PROVERBI FRIULANI PROVERBI FRIULANI RACCOLTI DALLA VIVA VOCE DEL POPOLO ED ORDINATI DA VALENTINO OSTHRMANN DIRETTORE DELLA SCUOLA TECNICA DI GEMONA UDINE "NMBH 'TOjutrfintj SiXV.LISHaAlXA aVJMajLOITHIU Ì4V103H TIPOGRAFIA DI G. B. DOKETTI B SOCI 1876 ^^^^^^^^■■■■■Lfc, AI CARISSIMI AMICI GAY. DOTT. ANTONIO CELOTTI - AVV. ANTONIO ZOZZOLI Amici miei, Alessandro il grande interrogato dove avesse i suoi tesori: In questi, rispose, mostrando gli amici. Io pure alla stregua delle peripezie della vita conobbi cbe non v'ban milioni che possan compensare questi nobili affetti. A voi che uniti dagli stessi intendimenti mi sorregeste di consigli dedico questa prima mia fatica. Conservatemi il tesoro della vostra amicizia ed io sarò più ricco d'Alessandro. Gemona, 30 gennaio 1870. VUOTIMI 0STEHM\N\ A.I LETTORI Un fervido invilo alla gioventù friulana, a non lasciar senza cullo il monumento più vivo e più Bolenne delle origini, della storia, e della personalità nostra..... Pirona., Prrf. al Vocabolario Friulano. L'uomo che a costo di lunghissime fatiche raccolse e coordinò con tanta pazienza il primo monumento della nostra favella; quello che per tanti anni guida de' nostri studi, ci spronava coll'esempio e colla parola a far conoscere con ogni possa questo estremo lembo d'Italia, tanto sconosciuto ancora; l'abate Pirona, morendo, rivolse un ultimo incitamento a' giovani friulani perchè non lasciassero senza culto il monumento più vivo e più solenne delle origini, della storia e della personalità nostra. E l'esempio di Lui m'infuse coraggio a tentar un'opera di paziente lavoro, che sembrerà forse facile e frivola compilazione a coloro che non sanno cosa sia accingersi a raccogliere a spilluzzico, oggi, domani, sempre, dalla viva voce del popolo i suoi adagi, le sentenze passate in proverbio. Da oltre cinque anni avea dato principio a raccogliere i detti friulani senza perà un intendimento prestabilito; quando veduto aumentarsene giornalmente il nu- mero, decisi farne la pubblicazione, allora solo però compresi che la mia raccolta oramai riuscirebbe difettosa dal lato scientifico; giacché fin dalle prime sarebbe stato provvido consiglio, indicare topicamente i detti ci te appartengono ad ogni regione del Friuli, onde in tal modo porger anche materia a quegli studi degl'idiomi popolari comparati, con tanto onore promossi da quella gloria nostra Friulana, l'Ascoli. Compreso però che il bene è nemico del meglio, se in parte il male era già fatto, non volli continuarlo, ed aiutato nella mia opera da vari amici, annotai d'allora in poi almeno, la provenienza di quelli che ancor nuovi trovavan posto nella mia raccolta, lasciando gli altri scritti in dialetto di Gemona. Il dott. Giovanni Gortani di Aida, il professor Celestino Suzzi di Resiutta, il maestro Luigi Lenna di Socchieve ed il prof. Giovanni Marinelli di Udine, il qual ultimo ne avea da' suoi discepoli G. B, Ma- rioni di Forni di Sotto, G. nizzarda di Pozzalis, A. Gonano di Prato (Can. di S. Canciano), A. Nais di Moggio, A. Sommavilla di Troppo Carnico, U. Ta- russio di Udine ed altri fatto raccogliere, gentilmente mi favorirono le loro collezioni. Ad essi che mi furon di tanto aiuto una calda parola di ringraziamento. Nò alcuno, ch'io sappia, eccetto il Val- secchi che nelT Annotatore friulano del 1852 avea. pubblicato un saggio dei nostri proverbi, tentò l'oliera a cui m'accingo. 9 La prima parte delle mie fatiche era slata portata a compimento; ma ben più diilicile si presentava la seconda, il metodo di distribuzione. ( Ira siffatto genere di pubblicazioni ha trovato favore presso tutti i popoli, e giustappunto perciò diventava difficile il conoscere quale dei tanti metodi seguiti dai raccoglitori fosse il migliore. La distribuzione secondo alfabeto ha l'inconveniente che lascia bensì rinvenire un proverbio a chi già lo conosce, ma olii giustappunto lo cerca perchè non 10 ricorda, sì trova imbrogliato, e non sa da qual lettera incominciare, tanto più che per frequentissime trasposizioni in un paese una parte è messa prima, in un altro è collocata dopo, oppure varia la prima parola, così per esempio: Val plui un ami elio cent paring potrebbe cominciare: al vai plui - l'è mici un ami - mici un uni) - ecc. Altri adottano la distribuzione alfabetica secondo la parola più saliente e che dà quasi l'impronta al proverbio, ma questa pure presentando gl'inconvenienti sopra citati lascia in aggiunta incerti qual sia questa parola saliente, così 11 proverbio: Cui che a l'ul nudrl un gran baron Lu mandi a scuelo o a passon si potrebbe cercare" sotto le parole midrt, baron, scitele e pusson. Il metodo seguito dal Capponi nella pubblicazione dei proverbi del Giusti sembrommi il -, . ^ 1(1 1 migliore, e raggruppando più per sonimi capi la materia, mi parve ovviare anche al bisogno di dover troppo spesso ripetere certi proverbi ch'hanno un doppio senso, e che ponno a più cose applicarsi ; alcuni però si dovettero riportare in più d'un capitolo istessamente, perchè il popolo friulano, come quello che più segregato rimase dal cuore della italica l'avelia, conservò l'orme sue proprie d'una semplicità e bellezza che innamora, ed i suoi paragoni, che ritraggono molto della originalità biblica, e sono (olii specialmente dalla osservazione della, natura, fan si che uno stesso proverbio trovi posto, per esempio, tanto nella rubrica animali o cose fìsiche in senso proprio, che in altri capi in senso figurato. Altra gravo difficoltà riusciva quella della ortografia. I metodi adunati dagli scrittori friulani sono erronei ed imperfetti, e chi non conosca profondamente il friulano, non potrà certo farsi un'idea precisa del suono, che, ad esempio, dee aver nel dialetto il nome proprio di Giorgio, quando lo si scrive Zorz e tanti altri vocaboli, della, rappresentazione grafica dei (piali verremo tosto a trattare. Non adatti quindi allo scopo i melodi del conte Ermes di Colloredo e del Zorutti, né quello stesso del vocabolario del Pirona da lui medesimo riconosciuto insuf- flciente, era necessità correggere almeno in parte al grave difetto; ma chi per la prima volta s'accinge a pubblicazioni, certo non avrebbe avuto l'ardire di pretenderla a critico e riformatore (piasi di que' grandi, se l'autorità indiscutibile di qualche 11 sommo non gli . t'osse venuta in soccorso. E per mia ventura mi sovvenne l'autorità dello stesso Ascoli, che, in quella pubblicazione tanto onorifica all'Italia, dell'archivio glottologico, senza distruggere la presente ortografia, propose un metodo facile ed atto a rappresentare con bastante esattezza fisiologica almeno quelle più marcate variazioni, che mal eran differenziate dai metodi fin'ora usati, trascurando tutfal più quelle leggere sfumature che maggiormente si rifiutano alla riproduzione alfabetica. Il c, per esempio, nel friulano assume tre diversi suoni marcatissimi; il suono comune che nell'italiano si riscontra nelle parole: cantina, colpo, curva e che conserva anche nel friulano. Il suono che ha nell'italiano ceci e che mantiene nel friulano anche dinanzi alle vocali a, o ed u e che gli scrittori rappresentavan erroneamente collo z o col- 1 S, scrivendo quindi ZOC (ceppo) man zampe (mano sinistra) iUS (civetta) senze (senza) ziri (cercare), e che l'Ascoli scrive con un C a cui si sovrappone un piccolo asterisco è scrivendo quindi èoc, rnan canvpe, ras èenèe, diri ecc. e finalmente quel suono che non ha riscontro nell'italiano, in cui pare che il e sia seguito da un i, e che equivale quasi al r del dialetto milanese che si trova nelle parole Scena (schiena) sèiopp (scoppio, colpo): è quel e che il Pirona dice un h rammollito un ce fricativo e ch'esso rappresenta col eh (Golloredo e Zorutti chi) scrivendo ghian (cane) ghiàe (cagna) ghase (casa) chere (terra - Zorutti lierc o tiare) chossul (coso) 12 ghugh (zinna, poppa artificiale) e che segneremo col c con due asterischi è scrivendo quindi òdn (che Vi lo si sente nella pronuncia della consonante è) vice, frase, cere, cassiti, cuc, ecc. Il g del pari assume due marcati suoni; l'ordinario dell'italiano, e quello che malamente esprimono collo z, scrivendo: zal (giallo), zenoli (ginocchio), zinzie (gengiva), Zuah (Giovanni), Zorz (Giorgio) e che noi scriveremo con un g sormontato dall'asterisco, g, facendo quindi gai, genòlij gengie, (iiicn e Gorìj suono del (piale non sappiamo rendere un esempio in altro idioma, e che ci sembra tutto proprio del friulano. L's tenue iniziale che abbia il suono come l'italiano di caso o cosa lo scriveremo pure col- l'asterisco, s, e quindi sarà havot (rospo), e savè (sapere) e si leggera Sef (Giuseppe), buarba (orbare), simina (brulicare) differentemente da, san (suono), san (santo), sui (asciutto), ecc. Altri suoni ben marcati e diversi avrebbe pure l's nelle parole sivilà (zufolare) e sisile (rondine), ma li sorpasseremo per non render troppo minuzioso e difficile il nostro sistema col moltiplicare d'avvantaggio le divisioni. Cosi pure per le vocali allungate adotteremo non l'accento circonflesso del Pirona che servirebbe più precisamente a differenziare le vocali aperte dalle cliiuse, ma una lineetta traversale, sopra, u, ó, ft, r, ?, che indica quasi uno strisciamento della lettera a cui è sovraposta, facendo tomàt, penHt, PÒ, nul, e név; di tal modo torna inutile il metodo del Pirona 13 di raddoppiare la co risonante finale, per distinguere il suono breve od allungato nelle parole che terminano per consonante muta, così le parole: poc (poco) e poco (urto), cas (caso) e cass (corpetto), lus (lume) e luss (lusso), pcs (pece e pesi) e pess (pesce), pis (piedi) e piss (orina); noi le differenzie- remo cosi: poc e poc, cas e cas, lus e lus, pcs e pes, pts e pis. Col metodo Pirona come si distinguerebbero ad esempio le voci pài (pali) pai (pegli) e pai apocope di pari e di (preposizione), di (giorno) e di (dire)? Un'ultima avvertenza finalmente circa la formazione del plurale dei nomi od aggettivi terminanti in n, come; an (anno) bon (buono) che s' usa fare agn e bogn, ma che ci sembra più esatto scrivendo ang e bong, giacché la g non è che il sullìsso che si aggiunge per la formazione del plurale come nelle voci terminanti in t, o d, fast, plurale tasg, past pasg, contrast contrasg, (ani /ang, pai-ini paring, grand grancj, ecc. Nel resto seguii le nonno del vocabolario del Pirona. Se l'opera mia non ha quella perfezione che si dovrebbe desiderare, non è colpa certo del buon volere, ma della mia pochezza; a farmi però ottenere compatimento: Vagliami il lungo studio o il grande amore. VALENTINO 0STERMA1 Abhrrviature. — P. T. Proverbio Toscano — P. L. Proverbio Latino — P. V. Proverbio Veneziano — C. Carena — / 6 Al cor dut l'an. La canicule so cali; bagnai lasso bagnai, Sa èate sul. lasse sut. La canicule sa calo ueis i agàrs ju impiene, E sa ju èate plens ju suede. La prime ploe d'avost - rinfresce il bosc. San Lurinè { % - pulz di puarta vie cui cuinc. Se a San BartolOmio al jovo il soroli dar, vin gilugne prin dai sans. Se a San Bartolomio l'è bon timp, L'è bon timp dute la venderne. Sa l'è bon timp a San Gorgon % Siet bon timps e un bontimpon. Se al plùv a San Gorgon Siet montanis e un tnontanon. Se piove a San Gorgonio Tutto l'ottobre vii in demònio. (!'. T.) D'aloni e di mare - la ptót e il dì si spart (C.) Cidivoc - tant il di che la gnot (C.) Cidivoc (Colchicum autumnale) che fiorisce agli equinozi di primavera 6 d'autunno. San Luche %, - puarte vie la merindute. San Luca, la merenda nella buca. (P. T.) A San Simon 28 /, 0 - si tire su la calce e il scufon. San Simon - manie e scufon. Scufon (calza di grossa lana o di cenci) in latino sculponeum. Ogni Sant 4 / u - pieni e grand I Sana lu seomencin e Sant'André la fìuis. Il mese di novembre. I muarz %, o ca just in o ca disiustin. 11 tempo. San Martin U / H - &s il SO fin. L'istadele di San Martin Dopo tre dìs a puea ve fin. Da Sante Catarine S5 / H a Nadàl 25 / tl Un més biel auàl. Sante Catarine - la név alla coline E a San Bastian 2 % - la név al moni e al pian. Sante Catarine - o sis o siet co vigne, Spietimi a San Toniat- chi vernami cui èar eamat. La neve Sant'Andrea l'aspetta Se non a Sant'Andrea a Natale Se non a Natale più non l'aspettare. (P. T.) Sanie Catarine a mene il fréd cu la. carotine. 28 A Sante Caterine - il Imi al siniine. A Sante Catarine - il fréd al va in disine. Il més di brume - ogni diaul s'ingrume. Il mese ili bruma - dianzi mi scalda e di dietro mi oonsuma. (P. 7'.) Il més di brume - ogni pecot s'ingrume. 11 freddo fa cercare tutti i vestiti. Sante Harbure k / KÌ betìeàtìte Uardainus dal fon e da saete. Sante P.arbure e San Simon Uardainus dal lamp e dal fon. A San Nicolò % 2 il fréd al dia soi ca cuiuò. San Nicolò di Bari - la fieste dei scolari. Sante Luzie 13 / 12 - il fréd al cuzie. Sante Luzie - il fréd s'invie. Da Sante Luzie a Nadal Tredis dis bici aual. Da Sante Luzie a Sante Catarine Si scurte UIl pid di gialiue. S'accorcia il giorno. Da San Lucio a Nad.ìl Gres il di un pas di gial. Da San Tomas a Nadal Cres il di un pas di gial. A San Tomàs je la /.ornade plui curie. La név prime di Nadal A je dute di regal. 29 La név denanl Nadàl a dorè come l'acàh La név denanl Nadàl a fàs solai'. A Nadàl un l'ìil di gial A Pascute mieg'orute. È allungato il giorno. A Nadàl - fral mortài. Nadàl al gùc o Pasche dongo il lue. Nadàl in òasa e Pasohé in place. Nadàl in place e Pasche in case. Nadàl ven nome une volte all'an. Nadàl ven d'ogni di. D'ogni dì ven Nadal E di martars Garnevfcl E di joibe ven l'Ascense Son dug maz cui che la pénse. La név dopo Nadàl - no fàs solar. La név i ucei no l'han inangìade. Nè il cald nè il fréd nissun ju ha mangia/.. Nè caldo nè gelo non restò mai in cielo. (I\ T.) Nè il fréd nè il cald il lòv no ju ha mangia/. Poce fae poce név. (C.) Troppe fae troppe név. (C.) Fae (foglia di faggio). I sis ultima dia da l'an e i aia prina indichili Ha mesate, Cioè il tempo che cono in ognuna dì Queste dodici giornate, correrà anche nel mese corrispondente. Tre gifugnia e po la név, 30 Quand che la prime név ven al pian, Poce név in chel an. Quand che lis urtiis han la róse fin d'apit, Ven une vére di név ance al pian. Név in mont fréd al pian. Dopo tre dis l'inviér l'è lai. Avanti Natalo - il freddo non fa male. E da Natale in là - il freddo M ne va. (P. T.) In tre dis la név va vie; San Guan, San Pieri San Jacu. Tre vóris son inutils: Pala név, bati coculis copa timing. (C.) L'inviér al fuc e l'istàt all'ombre. Tal fréd sta ben nome la giace. Tal cald dut cres fùr che la giace. 1/umidita! disfe la giace. Cu la umiltat si romp la giace. Nota il doppie senso di umiltàt (umidità e umiltà). Il fùc disfe la giace. Chel che al pare il fréd pare ance il cald. Pan e Gaban - stan ben dut l'ari. Quand ch'a cante la dordule, vint sigùr. Dordule (tordella). Turdus viscivorus di Linneo. Si tu sos Cristian Capilu su cu la man. Si dice in ischerZO ad uno quando il vento gli por via il cappello. ~ M >% 4 <* 31 Arie rosse o ca pisce 0 ca solile. Parsore il nùl l'è sinipri seren. Nè dal bon timp, nò da buine int, no si sinfisi mai. Se il timp a l'è seren, Ance cu la borse nappe a si sia ben. Dopo la ploe ven il bon timp. Dopo il bon timp tome la ploe. No è mai starle ploe Che bon timp noi sei tornat. Nessune còse che al timp a pajasi. (R.) Dall'albe si dà il bon di. Sa si ni sa ve la zornade si cali la mattine. Ogni di no l'è soréli. Ogni di ven gnot. La gnot a jé pas bestiis. Garbin al lasse il timp che al èate. Lis quattro temporis cambiin il timp. . Quand ca fumin lis risulti vis, siroc sotteran. Quand ca l'è niìl Al pues piovi quand ca l'iti. Quando Dio vuole - a ogni tempo piove (P. T.) Nùl lizér la sere - bon timp si spere. Chel chelajoibe l'impromet, lu vinara lu attimi. (/>'.) Quand che il soréli la joibe al va tal nùl Domenie al plùv di sigùF. 33 Quand che la joibe il soreli al va tal sac No veri domenie ca noi péti un uac. Quando il sole insacca in giove Non è sabato che piove. (P. T.) Nè sabide cence splendor Nè femmine cence amor. (R.) A. ven la ploe, parcè che la mont di Mai e ha il capiel. Se l'Ambrusét a l'ha il capici veri ploe sigine. Ambruset ( monte Camppn). Quand che la moni Marianne ha il capei, Met jù il l'alcol, e cól su il riseci. Quand che Lia mona han il capici, Met jù la falò, col su il riseci. (6'.) Quand che il nùl al va a soréli jevàt Mole il bò e va pai pràt Quand che il uùl al va a sordi 8 moni (.'.ape il bò e va a disconò. Co è scure la buse di Pincan a ven la ploe. Co è clare la buse di Pincan al ven ben linip. Il CÌl l'è dui a lane La ploe no è lontane. Nili a lane - po durà une settemane. Nùl a scalins - ploe a slavinz. Cielo a pecorelle - acqua a catinelle. (P. T.) Nùl a balcons - ploe a bleons. Oradesane la mattine - hurasee vizine. ; • • - 33 Fumate la sere - bon tiro)} si spere Fumate la doman - la sere l'è pantan. Ros la sere - bon timp si spere Ros La mattine - la ploe je vizine. Nul ros la manine la ploe je vizine Nùl ros la sere - bon timp si spere. (C.) L'are di San Marc la sere - bon timp si spere, L'are di San Marc la doman - no \en mai sere ca noi sei pantan. Arco da mattina - ampie le mulina Arco da sera - tempo rasserena, t P. Quand che la mattine son tre sorei (l'ani/i) ploe sigure. Quand che la rane cante, ploe sigure. Quand die il cue al va in montagne, Noi tome ju sa no si bagne. Quand che lis vaèis vegnin o van in moni. Un montanon l'è proni. Co staroudin i mus al ven bon timp. Quand ca s'ingrumin lis Eemminis si cambie il timp. Ploe di misdi ploe dui il di. Timp fai di gnot Se al dure un'ore al dure trop. Tempo rimesso di notte - Non vai tre pere colte [Pi T.) 11 timp l'ai di gnot al dur"e come l'amor dai vici. Seren di gnot consei di femminis. Bon timp fai di gnot - noi dure trop. 3 34 Il timp ca si fas di gnot - noi dure trop E enei ca si fàs di misdl - al duro diri il di. La ploe quiete travane la cere. Tre fumatis fasin une ploe. Val pini une ploe ta so stagion Che un tesaur busaron. Quand che il timp l'ha bruntulàt si sfoglie. Quand che al tone o ploe o tempieste. La tempieste no puarte miserie. L'è mal quand ca si squen brama la tempieste. Quand'ò cioè tanto asciutto che pur che piova t= brama anello la grandine. Quand che al plùv e l'è soréli si petenin lis striis Quand che la lune ha il cercli ploe sigure. Cercli lontan ploe vizine, Cercli vizin ploe lontano. Lune in pis, marinar sentàt, Lune sentado, marinar in pis. Lune pelose - zornade plojóae. Quand che al plóv il prin martars di lune No vin sedi pini par che lune. Sa l'è bon timp il prin martars di lune L'è bon timp dutte la lune. Lune di Sabide, lune ladino. (Da un manoscritto di Prov. del sen. xvi. Collez. Joppi, Udine). Lune sabadine - di cent une di buine. Luna mercurio a tutto il ciel rumai (P. T.) Lune settembrine Siet, lunis a s'inchine. 35 Lune di brume miege sutfte e miege bagnade. Brume (luna di docembre). Brwnajo, usato anche prima del calendario del 1793. La lune no e siinpri taronde. No l'è mai carnevàl ca no sei lune di febràr. No l'è mai sfai Tuli ini di di carnevàl Ca no sei fate o par fasi la lune di febràr. Ogni mes si fas la lune Ogni di s 1 impare une. La lune no ha ce fa cui giambars. An bisest - an cence sest. An bisest lis femminis nè cav nè sest. In cent ang e cent dis L'aghe tome ai siei paìs. K la spiegazione della legge di evaporazione degli oceani. Joibe vignude - settemane jessude Ma cui ca no l'ha ce mangia. L'ha trei disóns di conta. Miesdì di ville 0 che al passe o ca noi rive. Cui che al scomence une vòre in di di vinara no la finis pini. di venere nè di marte Non si sposa, nè si parte (P. T.) Il timp noi puarte spade. Lu prin di d'inserì è San Pas, lu seiont San Cre- pen, lu tiarz San Sclop. Inserì (è il terzultimo giorno di carnovale,) nel quale cominciano lo gozzoviglie. ( Da un manoscritto di Prov. dol sec. xvi. Collez. Joppi. Udine). I »RONOSTICI SI ' I RACCO] -TI Precetti agricoli. La coltivazione del suolo, che costituisce il dominio dell'nomo durante il suo mortale pellegrinàggio, è runico modo con cui egli possa sopperire ai bisogni della propria esistenza. 1 popoli che vivono esclusivamente di caccia e di pesca, distraggono e non producono; sono perciò selvaggi: quelli che menano la vita puramente pastorale sono tuttavia più prossimi allo slato di natura, che a quello di civiltà: è soltanto l'uomo che ritrae di che vivere dal suolo per lui coltivato, ha diritto di dirsi civile. Ci prof. 1*\ Carkga. Int. ni corso d'agr. geh. An di név an ili ben. Sol ploe fan - sot név pan. An plojós - an fanós. 11 prin ton a sordi jevàt, Cól il sac e va al mercati. Il pria ton a soreli a inonf, Cól il sac e va pai mond. Se tona verso soni Metti sora la caldiera Se tona ver mattina Va in cerca de farina. tP. Tr<'i\ Siroc e tramontan - a. menin vin e pan Buere e garbili - a colin pan e vin. Anade di jerbe anade di mierde. An bisest - an cence sest. Anade di nolis - anade di panfdis. Malatiis «li frua, anade d'abbondanze Bondanze di boria miserie ili panólis. Dove è Abbondanza di legna, ivi è carestia ili biade. (P. T. Sui ili genàr empie il granar. Dio nus nardi di un boQ genàr; Dio nus nardi di un bon genàr Par podei empia il granar. (S.) Quando gcnnajo metto erba Se tu ha* grano, tu lo serba. (P. 2'.) Sant'Agnese " 2I /J ~ niieó fen e miege spése. Pasche marzole o fanole o moriole. (C.) Pascile marcòse - o lanose i) morióse Voe o no voe Pasche yen con l'oc. (A'.) Foe pai- fuee (foglia). Marc al ìnarcis - e avril al sepelis. Avril fi] ploe par sul il. (R.) Marz sui, avril bagnat, mai temperai Biat achei che bavera ben semenal. (Da un manoscritto di Prov. del spc. xvi. Coliox. .loppi. Udine). Marc sut, avril bagnai e inai temperai Beat il contadin ca l'ha semenat. Aprile piovoso e inaggio veneroso - anno fruttoso (P. T.) Quand che al òante il cuc A l'è daffà par dut Quand che al lasse di canta In che volte il grand daffà. Quando canta il cucco - v'è da far per tutto O cantare o non cantare - per tutto c'è da fare. (P. 2".) 