcun sì facilmente: Queir» fi finga che io mandi il Padre Di Scindi al Figlio, i fuoi faU;j> Gli rechi, e V aflìcuri che fta Ix-iie, E 'e C fe gli vanno a maraviglia, Che tornerà ben prrfto. Porri (eco Due lettere, amb-diie le comporremo Noi Melfi in nom? di fuo Padre» ed on* Di confegnarfi al G.ovin, 1' altra a te. Cai. Seguita. Meg. D"rà in oltre di portare 11 denaro per dote della Figiia D'ordin del Padre, e Con comanda efpreffl» Di confegnarlo in mano tua . Capila? Cai. Certamente , e ti fento volentieri. Meg-ll denaro, allorché farà fpofata L* Fanciulla, allo fpofo sborferai. Cai. Beniffimo, mn fi può dìf di meglio. }&cg Così difotteriando il riportigli, Toglierai Io va d° a ricercare il Mafealzone AI foro, ed a diftender le due lettere, E poi Io manderò bene iftruit* Al Giovine. Cai. Ed !» a fir l'uffizio mio; Tu penfa al tuo. Mcg. Lo feorgerai fra poc». V I N X » H L L* ATTO TERZO Ce AT- 491 ATT Ò IV. SCENA h Carmidi , j^V Nettuno, fratel del fbmmo Giove Gran Rè dell' Ocean , contento io rendo Grazie infinite, e all' acque lue marine, Ch' avendo in lor bilia le mie fpftanae , La mia vita , permifer eh' io tornaffi In latria l'alvo, calle paterne foglie; E pria Nettuno a te , eh* p Ni me ne preme un «ero, che mi balìa Soltanto di tenere 3 mente il mio. dr. Ma fappi che qui molti han quello nome Di "Lesbonico, fe tu non mi fpieghi Di chi fia Figlio, non potrò infognarti Quello che Vai cercando» pensa un poco 11 iuo nome , a qual più si raflbmiglia. Max» E confimile a Car . . . Car. Forfè Cirete f Carldemide , 0 Carmide ? Max. Cottilo Appunto, che si rompa pure il collo. Car. Oh perchè tanto male ! non ti dirti , Ch' all' amico fi brama fempre bene ? Max. Perchè rni flava quefto minchioncello Rintanato, e nafeofto fotto i denti? Car. Non ftrapazzar 1' amico eh' è lontano • Max. Perche il poltrone non frappava fuori? C«r. Se lo chiamavi a nome , rifonde Ma adeflb ove fi trova ? Max. Lo lafciai In un luogo chiamato Radamanto * Dell' Iofola Cecropia. C*r. lo fon p i A 51577.9 Di coftui , ricercando ov' io mi fa. Ma ci> non gtafta .* Or lurn che colà disi? . Ma* 4 Ho bindol medefimo , e levargli Di lotto i nvlle feudi. che fi vanta Ch'io gl'hò dati, e non sò uè chi fi fia, Ni il vidi mai. Fugarli mille feudi! ìo che non fiderei fe fi tratta/Te Della vita, un quarrino ancor eattiv»! Bifogna ch'io lo tenti con aftuzia. Eh fior lafciami ftare, tre parole Ho bifogno eh' afcolti. M«. Ancor trecenti. Cai: Il denar, eh' aflerifei che ti diede Carmide, 1' hai Con te ? M«x. Son mille piafire Intere, e tmde , che me le contò Sulla tavola propria. C*r. E te le diede Carmide fte/To ? Ma;. Sta a veder dal nonno, O dal bifavo fuo t* hò ricevute, Che fon già morti. €*r. Or dammi quel dena u Ma/. Perchè ho da darlo a te ? Car. Se tu confetti Che 1'avefti da me. M«/< L* ebbi da te ? 0*»'» Atto Q_ u a k t 413 Car. Così è. Chi fé! tu? C«r. Carmide iflcflo, Che ti die t mille feudi. yias. Non Tei quello, £ non farai giammai, quanto appartiene A queft* ar§ento; fuggi mariolo, Crederete fonarla a i fonatori ? Car. Io fon Carmide. M«/. Indarno tu lo fei, Ch* io non recai neppure un foldo folo. Vacci lcalzo , non la lafciò fuggire JL'amico, appena di (fi aver recato L* argento, torto Carmide divenne? Avanti gii non era; oh l'hai sbagliata Come t'Incarmidaftl, or ti Scarmida. C*r. Chi farò dunque, fe non fon chi fono ? Ma/. Quefto ch'importa a me, purché non fia Quel che non voglio, ciò che più ti piace Sij pure , divenirti in un momento Ciò che non eri avaati. C«r. Bada un poc» Qui a me. Ma/. A clic c»fa ? Car. Rendimi il denaro. Ma/. Tà fogni, vecchio «dio. Car. Non confe/Tafli Che Carmide ti diede la moneta ? Mi'. Sì t ma folta/ito in fcnttft Car» 4<4 1 L Testoni G«r. In quefto punto Parti di qui MascaJzonaccio indegno, Se non vuoi che ti tratti come meriti. Ma/. Perchè ? Gir. L* ifteflb Carmidc» che fingi, Che ti