38 Quand che la siele pend il spi, hi pend da bande dai puars. San Jacn e Filip l / 5 - il puar cojone il rich. AH*Ascense - cui che l'ha dafni s'impense. Il més di jugn - si empie il pugn. Quand che la odule a va in eli Il pan di sòrg al sa di mil. L'ombrene d'estàt fàs mài d'inviér L'ombrene dal més d'avost fàs duli la panze il més di genàr. Chi pipQM d'estate digiuna d'inverno. (P. T.) D'avost mangiti a so cost. (Da un manoscritto di Prov. del sec. xvi. Collez. Joppi, Udine). Dio nus uardi dal sut tra lis dos madonis Lo madonne di luglio e agosto. Se al plùv a San Lurinc *% La campagne la vini':. Se piove per San Lorenzo - la viene in tempo Se piove per la Madonna - l'ò ancor buona Se per San Bartolomme - soffiale di drè. P. T.) Sante Redegonde li / 9 - la zapo sot la gronde. San Roc 4 % - da la clàv a ogni pitoc. San Simon *% 0 - da la clàv al so paron. Perchè è fatta la raccolta. Case fante di sta Braide tante di colta Pràt tant di calà. 39 Campagne tante ca si po viodi, Case tante di sta a sotet. Poce fiere e ben coltade Molta terra, terra poca - poca terra, terra molta. (P. T.) Case fate e braide disfate. Cui die l'ha un sol camp fas un órt, Cui che l'ha un sol fi fas un porc. Jngermarie gnove ingerme ben. (C.) Jnìjarmarie (ajuola da metterò a germogliare) da germe. Se a noi puce d'avierte, d'autun noi naso bon. Un contadin che al vend ledan, compre pedoi. Bisugne semenà di miercuz. Miercuz - scherzo por mierde, (concime.) Cui che vend fen, compre miserie. Il camp plen di jerbates e il pràt grintós Palesin il paron oziòs. (C.) Farine bianco fas bon pan, Cere nere fas bon gran. Cere nere fas bon gran Cere blance fas unni di fan. La pale ha la ponte d'aur. Il liberal e il semenadór van par un troi. (C.) No sta a fa d'i manco di semena par póre das passaris. Par póre dai ucei no si lassa di semena. (C.) Cui che ul racquei che al seméni. tu Cui che noi semene noi racquei. Ce che si semene si cape su. Cui ca mange la semence caghe la pae. Ogni seminision ha ta so stagion. (C.) Il brav contadi]) semene cu la man e no cui sac. Sorg ràr empie il granar. Mettimi rfir - si tu ùs chi ti empii il granar, No sfammi a metti spes - chi no tu has nissun interes. Il grano rado non fa vergogna all'aja. /'. T.) Quaad che al cante il crot, semene il sórg. San Gregori Pape 2 % - la zi/ile passe l'acque, O passa o no passa - a jè ore di ara. I! sórg tal camp bisugne ca lu judi ognj sani. Pei rischi elio corre la raccolta. Suri;- biel in jerbe bruì in panóle. ('olmi di grand e tornimi di pièul. La terra al sorpo. Zariscimi di pieni e ladrimi di grand. 7>ar\ (marchiare dal latino sarrio) — La«r5(rincal»are). San Pieri *% - la biave piate il pujéri. 11 sórg ture a San Guan a % alla panze dal òan. E a San Pieri - alla panze dal pujéri. (li.) A San Pieri - il sorros piale il pujéri. A Sant'Ermacul - La biave va in pénacul. Quand che al cante il cuc su la rame mule La panóle ven madure. 41 Fra il vivo e il nove! l'è negozi ili lassa la pici. (/'.) Si riferisce al granoturco che in Gargna è scarso, eù in autunno Unito il vecchio e non fatta ancora la raccolta si patisce la (ante. Quand che la cìale èante in settembri, Cui che compre biave, sui mal a tornale a vendi. Se canta la cicala dì settembre Non compiar grano da vendere. (P. T.) A San Martin % L'ùl il l'ornici)! lai camp o tal ninlin. Per San Mainino cioè dee triti esser latta la Semina. Co si semene vece noi po nassi forment. San Pauli -*/.. lnsent, Tante pae e tanl Forment. San Pauli lusint pae e furmint. {l'unì.) No^mi cala d'avrìl chi soi in tiil covil, Calimi di mai - e si no ven vai. Tarla il frumento. Sin Floreali ' 1 cui spie in man. Quand che la ciale caute - il forment al palombe. U mes di jvigrj la sestile tal pugn. Oiugno - la falce in pugno E se nini è In patino li 'in- - luglio ne viene. [P. Z*.J Il formenl pini si In teh e pini ben si vehd. Ogni vii il so pai. Une vìt cence àrbttl no sta su. La vìt dis dammi, chi ti darai. Avaro agricoltor non fu mai ricco. (P. T. ; Vìt curtp, vendemme lunge. Fammi povera che ti farò ricco. (P. T.) Quand che la iìe a nas d'avril, Si bév par sutil. Vin d'avril - vin gentil. Ue di mai - ue assai. Putropis ceciz poce ue. Ceco o Cece germoglio, pampine). Se al plùv il dì di San Birnabè H / 6 Cole la ùe fin che an d'è. Se piove per San Barnaba - l'uva bianca se ne và. So piove mattina e pera - se ne và la bianca e la nera. (P. T. ) A San Barnaba - la ùe a veri e a và. A San Guan 2 % l'entre il most ta Tue. Quand ca jè madure la more di barac s'inteng la ùe. More nere inteng la ùe Lassi; la more, capo la ne Sa l'è bon timp il di di San Gorgon % La vendemme va benon. Se al plùv il dì di San Gorgon, La vendemmo va malon. Co no si po vendemmia, Si squen contentasi di rasca. Basta verbo derivato da rasce (racimolotto, grappo- luccio). A fuarce di grans di ùe si fàs un quinc di vin. A fuarce di grans di ùe un siòr l'ha fat cent quinz di vin. Lo dicono i contadini nella vendemmia ai fanciulli per indurli a tener conto d'ogni granello d'uva che cade a terra. *t#T -"f » 43 A San Martin - ogni most l'è vili. San Martin - il most devente vin. Vin, femmine e morons, Van gioldiis tas lór stagions. Un bon vassel di vin e ime brave fantate, si vendili a case, Aglio e vidriùl - si fiis vin par dut il Friùl. È proverbio sorto dopo la comparsa delia crittogama. Cai che sierv l'arimi mange il poni. (C.) Il miluc ca l'ha plui biel color, L'è chel ca l'ha dentri il viér. (Zi*.) Il viér tache simpri il pom plui bon. (C.) Qnand che il piruc a l'è madùr al cole. Il piruc noi cole mai lontan dal pirucar. Un per fraid fraides ance chei fi tris. (C.) Se al tono il dì di San Górg '% Dutis lis coculis van ta còrt. A San Lurinc - la cocule scree il dint, 0 screa, o no screa - a je ore di sgiaruja. Sgiaruja (levare il gheriglio, Bgarugliare.) A Sante crous *% pan e coculis. (R.) Un sterp al fàs pi sortes di nòles. (F.) A San Michel 29 / 9 la cistine tal fossél. Fossèl par fossili. Il cambiamento dell'3 in e si fa in tutta (india regione pedemontana che da Montanare, ed Arto»-iia per Magnano e Hill.'rio va, a Tarcento, Nimis, ecc. Per quest'epoca dee esser già fatta la raccolta dello castagne. Putropis fueis, pocis zespiz. 11 Cui timp e cu la pae si madressin i gnespui. Il poi a boi fas fiz. Il barar noi fas naranz. Il timp maduris i roi. Uè l'è San Benedel Sa noi pie di verd, al pie di sech. Si dice in iseherzo (piando si trapianta un albero ohe non 'la tante speranze (l'attecchire. San! Josef l % piante la. znce, San Miche] la giave dute. La prime joibe di mai C0C1S assai. A San Simon '*/„, si giave il rav e il ravicon. San Simon e .Inde La rave veri madure, < > madure o no madure Si La mei sot sieredure. A pasche Tafanie il rav al piérd il cùr e l'anime. Pasqua Befana la rapa perde l'ani ma. (P. T.) Ravi, rari - cui CU s'in d'iìl s'in giiivi. Lavi, raveti cui ca s'in d'ul s'in meti. Spièe di cui, bondanze di l'ave. (juand che la salate ha fai il grop no si la ripianici pini. Il selino e i savòrs vati cinquante dis a 6a dal diaul prime di nassi. Perchè tarda molto lo schiudersi dei semi. La gilugne je la peste da jerbe. 45 Il fen co l'è bagnai Al lussa il sai tal pràt. (C.) A San Barnabà - il falèel tal prà. Je miei jerbe sui le che feri bagnai. Cui che l'ha fen l' ha. pan e èar. < igni jerbe de\cine fen. Ogni bìele rose va in fen. (C.) Dutis lis ròsis van in fen. < >gni jerbe t' un fas Si r.ts d'ogni jerbe un fas. Ogni jerbe fas la so semence. Ogni jerbe ha la. so redris. L'erbe triste cres presi. L'erl>e triste cres par dut e nissun la niange. Tal troi simpri batùt no ven mai jerbe. Clar a mattutin scur tal stali. Scùr a mal mi in ~ elar tal stali. (6 1 .) Se la notte di Natale è chimo (ti lima abbondala 'ti fieno. La tempieste no mene carestie. Noi gove sima dopo staile la tempieste. ( »gni camp 1' ha la so entrade. Tal cavee - nissun mot leè. (C.) Cavei o caveèal (estremità prativa in cima dei campi) là le operaie dopo terminato il lavoro di un solco sono in diritto di riposare. 46 Al vai tant un sóld in sonili che in ombrale. Vaio lo stesso guadagnare lavorando in campagna che a bottega. Tropis vòris poce vóre. Vbrìs (usato per operai . Chi ha molti operai li sorveglia male e quindi i lavori non progrediscono. A semen;\ pa glerie si strachin i bus e si pieni la semenée. Si usa dire propriamente allorché si vede fare un lavoro inutile. ANIMALI Pastorizia - Caccia - Pesca. Senza basatane l'agricoltore sarebbe obbligato a contentarsi della feracità naturale del suolo, per solito assai limitata, se priva dogli ingrassi che da questi si ricavati..... l'umana famiglia dovrebbe nutrirsi di solo e scarso pane, priva della carne e del latte..... neglette sarebbero Le arti, L'industria ed il commercio mancanti di pelli, di lane o (li tant'altri elementi; nrt troverebbero spaccio mille istrunienti inventati espressamente per applicarli alla forza del be- stiani''. Franc. Pellicano, Manuale agràrio. Cui che no l'ha compassion das bestiis, non d'ha nance dai cristìans. No si po cence pensirs, Educa ben i cavalirs. Se al phìv il di di San Górg, 23 / 4 Il cavalir al va ta córt. A San Valantin - il vacar distude il lumini Le giornate sono allungate e non abbisogna il fanale per i lavori nella stalla. Cui che pò - l'ha vaile e bò. Cui che no sa compra, compri govin. Lis vacis si fasin une l'altre. La vace sporce, sporce ljs altris. Une vaèe squintiade, sporco dut l'arment&r. (C.) Vace e bò - pini da cis ca si pò. Vacche o buoi de' paesi tuoi (P. T.) 48 No si fliscór che la vace no tiri, ma l'è rot l'argagn Tire pini la nae che ceni par ili bus. (C.) Nae dallo Slavo (naja) - razza, stirpe. Spiete liò che l'erbe eressi. Par une vace, non si lasse di canià la moni. Qùand che lia vaèis van e tornin 'li mont, Un montanon l'è proni. L'lìl lai a fa formadi. Une vace dopo vendude, dùg ores comprale. Il bò vecon - al mùr fa siale dal minèon. La vace dal puar a orepe, e che dal siòr an fas doi. Il puar oni no l'ha mai ben, Se i mùr la vaée. i vahzè il fen; li se la vace campe, Il fen ai mance. Marò mene la code pai beare. In marzo si comincia a conilur li! armente al pascolo. Quand ca businin lis moscis di genar, Slarga il braé pioràr, (<"•) Quand ca businin li moscis di febrarj Sirene il brac piorfir. (('.) < lavre da fen è&y re da ben {< .\ Cavre da tritìi - cavre da vint. (V.) Ogni cavre! - il so sa liei. Ogni gocul ha di la il so sgrip. (('.) docili (capretto Ha latte) — Si/rip (salto). Di gnot dutis lis pióris parin néris. Dio nardi che la ca\re ves la. code Unge. M La èavre no po fa «ere cui leon. (C.) Quand che la piore ha Ea1 mài par elici ca vai, a crepe. La mimrt da pióre, je la vite dal oorvat. Muarte piòre, fortune pai lóv. Il lóv al mange pióris coritadis. Il lóv noi domande al pastSr cai dei li* pióris. Putros lós stari póc a mangia une pióre. Tròs lós tòr une piourc l'hàp presi distrìgade. (E.) La mùart dai lós, je la Vite das pióris. Il gurameni dal lóv, Se al dure un'ore al dure irop. Mal guviér al pas il lóv. Il lóv noi mange il fiermfi Cui lóv si è e cui lóv si urie. Co si l'evele dal lóv al capile. Quand che al nevie - il lóv al predice. Viv tant il jeur a jerbe clic il lóv a òàr. Prin di centrala da pici dall'órs, bisugne maòSlu. Prin di mangia sulla pici dall'órs, bfsugné vélu maca t. La volp ha paure da, su ombre. La voi)) lasse il pel, ma il vizi no. La volp no fàs mai mal la (die ha la tane. Ance las bolps veces si las pee. (F.) 4 .-,11 Cui plui bati la strade, la volp si cape tal fiér Il mardar la cai sta noi fas dam. Il jeur al sta la che manco si crod. Anco il jeur al viv a jerbe, Cont, al jeur e une al òacadór. No bisugne lassa sèanapa il jeur par póre di rov la piel. Cui clic aiue i già?, ame lis fepuniais. Free la. schene al gial ch'ai drecarà la code. Il giat sa noi muard, al sgrifigne. Cui che nas di giat, al pie suris. Cui che di giat nas suris pie, E sa no pie no è so fie. Cui che di giat nas, cape suris a scur. Chi de gatta nasce - ciapa sorsi al bujo. (P. V.) Fur il giat, la suris baie. Quand che il giat no l'è io pais, A fas (leste la suris. (S.) Bisugne lassa pia lis suris ai già/.. No bisugne giavfi lis suris di boce ai già/,. Hisugne lassa la songe in boce ai giaz. Cui che sparagno - la giat e magne. Ce colpe hae la giate, Se la inassarie e mate. No sta mai a «oli une giate t'un sac. Si amia come il fan e il giat. I giaz no muerin, sa no batin il nas. Can no mango di fan. No sta a loca il can quanti elio al duar. Can elio al bae, noi umani. Can ca noi bae, al rrmard. Can viòli, noi bae di band. L'è pini ce fidasi dal can ch'ai bae, che di chel ch'ai tas. Can no bae di ìov. Baste scomenèa a di dai al fan ca l'è rabiòs. Une volte cor il can e uno volte cor il jeur. Castie la èice, che il can starà a case. Lauditi can, chi tu has uno biele code. ' >gni can lamio la so code. II can l'è il plp l'odol ami dall'oni. Cavai, can, sclope e femmine no s'imprestili mai. Nè cavalut, nò, ombrenute, nò sclopute, no p..... A cavai donai, no si fale in boce. L'è miei un cavai fat, Che un pujeri mat. L'è miei tignili! pa brene, che alcàlu pa code. Cavai conce vizis noi vai nftje. Balzali di tre, cavai di té. Balzan di un, cavai di nessun; Miór riva un quart d'ore dopo e la sigùvs. Tu vfis cun cliel cavai, tanche il pievano Arlotto Une gabele - no devente pujeri cui metti la siele Dutis lis moscia dan adues al cavai magri. Sa no si po bati il cavai, si bat là siele. Il cavai restiv - noi lasse il vizi fin ch'ai viv. Il cavai noi pieni tiiup, col tnange [a vene. Il cavai al crepe, co l'ha mangiai par tant che al vai Si croci di jessi a cavai e no si è nance a inus. Cui che mange ta grepie al tire la carete. Al mange pini vene enei nana ca noi tire la carete. A chel mas <-a noi pùarte baate, no si dal vene; No sia a fa bévi il mus co no l'ha set. A fa ben al mus si vanze sealz. Il mus al pae il fen cui Scala. A fa la barbe al mus, si vaìtóe péti e scalzi A fa la barbe al mus, si pieni timp e fadie. A fa la barbe al mus, si pieni liscie e savon. Il mus, l'è simpri mus. Tu séa nassnl mus, e tu hàs di muri mus. No i par bon la sclope al mus. Son tang mus ca si semein. Biaugne peà il mus, la che il panni comande. Co starnudin i mus, al yen bon timp. Il mus co no l'ha l'ai la code di (yent'ang, no 1: fas pini. 53 Quand che mus ùl, unisse no ùl E quand che unisse ùl, mus no ùl, I mus si mangili vis. Prejere di mus, no va in cil. Vòs di mus, no va in paradis. Al vai pini un mus viv, che un dotór muart. Si da il sòrg ai purèis mugris. Ai peggio porci vanno le meglio pere. (P. T.) I purcis si stimili a peis. Buine boèe fàs bon argel. Quand che il purcit l'è gfas, je ore di copalu. Purcit e mercedant si positi dopo nomarsi Sant'André 30 / u - il purcit su la bree. Sant'Antoni - Voce dal bon paron scomence a pogn i. E a San Valentin - che dal puai'in. Chi vnol un'oca fina La metta a ingrassar per Santa Caterina. (P. T.) Gialine viére fàs bon brut. Gialine viéré no ras us. Di genar - la gialine tal gialiniir. Nini v'e gallina, uè gallinacoia Che di gennajo uova non faccia. (P- 2.) Che gialine ca caute ha fai l'uv. SI L'è miei l'ùv uè che la gialine domali. L'uv no l'ha di insegna alla gialiné. Cui che nas di gialine sgiarpeiìe {€.) Doi giai t' un gialinar a no stari ben. Il capon l'è bop d'ogni stagion, Capons d'inviér, polez d'istat. Colonih govin, gialirie vjèle. Ucel pai ajar cante di legrie, Ucel di sgiaipie caute di passion. L'è miei il mierli che al cante di bosc. Miei ucel di bosc che di sgiaipie. L'ucel al puarte e al ven puartat. L'è un trist ucel chel ca noi puarte cun se la piume. Si dico in senso figurato d'un operajo che non porti seco gl'istrumenti che gli son neeessarii. Ca vadi la piume, pur che al resti l'ucci. Cui clic va daiìr piume, Nuje noi ingrume. Chi va dietro pesce e penne In questo mondo mal ci venne. (/ ) . 'I'.) Val plui un ucel in man clic cent par ajar. A tindi masse ardici is capili su i ucci chei altris. Cui sglavaz no si cape uciei, (C.) Sylaoaz (randelli)-Colle brutte maniere nulla s'ottiene. La muart dai cu/, je la vite dai gupez. Domenie d'uliv - ógni noe*] bis il nid. 55 < >gni ucci cìr il so ulti. Par ogni ucel - il so nid l'è biel. San Gregori pape *% - la zizile passe L'acque. San Bbrtolomio v % - la zizile va cun Dio. San Manie - la nife s'invio. Vite (pispola). San Mattie - l'oselador salte in pie. San Simon - va la óduie tas rés a tomboìon. Quand che la odale a va in eli, Il pan di s6rg al sa di niil. Quand ca passili i codons, i ucci a iinissin. Codon (codibugnolo). Parus caudatus di Linneo. Co vegtiin i sivilos finissin i ucci. Sivifpt (monachino). Loxia Pi/rrhula di Linaio. Quànd ca caule la papussule, .V caute la nerpignole. I querins oressin qaes cu la sclopetade. Querin (gallinella palustre). Quand che al i-ante il CUC A l'è daffa par dui, Quand ch'ai lasse .li canta In che folte il grand dalla. Quand che il cuc al va in montagne Noi torne ju sa no si bagne. B6 Sa noi cante (il cucco) ai siet o ai vot (d'aprile) 0 ca l'è tmiart o ca l'è quot. Ai cinque d'aprilo il cucco dee venire Eienoft viette àì settè o ai otto oche é (sfreno o che è morto. (P. r.) Quand che noi canta il cuc pai tred^s d'avril bi- sugna la in conum a cirilu. (C.) Quand che il cuc al caute sulla rame nude, La pandle ven madure, Quand ca caute la dordule vint sigùr. Dcn-dule (tordella o tordo maggiore*. Il pes 1' ùl frese. Il pes grand mange il pieni. Sant'André M / {i - il pes al va in sl'ree. Sant'André - la trute va in sfree. Sant'Antoni - il pes al va in slVee. (C.) Sante Catarine - r '/ H - cent giambars par tànine. I giambars son bong in chei niés ch'ai entre Y li. Quand ca canti 1 la rane veri la ploe. Rane o cracide ( rana arborea'. Fortune che lis savis no han ding. Sa ben il Signor paròé ca no L'ha fat i ding as savis. (C.) Nave (rana) Bufo di Linneo. II Signor al sa parcé ca no l'ha fat i dirig ai croz. Dio nardi che i croz vessin i ding. Croi (Rana l . 57 L'aghe è fate pas savis. L'è il sfiv ca 1' ha siinpri pf>r<> clic i manci Taglie. Son i saz ca oressin pia dui il fossfil. (/?.) Si puartin un cu l'altri come i sa/.. No bisugne toòà la code al madrac. 11 madrac si striscine pàr cere. La bisce lia. becat il cariatali. Lis róbis lungis deventin madracs. Le cose lunghe diventali serpi- {P- T.) Co l'è cald vegnin lis mosèis. Ogni mosce a beebe. No si capili li nioscis cull'asét. No si po vé la mil cence lis nioscis. No bisugne capa dutis lis nioscis ca svolin. L'è intrigai come i pulz ta stope. Imbrogliato come i pulcini nella stoppia. (P, T.) San Lurinc - pulz di puartà vie cui cuinc. Dng i pulz ( > h; lu la tos. Si dice propriamente in senso figurato per indicare un bardasello che fa V innaniorato. Al tirares ju la pici ai pedoi par vendile. CORPO UMANO Doti e difetti materiali. I.a costituzione tìsica esercita potente in- lltienza sul inorale dèli nomo e lo modifica. Le in ennità gentilizie dei figliuoli sono l'obbrobrio e l'eterno rimorso de'loro padri: procreano non al vivere ma al penare; la loro posterità palesa la loro ignominia, e con parole di dolore rinfacciano i Affli agli autori della loro vita la passata loro scostuniatezza. Vitai.ini . L'umnn c la sua educazione. Voi. II, pag. 265. Par óognossi il biel, bisogne viodi il brut. Il biel iti plàs ;i dùg. No l'è biel ce ca rè biel, l'è Iti''] ce cu plus. Dug i gùsg sóri gusg. Ance il vóli 1 CU la só part. Da gniìv diit l'è biel. Tór la belèce no si rosee. Il funi ;il va a riviel, Al va doìige dal pini biel. Il fumo v:i dietl'Ó ai (/'■ 'l'-) Fumo t'intende propriamente per albagia, vanità. Il funi al las deventa, bici. Lis beleóis fasin piai biel. Un neo cresce bellezza. (P. T.) 59 Vai chi tu deventaras piai biel Lo dicono le mamme stizzite ai bimbi, calando in alcun modo non li nonno acquetare; Se la (Ione ul compari, La crodie dal cav devi duli-. Sa si VÌesI une l'ascino, A par une regine. Sa si viest une coione, Par une (Ione. Sa è ben vistude ance \mo coione, Par une matrone. Sa si viesi un pai, Al par un gardenàl. Giambe cervine - p... asinine. (Da un manoscritto di l'rov. del seo. xvi. Coli*» Joppi, Udine). Su un biel portoli, par bop up biel l'atei. Un bel naso fa un beU' uomo. I /'. T.) Orami il porton, grand ance il liatel. Dug i nas a si scinchi e non d'é uissuu cOBipagii. Son tang pius ca si scmein. La lioce la, vin dug par traviérs: Ognun viod cui sieri voi. Ognun sint (ai lis sus orólis. Brut in fasce e biel in place. Biel in fasce e brut in place. Brut di pieni, bici ,li grand. 60 Biel di pieni, brut di grand. Goventut e non pini. Goventut aur batùt. A pòc a póc si crea. Càr ca cres no po sta ferme. L'è miei ca fruii) scarpis che linzui. Si dice ai fanciulli. L'è miei consuma scarpis che linzui. A impacasi cun canae la m ignea tre pie di l'uni. A brusii brusfiins e bruscis, La mignestre pie di l'uni, A impacasi cun canae No s'imitare mai costimi. (S.) Ce ca l'è pernici ut da govin, no si pues fa da violi. Cui che no lis fàs da govin, lis fas da veco. Ogni cavret il so suite». Ogni gocul ha di fa il so sgrip. (C) L'è mici che al boli tal èavél, Che no tal vassel. Cui che no lis fas in chest mond, i toce di ffilis in chel altri, Cui che rid in goventut, vai in vocio. Disordin in goventut, magagne in yecae. Mat di pièni ohi di grand. Agnul in goventut - Diàul in veèae. Quand che il mus no l'ha fat la code di trènt'aiig no la fas pini. 61 Cui che no s'innamora da govin, s'innaniore da veco. La malizie a cres cu l'et&t. Il diaul la sa tant lutìge, parcé ca l'è violi. Co la car devente fruste, Ance l'anime si just e. L:i veèae l'è un mài ca si desidare. La veèae je fastidióse. Beade che case che ha un vieli dentri. Si devente vecos e maz. I vecos tornin fruz. Guardisi d'invecchiare chi non vuol torna* t'uncinilo. (P. TI) Passas i sessant'ang si tome fruz. II corli pini devente vieri e miei al gire. L'arcolajo quanto più è vecchio e meglio girtti (/'. r.) Plui si devente viélis e plui i carnevai a pStìitì. I vecos uelin clic ance i govins a fasiu come lór. Lis pomis ai fruz e la corone ai vecos. Consei di veco, ajùt di govin. Quand che il lóv devente vieli i caos i pifciu addues, A fuarce di puarta, ance un scarpin di lache Devente une èavate. Non fu mai sì bella scarpa che non diventasse una ciabatta. (P. T.) La done picinine a par simpri goveuine. No si ha mai di nomina i ang das femminis. Lis femminis a contili ving e nùv e un gessante. Lis femminis ogn'an deventin pini govins. Perchè dicono ogn'anno d'averne uno di mono, t>2 Ogni fros la so ombrane, Ogni oni il so difiet. Difiet di nature si puarte in sepolture. 11 gobbo, il cuet e il uarb, San il diaul tal cuarp. Segnai da Dio - tre passi indrio. (V. V.) A l'ha il baùl - ch'ai puarte daùr. Si (lice ai gobbi. A l'è in te Epistule d'ognissant. (R.) Che è quella dei dodi cimi Ila s.egnati. Cui che al va cui cuez, L'impare a cotea. Ai mance simpri di viergi un balconi. A chi è privo d'un occhio. Al cale par che altre se^emane. Cun cui che l'ha la gòse, No fevela di góse. Barbe rosse pel di diaul. Rosso- del mal pelo, Crino giauli liei" cavelo. (('.) Il pini bici tesane je la salùt. La salai ha l'aur in boce. La salùt no l'è ani' ca la pai. Salùt je goventùt. Cui che al salve la so piel, Al salve un gran ciscel. 63 Cui che ten cont da Sé piel, Tea cont d'un grand Cisòel. Cui clic se conserve, conserve un biel cisèel. (C.) Piel mimar un. Prime salva nostra pelle, e po bona cuncta posce. Sans e lontana. Cui che l'ul sta san - pisci spes come il cah. (U.) Fin chi cii dùr e i pisci dar, M'infóti dal miedi e dal speziar. Mangia bene e caca forte E non aver paura della morte. (P. T.) L'è miei spindi in pan che in medisinis. Miei suda che tossi. (C.) Miei suda che trima. S'intende sudar per la fatica e tremai - per la febbre. Simpri sans no si po sta. Cui che no 1' ha fan, o ca l'ha mangiàt, o ca l'è malat. Cui^ che l'ha fiald a l'è malal. Cui che l'ha fréd l'è innamorali. Quand che i iVuz ;i 8 tan quiez l'è cativ ségno. Si urte simpri in chel dèt ca si ha mal. Si tu ti tais un det jes san'gh! Mai no si taisì, mai no si leisi Dula ca noi dui no si lee. Io hai cine des tas mans, e si mi tai il pini pieni a mi dui. Braè al cuel e giambe in jet. 61 Cui che l'ha la rieste tal dint A si risint. Rìesie (resta o gluma mucronata . Fur il dint e fùr il dolor. Tàrd a denti - tard a muri. Il san noi cród al inalai. A fa di so cav si viv siet ang di plui. Diete je la prime medisine. A glie diete e servizial Fàs nari di ogni mal. Dai polez si uaris cu l'aglio dai us di Pascile. Polcs (geloni.) S'usa in [scherzo perchè a Pasqua fi nisce il freddo che n'è la causa. Das creturis si uaris cui sue das fueis di vit. Creture (setoln, ragade.) • Par dùt avril - no issi dal cuvil. (Da un D)ftnascritta ili l'rnv. dèi w. svi. CSOltóz. toppi, Udine). Il rimiedi pai cai, je scarpe largè. Fra car e ongle no ti lassa pongi. Ajar di sfrezure Condùs in sepulture. Aria di finestra, colpo di balestra. (P. T.) Un reume mài curàt, Al mene in tal segràt. Cui ca l'è di luele forme, In avril al tome. 65 La fiere terzane il govin In rizane E al veco fàs sima la campane. Fiere continue, cope cavai. Pai dolor ili cav no lasse di vigni la fiere. V chel ca noi dui il cav, va ben di dai coragio. La tegne no ven mai a d' un sol cav. Tegne e rogne Altri mal no bisogne. (R.) Cui ca l'ha la literizie al viod dui gài. Maine mi dui la panze! E tu metti non costanze: Costanze no ùl vigni E la panze a ul Quii. Lo dicono le mamme ai bimbi che si lamentati l'a- cilmente e per ogni piccolo maluccio. Mal di part, mai noi pari. Une femmine ha vierte la sepulture par cinquante dìs dopo il pari. Il lat noi ven dai ues. Lat e vin mace il bambin. Il lat l'è la rovine dal sac. Dai colps si uaris di dug fùr che dal prin. Ai malàs no si po tigni il sospir. Jè plui grande la póre dal mal, che il mài isles. Jè plui la paure che l'ingosce. (C.) Jè miei la paure che l'ingosce. (C.) 66 Quand ca si sta mal d'une bande, si voltisi diche ali re. Il bràv miedi no l'ha pore a sconca. Il siroich dulinsiòs las la plae verminose, (f.) Cui ca noi dui ben scortie. Il inai al veri a cars e al va vie a, onsis. (/'.') Bisugne cura il mal denant ch'ai capi pid. Il mal l'è un trist compagn. Il mài al va simpri pai malàs. Bisugne lassa la il mal ju pai malàs E la uerrc pai soldas. (7i\) Il mal noi cuince i ues a nissun. Il mal di un, noi cuince chel dai altris. Dutis lis malatiis son malsanis. Lis malatiis - son avis. Ogni mal cun qualchi scusi'. Ogni mài par qualchi ben. Darandan - il malàt al puarte il san. Perchè lo caso dei poveri sono allora più assistite. Cosi lo spiega il Giusti. La ricadude è piés dal mal. Je piés la ricadude che la malattie. Cui ca l'è mat si fasi Ica. ("ni ca l'è mat noi uaris mai, 13 s'al uaris l'è fortunat assai. 67 Cui ca l'è mal noi uaris mai, E s'al uaris al tasi assai. (C.) Cui che dà lu del al mat, Al vul lu det con dut lu braz. (Da un manoscritto di Prov. del sec. xvi. Colle». .loppi, Udine? Nè cun maz, ne curi baraz, no bisugne imparasi. I maz no lian station, nè d'istat, aè d* inviér. Sin ca si è vis, si ha sperance di viodisi. La robe pini lunge, je la sperance. Fin ca l'è fiat, je sperane*'. La sperance je l'ultime a pierdisi. La sperance. je il rimiedi dai disperàs. Altri l'è il favela di muarl e altri l'è il muri. Je piés la pòro da niuart, che il muri. II timp al passe e la muart a ven. (C.) Si nas cals e si unir fréz. Malarie lunge e muart sicure. Quand ca si è contens si mùr. Quand ca si ha imparai a vivi in (die volte si mùr. L'è miei sparagna il Hat par quand ca si ha di muri. Dut si juste, infur che il grop dal enei. Dut si po rimedia, far che la muart. Di just no è nome la muart. Il sium l'è l'immagine da muart. Denant da l'ore no si pò nè nassi, nè muri. M Ognun pò muri, il vedo al devi. Co l'è destinàt no vai né iniedi uè medisine. A mal mortale, né medico nè medicina vale. I P. T.) Co è la so on> no vai nuje di di no. Cui che nas l'ha di muri. La muàrt a ven quand che manco si la spete. Qualchi volte dure plui une cite viere, che une gnove. Dure plui une cite sclapade che une gnove. Qualche volta campa più un vecchio malaticcio che un giovine .'-ano e robusto. Van plui vigei al tnazélo che no bus. Van filai vigei che man/, in beèarie. Muojono i>iù giovani che vecchi. Qualchidun di un couf, Bisugne di di di no. (C.) Si sta bori par dui dula oa l'è ce mangia. Primo par me e po ce cai van/.o pai altris. Beas i prins tur olio ju pa l'aglio. Beas i ultima se i prins e bau creancé. L'ore di gusta pai siors è quand che han fan E pai pitocs quand olio an d'han. Tas gnoòos di Caglio Pera Tanta lata o tanta niangiada. (('.) Tas gnocis di Guati Sutil nè ch'an vanza nè ob'an manoa nè ch'an fo avonde. Come lo nozzedi Cacone eh? fui 011 per l'appunto (Fnnfani. T.) 78 I ) di strani o di fen Il storni l'ha di jessi plen. 0 di pae o di fen Bisugne ca si empii il magagen. Canta no si po ben Quand che il stoini no l'è plen. Fin che non vanze Non d'è mai abbastance (K.) Par che an sei avonde bisugne ch'an vanzi. In chest mond no si ha altri ben che il mangia. L'onòr noi fas bull la ci te. II ìiald dai bleons noi fas bolli il pignat. Cuarp passili, anime consolade. Panze piene no cròd a panze nete. Il passùt noi cròd al giun. (C.) Il passiìt noi cród al plen di fan. 1 passùz erodili ca no ur vegni mai plui fan. Ai Passuz ance la rnil pai' mare. A ventri' pieno ogni cibo è amaro. (P. T.) Panze SclopS ma robe no vanza. Si mange par vivi, no si vìv par mangia. Mangia liàhà! Bévi hlhi! lavorà, cesse more. (<7.) Mangia babà ! Bévi hlhi ! lavora volte rosse pai- San Vìt. 77 Gioldi simpri sin ca si pò, noi mance mai timp al pati. Godiamo che stentar non manca mai. (P. T.) No l'è mai muart gioirli. Son tre manieri* di vivi. Vivi par mangia, mangili par vivi e viviilà. Son tre nianieras di vivi: Vivala, vivi e vivala. (C.) Ffi il misttr dal Michelac Mangia, bévi e la a spaz. Cui mangia si vlv Cui preà si va in Paradis. 1 voi son Las par cala E la boce pai' mangia. No si sa tant lavora Che la boòe tant mangia. La taule invide. In taule no si devente vielis. Robin il talar al miedi. Si dice quando si sta allegramente a tavola. Sul mangia: vitae dulcedo Svd pajà: ad te sospiramus. La gracie di Dio è dade par ca si gioldi. Co l'è gaudie, gaudie, e co l'è tribale, tribale. (R.) I bong bocons piasin a dug. I vecos son golós. 78 Boce ce ustu e mastie nuje. Ustu vei la tetute èampe? Ai golosi incontentabili. No mangi plui nance sa son agnui friz. No mangi plui nance sa l'è un mus plen di cudui. Pietanze straordinarie per dinotare in ischerzo tutto ciò che si potrebbe desiderare. La sagre dai amìs A dure quindis dis. Il signor ti nardi la viste che apetit no ti mance. Miei mangia cui) tun uarb clic l'evela cun tun siord. A messe cun te ma a gusta no. si dice a chi mangia ingordamente senza abballare che ne avanzi pegli altri. Al mangiares i pìs di Pilato. Al mangiares i pis da Lune. S'al podes l'inglotires un ho cun dug i cuars. A l'è come une semple, ca noi dia mai baste. A l'ha il mài da Lupe. A 1' ha la panze a guge. A l'ha i bugei di guttaperca. Tu hàs pore ca ti manòì Vaglie come as savis. Agl'ingordi che non son mai sazii. Gran mangiadór, trisl bevedór. No beviso paron? No chest fór. Si dice che un tale fe' contratto con un fornajo, per mangiar pane a sazietà; quaado avea ben mangiato.il fornaio ne lo richiese se non bevesse. No questa infornata, rispose; allora il fornajo gli restituì il denaro e. lo rimandò sciogliendo il contratto. 19 La coche dal pan je piés ili eli e dal vin. Je triste la coche dal vin, je pies che dal sigar, ina la piés je ché dal pan. No fàs mal la qnalitat Ma la quantitàt. Il masse l'è malsan. Il pòc noi fas mai mal. Poe e bon e plen un poi 1 in. Poe ma bon. Poe ma ben cuet. Sa ja di vanzà ca vanzi la jote. Si mangi il buono o. civanzi il cattivo. Jote (pietanza cargnella composta di rape, cavoli, fagiuoli, farina, latte e burro. Ce che al va parsore no si met in coni. Cui cerca no si romp digun. Cui che cepele noi gune. Chi spilluzica non digiuna. (P. T.) Cui che mange sòl, crepe sòl. Ognidun pensi par sé. Dut si tas par la fabriche dall'apetit. Tutto per la Buccolica. {P. T.) L'apH it yen mangiand. L'apetit l'è uno gran salse. La plui buine salse le l'apetit. 90 La fan l'è un gran condiment. (C.) La fan l'è un boa cuncir. (R.) La fan fas dols l'amar. (U.) La fan da bon savòr al pan. Co si ha fan dut l'è bon. A ul fan par savé se ca le bon. (U.) La robe è simpri buine quand ca si ba fan. Quand che la fan je a miec il eli, La polente sa di mil. La fan fàs jessi il lov da tane. La fan l'è un trist conseìr. Ventre digiuno - non ode nessuno, i /'. 7'.) Panze afifamade, vite disperade. Cu lis èacaris no s'impiene la panze. Non si campa d'aria. (/'. T.) Cu lis cacaris no si empie i bugei. (C.) Cacaris no pas giate. (C.) Un sac uét noi sta in pis. La lùs no àrd cence ueli. Diseve che regine, pluitost che muri di fan, si adatisi a mangia pan e formadi. Si dice propriamente per dinotare uno che non sa comprendere cosa sia miseria. Pa boce si scialde il l'or. Ognidun mange cu la so boce. 81 Dutis lis bocis son surs. Cui che sa pati, sa ance vivi. Vivi trop, L'è pati trop. Cui che ul vivi c ùl sta ben Coli il mond come ch'ai veu. Pan e SignSlP an d'è par dug. Nissun viv di glorie. Al viv di rosade come lis cialis. Al viv d'amor. A l'è di poce spése e biele v ignudo. A coloro che mangivi poco. Cui clic noi niange, o ca l'ha mangiat, o ca l'è malàt. Se La vace no mange insieme al liò, 0 che lui mangiat, o ca mange dospò. Chi non mangia a desco Ha mangiato di fresco. (i J . T.) La vace mange il feri parce ca è stade jerbe. Cui che mange in pìs - mange par sis Cui che mange in sente - mango par Irente. Cui che l'ha mangiat La polpe mangi ance i uès. Cun chel ca mangia cine, a mangili sis. La ca vivin niiv, vivin ance dis. A no è brie a usa, è brie a mantigni. {F.) 1 vizi son facili ad assumere, diflicili a mantenere. 8 Mai, siet voltis mirindai E quand ca fo la sere no mi ricuardai. Cai ca l'è pegri di mangia L'è pegri ance di lavora. Cui che noi lavoro noi mangi. I denta no sfa a mena Si no tu às bés di paà. (F.) Bisugne mena il (lini Conforme ca si sint. In ostarie o mangia, o bévi, o fa la spie. Visti a mùd (lai all'Ha e mangia a mud so. Cui ca si ustine cui mangia reste bausàr. Si dice a que' fanciulli pannatosi che rifiutano il cibo. Co si pae si po ance loca il piai. Dug i gusg son gusg diseve la giate d'Aquilee. Dug i gusg son gusg diseve la giate che si lecave il cui. De gustibus non est disputandum. (P. L.) Ogni dis ang si cambie gust. Passàt il glutidòr - noi sa di nessun savor. Passuz ca si è, nissun ven a viodi ce ca si ha la panze. La gole tire in malore. Mange tu, chi mangiami ance jo. Dal póc si giold dal trop si fasin gnocis. Col poco si godo (! coll'assai si tribola. (P. T.) 83 L>fé une volto un re Che al veve ili fé pan e noi veve pun oe. Sò maestat la regine Veve l'istes pian e no veve farine, •le 1' ultime gote Che ca lasse il savór in boce. Ance Taglie sporco distude la set. Ogni trista acqua leva la sete. (P. '1-ì Vin, femminis e raarons Vati gioldiìs las lór stagions. A coste béz nome la prime boce. L' ultime tace je che ca inòoche. Quand ca si è cocs dug dan di bévi. A ore coche dug ùl di la só. Il vin al las di trop. Il vin fàs di la veretat. Si lis pense di sincers e si lis fas di cocs. L'aghe rovine i puinz e il vin il < p a\. L'om ca l'alce masse il bocàl Al devente un nemàl. (S.) Il bevon fevele simpri di vin. Cui che pitti bév, manco bév. Cui che trop bév, p6c bév. Bibite cantores e i sunedòrs une potè. Dì bévi al predi che il cleric l'ha sét. No si pues vei il vassel plen e la massarie coche. 84 No si po ve la femmine coche e il vassoi plon. (C.) Aghe, diete è séi'viziàl Fàs nari di ogni mal. Il vin da fuarce a lenghe e la col as gianibis. Tal vreas l'è il vin che al fevele. Vreàs v ubbiiacoue, dal latino ebrhis. ALIMENTI Fate di risparmiare quanti più quattrini potete per tiare a voi e ai vostri figliuoli mi piatto ili carne, se non quotidiano, almeno un pajo di volte alla settimana. I/operajo, per quanto povero, alla fin del mese spende sempre parecchie lire in tabacco, in acquavite, e altre cose inutili e dannose alla salale. Se Invece quei quattrini fossero spesi in casa del beccajo, quanto Itene ne verrebbe alla salute sua e della famiglia,) E abbiamo molti cibi animali di poco prezzo e che sono alla portata di tutti, come la carne di vacca, il cuore e il polmone di bue, il sangue di porco, la carne del cavallo che è sanissima..... Mantrgazza. ///iene dclln cuciva p. 23. Pan t> gaban - l'è bon dui L'an. l'ai p(in no si stufisi mai. Aghe o pan - mangia
  • lo verde. No ven la fiere in ehé di cà si mango i brugnui. Cui timp e cu la pae si madressin i gnespui. Zucar su lis l'raulis. " dolo a l'è sul fons. Al foce il bech as slclis. Usato da' Imon-ustai per indicare ohe una pietanza è squisita. ih? Cui che raange la mil si lecbe i dés. Uno poto d'assinc uaste uil pittér di ttiil. (C.) Celi in cime, via tal miec e mil sul fons. .Moro nere intoni la ùe Lasse la more e cape la ùe. A San Martin Ogni most l'è vin. Il vin di caso noi incorilo. Cui che l'ha bon vin a case noi va, la l'oslarie. No bisug'nè domanda 1' usi ir so il vin l'è bon. Il vin l'è il lai dai puars vocos. Il vin al fas bon sang. Il miór vin si bóv in Cargne, il mior i'ormadi va in Friùl. (C.J Femmine govin e vin vieri. Il vin trat e bevùt Al vai un se fui. Il vin l'è bon d'avrìl pur e mai temperai. Scherzo sull'omonimo widfi ('fflftggib e mai (negazione). Bere il vino alla Tedesca! la mattina puro, a divinare senz'acqua, e a cena come vien dalla botte. (P. T.J Dal bon vin ven bon asét. Miei vin turbit che aglio dare. Miei scavec che no aglio. L'aglio fas marci i pai. L'aglio je fatte par lavasi. L'aghe jé fatte pus savis. Lo dicono i beoni. C'acqua è fatta pei perversi Il Diluvio lo provò. (P. T.) Il caffè l'è bon cun tre S: Sedendo, scottando e scroccando. Par cai sei bon il caffè uelin tre ròbis: Qualitétt, quantifàf e savélu fa, Caffè di enei e èiocolatte di cui. Caffè ile collo c cioccolata di culo. {P. V.) AMORE E FAMIGLIA Amor che a eor gentil ratto s'apprende. Dante. Ivf. c. V. Amor ond'altn forza i men forti hanno Ita oui spronati anoor s'a.nnaii Borente D'ardire t cervi imbelli e guerra fanno. Tasso c. VI. Sty. £7. li Signore disse alla donna: Tu sarai sotto il dominio dell' nomo ed egli signoreggerà sopra te. Genesi li. Di tua madre, ili tuo padre, di tua moglie, ili turi figlio ti deve esser santa ogni eosa: il ninne, la parola, le ceneri, Mantfoazza . li f "lice dell'uomo onesto. Amor l'ha un gran savòr. Amor noi domande nè pan, nè polente. Amor no l'è polente nò brut di vergis. Sang no l'è aglio nè brut di fasui. Dula che il cùr al tire lis giambis puartin. La lenghe bat dulà che il dint al dui. L'amor e la tos Prest si cognos. (C.) Nè la tos nè l'amor no stari mai squindùs. Che l'amore e la tosse non si cela. "Giusti. L'amore pacifico'. Fra l'amor e il funi No si viod nance la lum. L'amor l'è uarb. 95 La passion a no rasooe. Dula che al fumé l'è fitti Da une Insigne nas un gran fuc. No si no olei ben Quand ehe dal cut noi ven. Cui che l'ha cali! a l'è inalai Cui die l'ha fréd l'è innamorai ('ni che no ame no l'ha cui'. Cui che amé, tém. Cui clic sprezze, compie. Ai.....aii ca 1i ame E rispuind a cui ca ti clanie. (C.) Ance il mus a si disgóse Par fa un cant a so morose. Cui che ame i giaz, ame lis femminis. Cui ca no l'ha amor pus hestiis, non d'ha nauee pai cristians. Sa e hiclc: Ame il io prossim come te ste>. Sa è hrutte: Non desiderare la donna d'altri. La belece a va e a ven Je la hontàt ca si mani cu. Intòr la beleùe no si rosee. No l'è Liei ce ca l'è bici, l'è biel ce cu plàs. Dug i gusg son gusg: diseve la giate d'Aiii dovizia clic ili polli. ( P. T.) Femmine govin e vin viéri. Vare e bò plui Vizili ca si pò. Vacche e l>uoi iÌc' papsi tuoi. [V. T.) Femmine e bò pitti da cis ca si pò. Da cis (dappresso, davvicìno), Nè femmine, nò tele Al (dar di candele. A lusòr di candele Nè femmine, nè tele. (C.) Se dutis lis va cis puartassia il zampogni (C.) Zampnij)i (oarapaoello). Se avessero un segnale tutte le donno men che oneste '. La govin salte e balle, La vece tire l'ale, Alla govin un bori bocon. Alla, vece un cospoton. ((.'.) No ni scae a fa muraé Nè canaè a fVi l'amòr. 7 Oh fantatis fantacinis, Imparait a fa pulit, E no stait a fa. lis matis A fa i ucei denant dal nirì. (S.) L'Àvemarie sunade. La fantate sierade. Dopo l'Avemario ^irin lis putanis. Cui che l'ha in case donzelis Glie al cali lis stelis. (6'.) Cioè, sorvegli anche di notte. Cui che 1' ùl la fie carece la man. L'om l'è òacadór. Dopo capai su tre voltis il fùs a una fan tal a si sciapa la fava. (C.) Cioè s acquista tanta confldénia da potei tenere una chicca in bocca e romperla facendola prender dall'altro lato colla bocca dalla giovane. E un modo d'indicar che si può baciarla. Il Signor prin ju fàs e po ju campagne. E ciascuno nel mondo avrà notato Che Dio fa le cose e poi le appaja. (Giusli. L'umor parifico). Dio ju fàs e po il Diaul ju compagne. Chi si somiglia - si piglia. (/'. T.) L'amor al ven dall' util. La dote da femmine sta tai comedons. (R.) Cui ca si maride par la dote Si pice par la gole. Chi toglie, moglie per denari - spesso sposa liti e guai. (/'. T.) D'i Cui ca si inaridc pai béz si (tire pai enei. Chi toglie moglie per in ròba la borsa »a a marito. (/'. T.) Furtune in amor, puarte sfortune al g^c. Cui ca l'è fortunàl in amòr noi guéi ili tortisi Amor che al nas in malatie Quand ca si uaris al passe vie. Lontan dal voli, lontan dal cur. Duro l'afiet - fin che al dure il confet. Amor noi ven mai vieli. Amòr rieri noi ven da rùzin. (('.) Amor vieri noi dovente ràngit. 1 primi amori - ?nn sempre i migliori. (P, T.\ La ca l'è stat il fùc al resi e l'odor di brusii. Aghe passade a no masane. Si dico delle ini pressioni e degli affetti dimenticati. Si sà là. ca si è, ma no là ca si larà a. riva. Dicono le ragazze. Une nuvièute co va a maril Cu la boce a vai e cui cur a ria. A la a martt uelin doi cacuz: un di fridi e un di vai. (C.) Si cróci che il mandasi sei un gughet E invece l'è un intrico maladei. Se il maridà a si crodes Il mond si disfares. Il maridà l'è curi e il stenta l'è lung. 100 Il mandasi sa di rani. Sa di rum (anagramma di nwidàsi). Pigliar moglie suona bene e poi sa male. (P. T.) Cui ca si inaride fas ben, Cui ca no si inaridì fas mici. Il mandasi no l'è par dug. No sta a salta vigel - se no gno pari ti inaride! E uno de' più espressivi 'e più Originili proverbi friulani. Maridailu: màri-dailu. Quand ca son maridas, Il Diaul ju ha mangias. Dicono i genitori de' cattivi figli. Il prin an di matrimoni (I si si male o si fas un coni. Il prin an di matrimoni O inalasi, o imbechìsi, o indebitasi. (©;) Nè quand ca si mandisi, né quand ca si fas batia no si è mai puars. Nissan fantat si inaride puar, Nissune fantate triste. Muir je miese spése. ([.'.) Cui ca l'è maridat L'è une mosce cence càv. Ogni maridac - il sò burlac. Ogni gnocade - la so stracade. Cui che va a gnocis cence invida Noi ("lite siele par senta. No l'è nissnn matrimoni Ca noi entri il demoni. Non si fecero mai nozze ohe il diavolo non ci volesse la salsa. (P. T.) Un matrimoni fra doi govins L'è un matrimoni dal Signor. Un matrimoni fra doi yiei L'è un matrimoni di mierdé. Un matrimoni fra un govin e un viòli L'è un mal rimoni dal Diaul. Dai uno femmine govin a un vefio L'è conio dai une codile a un frut. Il misi ir dal matrimoni pini si fàs e pini si disparo. Orloi, mulin e spose Mance simpri qualchi cose. A volò contenta une nuvice A ven la stice. Lasse lis femminis ca fasin pan, fruz e liscie. Vin, femmine e marons Van gioldus tas lòr Stagions. Fin al génoli - ogni vóli, E dal genóli in su Nome jo e tu. Passade la doe - tornado la voo. Jugn, lui e avòst - femmine no cognos. Cui che l'ha hiele rauir no è dute so. Chei ca duarmin sot un bleon Son d'une sole opinion. 102 Usta vé pas in famee: Cùs la lenghe alla femittine. Une femmine jftàr èàsé Une cocule par sac. (S.) Une femmine per case, Un gial par gialinaf! Doi giai in t'un corti) a no stan ben. l'ai 1 vé la pas in chest mond uelin tré robis: Une femmine par case, une passare par ville, une cocule par sac. (C.) Tré róbis sòacin la ini di case: Il funi, la triste mùir e la case discuvierte. Tré ròbis scaciu la int di case: La cusiue fumose, la case discuvierte e la femmine rabióse. (C.) Miei vivi tal bosc che cu la femmine sticósc. Lis donis han la lune cun lór. (/»'.) No è rabie parsore di che daa femminis. Sa comande la femmine jé contrarie all'orti. No sta a lassati metti i bragons da femminei Nini dare i calzoni' alla moglie. (P. T.) Cui che bastone la femmine, bastone la borse. Lis femminis bau putros òavei e pòc cav. La femmine ha il cav di giat. Lis femminis son come già/. Che sa no bai in il nas no mueriii. Femmine pelóse O matte o virtuose. 103 La buine muir f&s il bon mariti La buona moglie fa il buon marito. (P. T.) La femmine fàs Tom. La case o la parone scuen pati. Puare che femmine ca fàs ogni gnot il jet a so martt. Une femmine cence grimal je come une vaco cence code. Il grembiale lo porta la bi ava massaja. Miòr un trist marit che un bon fradi. Cui ca no l'è bon fi, no l'è bon marit. Un pari nudris dis fiz. E dìs fiz no son bong di màtìtigtìi il pari. Ti dis a ti fie par che tu brut tu intindis Brùt nuora 1 . Si dis a puarte par che il pidignùl l'ini indi. Ombrene, orloi e femmine no s'impreste a nissun. Cavai, can, sclope e femmine no s'imprestili mai. An bisest - lis femminis nè cav, nè sest. Lis femminis ca nassin in an bisest Son dutis cence sest. (C.) Il prin an busse e brace, Il second nice e l'asce. Il tierc an il malan e la male l'ascile. Se il signor al niande il frut Al mande ance il pagnut. No l'è mai nassùt l'agnelut Ca noi sei nassùt ance il so sterput. " v E >^"f 3r - ^BP 104 ■ 3. ■ La ca je innocenze - je provvidenze. I t'ruz e i niaz hàtt simpri l'agnul custode a ilardaiu. Cui clic ju ha fas, sai nici. Trulli, trutÀ! Chi li ha fatti so li culli. (P. T.) Primardi - al pues nasci quand ca l'ùl. In case di galanzumin Prime lis leimiiinis e dopo i iiinin. Un e nissun - doi e un, Trei - si scomence a impàrei E quattri - si scomence a scombatfi. I fruz no disin papà biel e manie biele, Ma a calin s'an a è in ta scugele. I fruz ha gust. di di: pari gno bon e no pari gno biel. {li.) Cui clic 1' ha un sol éamp fas un órt, Cui che l'ha un sol l'i fas un pdrc. Fi unic, baron futùt. La troppe confidenze las inancance di rispiet. Cui che ul massi; ben ai fiz ju tradis. I Napolitani dicono: Chi sparagna il bastono odia i figliuoli. II pari bon - dopre il baston. Bisugne savè dopra il len Par nudrì la prole ben. (S.) Pachis di mari no fasin bote (R.) La mari dolóse Fas la rie pedogldse. 