diede il denaro, appunto io fono» Ma/. Eh dimmi, fei tu veramente quello? Car. Son quello. Ma/. Sei,rifletto ? Car. SI, 1" ifteflb. Ma/-Quel deflb? Car. Oh la fui lunga ! Ma;, Qyel medeiimo Certamente tu fci? C'nroct nti, che 1» menano; Pertnè i giudici fo^Iion nvfur»rc Con i propri coftuw quei de^l' altri. E qucAo appunto or mi ritorna a mente, Che la propria efperien?a me lo pruva, Se impatti | non fi ritira piti » E fi compri col proprio un in nrco, la richiedendo il fuoi non ti rimine Dover elegger eh' una delie du*, Perder l'amico, o fop-nr la lobba. Gar, Quello i Stafimo il fervo m o. Sta. Quel rufpo, Ch' io preftai 1* altro giorno, m'è fruttatt Lo fcapitarlo, e perdere un ame flotto» che in reflefli Mi perdo fopra il puSol co iiitereflV, E non pento frattanto alle mie (palle! Voglio andarmene in crfa» Sta- Sta. Gar. Zar. Car- Att» Q_ua»to 41» Car. Ah! troppo litro, Stafimo» ti dimoftri. Ma;. S' hai ,3 f ete Di comandar, paga alcun che r' ubbidifea. Car, V ho fatto, c4 ho sborfato il in o denaro, Kpiwr non m' obbedifce, cola ho a fare? Sfa. Caligarlo, Car, Tu parli molto bene ? Cosi farò. Sta- Ma aflfcrva rli non tflere Fuor di rag one con il tuo fervo ingìufto. Car. Quando si porti ben, lo premisrò , Se mal, farò come tu mi configli . Sta, Che cofa preme a me , fe i lervitori, Che ti ritrovi, fon malvagli, o buoni? Car. Perchè in quelto tu v' hai molto intere.Te, Sì per parte del mal , come del bone . Sta. II primo il lafcio a te , I' altro l'accetto. Car. Se lo meriterai , t' accader! : .Ma guarda in tanto un poco in vifo a me; Carmide io fon. Sta. Chi è quel che mi rammenta Il più gran Galantuomo, eh* io conofea? Car. Quel Galantuomo ftelfo. Sfa. Oh Cielo, oh Terra ! Oh Marc, oh Dei! che cofa veggo mai! M* inganno? è deffo ,0 nò ? certo eh' è quello , O caro Padron mio cesi astiato, E defiato tanto , ben venuto • D d 1 Gir. 41» It T f s T • N ? Car. Addio Stafimo. Sta. Mi rallegro . • Car, Il crec?o, F. lo so , ma lafciamo i complimenti : Dimmi a buon conto , qufi che qui iafciai Telici Figli > tanto il Macchio , che la Femiju , Che fanno? flauno ben? Sm. Certo heniflimo. Car. V uno, e 1' altro? Sr«. 5). £z a si mantenne Ada* FINE DELL* ATTO QUARTO • Din ATTO V. SCESA I. I _;|g2r «* ttSITILI. •-* i ^ 4 ì, j fi u T^» ■ ■ A *i . jt . a ^' C^» Hi si trova di me più forurmo» Più allegro, e pi A contento ^Le mie cofe Van' cimt bramo appena una ne penfo» Che comf vo^I o, torto mi riefce , E fcgue fempre meglio una dell'altra. Or or venne a trovarmi di Lesbonico Stafimo il fervo, e difle eh* è tornato- Caimide il fuo Padrone. E* neceffario Certamente che tolto io lo ritrovi, E gli narri quel tanto eh' è accaduto Tra me , e il fuo Figlio;perchè il fuo cenfenf» Renda quello trattato più ficuro . Ma *" apre quella porta, e mi trattiene Contro voglia di far' il fatto mio. SC E- A T T • Q_ u i n t e 415 SCENA II. CaHUIDI , CaIMCII , LtlITILl, LE310MIC9, Car. ^IoN v'i, non tu, nè vi farà giammai Un amico, di cui la fe, 1' amore Con il tuo pofla metterti in confronto. M' avrebbe fin di cafa difeacciato Certamente colui, fe tu non eri. Cai. S'ho fatto ben, fe opra! con fedeltà Verfo l'amico, hò fatto il mio dovere, E non merito lode. Il donatore Non hi azion di ripeter ciò che dona, Ma bensì ciò che dié folo in deposito» Café Cosi i; mi non sÒ capacitarmi, Che in conforte promefla la forella Abbia a Lifitel figlio di Fittone, D'una famiglia sì opulente, * ricca. Ut. Hà nominato me ! Cai. Quello partito E* il miglior, che fi porta mai bramare. Lìr. E cola afpctto che non mi pretcnto? Ma è meglio, a quel che veggo, il trattenerti, Ciacche tento che parla in mio vantaggio. Car. Ma qui. ,, Cai. Cts' è ? Car. M'ero dimenticato, Che 4i Mon Non Pag. i U lin. 13 adopate adorate rag. tói Un. 4 intefi intere ' c 5» »78 Hn. 3 motrarmi mofhami *?S. 3»i lm. 8. avventuriami Avventurianci Pag- n* la- » FlbTONE Fili ONE