105 A dà masse confidenze pietdln il pispiet. Bisugne pleS l'arimi co l'è govìh. Bisugne plea la. bachete, l'arimi si romp. Bisugne stuargi la tuartje sin ca è fresco. l'inirtic (stroppi;!, ritortola). Cun t'un òavél Si pq guida un cantèi, Cun i ' une èadene No si lu mene. Sposso volto nell'éducare p'ottien più colle buone miniere che con un soverchio rigore. Cui che di giai nas lis suris pie, l'i sa no pie no è so lie. Chi nasce di gatta pigliti i topi al luijo. \P. 2'.) Un sterp fàs pi sortes di nòfes. (F.) TóP uno coce nassin tros impulins. Impuliti! (polloni, rampolli). D'une èofie di uar no si po fa lum. Lnm (scheggia di pino resinoso). Clio in montagna s'usa invoco ili lucerna. Uàr (orno) fi-tt.rinus (àfhii di Linneo. Il liarac a noi las l'ics. Il poi noi fas naranz. L'uv no l'ha di insegna alla gialine. Ogni gocul l'ha di fa il so sgrip, (('.) < >gni cavret - il so saltèf. Mat di govin om di gtao^- Fin- il giat la suris baie. un; Co il gial no l'è a case Lis suris ;t balin. Se la piate no è in paia A fàs fieste la suris. Fruz e colombs puartin donge simpri ale. Fruz e colonilis squintiin lis casis. Ragazzi o polli imbrattati le cape. (P. T.) Dai fruz no si po spera nuje. No bisugne la daiir i pecos dai fruz. I fruz son come la sponge di mar. S'imbevono di tutto. I fruz ce ca sintin a ripetin. Quand che i pièni a favelin I grang han fevelàt. Quand che il gial govin al caule II veco l'ha fiàntSt. Quand che lis Sampanis piòulia a sùnin Lis grandis han sunat. Quand che al sune il campanel Lis Sampanis han sunat. Quando il piccolo parla, il grande ha parlato. (/ J . I vedui il prin di a vain, Il seconil sa passili L il tierè sa riditi. Cui che l'ha madrigne l'ha ance padreu Prin si fàs il nid, e dopo i ùs. Innanzi il inaiatal i- - alibi l'abitare. ( P. T.) Mior un èód so, che un palaè d' un altri. Case mé, vite mé. Casa mia casa mia Per piccina che iti si:i Tu mi sembri una badia. (P. T.) Noi par mai tant bici che a case so. Mici famei a case so, Glie paron a casi; d'altris. Meglio primo a casa sua che secondo a casa d'altri. (P. Par ogni ucel - il so hid l'è biól. La ca si nas - ogni jerbe pas. Ance il lóv è ir la so cove. Ognun l'è paron a case so. Cui ca no 1' ha òasade No l'h;i borgade. Chi non ha casa non ha borgata. (P. T.] La ca stan cine stan ance sis. Il eoe veco l'è elici che al (cn ilonge il fuc. Al par bon un veco in case. C 0 MPAGNIA Amicizia - Parentela. La disuguaglianza ne' costumi divide gli amici. Autstotki.k. iÀè. 1. Ernnom. cap. 4. Quandi) sorride La fortuna, anche voi un sorridete, o amici, ma se ella mi volge le spalle, voi pur vi abbandonate alla fuga. I'ktkonio Arbitro. Coi sauli del mio cuore unii profanar mai l'amore, tentando di misurarlo o pesarlo. Mantdi'.az/a. // codice dell' wpww onesto. Dimmi cun cui chi tu vàs E ti dirai cui chi tu sós. Dimmi con chi pratichi e ti dirò chi sci tìr. T.) Cui che Satinine cui cura l'impure a cotea. Cui lòv si sta e cui lóv si urlo. Ogni simil - uine il so siiuil. Mus e mussc prest s'intìhdih. Pàr cun par. Fruz cun fruz e frutis cun frutis. Ogni jete - si compete (C.) < )gni jette s'acette. (Ua mi manoscritto ili l'rov. del sec. xvi. Collez. Joppi. Udine) Ognun stoi cui siei. Sta cui to ugual Si tu us fa hon carnevàl. (S.) Miei sòi elio in triste compagnie. Miór sói che mal accompagna/. Nuje miei che sói par jessi sigurs. La pióre fur dal trop je simpri tristo. La compagnie maride il frari. La compagnie fas fa trop. Une vaèe squintiade squintie dui l'armentàr. ((7.) Une vace sporee, sporco chés altris. Baste une care cu la rogne pai- rovinarli un trop. Un piruc uàst fas marcì i altris. A impacasi cito canne si pierd dutto la virtiìt. A impacasi cun fruz si fas lis mans di mierde. A impacasi cun canoe La mignestre pie di l'uni. Nè cun ina/, né cun bara/ no bisugne imparasi. A impacàsi cun tnus si vanze péz e scalz. Chi accarezza la inula buscherà calci. (P. T.) I làris ili Cafero di di disin Tire di Dio un dall'altri, e di gnot van a roba assicnie. Ga je dute paste di clic panarie. Ance i sa/, si puartin un cun l'atri. (]{.) Can noi mange di can. Cane non mangia cane. {P. T.) Tal il pastór, tal il major. Mnjòr o fedàr (guardiano delle ])ecore\ 110 L'è lari tant cui cu robe che cui cu ten il sue. Fàs mài tant cui cu tea che cui scori ic. Doi giai in t'un cortìl a rio stari ben. Dur cun dùr noi fàs bon unir. Dio ju fas e no il diaul, ju compagne I cattivi. Cui che va tal mulin si sporèe di vpladie. Cui che toce bacia devente copàri. Cui che va donge dai mulinare reste infarinàt. Cui che messede vergons s'invisce. Chi tocca la pece s'imbratta. (I J . T.) Ca noi disi mal da Salderie Che ance il frizorin al infrosegne. (U.) Ca noi disi mài da caldère Che nance il frkorin no l'è cojon. Cierte int l'è miei pièrdile che calale Miei pati in compagnie che gioldi soi. Fortune chi no soi sòl. E conforto l'aver compagni nelle sventure. (P. T.) Soi no si sta ben nance in paràdìs. Uno era sé hon può far nulla. (/'. TV) Il fiìc l'è miege compagnie. La pipe je miege compagnie. Co si nomene il Diaul al yen. 11] Quand cu si fevele dal lèv al capite. Allorché arriva nella compagnia alcuno del quale allora si parlava. Pria di cognossi ben un, bisogne mangia" cuh lui un star di sai. Prjn di cognossi la ini di casi 1 Bisugne mangia cun lòr un star di sai. L'om noi cognos la ment dall'altri dm. Nissun om pò cognossi il cut dall'altri ohi. ('rodi a dog e fidasi di nessun. In tal erodi va biel pian. Si tu amis son dug bong, si tu odiis sop dug trisg. I 1 ì 11 da galeot a marinar. Si passe da barcariil a marinài'. Il ladro sta bene col malandrino (P. T.) No bisugne confondi ebreos cun sauiaritans. Non unir nature e cose troppo disparate. (/'. T.) Aglie sante e cere sante lasin pantan. Quando i furbi vanno in processione Il diavolo porta la croce. (/'. 1'.) Cui trisg l'è brut vé daffa. Tre pai fasip la force Tre furfanti fanno una forca. (P. T.) Ne da buine int, né da boa ti mg) no si studisi inai. Cui ca si ùl ben no si è inai volùt. mal. Ce ca no si ha in ciìr si ha in giambi». 112 Un ben raccomandat l'è ben acetàt. Lis visitis rai'is Son lis pini caria. A volèsi ben noi coste lira. Ami di dui:, ami di nissup. Il Giusti annota argutamente il corrispondente Toscano: Quando fecero questi proverbi non si conosceva la potenza degli affetti umanitari. Son tros i amie «li cacaris e pòs di faz. Trossons son aniis a cacaris e pus a faz. (C.) Lontan dai voi, lontan dal qui», Tas robis di póc si cognossin i amis. AM'occasion si cognos i amis. I amis si cognossin tai bisngns. Tas disgraèiis si cognossin i amis. Calamità mostra amistà. (P. T.) La sagre dai amis A dure quindis dis. Ten su i amia in pubblio, ooregiu in aegfet. Cemùd tegnial cont dai altri», cui che no ten coni di se? Cui che impreste béz pieni l'amicizie. Sa si ùl pierdi l'amicizie bisugne impresta bez. Sa si fi] consèrva' l'amicizie bisugne sia lontana. II miòr ami dall'om l'è il San. Cui ca l'è grand ami - l'è grand nomi. Grang amia, grang nomis. L'è miei pierdiu che cataju. I cattivi amici. 11!! Ognun l'ha i siei neniis. Nessun plui nomi dall'om, che Tom istes. Nessun nevai tan1 vii pa no si veyi di temè. Val plui un ami che cent paring. Val plui un visin vizin che un fradi lontan. Bong i paring, bong i amis, ma qua mi ca non d'è nuje son dug trisg. Sa si ha voe «li un displasé bisugne la dai paring. Tra parenti plui si sburte e plui va dentri- Si riferisce alle facilità d'imbrogli fra le parentele. I paring si cognossin a tassiz, a gnocis, a cassia. (/>'.) Cioè nelle cerimonie di battesimo, nózze e funerali. Tra fradi e sur Plui mal si dis plui ben si ùl. Tang fradis e tang ciscei. E facciamo piuttosto, in carità) Tanti fratelli, altrettanti castelli. (Giusti. La rassegnazione). Miór un trisl marti che un bou fradi. Cui che audris gnezze, audris lu so dolor. (Dami manoscritto di I'rov. del sec. xvi. Collcz. .loppi. Udine). Sang no l'è àghe. II sang al tire. Sang no l'è aglic nò brut di l'usui. 8 m Bisugne lassa là il sang pas sòs venis. Si dici; specialmente quando alcuno briga pel' ottenere lasciti a scapito di legittimi eredi. Une femmine par case une cbculé par sac Une giate no si sgra^Zé mai sole. (R.) Xgrazse invece di tgtUff* (graffiare). Allude alla facilità di risse fra cognate. Ti dis a ii fie par elio tu bruì tu iutindis. A tajàsi il nàs s'ìnsanghine la. boèe. Si tu ti tais un dét a ti jes sang. Jo hai cine dès tas iiiaus E si ini tai il pini piòul a mi dui. I umin son come i dés das mans. l)u^ r ha gust di viodi ma/, in place, ma no dai soi. (/''.) Fùr d'un sterp nassin troppis sortis di viminis. (C.) Tal il pari lai il fi. Dal cor si tae la sòcio. II rainac si tae dall'arbul. Il pòi a noi fàs pomis. Di chel leu a l'è Di chel savór al èaV. La botte dà di chel savòr che ha. Bielle la vace biel il vigel. D'une brutte scarpe no vegnaru mai une bielle cavate. Derivata patris fili natura secuntui'. (/'. L.) Là che il pari al va a metti il claut Il fi pice il capiel. (A 1 .) 115 I genitors no nelin viodi mai i diftez da la i&f pròle. All'Olga pajon belli i suoi orsacchini. (P. T.) Cui ca 1' ul ben, cride. Chi ama bene, castiga. (P. T.) Sa si dà masse confidènze, pioni in il rispiet. Sa si dà la man, si òolin dui il braè. Sa si dà un néri d'ongle, si colia dut il braè. Cui che stpuzie pai siei fis In ultim l'ha nome sospira. (C.J I/UOMU NELLE VARIE CONDIZIONI SOCIALI Professioni - Mestieri. Ogni uomo è rispettabile purché sappia di- Bimpegnare saggiamente la parte che assume su questa gran scena del móndo, ptirohà cbmpiia fedélmente la sua missione. Gian Domenico Romahnosi. Le diverso professioni si distribuiscono in diverso modo i doveri sociali e tutte contribuiscono al bene pubblico. Nessuna di esso è bassa ed umiliante quando sia professata con amore e dignità. Il contadino ohe lavora la terra è necessario alla società come il medico, come il mini- Siro.... Anzi dal Re tino al contadino tutti gli uomini si possono chiamare operai della società dacché tutti prestano la loro opera al bene pubblico. Mantegazza. Il bene ed il male, p. 117. Si f=a come ca si nas, ina no come ca si mur. Nissun sa la sò sorte Fin alla morte. Fin che un 1' ha ding in bofie Noi sa èe ch'ai toce. L'om la só sorte la (marte tai comedons. (/£.) Volere è potere. Une dì ben e une di mal. Uè ben o doman mal. Uè si rid, doman si vai. Par une dì di legrie Sin d'ha cent di malinconie. 11 < >gni dì no je fieste. Tilull, tìlull - ogni dì no va cussi. Un mal tire chel altri. Par dut l'è il so mal. ( >gni case ha il so diaùl E tai convenz son siet diatìi par cop. Dopo il ridi von il vai. Dopo il seren a ven la ploe. No bisugne lamentasi dal bruì gras* Stavo bene e per star meglio gtaocio qui» \J'. T.) Dai al ftan cài l'è rabids. No si pues vei il vassoi plen e la massarie fioche Cui l'è nassat par indora sans E cui par la sacodais di mas. La vite je il contoni dai fortunàz E il torment dai disgraciaz. Cui che no l'Ini ròbe s6 Bisugne che al vadi la (die al pa. A un che no 1' ha dalla, Il Signor a in dà. Bisugne scomencà a puartà il jóv a buin'ore. Si mi met a la capici la ini nas cetice càv. Lo dice chi vedo andargli a male ogni cosa. Il mond no l'è ben compartit. Il mond l'è biel pa, so varietat. 118 Il moml rè fai a sèale Un pòc si cres e un pòc si cale. Il raond l'è f;it ;i scarpel Cui lu giave e cui lu mei. 11 ìuonil l'è fai ;i srale Cui cres e cui cale. Il mond l'è miec di vendi e mioò di compra. Cui che no pò, si cute siinpri. Cui che pò, no stente. Al mango pini vene chel mus ca noi lire la carete A chel mus che noi puarte bastai, no si dai vene Cui che al lire il eorleis Che al puarti il peis. ('ni che 1' ha (Trance ca'mpè E cui ca. non d'ha al rampo mici. Cui che l'ha creance al canipe un an Cui che non d' ha al canape doi. Cull'art e culi' ingian Si viv nome mieò an. Cull'art e culla hausie Si manten la massarie. (C.) Cull'art e culi' ingian Si viv nomi' mire an, E culi' ingian e l'art Si viv che altre pàrt. ('ull'ari e culi ingian Si canipe mire il an, Cull'àrl e mi mist ir- Si canipe l'an intir. (fi) Co no si sta siili art. Si piérd la pàrt. Impare l'art - e mettile da pari. Cui che I' ha art V ha pàrt. Il mistir noi domande pan. L'è ben savè un póc
  • al cene. Je une gran fadie a fa il siór e no vé cun ce. Vite d'entrade - vite 3isperade. Vite d'entrade, vite stentade. (Da un manoscritto di Prov. dol sec. xvi. Colici!. Jonpi. Uiline). I n coni èence canta L'è come une bolle èence cerila. Noi vai jessi conz 8 no vei ce conta. Puar cui cu sierv, ma puar ance cui che al scuen fasi servi. 188 Famuli latór un ari E si no mi fàs sior gno dan. Cui ca l'è paron no l'è l'anici. (R.) Cui ca l'è servi)óv no l'è pareli. Miei t'aiuei a case so Che paron a case d'altris. Il pan di servì l'ha sict erosi is E bisugne rompi i ding par tnangiftlu. Il servitor devi la ce che il parón comande. Bisugne peà il mas là che, il pareo comande. Si cól lis moletis par no scotasi. Quand (die il paron distude il luspr Al ras par dale (al nas al servi (ór. ( S.) No si po servi dei parons. Cui che siérv doi parons non siérv nissun. Servitù! tornade Mignestre riscaldade. l'Ini si mudè e piés a l'è. Nissun lavore di band. Al sia il cali pa spese. Il car sa no si ong al èiule. Par nuje il uarb noi Sante. A paia denant trai 0 tàrd o mal l'ai. Denant Irai si pain lis puianis. Al fàs come siorc Metilde di Palme (die par lassa la massarie in poltrone a love je a lava sulla semple. I u Bisugne fa come il podestat di Sinigae,: Comanda e fa bici soi. Bisogna, dice, con questa canaglia Far tome il podestà di Sinigaglia. (Lippi. Malmantile c. 10. str. 40). Ambasciatór noi puarte pene. L'è miei panni di sessule . Che servitOr di nav. Sessule (gotazzuola . Béz di lat, bey. di penne e di pittane no durin trop. Se vessili di eressi i ding, eressaressin ai avoca/.. Intant che i litigans a tirin la vaèe un pai euai's e un pa code, i avoca/, a molgin. Lari e avocai l'è un non sol. Cui ca pieni l'ha simpfi tùàrt. II pes grues al mango il pi cui. Zighe plui fuart - cui che l'ha luart. Chi più urla ha più ragione, (P. T.) Il miedi e il speziar d'ingen Puedin fa dal grand ben. (C.) No l'è mai un brav miédi Fin ca noi empie il cimiteri, Miedi vero e ziroic govin. Miedi veèo e barbir govin. Cimi chu l'aas incrchiadanlie, Faas la sequacharie. (Da un manoscritto di Prov. del sen. xvi. Colloz. .Toppi, Udine). La cite dal mer&edanl A boi trimand. Per la gran facilità di repentini sbilanci. Purcit e mercedant si pesin dopo muàrz. Cui che vend stoppe viesl «li sede, E cui elio vena sede viest di stoppe. Il mercedant noi sta mai sòl. Bore e carbon - si tu uadagnis lenti in boti Lavór fin - si munge fin. Cui (die al file l'ha une camesc E cui ca noi file an d'ha dós. A cui elie al file ben, rompi lis giambis. Perchè resti sempre assiduo ni lavoro. A cui (die al file mal rompi i bfàz, Ces ces, che pini tu cessaras E manco tu varas. Il tìl e la guselle Manten la povarelle. La cite dall'ari isan Sa no boi nei a boi doman. Negoziant di vin Negoziant meschin. <> tard o a buin'ore L'ustir al va in malore. No bisugne domanda l'ustir se il vin l'è bori Quand che 1' ustir l'è sulla puarte No l'è nissun ta l'ostane. Cui che no l'ùl piai ostarie bufi ju la frasce. Il becar noi ame il pescedór. L'ultimi a muri di fan L'è il mulinar. Fornars e mulinare son i ultims a muri di fan. Si dis dós voìtis (al mulin. Cinquante pecotàrs, Cinquante mulinare, Cinquante l'Aris, Fasin in pont Cent e cinquante lAris. (C.) Tieh, tich - il lari noi deventara mai ridi. Cui che l'ùl prova lis penis dall'inflér. Fasi d'istal il fari e il èaradòr d'invfér. Dal tàepiere no sia a cala. In l'arie no sia a loca, In speziarle no sta a cerca, Pich, pich - il tàepiere noi deventara mai ridi. Finii di pica - flnit 'li mancia. Signor - judait il muraddr, E no stait a judà il l'ari ca l'è un lari. Mur d'inviér mùr di fiér. Nè il tentór né il muridór Jsol vegnara mai siòr. tei Signor judait il tentór, E no sta il a judà il fari Ca l'è un lari. Il niarangon l'è conce scùrs, Il caliar in cavai is E il sartór pecotOs. Ognun patisce del suo mestiere. (/'. T.) A San Michel '% il rnarangon impie il pavér E a San Josef '% hi (listade. Misuro sici e tae une. Si ilice ai sarti. Sartòrs e caliars -• son simpri bausàrs. Ms scarpis rotis lis puarte il caliar. 11 Òaliar l'ha simpri lis scarpis rotis. (('.) Il caliar al va in cavatis. Tich, tich fas il òaliar Finit di ticà, finii di mangia. Las scarpes a sai fan su la forine. (F.) Lunis par San Manin, Martars par San Crispin, Miercuz a ven la sflaòe. Joibe a. si stiraèe, Vinars cussi cussi, Sabide dut il di. Domenie fin miesdì. È la settimana dei calzolai. Cui elio no ang lis scarpis, ong il caliar. 128 Cui che va daùr piume Nuje noi ingrume. Chi va dietro pesce e penne In questo mondo mal ci venne. (P. T.) Cui chu vul pija hi gut, Al bisugne ch'ai si bagni '1 cui. (Da un manoscritto di Prov. del sec. xvi. Collez. Joppi, Udine). (1) Tal il pastór, tàl il major. Mnjnr o fedàr (guardiano delle pecore). (1) Deggio qui render grazie al dottor Vincenzo Joppi di Udine, chiarissimo cultore dell'istoria del Friuli e raccoglitore indefesso ili quanto si riferisce alla lingua, ed alle vicende della nostra patria, per aver, merce la sua cortesia, potuto dar un saggio di questi antichi proverbi friulani, che mi furono comunicati in corso di stampa. LAV ORO Poltroneria. [/nonio è nato per il lavoro fi nessuna condizione può dispensarlo da questo dovere. Manteoazza. Il bene ed il male. p. 116. Gli uomini oziosi ed infingardi sono la peste delle città, diventano a concupiscenza proclivi, invidiano ai buoni. appetiscono l'altrui, finalmente riescono sediziosi e turbolenti. Patroclo, c. I. de Instit. Reipub. Miserie fas industrie, industrie fas liondaii/.e, bon- danze fàs accidie, e accidie tome a genera miserie. Chi non vede in questo proverbio ilei popolo contenuta l'intera teoria dei Cicli di Vico? La necessitàt insegne a lavora. La necessitai fàs Toni ingegnós. La necessitàt fàs l'oro mestri; La miserie je une gran scuele. Cui che l'ha buine volontàt cute daffà par dui. Non mancò giammai da l'are A chi ben vuol trafficare. (P. T.) Co è la buine volontàt di lavora l'è dui. Cui che l'ha buine voe di lavorà L'è plui siór di cui ea l'ha sis èarops di ara. Cui ca l'è usàt a lavorà noi po stà di band. Juditi lu che ti judarai aiice jo. Self Hei.f Chi s'tijida Iddio io ajutu. V. il titolo di un libro dello Smiles che dpvrebb'eseere la Dottrina Cristiana di ogni operajo. 9 130 Bisugne dfisi lis mans at&t" e no speta la mane dal eli. Il Cristian - devi fant d'ogni man. A cui che al cale il so fai No si pues dai dal mat. A fa i siei fas no si sporchi lis mans. Ognun fasi ce che al po. Si fàs ce ca si po. Avanti, e pòre nuje. Buono studio rompe rea fortori». (P. T.) Altri l'è il dì e altri l'è il fa. Dal dit al fat passe un gran Irai. Di di no e fa di si. Lis peraulis son femnrinis E i faz a son umin. Valin plui i faz cho lis cacaris. Tros son honons a cacaris e cativs a faz. Bisugne fa e tasei. Si fas e si tfis. farai l'è fradi di no fa mai. Far il pini si fas ance il manco. Fai il trente si po fa ance il trenteun. Manco cacaris <■ pini faz. Pocis cacaris e putros faz. Cui che plui cacare manco faz. Cu lis òacaria no si conclùd auje. La pansé no s'impiene cu lis cacaris. L'om si scuvierg tai fàs e no tas cacaris. Can ca noi bae al muàrd. Can ch'ai bae noi muàrd. Can che abbaja non fa caccia. (P. T.) Dì e no fa l'è tant che tasei. Par fa bisugne scomenòà. Dut sta tal mettisi. Il plui al sta tal scomenòà. Dug i prinzipis son debui. Principia parva sunt. [P. L.) Il prin prinzipi l'è pesant. Cui che no scomenèe no finis. Cui che ben scomence, ben finis. Cui che ben scomence l'è a metal dall'opare. Co no si ùl finì si fàs di manco di scomenòà. Quand ca si scomence mài, si finis piés. Noi baste scomenòà - bisugne continua. (U.) Cui che ùl si discomédi. Cui che an d'ùl sin solili. A provà no l'è pecàt. Cenòe fature no si fàs nuje. Cui che làs lis èósis cun amor L'è un grand dottor. 132 Da triste volontat libera no* Domine. Cui che al sta in fidance dai altri* al pie di mal. Fidance d'altris, capiel di mat. (F.) L'è miei suda che tossi. Cui ca no l'ha ce fa, meni la puarte. Nissun l'è obbleàt di pini di ce ca l'è tìgnùl a fa. L'om l'ha nome doi braz. Dulà che dug mei man. Nuje l'iman. (('.) Troa lós stari p5c a distriga une piòre. Tros lds t5r une pioure l'han presi distrigade. (R.) No si po tigni e scoliea. La case là che dug lavore No va in malore. l'Ini si è e manco si l'as. Cui che lavore 1' ha ale, E cui che no lavore no l'ha nuje Cui che lavoro l'ha une carnoso E cui che no lavore ari d'ha dós. Cui die noi lavore noi mangi. Ogni fadie inerite premi. Cui ca no s'ingegno - pie la tegne. Cui che al tire il corteis Che al puarti il peis. Cui olio mange la vene, tiri la carele. 133 Cui che mange il uadagn Tiri l'argagn. {li.) A chel mus cft noi pftàfté basti!, no si dai semule; Il mus al puarte il sae, ma al mango ance la semule. A cui ca noi puarte sèatule no si dai tabac. Cui che lavore in goventiit gioiti in veòae. Cui che noi Ias prime, Fas dopo. A fuarèe ili sudòara A si «levante sidrs. Cui che Ias da se - al Ias par tre. Cui che lavoiv par se - lavore par tre. Cui che ul vaili e cui che no ùl mandi. Al vai plui un a fa - che ceni a comanda. Cui che noi sa fa - noi sa uanfie comanda. Par podei ben comanda Bisugne savei fa. Cui che sa fa - sa. ance comanda. Opare ben comandade je miege fatte. (C.) Lettare scritte je miege spedide. Scrii le La lettare, fiatai l'incontro. {<'.) Lavór fat si cate fat. Lavòr fat si hi cale. Sa si file mai tant che al rivi dal nas a bofie •le une glagn ca no tome su la roce. Glagn (accia, gugliata). 134 Sa si file dal nàs a Itofie No tome su la roòe. (C.) Miei une ròbe fatte, che cent di fasi. Lis voris si comandili biel solis. Cui timp si fas dut Ance il mond l'è fot un póc alla volte. Cui die la dura la vinc. Cui timp e cu la pae si medrossin i gnespui. A fuarce di corri su e ju anèe la cuarde a 1 la piére dal poc. Cui la si falle e a fuarce di falla s J impare. Un pas davour l'altri si rive a Rome. (K.) Gote spesse l'ore il chip. A podi a podi, si va un l>on strop. ( Da un manoscritto di PrOV. del sec. xvi. Collez. .loppi, Udine). Bisugne rompi i us sa si ùl fa la fritae. A vùl faz a fa omin. (F.) FS e disfà je dut te vdre. Faro e disfare - è tutto lavorare. (/'. T.) 11 di noi va cui la. Par un claut si pieni il flér. Per un chiodo si perde un ferro E per un ferro un eavallo. (P. T.) Cui che mene struce. Tu postis àghe tal mortai. 135 A sememi pa glerie si stradini i bus e si piérd la semence. Allorquando uno fa un lavoro inutile D'ingen tanche Pitac ch'ai macave lis moscis cui cui. Tu às ingen tanche Pitac Ch'ai bastonave la femmine cui sac. (C.) D'un taliar l'ha fat uno barete. Bartolomeo ingegnoso IV una trave fece un l'uso. (P. T.) Par la fùr i pulz al da lue a case. (R.) Cui ca noi fas il grop al piérd il pont. Cui che no ripare il mal pièul Devi justa il mal grami. Principila obsta. (P. L.) Chel ca si po fa uè, mai metti non domali. Si ves un fi che al ves non doman Vores macalu cui èapiel. (<7.) Avonde ben, l'è avonde prest. La vore fatte ben. nissun domande ce tan1 timp ca si è stas a tale. Quand ca l'è ben imbaltid L'è ben cusid. Ce ca l'è fat l'è fat, no l'è di fasi. Plui si Livore e pini si ha ce lavora. Ance cheste è fatte: diseve chel ca l'ha m&ò&i so pari. Si dice per la contentezza d'aver sbrigato tale faccenda la CUI esecuzione ilava pensiero. m Fìnide la zornade flnH il layór Finide la gnot finìt il ripds. Val plui un pan sudàt Che une man di chel robàt. Signor mantegni intrigs. La peggio somma è il non averne alcuna. (P. T.) Già sin ca va, e co no va Rimpiante. Tun'ore s'injpare a la i siors. si dice ad uno (pei* indurlo a lavorale. A sta. di band no si rompili i uès. Pai poltrona je simpri Seste. Cui che i pese il lavora Cir ogni scuse par polsà. A cattivo lavoratore - ogni zappa dà dolore. (P. T.) Par no lavora i poltrona Approflttin dì duttis lis occasions. (S.) La poltronarie je la cl&v da miserie. La poltronarie viers lis puartis a miserie. (U.) Chi non maneggia - grameggia. (P. T.) Cui che al du&r noi capè pés. Sa. si ul pia pes bisogne bagna il cui. Sot la plete si sta ben, ma no si niange. (/?.) Cui cali! dal jet no boi la cite. Cui cald dai bleons no si fas bull la cite. (C.) Il letto caldo fa la minestra fredda. (P. T.) 137 Ami da vóre fatte, ntìnii ili the disfate. Se al cole il mond a no si móv. Intani ca si mov il lov lu ntaoge, Prin ca si volti il lov lu ha ben mangiat. L'ha indues il uès dal purcit. L'ha bisugne di arghins par tira su lis tiracis. (K.) Se i tache fuc ai bragons no s'induredi ilistudalu.( /'.) Si dice a chi trascura ogni suo interesse. I plàs di mangia il pan di band. Mangia ah! ah! bevi ih! ili! lavora: cesse more. (CL) Mangia ah! ah! bevi ih! ih! lavora: volte rosse par San Vii. L'ozi l'è il pari di dug i vizia. L'è un malasi a sta di band. A sia di band a ven la fiere. II sium l'è l'embleme da muart. (C.) Va a tati busara Buttiti in cere e mettiti a sgripia. Si dice ai poltroni per mostrare che volendo si trova lavoro con facilità. Miserie ustu panade? Si jo mari, Ben vatti b&\ la sedoh No mari no nei panade. I béz no si palotin. 1 béz no si risòelin. I béz no vegnin ju pai Òamin. 188 I béz no regnili pa lade dal tet. (C.) Bisogna sudare a guadagnarli. La polente no si pare donge in la grave. L'è passàt il timp ca colave la mane L'è finìt il timp dai cojons. L'ùl ingen ance a la la polente cui leu. A scova dopo t'avemarie si scove la fortune di case. Perchè le imone massaje non aspettano la sera per far qi»ei lavori. Ca noi nassi al mond elici ca noi lavorc. L'è miei sta di band, che lavora di band. Al vai tant un sold in soréli che in ombrene. Cioè, tanto se guadagnato lavorando a bottega elle nel campo. No si lac mai l'arimi eun t' «ni sòl colp. Curi t' un colp noi cole un arimi. Quand ca noi siérv il cav siervin lis giambis. Chi falla do testa paga de gambe. (P. V.) Cui che ben siere ben vierg. Cui che ben lée ben dislée. Chi sa fare una cosa sa farne anche un'altra. (P. 1\) Cui la fas, cui la cate bitte e cui la disfe. La roba. Cui ca ju fas, no ju mange E cui ca ju mange no ju fas. I denari, 139 Jude cui clie l'ha voe di fa ben E cui ca l'ùl Ut in malore judilu a struca. Cui che cir cate. Un'ore - ogni mat lavore. Dug lavorin par vivi. Dut si las par la fabbriche dall'apetit. ✓ A TTIVITÀ Saper cogliere le occasioni. Le cose lungamente ponderate falle subito. Il non pensarei e pazzia il non risolversi ad operare è un vivere a modo dei morti. Seneca in Provvidenza. Apelle essendo stato interrogato perchè avesse dipinto la fortuna in piedi, rispose: Perchè ella unii sa sedere. Volea dir con questo ohe la fortuna non è fatta per i poltroni, e che per raggiungerla anziché sedere si deve correrle dietro. Plutarco in Lacon. Par fa - bisugne sconienca. Cui ca noi scomence noi fàs nuje. Dut sta tal scomenóà. Mai no si scomence e mai no si finis. Cui che ben scomenèe ben finis. Cui che ben scomence a l'è alla mettàt dall'opare. Ce ca no si ul lini si fàs di manco di scomenca. Altri l'è il di e altri l'è il fa, Fàs e tas. Dal dit al fat - passe un gran trai. Ce ca l'è fat, l'è fat. Ce ca l'è fat, no l'è ili fasi. Cui ca noi fàs prime, fàs dopo. Ge ca l'è fai a no si pò disfa. Farai, l'è tradì di no fa mai. Fas u<> ce chi in varessis di fa domali. Si ves un fi che al ves non donian Vores niacalu cui capiel. (C.) Cui ca L'ha timp ca noi speti timp. A cui ca 1' ùl noi manco timi). Lassa ca disin ce ca uelin E fa ce ch'ai va ben. (C.) Sinii dug o fa a so hiùd. Cui ca lis fàs, lis sa. Miei une robe fatte che cent di fasi. Lettare scrii le jc miqge spedide. Scritte la Lettare, èatàl L'incontro, [K.) No hisugne sta a muri sui iìs. Si dice a chi avendo un*arte stenta in paese \ aver l'ardire di cercar fortuna altrove. A la pai moàd no si èatié lis lujaniis picad Ogni mincon sa là pai biel timp. Daiìr vint dug san naviga. Cui che al cale ogni nùl No si met mai in viag. Baste ca si rivi ogni strade je buine. 11 fine giustifica i mezzi: dice Maeehiavelli. Cui domanda paron, si va par dttt. Cui domanda paron, ?i va a Rome. 142 Cui ca l'è l'ultim, no l'è mai di prin. No hisugne lassa la strade viére par che gnove. Ogni ritàrd puarte pericul. Il timp al svole. Ogni còse a timp e lùg. Spete cavai che l'erbe eressi. Lasse mus che l'erbe eressi. Spete che intant creparà il mus o il pecotàr. Intant creparà il mus o il tramontili. Specialmente quando uno promette una cosa troppo lontana e che finisce col tornar inutile. Une di vai un an. Il timp al passe e no si po fermàlu. Il timp ca si pieni no si quiste mai. (C.) Il timp l'è preziòs. Dicon gl'imrlesi: Timps ea monnaje. Nance il mond no l'è stat fat dut in fune dì. Ogni di passe une zornade. Assiduo labuntur tempora motu. ( /'. L.) 1 dis son peas un daur l'altri. No l'è nuje piai a bon prèsi das zornadis. Miei tàrd che no mai. Par fa lis l'otis no l'è mai masse tórdi Lia ròbis lungis deventin inadracs. 0 dentri o fur. 11:; 0 là o rompi. Fùr il flint e fùr il dolor. Bisugne fa la roste denant ca vegni Vaghe. No bisugne spela Vaghe al cui. Cui che ùl si discomèdi. Cui che sua d'ùl sin solili. Cui che cir cale. Bisugne batti par che a vegap a \iergi. Petite et ap$rietur vobis. (Gesù Orisio.) Noi vai vai la ca no l'è rimiedi. Di buine volontàt l'è plen ca dal Diaul. L'Ente est pavé a- tournee totentions (/'./''.) Il prin pensir l'è simpri il miòr. Bisugne bati il ner quand ca l'è èald. Cui che al sia in Bdance d'altris al pie di mat. Fidanctì d'altris rapici di mat. (Fi) Cui che vùl ci pape vaili a Rome. ( F.) Cui che no fri mandi més - cui che iìl vadi stes. (C.) Las mascaris a sai vend da carnevàl. (/'V Cui ca noi sa balla noi vadi su la deste. Co si è tal hai bisugne balla. Davur el sun si balle. (/''■) DutìS) lis quais no van par un agàr. 114 Cent al jeur e une al èacador. Cent a ti e une a mi. Cui che al scampe un pont an scampe inil. Falade la prime buse si falin dutis. Chi si guarda, da una si guarda da tutte (/'. T.) L'om propon e Dio al dispon. La prime volte si po fae al pari eterno. Ogni robe va colte pai so viéfs. Bisugne savé pia lis robis pai lor viéfs. Béz in man e ciìl in cere. La robe di diesi niond ha ili la lis spesis a. (Ing. Il vóli dal paron 1'.ingrate il cava). Quand che il campanel al da l'ayis Che i gespui son finis La massarie squind la frizorie. Avverte i padroni ad es»er attivi sulle frequenti i&« fedeltà della servitù nelle loro assenze. La cadree je simpri pronte Bisugne nome savé pi;l l'occasion di sentasi. Cui che jeve piérd la siele Cui che si sente si comede. Cui ca rive prin tal avuto masane. Bisugne savé pia la flirtane pai è.avei 60 si la ha. Il mond l'è di cui che al sa piala. 11 molici l'è simpri bici par cui che In sa coli. 145 No l'è imprest che o timp o tàrd noi végni impar. (R.) Impar (in acconcio). L'occasion fàs Tom mestri. L'occasion maride il fràri. L'occasion fas Tom lari. Quand che dug han mangiai Si catin sedons par dut. Sa no ai risie no si rosie. (V) Cui che al sta davour Noi rivin i chips ma i rive l'odour. (li.) Beas i ultims se i prins a jan creance. Beàs i prins tur che ju pa Vaghe. Beas i prins fùr che tas pachis. (R.) Miòr l'iiv uè che la gialine doman. Miór un nms viv che un dotòr muart. Quand che nms ùl musse no ùl. Aghe lontane a no distude fùc. Aghe passade a no masane. Une volte all'an ven Basche. Tal prat seat no si po squindisi. Tal bosc tajat no stan i laris. L'om la so sorte la puarte tai comedons. (R.) Ihsugne neasi tal mar grand No è nance bravure neasi in fune taèo di aghe. È più facile tu fortuna ne' grftftdi «nporii. IO PRUDENZA E PREVIDENZA NELL'AGIRE E CONTRARI Isocrate «liceva ohe l'uomo prudente deve ricordarsi del passato, osservare il presente e prevedere l'avvenire. Fàs come la furmie. Pense prime par no pentiti dopo. Pense uè par doman. I pentis e i squintias a vari dùg par une strade. Bisugne cala a bas Denant di muda il pas. Chi dinanzi non mira ai rUetrb cospira (P. T.) Bisugne sta cui voi ta crepe. Sa si fos indovinin - noi sares il puarin. Indovinile grillo che ti farò beato. Cui che no comede la picule buse, comede la grande. Dopo fat ognun sa la. Dopo viodut dug son mestris. Il vedere è facile, il prevedere è diffìcile. (P. T.) Cui che fas il cont denant l'ustir Lu fas dos voltis. Prin di contrata da piel dall'òrs bisugne macalu. Chi conta sul futuro movente s'inganna (P- T.) 148 Quand chi tu viodis il lóv No sta a là a ciri la ferade. Bisugne fa la roste prin ca vegni Taglie. No bisugne speta l'àghe sot il cui. Cui che tal fil no fàs il grop al pieni il pont. No si ffis il 1 et par une sole ploe. No si còl l'ombrene par une sole ploe. Il jet a no si fàs par ri unni une sole sere. Tajàt l'arbul cesse l'ombre (C) Bisugne pleà l'arbul co l'è sovin. (U.) No sta a spetà di sera, il cód dopo scanipade la purcite. No vai sera la stale co son stàz roba/, i bus. Quand che il lari l'ha robaz No l'ocór sera la puarte. No si ha di siera la chebe Co l'ucel a l'è scampàt. (C.) Noi gove suna dopo tempestàt. No bisugne coli une giate t' un sac. L'è miei mangia il polain Che lassala crepa di fan. Cui che l'ha di mandisi a carneval D'avent prepari la camere. (^7.) Chi vuol moglie n Pafqup s Quarosimn m l'accatti. {P. T.) Tal pais dai laris la man su la borse. Cons spes e amicizie lunge. No t'impaca, no t'intriga Pesarie no stant a fa Se no ti foce di paja. (('.) Cui che fas pesarie intinge il so. L'è miei pajà che fa pesarie. Cui che l'ha la camese squintiade Ch'ai stei atent ca noi colin i bragons. Prin viód si tu hàs la camése sporce E po squintiile a chei altris. (C.) Qui sine pecata est primum lapiderai in eam inieiat. (G. Cr.) No bisugne mostra a nissun la camese sporce. A olei giava i claus cui ding si reste sdenteaz. A olei trai il ves plui grand da buse 0 che il ves nói passe o che la buse si sprece. Bisogna fare il peto secondo il buco (P. T.) Bisugne fà il salùt second il capiel. Fas il pas second la giambe. Fas la calce second il pid. Cui che solile ta cinise si empie i voi. A tratta cui giaz si reste sgrifignaz. Il giat sa noi muàrd al sgrifigne. Lasse il can quand che al duar. No bisugne toca la code al madrac. Qualebi volte la ])isce muàrd il carlatan. [60 La bore o ca bruse o ca scote. La stoppe donge il fiìc s'impie. Cui ca l'è scottàt ta Tàglie calde A l'ha pòre di che fròde. Cui ca l'è scottàt ta meste Al soffle ta batude (C.) Datitele (residuo del latte dopo tratto il burro). Piane barbir che Tàglie scote. Cui che va tal mulin si sporce di voladie. Cui che al va a mulin a s'infarine. Chi va per uccellare resta impaniato (P. T.) Dall'albe si da il bon di. Daùr la done si da il bon dì. Cui che la cir la cate. Cui che sa ùl sa merte. Cui che la fàs la spete. Tal si fàs e tàl si spete. 0 timp o tàrd si cate chel dal formadi. Caia chcl dal formadi (trovar chi punisce in una volta tutto le bravate). Ce ca noi nas in cent ang al nas in t'un. Cui che la fàs pai altris la fàs par se. Cui che fàs la fuesse pai altris L'è il prin a là dentri. Piane su lis voltadis. Adagio ai ma' passi (P. T.) Il càr cence tamon al va tal fossàl. Quand ca van i bus tal foss&l Al va dentri ance il càr. A mena il càr l'iil tamon. No bisugne metti il car denant dai bus. Par che il càr corri bisugne ongi lis ruedis. Cine ruedis in t'un càr a no stan ben. Cui ca noi sa - ca no si metti a balla. Cui ca noi sa balla ca noi vadi su la fieste. Chi non vede il fondo non (tassi l'acqua. (P. T.) Tu sàs là chi tu sos, ma no là elii tu laràs. Si sa là ca si è ma no là ca si larà a riva. Om vizàt l'è mieg armàt. Cui che fale in premure si pentis a pòc a pòc. Cui che l'ha provàt il mal consiliare. ((?.) Cui che no prove no cród. A no si cród sa no si prove. Bisugne savé pia lis róbis pai so vèr dret. Ogni robe va colte pai so viérs. Bisugne coli la hit come ca jè. Odi il mond come ca l'è. Il mond a 1* è tarond E cui ca noi sa nadà va a fond. Bisugne naviga second il vint. No si po corri cuintri vint nè cuintri àglio. 152 Caminà cuintri corrinl L'è come pissà cuintri vint. Cui che pisse cuintri vint si bagno, Lia giambi*. Chi piscia contro il vento si bagna la camicia. (P. T.) Bisogne vé judizi par cui ca non d'ha. Dopre prudenze par cui ca non d'ha. La prudenze je di. cui ca la dopre. Il smuàrz frene il cavai E la prudenze Tom. (C.) La prudenze ven cui ang. La troppe prudenze càd in imprudenze. Cui ca si lasse guida l'è paron dal so cùr. (C.) Cui che vinc se stes, fàs une gran vittorie. (C.) Cui che sa pati sa ance vivi. Cui che no comande al vizi Il vizi comande a lui. Il mal fat plui si lu mossede e plui al puce. I grang umin fasin i grang fai. Dutis no puedin la ben. Si puarte la barete par cuviergi la teglie. Cui che al mei il cav sul eoe i ven tajat. No bisugne pela tant la gialine ca craci. Questa mnrmasj;lia di starci sul collo Non si contenta; ma tira a dividere, Tira a castrare e a pelacchiare il pollo Come suol dirsi, senza farlo stridere: (Giusti. La Rasucr/nasiono). 153 Cui ca noi sa scorteà uaste la pipi. Par salva la piel no sta a lassa scampa, il jeur. Viód che il jeur al sta là che manco si pense. No sta mai a pierdi il domiesti pai salvadi. (li.) No sta a lassa , il cért par l'incért. Miór pierdi la lane che la pióre. Mior pierdi la piume che l'ucel. Lasse pia lis suris ai già/. Bisugne fa il cojon par no pajà il dazi. Un sold di cojon sta simpri ben in sachete. Cui ca l'è cojon ch'ai resti a case. Cui ca l'è cojon so dan. 11 pan dai cojons l'è il prin a mangiasi. Gabbato ò sempre quel che più si fida, (l'. T.) Cui bon fas ce chi tu ùs Cui trist chel chi tu piis. (S.J Cui trisg bisugne fa. miei ca si po Cui bong si fas cemùd ca si iil. L' è impossibil contenta dog. Cui ch'ai insegne al mus a buta ju il sac e mangia la farine, si ridùs a dovè la a mulin biel sol. È un insegnamento a que' ambiziosi che pur di salire ed ottenere il loro intento blandiscono lo più basse passioni dello plebi e s'appoggiano ad ogni partito. A impacàsi cun fruz si fas lis mans di mierde. 154 A impaèasi cun eanae si pièni rlute la virtùt. (S.) I lens vérs fasin funi. Cui ca noi sa fingi noi sa regna. E vero pur troppo che spesso le maschere hanno il predominio in società. II dissimula sepelis tropis offesiz (C.J Dissimula ma no simula. (C.) l'alesano la mano ilei dotto. A bés e a santitat Bisugne erodi par metàt. No bisugne mai fidasi tai sans ca caghili. Prim di cognossi ben un bisugne mangia cun lui un star ili sài. Par cognossi un furbo l'ùl un furbo e mieg. No l'è mai un svelt ca noi sei un plui svelt. Fiditi di dug e no fidati di nissun. No sta a fidati di cui ca no si fide. Pericul in mar Pericul in cere Pericul ta barele. Il bori al crdd dug bong Il trist al eród dug compagna di lui. Lasse che cui ca 1' ha daffà si sbrighi. Cui trop tira la cuarde si romp. La suste simpri ti rade a pièrd la fuarce. Il masse e il masse p5c dissipili ogni mistir. Ce ca L'è 'li masse al va t*™ 0 ™- Tant l'è il masse che il masse p5c. Tant baste cu masse. (Hi estremi son sempre pericolosi. Ogni ritàrd puarte pericul. Cui ca si po salva si salvi. Cui che sta ben ca no si volti. Fai che! chi tu eros E pense chel chi tu vids. (lì.) Ricorda le gesuitiche ipocrisie de' tempi andati. Bisugne savé scampa dall'occasion. Bisugne salva l'órt pas vergis. Il stupid se al fale ven scusat ma il savi no. Il stupid al fas il mal par ridi. Il mat bute il clap pai poò E il savi S([\ien giaV&lU. Qualclii volte si cròd di jessi a cavai E no si è nance a mus. Castie la cice par che il can stédi a case. Tant sin dà e tant la int sin cól. Sa si dà un néri d'ongla Si colin dut il brac. (S.) Sa si dà la man bisugne dà ance il brac. 156 Si dà ju pai cerclis par che la dove sinti. Si dis al pidignul par che la puarte intindi. L'ire da sere lascile pa mattine. (C.) La gnot je un hon conseìr. La gnot mene judizi. La gnot je mari dai peusirs. Il timp mene judizi. Dut a timp e lùg. Ogni robe ta só stagion. Miór spetà, e speta in ben. Cui che va pian Va san e va lontan. Cui che va pian va sald. Bisugne camina cui pis di plomb. Bisugne la adftsi par riva presi. Prest e ben no si conven. Chi ha fretta ha disdetta. (P. T.) Si squeri paja il garzonat. Cui che tale di cav Pae di giambis, Cui che fole di càv pae di liorse. Cui che no l'ha cav l'ha giambo. Cui che ùl vadi e cui che no ùl mandi. Il famei no l'ha di scrusignS i segres dal paron. ScrusH/nrì (frugare, rovistare, cercar ili scoprire). 157 No sta a corri daur a cui cu scampe. A nemico che fugge ponte d'oro. (P. T.) Nè cun maz, nè cun liaraz no bisugne impacàsi. No sta a tigni daùr a ogni pecot. No sta a la dàur pesos di frus. (U.) As cacaris das feinminis a no si bade. Pas ce clii tu has di fa E as cacaris da hit no sta a bada. Fa quanto hai da fare E delle ciarle del volgo non ti curare. (P. T.) 1 >gnun pensi ai fas siei. Impaciti (as tòs róbis. A mangià tog cence polente si scottisi i deis. Cui ca l'fil jessi masse dret No l'è maladet (S.) Cui ca l'ili jessi masse maialici A noi va'dret. (S.) °gni case l'è il so Diaul E tai Convenz son siet Diaui par cop. No sta a sei tanche la femmine dal mulinar, Ch'ai diseve pedoglòs a so marit. Il mugnajo, dicono, offeso la gettò nel po/./.o, e la donna che annegava,testarda, ficea il gesto d'ammazzar pidocchi anche sotto acqua. Cui ca l'è di sai ca noi vadi ta ploe. 158 La cavre ca no fasi nere cui leon. No sta mai a paja denant trat. A pajà denant trat 0 tàrd o mal fat. Denant trat si pain lis putanis. Sac forat noi ten farine. CREANZA Tratto - Regole per la condotta pratica della vita. 11 consorzio ili famiglia Bla tatto bello, tatto amante, tutto santo. ■ quando l'uomo uscirà di casa recherà nelle sue relazioni col resto della società ouella tendenza alla stima «dagli affetti dentili, e quella fede nella virili che sono il frutto di un perenne esercizio di dignitosi sentimenti. Silvio Pellico. Le artificiali regole di civiltà contano ben poco. Ciò che dicosi etichetta è spesse volte della natura medesima della inciviltà e della dittidcnza. S. Smii.f.s. Il carattere, p. 23!). Cui che l'ha creance canape, Cui ca non d'ha al campe miei. Bisugne vé creanèe par cui clic non d ha. No baste cognossi la creance Bisugne ance savéle dopra. (C.) La creance bisugne savéle doprà quand ca l'ocòr. Quand ca non de no si po doprant. La creance no disquince. Cui ca La ha, la dopre. din cui ca no l'ha creance no bisugne doprale. Quand ca non d'è sul stali. No si po buta jn pai golar. Golòr (gola per cui si cala il Beno nella stalla). A tratta cun gentilece no si falle mai. 160 Povertà! no uaste gentilece. (C.) Val piai un no cun creance Che un sì villan. Une peraule ben ditte, Juste une malegracie mal fatte. L'asenade je di cui ca la fa* E no di cui ca la ricév. La botte dà di chel savòr che ha. D'une coce di uàr no si ffis lum. Dal eoe si tae la scele. 11 barac a no] ffis l'ics. Un pòi noi fàs naranz. Dai èamins al ven fùr funi. L'educazion je une seconde nature. (C.) Cui biel fa - si po compra. Un plat di buine ciere noi coste béz. Amor elame amor E villanie dame villanie. Di ben ven ben, di mài ven mài. Si tu ùs vé ben fasilu. No sta fà ai altris ce chi no tu iis ca ti fasin a Non faro ad altri quello cho non vorresti a te fatto>((?. C. Mài non fà e pére non vé. Cui che minace viv cun paure. (C.) Cui fà plasés tu ti acquisti» amia, Cui di il ver nemis. 101 Une man lave l'altre e diitis va ajgii altri. No sta a entra la chi no tu sés clamat. Si no tu sés clamat, no sta a entra. (<".) Cui che va à gnocis cence jessi clamat Noi èate cadree di sentasi. Co no t'impuarte No sia a ("ala sa va. d reti e 0 stilarle. (('.) Di quel che non ti cale Non dir nè ben riè male. (/'. 7'.) No sta a tigni daur a ogni peèot. 1(33 No bisugne pia dulis lis moscia ca passim Cui ca si cure dai fas dai àltris trascuro i siei. Rò rò - ognidun a caso so. Pazzo c colui che bada ai fatti altrui. (P. T.) Qualchi volte cui che l'ha il plui biol taso, cacare No Insilano mai la confrons. I confrons soii sinipri odiòs. No bisugne confondi Ebreos cun Samaritana. Dilla ch'ai sta un pan, sta anco uno peraule. Domanda l'è lecit, rispuindi je cortesie. Saluda je cortesie, Rispuindi al sai ut a l'è dovei. •Je tant vergogne a noa, elio a domanda. La me creance je di invida. La tò di dì di no. Cui che canto in taitlo o in jet L'è mat perfet. Ne in taule ne in jet No si puartè rispiét. No l)isugne nomina i muàrs in taule. No sta a fa. conio (Juan di Rivolto Ch'ai mangiave e al beveve dut in fune volto. Beas i ultima se i prins e han creance. I mus fevéìin a moto. Nota lo scherzo sull'omonimo mut (muti fi asini). Lo sciocco parla col dito. (P. T.) . ■ ■ Hi ■ 164 Cui ca l'entre ultim sieri la puarte, Cui che reste daùr sieri la puarte. Can e villan no sierin mai la puarte. Cui che nas contadin, crepe villan. Cui che nas contadin, crepe hi fole. Cui che nas imbezil, crepe pandolo. Chi nasce tondo non muor quadro. (/'. T.) No sta a lassati rompi lis coculis sul cavi Al va a finile mal elici lóv ca 1' ha une sole tane. (R.) Pee il mus la che il paron coniando. Pari e paron - lian simpri rason. Dal cavai e dal unii, Tré pas daùr dal cui. Nè di om ca l'ha vós di femmine; Né di femmine che ha \os di om; No si fide il galantom. (C.) Carditi da chei di dos musis. Uarditi dal can che al tas. (larditi di cui che al tire il clap e al sijuind il limò. Uarditi da collare das femminis e dai predi s, Che odio di prete ti venga adosso : è una delle più terribili imprecazioni napoletane. Carditi di cui che al cale lis ponti* das scarpis. Uarditi dall'om che al cale bas E da femmine che ja lung il pas. (('.) *■ v riarditi dai segnas. Seenni da Dio - tre passi indrio. (P. V.) Uarditi da ploe, dal vento, Dal frate fuor di convento, Dal siór nassùt puarin E da femmine ca fevele latin. Uarditi dall'asìn che sa noi pO rtìtìafdi al trai. Asln si dice in doppio senso di àsino cioè e di nxìn abitanti del canale di Vito d'Asio che godono fama di assai scaltri. Uarditi gni paia la so usanse Ogni case il so costimi. (U.) ESPERIENZA Esempio. Ohi fi saggio impara a poco a poco a non aspettarsi troppo dalla vita. Mentre s'affatica, usando di ogni onesto mezzo per migliorare il suo stato, sta però preparato a incontrare la sveitt ura, S. Smiles. // Carattere, p. 473. Il lmon capitano che vuol pigliare una posizione non si limita ad incoraggiare i soldati, ma egli pel primo si slancia nel pericolo e dà cosi l'esempio perchè essi lo seguano. O. Bruni. La vera civiltà insegnata al popolo. Vivimi s'impure a vivi. In tre dìs no si devente mestris. Nissun nas mesi ri. Val plui la pratiche che la grammatiche. L'esperienze je une gran scuele. Bisugne jegsi prime garzon e po mostri. Si è prime scuelàrs e dopo mestris. Bisugne paja il garzonftt. La lezion pini imprimude je ché imparade a pro- pris spésiz. Fortunat cui che impare a spesi/, dai altris e no a spésiz sos. Ognun imparo a sós spésiz. Cui fa si falle o cui l'alia s'imparo. 171 A fuarce di la s'impare. Il mus la ca l'è ftadùl une volte col cole plui. Cui ca l'è Btftt scottàt ta Vaghe calde L'ha pòre di che fréde. Cui ca l'è stàt scottàt ta meste Al solile tà bàtudé. [C.J Cui ca lis fàs lis sa. Cui ca l'è stàt al po contali*. Cui ca lis pense lis fas. Par une volte si la fàs ance a so pari. Par une volte si po fae aa»óe al pari elenio. Fiditi di dug e no sta a fidati ili nessun. Par cognossi un furbo L'xì 1 un furbo e mieg. Prin di cognossi ben un, liisugne mangia cun lui un star di s;il. L'ttl un dall'ari a stima il genar. . Chi è dell'arte no può ragionare. (P. T.) L'ùl un bràv mestri a stima une fabbriche. L'oni noi cognos la ment dall'altri om. (C.J L'om noi cognos il CÙr dall'altri OHI; (C.) L'om si cognos cui faz, no cullis cacaris. Cute la int no è compagne. Dùg i nàs a si semein Ma non d'è nissun compagn. () gni càv la só opinion. 172 Tang £as, tantis opinions. Quattri vói - viodin pini di doi. I vecos son sospetós. L'esperienza genera sospetto. (P. T.) Ognun l'è fi das sos azions. Cui che sa fa la cite sa fa ance il mani. Chi ha fatto la pentola ha saputo fare, anche il manico. (I'-T-) Cui che l'ha il nàs lung, lis nftse alla lontane. Cui che l'ha bon nàs, lis capis alla lontane. Cui che no prove no cród. L'ùl ingen - ance a messeda la polente cui len. L'ul mistir a fa cuncir (R.) Cuncìr (pietanza che s'usa nel canal del ferro fatta con ricotta, pepe, sale e panna. Bisugne savó mena il nius pa giace. Ogni ucel noi cognos il gran. La gnot |b la mari dai conseis. Lis disgraèiis son une 1 l'iste scuole. Lis disgraòiis fasin fa trop. Lis disgraòiis menili judizi. No sta lassa la strade vieré par ché gnove. L'è simpri hon vé ta sachete un sold di saiìt. (II.) Saut (per sanibucco e saputo). 173 Bisugne savé fa il cojon par no paja il dazi. Cui che cognos il mond e no l'è l)on Al vìv di mincon. (S.J Come il mar l'è il mond Cui che no sa nada va a fond. Il mond l'è fat a scarpet Cui lu giare e cui lu met. Il mond l'è fat a scarpete E se al pò la pete. Cui lóv si sta e cui lóv si urie. Cui che va cui lóv imparo a urla. Cui che damine cui cuez, l'imparo a colca. Une vace sporòe, sporce chès altris. Une vace squintiade, squintie dut l'arinontar. Baste une care cu la rogne par ìwinant un trop. Un piruc uast, uaste chei atris. ((J.) Las vaces si fasin une l'atre. (('.) Cui che di giat nas lis suris pie E sa no pie no è so fie. Il mài s'impare cence mesi ri. Certis voltis vai plui un bon consci che uno ixirso di béz. r>i bong proponimens l'è plen ca dal Diaul. Dopo il fatto ognuno è Wttò. (P. T.) AP.mniNi Ostinazione. Tutto si acquista colla pratica non eccettuata la virtù. Dior.KNu. 11 peccare è da uomini, l'ostinarsi è da bestia. Prnv. Toscano. L'abitudine je uno seconde nature. < >gni patì la so usance Ogni case il so costimi. L'usance je une grande schivi lui. Miei brusa un paia dir smetti une usance. Dug use - e dug met la busi!. Altris timps, altris usancis. A no è brie a usa, è brie a man tigni. (F.) I vizi son facili ad assumersi difficili a mantenere. Brie (briga). Ce ca si use - noi fàs scuse. Lis putanis no deventin rossi». Cui che viv èenèe onór Mur cence vergogne. Miór tard che mai. Un buon pentirsi non fu mai tardi. (P, '/'.) Baste scomencà" a di dai al San ca l'è rabiòs. 175 Quand ca si scottierièé a vàn dantf man. Cui ca l'è usàt a falis, lis pense. Cui ca lis pense lis fife. Si scomence cui póc e si finis cui trop. La lenghe bat dula clie il dini al «lui- Lis giambis puartin là clic il cui- al (ire. La ca van lis córis son uessaz. (li.) Lis caria la ca va une van duttis. La volp piérd il pél ma no il vizi. Vizi di nature - si puarte in sepolture. Un vizi dame chel altri. Cui che va cu lis eraculis, P impare a cotea. Cui che sta cui 1<>\ l'inipare a urla. Cui ca l'è usili a sta picàt Noi dui il cuel. Cui che nas di gialine sgiarpede. Chi nasce di gallina, razzola. (P. T.) Cui che di giat nas lis suris pie. I vecos ueìin che ance i govins fasiu come lór. I vecos son testàrs. No sta a sei tanche la femmine dal mulinar ch'ai diseve pedoglòs a so marìt. L è tcstanl tanche un mùl. () U o rompi. 17(5 L'om si plea il niùl l'è usi inai. (G 1 .) Miei pleàsi che scavacàsi. Bisugne plea l'arbul co l'è govin. Bisugne pica la bachete, L'arimi si scavace. La pini gran fadie je di fèlle intindi a cui ca no 1' iìl capile. Nissan pini soni di cui ca no 1 * ti 1 siali. Tu pestis aghe tal mortai. A pesta àglie tal mortài Ance dopo siet ang a jes àghe. Lassili! ca si fridi tal so gras. Dicon questi proverbi a ohi vuol convincere un testardo. Je bravure ance a savési mani igni in caratiar. A cui che fàs a so mùd noi dui il càv. A fà a so miìd si viv siet ang di pini. Mangia a mùd so, e visti a mùd dai altris. Cui ca si listine cui mangia, reste bausàr. Lo dicono li! mamme ai bimbi quando per qualche malumore ('ostinano a rifiutar il cibo. Cui timp si maduris la int. Qnand ca no gove la rason Si doprfl il basi on. E migliore quel toscano; Dove non servon le parole le bastonate non giovano. (P. T.) Pai niiis a 1' ul baston. Il mus l'è simpri mus. Cui ca l'è mus al scalze. Cari no bae di lóv. L'aghe va sinipri al mari Il pan di case al stuffe. Ogni biel bai stufTa, Ogni bon pan las muffa. (S.) Cui ca l'ha inventàt la carte No l'ha savùt dismettile. (C.) La car plui care je che di vaile. I testara la uelin simpri a lór mùd. Cui che là dure la vinc. Cui che l'ùl al pues. Volere è potere (proverbio messo in capo ad un libro del Lessona). Ognun la pense a so mùd. L'om ce ca 1' ùl uè, no l'ul doinan. L'arbul al cole di che bande che al plee. Cui che scomenèe mal finis piés. In dui la tempóranèe Ha di ve la só stanze (C.) Muàrt un Pape sin las un altri. Passe une passe cent. Fallade la prime buse si falliti dittisi Si barate mulin ma no mulinar. Si cambie musicans ma no musiche. Si cambio musiche e no musicans. 12 V UOMO NEGLI AFFARI Frode - Onestà. Ogni uomo è uomo od ha cinque dita nelle mani. Giusti, Prnv. Tose. A che giova conservar coli' infamia i danari. Giovenale. Salirci I. Fà, savei fa, e dàle a d'intindi, son lis tré colonis dal mond. A fa i siei faz no si sporchi lis tnans. Cui cu ha la flirtane ca sa tegni. La furtune judo cui cu la tente. Audacos fortuna juvat. (P. L.) Bisugne risca sa si ùl rosea. Nie no si risie, nie no si rosie. (U.) No l'è pini il timp che Berte filavo. Di far cioè grossi guadagni con poche fatiche. Sa si ha di neasi la simpri ta ['fighe grande. No è nance bravure neasi fune tace d'aghe. No' grandi empori si hanno le occasioni di linoni guadagni, dai rivenditori tutto si paga più caro. Cui ca Fui Sghe vadi alla fontàhé. La ròbe si vend là ca non d'è E si compre la ca si cate. 179 A d'oro al mercad e tàrd a uerre. Sull'ultim dal mercad si ha la ròbo simpri a plui bon presi. Chi ha pazienza ha i tordi grassi a un quattrino l'uno. (P. T.) Ogni bici mercad dure tré dis. No si -vendili dutis lis piòris ca vadin al mercad. Cui che mostra la ròba e no la mola, L'è segno ca la mostra par fa gola. (S.) No bisugne fasi fa gole da robe a bon mercad. La buine ròbe no je mai caro. Ròbe rare - ròbe care. Il càr l'è car. Sherza sull'omonimo càr (cosa che si ha a cuore), e càr (prezzo caro). Cun cui ca si space la flòr, bisugne spaca ance la. semule. Case fatte e braide disfatte. Compera case in buon essere e poderi trascurati. Il uadagn al sta tal compra ben. 'lai spac al sta il uadagn. Cui che ben compre, ben vend. Cui che no sa compra, compri gòyin. Nell'acquisto degli animali, che di solito i vecchi che si vendono han sempre difetti. Uè si piérd, doman si uadagn®. Ale al va in ogni negozi, 180 Une dì ben e une di filali Ogni di no è fieste. No sta a coli une giate t'un sac. In commercio sta bene esser diffidenti ed esaminar tutto. A chel pés ca si compre bisugne vendi. Pés e misuro devi jessi, il contrai a l'è libar. TirS il pont tant ca si po Ma dai a ognun il so. (C.) Misure e pése E no tu varas contése. Error noi fas pajament. Cui fevella s'allindisi. Cui che sprezze compre. Cui cu stime no compre. Par nuje, nissun da nuje. Par nuje, nissun fas nuje. Cence aghe no si masane. Ogni mulin l'ùl la sò aghe. Ogni struzi merite pae. (li.) Siruzì (fatica;. Ogni fadie merite premi. Nanìle il can noi mene la code di band. Ance il can cui mena la code si uadagne la spése. A chel mus ca noi puarte baste no si dai semule. Par che il òar al vadi bisugne 0©gi lis ruedis. A pajfi denant trat 0 fard o mal fai. Denant trat si pain lis putanis. L'è miei paja clie fa pesarie. Cui che promel pai altris pae par se. Pesarie - la robe mene vie. Chi del suo vuol esser signore Non entri mallevadore. (P. Cui che fas pesarie mange il so. No t'impaca, No t'intriga, Pesarie no stani a la, Se no ti foce di paja. (('.) Cui che impreste - piérd la ceste. Cui cai impreste - piérd la creste. (/?.) A impresta béz si piérd l'amicizie. fai dà all'ave passe une biotte differenze. Dula ca si ha di da no si po seuedi. L'è miei vé di vé che vé di dà. L'è miei vé di dà che vé di vé. Dico chi trova imbrogli «< dillicoltà nel riscuoter* Cui che ju ha di vé l'Ai véju. Cui che sa scuedi noi sa paja. Cui che sa paja noi sa scuedi. 182 Cui che no pae il pòc, pae manco il trop. Pae e po scuéd. 0 preà, o paja. 1 debis no si pain in che dì ca si fasin. (U.) Cu lis cacaris no si pain debis. In che dì ca si pae un debit Si vierg un credit. Cui che l'ha debit - l'ha credit. Cui che no l'ha debis no l'è nance galantom. No si po sfuarcà lis cartis. La peraule svole e la carte reste. La carte cante. Si met il néri sul blahc. Pisce su pai mùr che gno mus pae dut, diseve la roseane. E uno scherzo che usa lo parole rosianc pisce che vuol dir (nota, scrivi), e mus (marito). Sulla carte si po scrivi ce ca si à\. La carte si lasse inetti su ce ca si oli La carte je pazient. A l'ha brusat pajon. A l'ha fìmiat il can. A l'ha colt sii il trenteun di cope. (R.) L'ha lassai impiantai; èus e vergona. Si dicono questi proverbi quando alcuno se la svigna senza pagaie i suoi debiti. 183 Quand che ognun l'ha il so Il Diaul no l'ha mije. Cui che no l'ha mài su pa schene no arrossis. L'occasion fàs l'ora lari. L'è lari tant cui cu ròbe che cui cu ten il sac. Si ròbe in tantis raanieris. Cui cu ròbe l'ha ga guràt. Si gùri la vace ese mé? Se gurament vai la vace e mé. (R.) Il tradiment l'è dut velen. (C.) Chel chu ven di buf in baf, Và di puf in raf. (Da un manoscritto di Prov. del sec. xvi. Collez. Joppi, Udine). Chel che al ven di ruf al va di raf. Quel che vien di ruffo e raffe Se ne va ili biffe e baffe. (P. T.) Di mal acquist al ven l'agnel, Di mal acquist a ven la piel. La l'arine dal Diaul a va in semule. Ròbe robade no ha nè pàs, nè durade. Robe mal quistade no ha pas nè durade. (C.) Ròbe catade e no tornade a je come robade. Ròbe catade - miege robade. Ròbe catade - simpri tornade. Ròbe dade - mai plui tornade. La ròbe ha il non cun se. 184 Cui che fas ròbe, ròbe. Chi non ruba non ha roba. (P. T.) Par fa béz no bisogne v'é pòre dal Diaul. A olei fa ròbe no bisugne vé pére dal Diaul. Beas chei fìs che han lor pfiar pari a Sa dal Diaul. Per essei' ricchi bisogna avere un parente a casa del Diavolo. (P. T.) A roba a làris no l'è peèàt. A roba a un ladrou Son cent ang di perdon. Fin ca l'è viért il solar di Crist, Cui ca no si ingegne l'è Irist. Dicono i ladri da campagna. La ròbe di chést mond lia di fa la spése a dògi Il mond ì'è l'ai a scarpate Se al po la pete. Doi pòcs e un nuje bastili a fa un siòr. Un po' di denaro, un po' di credito e niente di paura del Diavolo. Cull'art o culi' ingian Si viv nome mieg an, E culi' ingian e l'art Si vìv che altre part. Cull'art e culi' ingian Si campe mieg il an, Cull'art e cui mistlr Si campe l'an intir. (C.) 185 Cull'àrt e culi' ingian Si -viv nome mieg an, Cull'àrt e culla bausie Si manten la massarie. (C.) L'è stàt un sol galantom in chest monti E ance chel l'è muàrt picat. Mond spore! Scherzo sull'omonimo mond (mondo, terra) e mond (netto). Cu la ròbe dai altris no si devente siòrs. Al dis lai siei comandamens: Settimo non lassare. Al trai cine e al tire sis. (R.) L'è mal tant fàle che lassase fà. Cui che ròbe, no fas ròbe. Ai laris di case no si siere mai. Miei un pan sudàt Che une man di chel robàt. Il miòr cussin je la coscienze netto. L'ingian cad a ridues dall' ingianatór. Il can di Siòr Vigmìt A l'ere làt par fotti E l'è restàt f ut ut. I pifferi di montagna andaron per suonare e furono ^suonati. Cui che Gaspare, reste Gasparat. Cui che bùzare, reste buzaràt. A l'è devot a San Gaspar. 180 A l'è tlevot al bon E ance al trist ladron. (/?.) Cui che ròbe pai altris Va in presoli par se. Colui chu mint La so borse lu sint. (Da un manoscritto di Prov. del soc. xvi. Collez. Joppi, Udine). Il lari pieni al va in presoli. Lari picul no sta a roba Che il lari grand ti fas pica. La galera e la preson No fas mai nissun di bon. (S.) Picule magie rovine un biel tapét. Una sola cattiva aziono fa portiere il frutto di molti anni di vita onestissima. L'àghe sporce no lave. Spore e mond Fasin il cui tarond. La volp no fàs mai mal la che ha la tane. (R.) Al fàs par pesca tal torbid. Di gnot girici i làris e i innamoràs. 11 Diaul al jude i siei L'ondr l'è di cui che sai fas. Ognun l'è fi das sos azions. L'aur noi cape magie. Noi baste l'imprometti Bisugne mantigni. 187 La peraule fas l'om. Altri l'è l'impromatti Altri l'è mantigni. Prometti noi sta par attillili. A imprometti no dui la schene. I umin si capin pa peraule, lis vacis pai cuars. Cui che promet masse noi manten nuje. TJarditi di cui che al promet masse. Lasse ca entrili (al hoc e po f'arin ce chi orin. Boc (arnia). Ad un villano eran fuggite le api; fe' voto allora che se la Madonna gliele facesse rientrare le darebbe tutta la cera; poi promise anche il miele; osservandogli il figlio che promettea troppo, il villano rispose le succitate parole passate in proverbio a dinotare una promessa che si ha in animo di non mantenere. Putropis cocis pofie ùe. Putropis fueis pocis zespis. Si dice di chi promette molto e mantidi poco. Manco ròbe e pini non. La cuscienze l'ha mangiade la race. La cuscienze je neade tal poò. Dopo muarz dug son galanzumin. Cui che al va dret noi fale si rade. Ance il soréli al bat tas pocis e no si sporco. L'àghe no fàs màgle. Ance il soréli 1' ha lis sós maglis. Duo- han i lor difiez. Si » dug alni a l'alia. 188 Nessun l'è infallibil. Al falle unce il prèdi sull'altar. L'è bon tanche il bon pan. Sot la cape dal eli non d'è un compagn. Per dinotare chi ha un'onestà a tutta prova. L'apparince ingiane. La fisonomie no ingiane. No l'è dut aur ce ebe al lus. Plui fura ebe no rost. Pini fura che no macarons. L'abit noi fas il frari. Sani in glesie, Piani a case. Je triste la lane ca no si po fila. Mal non fa e póre non ve. Necessitàt fas virtiìt. Bisugne giobli e bissa gioldi. Vivere e lasciar vivere. (P. T.) L'è mal savè ce ca si uadagne. La fortune je uarbe. La ci te dal merèedant a boi triraand. I siei carantans plasin plui di dug. Ga l'è dut un diaul diseve chel ch'ai vendeve Crisg. Dodis a nissun, undis a. qualcbidun e dis a dug. Dicono i mercanti por vender in modo da aver grossi guadagni. Si parla del peso in oncie. ECONOMIA DOMESTICA Risparmio - Avarizia - Vizi e virtù relativi. So molto non desidererai, anche le piccolo coso ti sembreranno grandi. Platone. Oh esecrabile avarizia! Oh ingorda Faine d'avere! io non mi meraviglio Che ad alma vile e d'altre macchio lorda SI facilmente dar possi di piglio. Ma che meni legato in una corda E che tu impiaghi del modesmo artiglio Alcun che per altezza era d'ingegno, Se te schivar potea, d'ogni onor degno. Ariosto. Canto XI.III. Allindi, intintii e no spinili. Precetti per conservare in florido stato le famiglie. Dulà ca no l'è ordin L'è disordin. Mal guviér al pas il lóv. Il voli dal paron l'ingrasso il cavai. Quand che il campane! al da laviche i gespui son finis La massarie squind la frizorie. So la massarie è matte No sta a dai la colpe a giate. Se il paron distude il lusòr Lu fàs par tlale tal nàs al servitór. (S.) Scove gnove, scove ben. •le la. vière ca mànten. Chi vuol esser ben servito muti spesso. {P. T ) 190 Doi néris fasin sta ben la famee: predi e purcit. No sta a mangiati i dés par voe di càr. Cui che mange car di pich A noi deverite rich. (C.) Pich (becco) carne di pollo. I boìig bocons tirin in malore. Puare che case dulà ca si viód, a frizer e rostegar tutto in un zorno. A grassa cucina - povertà vicina. (/'. 2'.) Bisugne mena il dint. Second ca si sint. Secondo i beni sia la dispensa Il savio lo crede e il pazzo non ci pensa. (P. T.) Si scuen contentasi di ce ch'ai dà il commi. Passàt il glutidór Noi sa di nessun savór. Pluitost che muri di fan, diseve ché regine si si adate a mangia pan e salam. Miòr polente cà dure che pan cai finis. Son pini pasg che no dis. Bisugne mangia tant uè che an resti aure par doinàn. II passùt al cród ca noi vegni mai plui fan. A sglonfà masse il balon al sclope. Chi troppo mangia scoppia. (P. T.) 1/è mài fa vili' 1 dopo la Reste, 191 Frae di domenie stenta di lunis. Cui elio giokl la domenie vai il lunis. Cui che l'ili giolda di domenie Sparagni la sabide. Quand che il pari fas carnevàl I Rs fasin quaresime. Cui che l'ha bon vin in case noi vaili all'ostane. (C.) I dents no sia a mena. Si no 1u hàs bés di paa. (F.J Bon pa bofle Iris), pa borse. Larg di boce, strent di borse. din t'un colp noi Sad un arimi. Semel in anno licet incanire. (P. L.) Bisugnc spindi second lis fuarcis. Bisugne simpri spinili un sÒld di manco di che! cà si uadagne. Bisugne simpri savé spinili un sold di manco di chel ca si ha. Bisogna far la spesa secondo l'entrata. (P. T.) Bisugne fa il pas second la giambo. Bisugne trai il ves second la buse. A volei trai il ves plui grami da buse, 0 che il ves noi passe o che la buse si sprecò. Bisogna aprir la bocca secondo i bocconi. T.) Bisugne misurasi second la borse. Sft no si misure mi dure. 192 Cui ca no si misure ven misuràt. L'è miei misurasi che jessi misuréts. Misuriti, si no tu ùs jessi misurai Cui ca si misuro - la dure. La robe no è di cui che la fas, ma di cui che la gióld. Dal póc si gióld o dal trop si faéin gnoèis. Sa ja di vanzà ca vanzi la jote. Dicono i crapuloni per mangiar scelto pietanze e far civanzare i piatti ordinari. Il pan dai cojons l'è il prin a mangiasi. Il pazzo fa la festa e il savio se la godo. (P. T.) Un sold buttàt vie da un mat l'è raccolt da un savi. La ròbe no sfa cui maz. La roba sta con chi la sa tenero. (P. T.) Larditi das piculis spésis. Lis comarutis son la rovino das fameis. Lis femmenucis rovine lis casis. Àghe cidine rovine i puinz, Lime sordine rovine lis casis. A un lari in case no si sieri mai. Uelin siet umin a fà une case E baste une femmine a strucale. (Hi uomini fanno la roba'e lo donne la conservano. (P. T.) Al sa plui un nini a case so, Che un savi a case d'altris. La case o la parone scuen patì. Noi po tigni cont da ròbe dai altris Cui che no ten cont da so. L'è inai da vie cu lis mans e ciri cui pis. Chi butta via l'oro colle mani lo cerca coi piedi. (P. T.) La ròbe si fàs lavorand E si disfe girandolami. (C.) La roba si fa collo mani e si disfa coi piedi. ( P. T.) A la in malore no l'ùl sparagli. Par la in malore no ùl miserie. Di rive in ju dug i sans judin. L'è cojon cui ch'ai pieni l'util pai dilettevul. No bisugne pierdi il domiesti pai salvadi. Cui clic da. govin si fas mangia Da veco scuen là a pitocà. Chi getta la sua roba al popolazzo Si trova vecchio poi, povero o pazzo. (P. T.) Cui che giold da govin stente da veco. Cui che va a cavai da. govin Devi là a pid da veco. Cui che no sparagno da govin Stente da ve&o. Cui <>he stente da govin gi^ld da veco. 13 194 Disordin in goventiit, slenta in vccae. No baste vé i béz bisugne saveju spindi. I béz squindùs a no dan prò. Denaro sepolto non fa guadagno. (P. T.) Ognun l'è siór se al sà contentasi dal so stàt. L'è miei un soli! in man che un stai pai ajar. Miór l'ùv uè che la gialine doman. Val plui un ucel in man che cent pai ajar. Miór un polec uè che une gialine doman. Val plui un campànel di gnot Che un campanon di dì. Val pini mie róse fresce che no un scoi. No si po vé il bech e 1' ut. No si po ve quello e quello. No si po vé la femmine Soche e il vassoi pièìi. No si po canta e puarta la eros. Cun fune sole fave no si po pia doi colonilis. Cui che l'ùl pia dug i ucei ca passili non pie nissun. A (indi masse ardiciis capili sn i ucci elici altris. Cui che trop abbrace nnje sfrenò. Cui ebe trop lìl no l'ha ouje. Cui che dut ùl Di rabie mùr. Cui che scomence masse vóris non finis nissnne. Chi troppo urtraprénde poco finisce. (J\ 7'.| A tini masso la cuarde si romp. La suste simpri tirade piérd la l'uarcc. Ogni trop l'è masse. Il trop, l'è simpri trop. Tant baste cu masso. Ogni ecces l'è viziós. I estremos son pericolós. Lis esagerazions no durin. Bisugne coli l'abus - e torna 1' ùs. S'usan tanto se uno eccedo nel risparmio come nello scialacquare. Nissun pues dà ce ca no l'ha. No si pues giavà sang d'un unir. Cui che l'ha poce tele fasi curte la carnóse. Chi ha poco panno porti il vestito corto. (/'. T.) Cui che l'ha póc fil Tasi fialèuz o. no calci/.. Bisogna compartir il refe secondo le pezze. (P. T.) A ùl tele a fa camesiz. II cùrt l'è simpri in ponte. Il cùrt reste dapit. Resta in ultimo a saldarsi la partita. Cence levan no si fàs pan. A IH pan i ùl levan. A fa ròbe i ùl levan. Béz l'as béz i' nuie ffts ouie. 190 Nuje si mot, nuje si giave^ Curi nuje, si fàs nuje. Nuje l'è bon pai voi. Nuje l'è masse pòc. Miór ale che no nuje. Nan che nuje meste e lat. (C.) Par poc che al sodi l'è simpri ale. Ogni pid tal cui puarte in denant. In chest mond dut judo. Robe fas ròbe e miserie fàs miserie. Béz e dolors cui che ju ha sai ten, Cui che noi calo bóz tas sós sadiciis An cate manco in chés dai altris. Chi non ha ilei suo patisce carestia ili quello d'altri. (P. T.) Cui ca 1' ùl fa ce ca noi pues, Al cale ce ca no 1' ul. Cui ca si distire pini in fur da plete Ài reste cui pis distaponàs. Bisogna distendersi quanto il lenzuolo è lungo. (/'. 2'.) Quand ca non d'è, non dan. La robe no yen ju pa Dape. I béz son tarons, stan p5c a là. I béz son fas tarons par ca corrili. I béz son fas par spindi. I Ikv. soli rumo i datoli di Spagna Che: chi li semina no li magna. Da ròbe dai altris dug son generis. Sul cast cence biave no stan suris. A granajo vuoto formica non frequenta. (P. T.) A pajfi e a muri l'è simpri timp. Alla morte e al pagamento indugia quanto puoi. (P. 7 No si paia i debis i chel di ca si fasin. (U.) In che di ca si pae un debit Si vierg un credit. Cui che pae debis fàs capitai. Cu lis òacaris no si pae i debis. Cun t'un sold pocis volt is si pae un debit. Quand ca son fas i debis la suris no ju mange. Par debis no mi picin Nance in galere no mi mettin. Cui che no l'ha debis no l'ha nance cridince. Li dicono i scialacquatori. Cui che al compre cence podei Al vend cence volei. Giave e no mei La fontane va al sedi. Non mettere e cavare Si seccherebbe il mare. (P. T.) Gote spesse fore il clap. Il prin niifir di llorius l'è dillieil a tasi Chei altria dopo vegnin da se. Fatto un certo che - la roba vien da se. (P. T.) 198 Case tante di sta, Braille tante di colta, Pràt tant ca si po cala. D'une ìiase brusade restili almanco i claus e la cinise. Lis divisions rovinili lis fameis. L'union fas la fuarce. Par grande ca sei la frilae quatti ca si è in pù- tros a dividile la fette toce picule. Quàud che la polente è picule Tenti la tó fette in man. Par grande ca sei la coce A fuarce di fa uidic a si consume. Putros lòs stan poc a mangia une pióre. Cui che sta ben ca no si movi. Quand che il purcit l'è gras je ore di copàlu. No si po vé il gust cence la dulie. No si po vè il dolc cence l'amar. No si ha content Cence qualchi torment. Cui ca si iil comoda Si devi discuinca. Si promet prime pan che formadi. Sa si podessin fila dug i fii Si lira ressi n donge ance las teles di ragù. (C.) Cui che onore i abis I aMs onorili il parali. ((J.) 199 Il (risi, spararne il bob. II vestito vecchio fa risparmiare il nuovo. Cui che no comedo la piòulebùse comede la grande. (C.) A fuaròe di tacons Si mudin i bragOHS. (lo-iii lavade je une frujade. Bisugne la vistùz daùr dal so slal. Poe si spina e póc si. giold. Cui (die spi mi p5c spind trop. Perchè le stoffe n buon mercato bau breve durata. Cui che spind trop spind ppc. Cui che plui spind, manco spind. No bisugne fermasi a ogni ostarie. Cui che sparagne, la giàte magno. Dice ehi non vuol saperne di risparmii. Cui che l'ha béz e noi sa ce fa Si metti in lit 0 a fabbrica. Cui fa lavora si va in malore. Cui che simpri al lavora L'è segno ca fui la in malora. (C.) Qui lavora si prende nel senso di fabbricare. Il mal da piére al pare in malore. Mài da piere (mania del fabbricare). Il mal da piére al suje la borse. Chi edifica, la borsa purifica. (P. T.) Cui che ffis fabbrica l'ba bés in casse E cui clic l'as pittura an d'ha di masse. 200 Noi mùr mai chel ca l'ha l'ai la robe ca noi sei nassùt chel ca V ha di mangiale. L'è plui gust a fàle - che a mangiale. Poe e spes empie la borse. Dal pòc al ven il trop. Putros pocs fasin un trop. Molti pochi fanno l'assai. (/'. T.) A póc a pòc si cres. Chi non tien conto del poco non acquista l'assai. (P. T.) Miòr ten ten, che pia pia. (0.) Meglie un tieni tieni che cento piglia piglia. (P. T.) Il gran uadagn sfonderà la borsa. (C.) Il uadagn noi stanche mai. Il prin capital l'è il tigni cont. Il sparagn l'è il prin uadagn. Il sparagn l'è il prin raccolt. L'economia è una gran l'accolla. (/'. 7'.) Cui che no ten cont dal trop al pioni ance il p6c. Cui che ten cont dal pòc Ten cont ance dal trop. Cui che pai trop al pioni il pòc Al reste cun t'un puga di moseis. Cui ca no si contente dal pòc al pièni il trop. Cui ca no si contente dall'onést Al pièni ance il rèsi. Ance il Signor l'è dismontàt di mus par pia su UH fasiìl. Cui tigni cont Si devente parons di mieg il mond. Par ingruma - l)isugne stricà. Viver parcamente - arricchisco la gente. (P. T.) Par no deventa splantàz Disugne sci simpri tiràz. (S.) Ingrume uè, ingrume doman, Si èate ale insomp dall'an. A fuarce di grans di iie Un sidr l'ha fai cénl quinz di fin. A granello a gl'anello, s'empie lo stajo e si fa il monte. (P. T.) Il centesin l'è piculit, Ma sparagnatili! al las profit. (8.) Cui che no ten cont dal centésin Noi rive a fa il sold. Cui centésins si fas la svanziche. Centésin sparagnat, Dos voltis utidagnat. (S.) Miòr stret - che puaret. (C.) Meglio puzzar di porco che ili povero. (P. T.) A fa ben no l'è ingian A dà vie no l'è nadagn. Bisugne semena cui pugn e no cui sac. No bisugne tigni pa spine e mola pai calcon. Da Tàglie si cape il pes dal fuc nuje. 202 Val pi un duofift che tri léres. (F.) San Dònàt - l'è a Cividat. Dice scherzando chi rifiuta donai' qualche cosa. Fai come la furmie. Sii cioè previdente ed economo. A l'è di chei che a sciapi n il fiavél. Da un avar tu speria ale, da un lóv nuje. Lem (scialacquatore). L'avfir capares lis moscis par vendi la piel. L'avàr cope il pedóli par vendi la piel. Il Cargnel - copares il peduli par vendi la piel. Al fcirares ju la, pie! par vendile. Questi ed i seguenti proverbi si dicono a chi porta il risparmio lino alla taccagneria. A l'è come il cavatili ch'ai tire la piel cui ding. Al vai ce ch'ai mango. A noi dares un trust di pan a so pari. (/?.) No si pièe par no spinili i béz ta cuarde. Al vendares l'anime par fa bez se al èatas cui che la compre. Noi giavares par un centésin unanime dal purgatori, (/t'.) Par un centésin lares (al cui al Diaul. Co si trate d'iateres al vendares un tant la lire la car di so pari, ti uno dei più espressivi provèrbi friulani. L'è come il sav che al vores capa dut il fossal. Tu has pòre ca ti mandi l'àghe come as savis. L'ha póre che i malici la cere sot i pis. No l'ha gust di ce che al cape Ma i displas di chel ch'ai lasse. Bon di di ora prò me Ma no ora prò nobis. La ròbe no si puarte la vie di là. Co si miir si lasse dui. I bèz no si puartin ouo se. Ta l'ultini tab&r no fasin sachetis. [.'ultimo vestito ce lo fanno senza tasche. (P. 21) RICC II E Z Z A Felicità. O Crasso I)ilci che il sai di che sapore è l'oro. Dantk. Purg. c. XX. Lft ricchezza consisto non nel possederla, ma neir usarla. Abistotblb, / ReiHórita. I umin fasin la roba Ma la roba nò fas i ttmiri. ((?.) Non sono le ricchezze che fan l'uomo stimabile. No si viv nomo cui pan. L'om cence béz l'è un muart ch'ai camino. I béz son il second sang dall'om. Cui elio l'ha béz l'ha dut. L'è di chei ca pissin tal jet e puedin di che han sudai. Cui che l'ha béz l'ha reson. Gli errori dei medici son ricoperti dalla terra, Quelli dei ricchi dai denari. (P. T.) Cui béz dut no si compre. Cui che pò L'ha vace e bò. Cui ca l'ha cocs al po fa, sceliz. Chi è ricco lui dei ceppi. (/'. T.) 205 Cui che l'ha pioris l'ha ance piels. Cui ca l'è siòr noi mance nuje. I siors han ce ca uelin. I siors lian il paradis in chest mond. In mieg ore s'impare a fa i sidrs. Cui ca no l'è in ave No l'è nance in podé. II puar content l'è avòndè rich. Cui ca si contente giold. Val pi ni il cur conténi Clic pan di forment. Val pini il cùr content che i r6be nas robe. Ròbe di stole - prest a svole. I béz dai prédis a vegnin cantami l'i a vari sivrland. Rolla di campana - so fiorisco non grana. (/'. T.) 208 I béz son fas larons par che a corrin. I béz bisugne saveju spindi. I béz siei - son i plui biei. I siei carantans a plasin plui di dug. Cui che plui in d'ha, plui spimi. Cui che fas fabbrica, l'ha béz in casse Cui che fas pittura ari d'ha di masse. Ce ca no si po vé si lasse. L'ore di gusla pai siòrs è quand che han fa E pai pitocs, quand che an d'han. In case piene Si sta póc a fa di cene. Al ben si sta póc a uzàsi. In paradis si studisi E tal infler si ùzisi. Dal bon tknp no si stallisi mai. 11 bel tempo non vien mai a noja (P. T.) Miór tàrd che no mai. Il bene. II ben l'è simpri ben. 11 ben no l'è mai trop. Par seren che al sedi il eli L'è simpri un bar ili nul. Miór invidia/, che complangfiz. Miór vivi d'invidie che di misericordie. [C.) 209 Cui che l'ha la caso sul càv po là par dut. L'è mài vé daffà cui masse passùz. Je triste la coche dal pan. La fioche dal pan je pies di che dal vin. Il fum al va a traviérs Al va la ca son i béz. La ròbe no sta cui maz. Baste, jessi ami par jessi furtunàz. L'è mi (A'-) L'è nassut in pis. L'è nassut cu la ftftffié&é. Une ridade giave un claut da casse. L'allegrie no l'è aur cu la pai. I » SUPERBIA Millanteria - Viltà - Invidia. Esponilo voi mortali, non v'innalzate al disopra degli Dei. Demostene. Nello improvviso disgrazie L'uomo superbo perde non solo il coraggio; ma audio il consiglio. Guicciardini. £16. i. É proprio de' miseri 0 de' piccini il voler male ed invidiare il bene. Plauto. 1 due prigionieri. La troppe umiltat. spuce, di superbie. Troppe umiltat, troppe superbie. La troppe umiltat indiche superbie. La superbie je fle dell' ignorance. Cui che cavalche la superbie L'ha in groppe l'ignorance. (C.) L'arrogant - sarà clamàt ignorant. (C.) Palesano la mano del letterato. Cui che l'ùl savé masse Al sa di chel savor che mi capìs. Chi fa il saputo - stolto (\ tenuto. (P. T.) L'ùl savé une carte dopo dal carton. L'ùl savé une carte plui dal libri. Manco al sa., cui che plui cròd di savei. Cui dio plui sa, manco sa. Cui che si loda - s'imbroda. Cui che laude se stes Noi vai un ves. (S.) Ogni can laude la so code. Lauditi èan chi tu has une bielle code. Flocs e botons La mierde pai talons. Mierde montade in scagn 0 ca puce o ca fas dan. Chi vuol veder discortesia Metta il villano in signoria. (P. T.) L'ha glotit il mani dal risèel. (C.) L'ha glotit il mani da scovo. Ce tante caghe ca l'ha il gno can. A l'è un cesandoli furnit e nuj'altri. (R.) Onde fait cont, eh' io sei il uestri spieli, Vo' l'ogget cu risplend in tal miò scn, Vo' il lumin dal mio spirt, jo il Cèséndeìi. Co. Ermes Collokedo. A l'è un sglonfebufulis. Bisugne lassa la l'aglio in ju e il funi in su. Il fum al va a riviel Al va donge dal plui bici. Il fum al va a traviers Al va la ca son i béz. Fumo qui s'intende pflr alba^hi. Plui l'uni che il" l'est. À m Wm II ■ V, 212 Plui fum che no macarons. No l'è dut rost ce che al fumé. Pare e no jessi L'è come fila e nò èessi. L'apparince ingiane. L'è miei jessi, che parò bon, No l'è dut aur ce elio al lùs. L'abit noi fàs il fràri. La buine ròbe si laude da se. Il bon vin no l'ha bisugne di frasce. Al cròd di svola sense alis. (£/.) Prime Rome e tome E po no l'ha fat nuje. I béz dai villana e i cojons dai cans, Son i prins a mostrasi. Chi mostra i quattrini, mostra il giudizio. (P. T.) Tang furórs e po no tu giavis un gri da buse. Cui che pini dia* manco fas. Cui che l'ha il pini biel tasci, Plui al fevele. Altri l'è il di e altri l'è il fa. Dal dit al fat - p;isse un griffi (rat. Par un sold an dfa cent. In chest mond nissun l'è necessari. In chest mond son dng ufii, Nissun l'è necessari. 213 L'aquile no pie moseis. Lo dico chi pieno ili sè stesso rifiuta di fare lo operazioni più comuni o che reputa vili. Cui che noi rispetto se stes Noi vai un ves. (R.) Cui che noi rispette se stes Noi rispette nanèe i altris Cui ca si umilio yen osultat. Cu la umiltà t si romp la glaso. (U.) Nota il doppio senso della parola (umiltàt) usata per umiltà ed umidità. Cui ca si vani e dal ben fat al pioni il merit. Favore rinfacciato - favor dimenticato. (P. T.) Cui che pò comande. Cui ca l'è plui in alt noi penso che al po cola. Clopin plui i genoi di disore a vigni ili, Che di abas a la in su. Cui che no l'ha cavai, e al proviód scorein siele e spiron. Se l'ùl cavalca a l'è un mincon. Cui che rld dai altris, rid di se. Dio uardi se la cavre ves la code lungo. Dio uardi che i croz vessin i ding. Dio sa ben parco ca no l'ha fat i ding ai croz. L'è miei fasi ama che temè. 214 La vendette no sane duttis lis plais. Chi attendo a vendicare ogni sua onta 0 cade d'alto stato o non vi monta. (P. T.) La reson dai prepotenz Sta sulla boce dai canons. (C.) Sà di dotto. Cuintri la fuarce no vai la reson. Cui che l'ha plui fuarce, l'ha plui rason. Cuintri i torrens e i potens no fa lamens. (C.) Si tu ùs vé rason zighe fuart. Cui che l'ha tuàrt Zighe plui fuàrt. Coragiós a cacaris come i gondolirs venezians. Passade la batoste dug son coragios. Dug han coragio quand che il lóv al scampo. L'è come il Cont Camillo Sfondar Chel gran famòs soldàt Che al sòl vede la spade Al stè tré més malàt. La paure no rasone. Il timor l'è dai trisg. Cui che plui berle, plui l'ha pòre. No bisugne fa il diaul plui neri di cHèl ótfa 1 l'ò. L'è brav di strapazzi ilLuctìgBnt pa Tréàéihàrie; Tresemrtne (è quel lungo stradale che conduco da Udine a Tricesimo). I spaurós viodin il Diaul plui néri di chel cita l'è. 215 Il trist t al scampe ance se nissun i cor daùr. Cui che cor cor, e cui che scampa svole. Cui che scampe ha lis alis. Uelin tré ròbis par salvasi: Bon voli, buine giarabe e puarte vierte. A d'ore al mereiai! e tàrd a uerre. Dai al òftn quand ch'ai scampe. A can che fugge dagli dagli. (P. T.) Bisugne teme i timis. (C.) Nessun nemi tant vii ca no si vébi di temè. (C.) L'om ca si fàs piore il lóv lu mange. No sta a lassati rompi lis coculis sul éàv. Fufirt cui cu no si lasse vinci dal pudór Plui fuart cui ca no si lasse vinci da necessitai. (C.) Parali palesi troppo la mano del dotto. Signor nus uardi dai invidios. Se l'invidie fos la fiere Tros di lòr la battares. li'invidie rosee se stesse. L'invidia figliuol mio sè stessa macera E si dilegua come augel per fascino A cui non giova ombra di pino od acera. (Sannazsaro). L'invidie je la tarme da furtune. L'è miei vivi d'invidio che di misericordie. 210 L'è miei jossi invidia/ elio compiangi!/. Miei pati in compagnie che gioldi sòl. L'è miei che al stei ben un, che no mal dug. Invidiós come la mari di San Pieri. Dicono che la madre di San Pietro era dannata al fuoco eterno; l'Apostolo pregava sempre il Signore ad accordarle grazia, Cristo allora gli disse frugasse sul granajo del Paradiso per vedere so potesse trovare una sola buona azione fatta da sua madre, San Pietro rinvenne un gambo d'aglio dato un tempo da lei in carità; con quello andò all' inferno e porse il gambo alla dannata, la quale aggrappatasi saliva al cielo; le animo vicine si appiccarono a' di lei vestiti, essa invidiosa diede uno squasso per liberarsi dallo compagne; ma si ruppe il fragile sostegno ed ella precipitò per sempre in fondo all' inferno. Magari il do'pH, e fur i voi a cui cu vai. Bisugne vivi e lassa, vivi. MISERIE Carità - Conforti nei mali. Ama il tuo prossimo corno to stosso. S. Mattia, 22. ('ui fu donato in copia Doni non volto amico Con quel tacer pudico Che accetto il don ti fa. Manzoni. Le l'mtrcnstr. Uardinsi dal capital da miserie. Nuje rione come la miserie. (R.) Miserie no ha lec. Miserie fàs miserie. Miserie ustu panade? Si jo mari. Ben yàt'ti col la sedon. No mari no uei panade. La poltroneria ò la madre della miseria. (P. T.) La miserie fas fa trop. Necessitàt romp lec. Necessitàt no ha leè. La necessitàt insegne a fevellà. La necessitàt je màri dall' industrie. Il bisugn fàs Tom ingegnos. Il bisugn fàs Tom mestri. Il bisugn fàs Tom làri. In càs di necessitàt anèe il lóv al mange moscis. Lupo affamato - mancia pan muffato. (P- T.) 218 Quand ca non d'è, Quare conturbas me. Quand ca non d'è ta panarie, L'è inutil metti su la calderie. L'ore di gusta pai siòrs je quand che an fan, E pai puars quand che an d'han. La cite dall'artisan Sa no boi uè a boi doman. Cui che noi cene, Dute la gnot si termene. Chi ha fame non ha sonno. (P. T.) Panze piene no cród a panze ueite. Cacare no pas giat. (C.) La panze no s'impiene cu lis cacaris. L'è miei muri di fan che di miserie. Viv tant il jeur a jerbe cu il lòv a car. Ance l'aglio sporco distude la sol. L'aghe jo un trist confuart. Un sac uet noi sta in pia. Joibe v'ignudo, sottomane jossudo! Ma cui ca no 1' ha co mangia, L' ha trei disons di conta. Son tre manieris di vivi: vivaca, vivi e vivida. Burle, burle, tu febràr I sai ben co chi bai fa panarie, In d'hai di fornalint ga nome disesiet liris. Si confortava così una vecchierelki che. avea macinato un pestùstle di grano turco, Béntendb fischiare il vento di fehbrajo. Dulà ca non d'ò, no si po coli. Ce govial volò - ce ca no si po vé. Quand ca non d'è nanco la muart non d' ùl. Ce ca no si po vé bisugne dona. Quand ca non d'è, non dan. Il puar l'è simpri puar. (U.) Il piiar l'è nassùt da une bujace. Il puar l'ha simpri tuàrt. Je une disgracie nassi fi di un puar om. Il mfil, l'è simpri mal. La case dai contens a è sdrupade. La case dai contens je lade ju pa l'agile. La case dai contens je ancimò di fabbrica. La case dai contens no è stade mai cuvierto. Il puar om non l'ha mai ben, Se i mùr la vace i vanze il fen. (S.) Il poveruomo non ha mai ben So muor la vacca gli avanza il fien Se la vacca campa il fien gli manca. (P. T.) Se ha di crepa crepe la vaco d'mi puar om. La rafie dal puar a crèpa, dm dal siOr an fas doi. A muerin simpri i plui bong. Un brav om e un bon vassel di vin a durin póc. Quand ca scomencin lis disgraóiis bisugne viergi puartis e balcons. Quand ca scomencin van daurman. 220 Baste ca scomenòin. Lis disgraòiis. no van mai solis. Lis disgraòiis van come i fràris. Cioè sempre in compagnia. Lis disgraòiis son nn trist companadi. Lis disgraòiis no fasin bon bévi. Là che il Diaul noi po riva al met la. code. Dove non c'entra il diavolo, c'entra la versiera. (/'. T.) Ogni case ha la so crous. (li.) Ognidun l'ha la so eros e cui ca no la ha, sa fàs biel sol. Al par che la so eros à sei plui grande, ma se si cale che di chei altris si tome a coli su la so. Ogni garoful la so spine. Ogni dret il so ruviérs. Ogni len il so carùl. Ogni fros la so ombrene. Grand il fus, grand il plomb. No è car cence uès. Ogni fuee ha il so mani. Ogni pome ha il so mani. Ogni porton il so batt i ni. Ogni gei l'ha il so cempli. Ogni mulin l'ha la so àglio. Ogni damili al fumé. Ogni òit il so cuviért. 221 No l'è cuviért ca no si adati a gualchi oit. Il fiar si tire daùr la Scarpe. Ogni di no l'è soréli. Dug han lis sós. Ce ca no si ores Capite a dues. (C.) Il mulin dai confuarz l'è kit simpri in malore. Par consolasi baste calasi in daùr. Calin daùr di no. Cale chei pies di te e tu saràs content. Si tu mangis luvins e tu ti voltis in daùr, Tu vedaràs qualchidun a mangia lis scussis. Dui lis no puedin la ben. Dug i dés no son conipagns. Dug i més no son di trente dis. Tra lis spinis nas la róse. Vivi trop, l'è pati trop. Ance chest an mal e po mai pini ben. Uè la vee, doman la zornade. (C.) Cui che l'ha ciz, l'ha ance creps. Ogni pietin pai so cav. Ance il soréli l'ha lis sós màglis. Jo jai dis dés tas mans e se mi tai il plui T 1CU a mi dui. S '' "'i mei a fa il caprlar nas la ini èeniV cav. 222 Il Signor al toce i siei; E jo i toci i miei... c..... Rispondo chi non sa più oltre sopportare lo continue avversità che lo bersagliano. Lis tristis gnovis van simpri in denant. Lis tristis gnovis son simpri veris. Nissune gnove, buine gnove. Fàsin simpri il' mài plui grand di chel ca l'è. Baste scomencà a dì: Dai al can ca l'è rabiòs. L'è furtunàt come i cans in glosio. Sul cast cence biave no stari surls. Puar chel ca si lasse vigni un peduli. Che la miseria vien poi a precipizio. L'è restàt cun t'un pugn di moscis. Il mal ca si ùl no l'è mai di masse. Cui che l'ha il mal l'ha ance les sbleffes. (F.) Il Diaul no l'è mai tant brut ca lu piturin. Il Diaul no l'è mai tant néri ca lu fàsin. Ognun l'ha i siei nemis. Consumàz i peltris ven l'ore di nielli i ding su la gretule. Al plui indeul toce simpri a fiapàlis. (lì.) Indetti (debole, malaticcio). Fluide la messe, brusade la candele, 223 Jeve sóld e sente bèc. Al scuen disfurni uri altàr par furai un altri. 0 pini fen o manco cavris. 0 plui fen o manco nemàil Je plui la póre che l'ingosce. (C.) Je miei la póre che l'ingosce. (C.) Si cognos il ben Co l'è finit e plui noi ven. (S.) Coli il ben quand ch'ai ven E il mal quand ca si scucii. Quand che al ven il mal si cognos il ben piordul. No si cognos il ben clic quand ca si Iu ha pierdiìl. " No si ha mai un plasc Ca noi sci un dispiace. Dopo une grande allegrie Ven une granile malinconie. No è mai une dispracie, ca no sei une furtune. O f No l'è mai un mal ca noi sei il so ben. Tutto il malo non vien per nuocere. (P. T.) No l'è mai un mal par un, Clic pai altris noi sei un ben. Se il Signor siero une puarte an vierg cent. Ce ca l'è mal par un. l'è ben par un altri. La inuart dai ÒUZ je la vile dai gupez. *4 m 224 La muart dai lós je la vite das pióris. Muarte pióre, furtune pai lóv. Un Diaul scace chel altri. Un disordin fàa un ordin. Sa si fos indovin - noi sares il puarin. A no è mai stadé ploe Clio bon timp noi sei tornat. (S.) Dopo la ploe ven il bon timp. Dopo il vai ven il ridi. Soffri il maln e aspetta il bette. (!'■ T.) No si po glotti amar e spuda dolc. Cui che l'ha amar in boce Noi po spuda dolc. Une gotte di fé! ffia mar un gran pittér ili mil. (C.) • Pittèr (vaso di terra, orciuolo). In timp di uerre ogn'arme scuse. Bisugno fa di necessitat virtùt. L'om propon - e Dio al dispòn. Cui che va di tòri, si rimpine pai liaraz. Là di tòri (precipitar da un monte). L'è inntil vai la ca no l'è rimiedi. A dan tré dis anèe a cui che han di pica. Quand che Dio no l'ul i sans noi puedin. Spetta e no vigni - son ròbis di muri. Ce ca si brame noi ven mai. Si cròd simpri ce ca si brame. Ognun cród ce ch'ai desidare. La sperance jè l'ultime a pierdisi. La sperance je simpri verde. La sperance je il pan dai pitocs. La sperance je il rimiedi dai dispera/. Fin ca l'è fiat je sperance. Cui ca si pas di sperance crepe di fan. (C.) Cui clie viv sperane! al murira di fan. (li.) Cui che vìv sperami Al unir cagami. No sta a fa mal curi sperance di vé ben. La ca no è femmine il puar al patis. t>oi pitocs su une puarte no stan ben. L'è miei dì piiar me che piiars nò. Miei che al gioldi un, che nissun. Flirtane che no soi sòl. (U.) Miei ale che no nule. Nuje l'è masse poc. L'è miei poc cun justizie che trop cun pecat. No l'è mai nassut l'agnclut Ca noi sei riassùt ance il so sterput. Se il Signor mande il frut Al mande ance il pagnut. 15 226 11 Signor mande il frèd second la Vieste. Bisugne lassa fa, a chel ca l'è parsore i cops. Il soréli scalile par dug. Ogni mal l'ha il so rimirili. Dut si po justà fùr che la muart. Dut si juste in fiìr che il grop dal enei. (U.) Tutto s'accomoda fuorché l'osso del collo. (P. 2'.) Dut passe fiìr che il mani dal fruducin. (C.) Il timp al juste dut. Cui timp dut si po supera. Il timp sane ogni plae. Il timp l'è un gran rimiedi. Bisugne da timp al timp. Ce ca l'è stàt noi po jessi. Ce ca l'è stàt l'è stàt. Ce ca l'è l'è. Ce ca l'è stàt al po torna. La ca si è stàs si po tornà. La pazienze je une gran virtùt. La pazienze je la virtut dal mus. Cui che noi soppuarte noi ven soppuartat. Il perdonà l'è da om, Il dismenteà l'è da Itesiiis. Si po perdonà - ma no dismenteà. 227 La prime volte si perdone, La seconde si tontone E la tierce si bastone. Spes l'innocent patis pai pecator. Il just puarte la pene pai pecatór. Un sol ingrat fas mal a tros pitocs. Cui che fas ben all'ora ingrat Reste bech e bastonai. Cui che (Ione all' ingrat al piérd dós voltis. A fa ben al mus si vanze péz e scalz. 11 mus pae il fen cui scalz. La ca no è pietat No é felicitai. Il ben ca si fàs vegliarti ricompensai. No sta a fa ai altris co ca no tu iis ca ti fasiu a ti. No sta a fa ai altris ce ca no ti par bon a ti. Fas ai altris ce chi tu oressis fat a ti. Son le massime fondamentali della Filosofìa Cristiana. Une man lave l'altre E duttis dòs lavin la muse. Uisugne judasi un cu l'altri V'in dug bisugne un dall'altri. I cops si dan Taglie l'un l'altri. I cops si dan di bevi un cull'altri. Cui che ben dono, ben vend. 228 Cui che dà subii, dà dós voltis. L'è miei da che ricevi. Un plasé dame cliel altri. Cui che dà, ricév, Chel che al dà, al torne a capa. Cui fa ben ai altris, tu fàs ben par te. Cui che fàs ben, lu caie. Cui che fas ben, l'ha ben. Cui che fàs ben, cate ben. (C.) Si tu ùs vé ben. fasilu. A fa ben, l'è simpri ben. A fa ben si quiste simpri. (C.) Fai il ben e lasse dì. Fàs il ben cence calà a cui. Fai il ben e no sta a bada a cui. Il ben al sta din cui che fas ben par mài. Il mài al sta cun cui che al fàs mài par ben. Bisugne fà ben par mài. A tratta ben no si falle mai. La caritàt ance al Diaul a je ben fatte. Nissun l'è deventai mai pùar par fa caritat. A fa caritàt no si dovente pùars. La caritàt manten Lia fameis. La caritat a va fùr pai porton E a entre pai balcon. 229 Darandan - il malàt al puarte il san. Il Giusti lo spiega dicendo che le case dei poveri sono allora più visitate. Il benefizi no l'ha di jessi fai par fnarce. Une robe par fnarce No vai une scuarèe. (f.) Je carila! tant. jnda cui che l'ùl fa ròbe, Come a dà un poc a cui che 1' ùl là in malore. Nissun va a ciri par fa caritàt. Nissan da ce ca no l'ha. Tas disgraciis si cognossin i aniis. Il Signor l'è muàrt par nó, Ma jo no mùr par nissun. Pecca troppo d'egoismo. Guna e ali ri ben no fa, A Sa dal Diaul no si lasse di là. Prime jo e po chei altris. La mé boce je piai vizine da to. Caritas incipit ab ego (P. L.) La puarte a dis puarte. Puarte ha il non cun se. Puarte ùl di puarte a case. Gran sant ca l'è San Jude Pecat che in chest mond si lasse viodi di ràr. (R.) Tajai ca mi han il èftv hai in cui ca mal tornili a tacà su. Allorquando alcuno fa delle carità pelose, 230 Viv e lasse vivi. Baste! Bastian la cavale è muarte, Ga i vevi di vendile istes. Lo dice chi dee ingojar una pillola che non gli vuol andar giù. Dulà ca sia une bofiade di pan po sta ance une peraule. Larg di boce strent di man. Bisugne scartasi la giaide un póc par om. (C) Contentasi dal fai so E gioldi plui ca si pò. Bute il mani daiìr la manarie; e avanti! Zucar su lis fraulis. Si dice quando s'ottiene una cosa che più non monta. Cui die no 1' ba lusòr Clio al vadi a Olirmi a scùr. Miòr un bocon di lum die la a durmi a scur. Lum scheggia di pino resinoso che i montagnuoli usano invece di fanale. Si scuen fa di necessitai virtùt. Fasin come ebei di Glemone, lassin piovi fin ca Fui. Essendosi a far quivi accomodato Mentre pioveva, come quei da Prato. (Lippi. Malmantile. C. II, str. 66), Par distinta il fùc ogni figlie je buine. Dome cu la farine no si fàs pan. Tilult, Tiluli - ogni di no va cussi. 231 In t' un an nassin tros fongs. Lis zinzimbelis no son duttis cu la buse. Non tutte le ciambelle riescon col buco. (P. T.) Dopo il dolc al ven l'amar. Al sta simpri il mal vizin al ben. Finis i lenz si raspili lis scelis. In tempo di carestia, pan vecciato. (P. T.) Quand che il lóv al jes dal so foran, 0 ca l'ha set, o ca l'ha fan. La l'ama caccia il lupo dal bosco. (P. T.) Cui ca l'ha p6c fil fasi éalèuz e no òalèìs. Cui ca l'è cenèe béz ca no si lassi vigni vois. Cui ca l'ha la rogne, sa grati. No spice nome la rogne. Quel che duole, sempre non è la scabbia. (P. T.) Cent pinsirs no pain un debit. Mil fastidis no pain un debit. Cent oris di malinconie no pain un centesin di debit. 0 preà, o paja. Chi ha più bisogno, più s'arrenda. (P. T.) L'om ca si las pióre il lòv lu mange. A jessi masse bongs si è trattfiz di pióre. No sta a. lassali rompi lis coculis sul cav. No sia a laja il nas par insangana la boce. No «k';<'. Il mani l'è tacat alla fri/orie. Une an pae cent. La batisio ha lis giambis curtis. La bausie no sta mai scruindude. La veretàt o di fieste o di dls di vóre, Come il ueli ven parsóre. (S.) Pecat confessai - l'è mioc perdonai. Bisugne pensa prime par no pentlsi dopo. I pentis e i squintias a van dug par une strade. Si pain par èaristiè. La femmine dal lari no rid simpri. Lari pieni no sta ;i roba, Gli" il lari grand ti fas pica. Nè par (nari, nè par reson, No sta a la mai in presoti. {C.) TI lari pièni al va in preson. Il can di Sior Vignnt, A l'ere lai par l'olii E l'è restai futtùt. I debiz ca si fasin pai' bondapze, ? 277 La justizie ha lis mans lungis. La preson no è fatte pai mus. La preson no fas mai nissun di bon. (S.) Miei uèel di bosc che di sgiaipie. Farine imprestale. Chi ha fatto del male ne aspetta. Quand che l'ucel l'è far di sgiaipie si stente a capàlu. Lu han menàt in Domo Petri. Le lat a eia tal podin. " VITA PUBBLICA i - Liti - Guerre. A lungo andar un governo non suol esser migliore del popolo governato. S. Smilbs. Il carattere, p. 28. Cui che noi sa fingi, noi sa regna. Chi vuol regnare - convien sè stesso dominare. (P. T.) Cui che sierv il Cornun, Noi sierv nissun. Il popul o ch'ai alce trop, 0 ch'ai sbazze trop. Tant alca e tant sbazza. (C.) La ròbe dal Coniun A è di dug e di nissun. Mange Menie e pae Coniun. (C.) No bisugne spudà sul plat ca si mange. No si ha ili fa caritat culla ròbe dal Comun. Cioè per compassione d'alcuno non si dee aggravare l'azienda Comunale. L'ordin l'è pan E il disonlin l'è fan. (C.) Da un disordin qualchi volte nas un ordin. 279 Ce ca l'è di Cesar l'è di Cesar, Ce ca l'è di Dio l'è di Dio. Vós di popul, vós (li Dio. La ca je int, je confusion. Dove è popolo, è confusione. (P. T.) Tang cas, tantis opinions. Il pes scomence a spuca tal cav. (C.) Sul t&y a von la tegnfe. Cui dio fàs lis lez devi rispettaliz. Prin il pecàt e po la pinitince. La lec je fatte colpe dai trisg. La leggo nasce tlal peccato. (P. T.) Dulà che dug falle Nissan l'è castiàt. No je mai fatte leé Che pensat noi sei l'ingian. (S.) Fatte la lec pensade la malicie. (C.) Fatto la lec, pensat l'ingian. Pat romp lec. (C.) La necessità! romp lec. Necessitat no ha lec. L'è miei jessi in disgrafie di Dio che da justizie. La justizie ha lis mans lungis. Regina Martirum ma mai Regina Confessorum. Rimonta probabilmente all'epoca della tortura. 280 L'innocenze je protette. L'é miei pòc cun justizie, Che trop cun pecat. La rason a è une sole. No baste Ve rason bisugne falò intilldl. Tas causiz uelin tré robiz: Vè rason, savéle di, e caia cui che la dei. Cui che l'ha reson, l'ha pòre, Cui che l'ha tuart al spere. I ras son come i nàs, Dug si semein e non d'è nissun compagn. L'è miei hrusa siet villes che pierdi un dirit. Ce ca l'è scrit, l'è scrit. Ce ca l'è dit, l'è dit. La carte cante. Miei une magre convenzion, Che une grasse sentenze. II tuart no l'è mai dut di une bande. Cui che pierd, l'ha simpri tuart. Cui che litighe, mange il so. Il masse litiga mange la robe. Cui che la uadagne reste in fiamese. Cui che la pieni al reste nini. A litiga un reste in camese e chel altri nùd. 281 Intant che i litigans a tirili la vaco un pai cuars e un pa code, i avvocaz a molgin. Plui a pend e plui a rimi. Cui béz c cull'amicizie Si cope la justiziei Fra i doi litigans il tierc al gioiti. Si guri, la vace ose me? L'avvocat ca noi ven clamat Noi veri paj&t. Bisugne sinti dós òampanis par decidi. L'apparinóe inaiane. Ognun viód cui siei voi. Ognidun sint cu lis sós oréljs. No vé mai presse a judicà Cui che condanne, ven condannai Cui che judiche ven judicàt. Cui che l'ha plui fuarce, l'ha plui reson. Cuintri La fuarce no vai reson. Contro la forza la ragion non vale, Vince la forza, e alla ragion prevale. (P. T.) Cuintri i torrenz e i potenz no fa lamenz. La reson dai prepotenz Sta sulla, bore dai canons. (C.) l'alesa la mano del dotto. Une pas par fuarce a je segrete uerre. (C.) 282 Minuzie no è lanze. (Da ni) manoscritto di Prov. del seo. xvi. Collez. Joppi, Udine). La vittorie je nemie da uerre, Il scomenca da pàs. (C.) Nissun plui neml dall'orti, che Toni istes. Par un soldàt no lassili di fa uerre. Bisugne lassa [g il mal ju pai malàs. E la uerre pai soldàs. Il bràv soldàt si cognos in uerre. Bandiere vece, onór di capitani. Là và la tovaje Là và la bataje. (Da un manoscritto di l'rov. del sec. xvi. Collez. Jonpi, Udine). In timp di uerre Di cent une di vere. In timp di uerre Nissune di vere. A tempo di guerra con bugio si governa. (P. T.) Cui ca l'è stat in uerre, lis po conta. Cui che la dure la vino. Fu il motto che valse a Roma la supremazia mondo. In timp di uerre ogn'arme scuse. Cui ca l'ùl salva la pan/.e pai fiz Ca noi vaili in uerre. Cui ca l'è di véri ca noi vadi fra lis clapadis. In uerre si va cun doi sacs ; Un p;u' dalia e un par piàlis. 283 Il pecotar va simpri cun dos bisaèis. (R.) I5e;ìs i prins infùr che tas pachis. L'è miei dalis che capalis. Cui ca si po salva, si salvi. Par salvasi uelin tre róbis: Bon Tòli, buine giambe e puarte vierte. No sta a corri daiìr a cui cu scampo. A nemico che fugge ponte d'oro. (P. T.) Ta uorro di GridiscV, Son las in ving e dodis e son tornàz in trentedoi. I soldas dal l'ape Uelin in siet a giava une rape, E ancora noi fa gnente Sa no l'è il sergente. Ambasciatór noi puarte pene. Mes no l'ha colpe. .(6'.) La pfis je mari da bondanzie. NAZIONI Città - Paesi - Ricordi storici. Si è voluto darò un saggio di certi motti e copranomi o scherni usati tra lo citta d'Italia: è Storia, e vorremmo che fosse tutta archeologia; ma ogni giorno sbiadiscono ed il registrarli non male per qualsiasi indizio che si può trarne circa le vario nature di questo popolo Italiano. Giusti. Proverbi, p. 211. Il niond l'è bici pa so varietat. Il mond l'è biel parcè ca l'è variabil. Ogni pais l;i nò usanòe, Ogni case il sò costimi. Ogni ville la só usance, Ogni case il so costimi. (C) Cui che cambie pais, cambie costimi. Si Romee es, Romano vivilo more. (/'. L.) Cui che barate pais, barate furtune. Dut il mond l'è pais. 11 soréli al jeve par dut. A la pai mond no si Satin lis lujaniis picadis. Cui che sta ben ca no si movi. Cui che sia ben ca noi lassi case so. La ca si nas Ogni jerbe pas. 285 Ance il lóv cìr la so cove. Ogni uèeì cir il so ntd. Per ogni uccello - il suo nido è bello. (P. T.) In cent ang e cent dis, L'aghe tocne ai siei pais. I umin a Saminin E lis montagnis stan fermis. Laude i mons e tenti al pian. Laude il mar e tenti a cere. L'è miei camini! tré dis par cere Che mieg'ore pa Tàglie. L'aghe no ha ramaz." Par vivi in libertà! O in ville o in cittàt. Cui che va e tórne fàs bon viàc. Cui domanda paron si va par dut Fùr che fa lune. Cui domanda paron si va a Rome. Duttis lis stradis menin a Rome. Amor di patrie no l'è bruì di fasui. Amor di patrie no l'è brut ili vergis. Cui che vùl el Pape vaili a Rome. (F.) Le stat a Rome cence viodi il Pape. Al fas di vigni dal mond da Lune. A chi fa lo gnorri. Al f&s di vigni dal mond gnuv. 28G Al fàs l'Indian. Furono mossi in uso dopo la scoperta dell'America. A l'è di Menarùl. Si dice per eufemismo, lo stesso dicasi dei seguenti- A l'è di Curnin. Curnin (da corno). A l'è oni di Capadocie. Capadocie (da capo). Al ven fiìr dal Cragn. Cragn (Cragno e sporco). Lu han fat passa par Pesi. A l'è passat par Legnago. Chi fu bastonato. Al l'è di Malamoc. Chi fugge. L'è stài di Bagnarole. Chi (\ bagnato. A l'è Napoletan. Ad un nasuto. A l'è di Cerneglons. Chi ha la fronte {ccrneli) molto alta. A l'è di Vidulis. A l'è di Sante Marie La Lunge. Chi non soddisfa puntualmente i suoi obblighi. L'è di Raspan e no di Datimis. 287 L'è di Datimis e no di Raspan. Raspati e datimis da raspa e dà. Nimis onorati sunt. Scherza sul latino nimis (poco). Magnan e Cuellalt han un trist non. Pretindi elio tal doni? Eh! che a San Donàt lui no l'è nance passàt par donge. San Donàt l'è a Civid&t. San Donàt conio derivato da donare. No si fàs nuje d,'Imholognalu. Imbologna (trappolare). Viód si tu sòs bon d'Inzingaràlu. Inzinyarà (sedurre). L'ha f'at Fiandre. Fa Fiandre far grosso bottino, ammazzarne in gran quantità. Dula giristu lis Calabriis. Per chieder ad uno dove vada gironzando. L'è làt a Patras. Per mandarlo in minuzzoli a Patrasso. (I.ilTi. Malmantile. C. IX, str. 27). L'è làt a Flaihan la ca fasin lis animis di ues. Chi è morto. L'è iftt a cama a Scodovace. Chi è uliliiiaco. 288 A l'è di Piombili. Piombe (ubljriachczza). 0 soi di Vissandon, Chi lei la musso la ch'a l'ùl il paron. A l'è di Berlini Al pae i debiz nome quand ca r ùl. Come cliei di Torse, Lafg di boce e stret di borse. Come chei di Folgiarie. Fasìn tant cence cu parie. Chei di San Vìt, Han la Samése piai curie dal vistit. A barcin a Peonis. A vegnin chei di Peonis. In tutto l'alto Friuli s'usa questo motto per indicare che uno è preso dal sonno. E forse perchè avendo Peonia a sera un alto monte il sole vi tramonta prima. L'Italie je il zardin dal mond. Int di confìns - o laris o sassins. Furlana cence creance. Furlana mange polente. Siet son lis raritaz dal Friul : Picolit di Rosacciz, e Chiastràz; Spàrcs di Tresesin, ostarie di Pici, Parussulis di chés di Pordenon, Persut di San Denél e Muarz di Vencon. Versi del Zorutti passati in proverbio. 289 La dote dal Friùl, Vite gruesse, tetis sglonfìs e un biel cui. Tré son lis raritàz dal Mond Il campanon di Mantue, L'organo di Trent E la cojare di gno barbe Ponte di Geà. Oeà (Zegliacco). Cojare o codàr (astuccio che i falciatori portati appeso alla cintura in cui tengono le coti e l'acqua rjer affilar le falci. Tacad a une coree K pendolanti a liass, In log dal so turcass Vara un codar. (Co. Ermes Coli.oreuo). Rome caput ninnili Vignesié secundi Udin tiercarùl E Cividal buse di cui. Udin zardins cence rosiz, fontani? cence àghe e nobii cence creance. Udinés a 6a dal diaul non d'è di piés. Come la cene di chei di Cividal Che dug puartarin la fritae. Come chel di Cividat Al fas l'ultime cun tré trés. Son tang mus a Gleraone ca si semein. (('.) Fasin come chei di demone : Lassili piovi fin ch'a l'ùl. 19 290 Mi contavin i viei Che za tang agii viodint a montana T'un lug dal mond si raduna il consei Par pensa e decreta Ce ca vevin di fa. Dopo ve ben pensat Ko donchie deeretat Di lassa ch'ai ploves infln ch'ai tal. (Zouutti. Poesie voi. II. p. 335). Glemonas ca no valili un cac. Glemonas cuargnolars. Venconas cavoèars. A d'Artigne al gire uez. Dicono che una zampa di majale di ragione del comune si dà a prestito un giorno per famiglia per condii' la brovada, cominciando dal parroco e terminando col ìionzolo che in ultimo ha il diritto di rosicchiare la carne rimasta ancora aderente all'osso. Buje - int di nuje. Ini di Buje Sa no è passarle no vai nuje. Osóv forteca gnostra. Son tang mus a Osóv ca si semein. (R.) Balista Colomba? No chi no noi baia. 0 baia brutta stria 0 marca fiìr di ca. Dicono a quei d'Osoppo. Maniagleis - pedoi a geis. Pedoi a sacs, Maniagleis a macs. Maniaglia sobborgo di Gemona. Majanés - tocin la mierde e lechin i déz. Majanés - ca caghin simpri pés. Susanz - borghesàns Farlaz - giarlaz. San Tornita - dui implajàt: Trivià - tire chi e mole là. Ruscét - plen di fiséd. San Denél - plen di pél, Càvorià - bacalà. Pòcalins - plen di pantianins. Rovignàz - mal stampaz. Carpa - mene cà. Cosean - muso di 6an. Rodean - fiol d'un can. Arcan - far di man. Bracà - velu là. Madria - plen di surìz. San Vit - florit. Silviele - scugele. Are - dare. Colore! - plen di frét. 292 Laucane - gallane. Feagne - lasagne. Ceconins - pirulins. Villalte - giainbe alte. Muruz - pìen di fruz. Vendoi - cence voi. Trep - crep. Giavons - uét di polmons. San Marc - da v5s fuart. Baracét - plen di set. Villeuarbe - lead cu la cuarde. Sant'Antoni dal Vin - conce riinpin. Battae - plen di canae. Raspati - barbeguan. Reane - je frappade la gabane. Amar - eie clar. D'Impec - fts par inattec. (C.) Guarf - no fas di tuart. (C.J Preon - fàs par da bon. (C.) I tre ultimi proverbi avrebbero dovuto trovar posto fra quelli meteorologici giacché indicano la probabilità di pioggia secondo che i nugoli vengono da Ampezzo, (iorto o Preone; ma dovetti collocarli qui perchè mi furon comunicati quando era al fine, quasi della stampa. Tarcint - bielle ville e triste int. Tarantina - miez lftris e miez sassins. w ***** 203 Mene po mene Coronin, 0 meni jo, Zanin, Ti eh i ti tac, tìoki ti tac. Dicono a quei di Aprato dove ci son molte officine di fabbri ferrai per far chiodi. Mulini/ - ròbe gialiniz. Codroipins - a inangin simpri luvins. Zumpicans - code di cans. Jutis al sta ta che frasore ca si fas i croz friz. Jnitis (borgata di Codioipo). A Ramangàz, semenin ràz e oassin làris, No sta a fa come Siore Matilde di Palmo che piar lassa la massarie in poltrone a leve jé a lava sulla, /.empie. Chei di Muec van a cafs cui silar. Cliei di Muec coltavin il campanti. 0 plui fen, o mancul òavris. Onde aver maggiori utili dai suoi pascoli, il Comune di Moggio acquistò una capra; ma dopo un mese essendo terminati i foraggi si riunì il consiglio e come ordine del giorno fu approvato il succitato proverbio. Dovadàs - cui che no puarte no pas. Perchè sito fra monti il grano si deve portar tutto a dosso d' uomo. Chei di Resiniti» son vignùs a coli il soréli a Ven- con tas cazziz. 294 A Resie pain il fit al cuc. L'iia duràt come il fòr di Ponteban. Cargna fidelis spelunca latronum. Cargna fidelis et buzarata magna. Il Cargnel - cope il pedóli par vendi la piel. Chei di Amar son stas a coli la semence dai siors a Vencon. Amaroz - une manie di avaroz. Sei cun Dio, dui ce cu nas Fùr che Gavacins e Verzegnas. Cesclanós Pie pés, Pie stoppe Trente giani daùr la cope. La capital da Gargne l'è Tomiec, La buse di cui è la capital dai vez. Villoz - une manie di gosoz. Traue, Lane e Davai Un galantom no si caie mai. D'Invilin dug han il zampognili. Zampoynin (gozzo). In Cargna zampogn si dice la campana che s'appende al collo dell*» ai-mente in montagna. Moncinz (Enemonzo) - une manie di scapili/,. 295 Soclév - buine plév. Soclevinz - une manie di berechinz. A Soclév son sessantesis siors e d'arest dug benestans. Ermi allora pessantasei famiglie. Midies - piene la place di spies. Preon, no è une ville ma une ponte di citàt. Priùs - la che il Diaul ti condùs. Vias - piene la place di saz. Oltris e Voltois. Picaz dug su lis soiz. Soiz (corde). D'Impec - triste ville e buine lec. Fornez - un manie di maladez. Comeglianoz - croz. A Comeglians - une manie di cans. Cercuvint - buine core e triste hit. Cercuvint di sòre, Cercuvint di sot, Di son; battili copulis Di sot si sint il sclop. Sudreis - mene la code pai temeis. Nojarans - mai cutans Mei, la. ci te a boli Poi quand ca ven di messe no han nuje ce pati. Pian - ce ch'ai dis uè no l'è doman. D'Avosàz PÓ8 é liras Flocs e bottons E jotte di giardons. Oh! Gertrude! Va 'u tal caraarin a mangia meste e batùde.! Baiude (latte da cui si è tratto il burro). Lo dicono quo' di Timau per derider quelli di Cleulis. A Giviane je lade di tòri une gialine. Givigliana paese costrutto su un dosso di monte sì ripido che si disse Che perfino una gallina ebbe a precipitare. Questo detto ha ispirato una delle più originali canzoni cargnelle che figura nella raccolta del Gortani- Al vai pi un cursór Cadurin Che un avocat Cargnel. (F.) Scia/, e Todeschs Dug come chesg. S' usa dire facendo un gesto poco decente. A Carlistód a inferin i cuz cu lis brucis di noglàr. Dug i gusg son gusg, diseve la giate d'Aquilee. Tu sos come il uarb di Verone: Che i davin un sold par die al canti E dovevin daint doi par òhe al tasi. Fiere di Sinigae o fat o la barat. 297 Bisugne fa come il podestat di Sinigae Comanda a fa be' soi. Bisogna, dice, con questa canaglia Far corno il podestà di Sinigaglia. Lippi. Malmantile. C. X, str. 46. Sentenze di Cozze Cui che l'ha vut, l'ha vùt. La sentenze dal re di Sardegne, Cui clie lu hà ca lu tegni. No sarà poi la mine di Troje. Per dinotare un gran malanno. Al fàs come chei da Torre di Babele, Ch'a domandavin malte e a puartavin clas. Ta uerre di Gridisele son làs in ving e dodis E son tornas in trentedoi. L'è bràv di strapazza il Luctignint pa Tresemane. Dal quaranterot, Ce ch'a l'ere parsore l'è làt sot. SENTENZE GENERALI E queir istessa soddisfazione che l'uomo educato trova nel riferire il caso particolare che ha fra mano alla legge universale che lo informa, un uomo più rozzo la trova nel far appello al proverbio. G. Strapforeli.o. La sapienza del popolo. Tant vai pete cu dai. Fùc di pae. L'aghe e il fùc, Stan in pdc lùg. (S.) Un leu a noi fas fùc. A brusii lens verz si fàs funi e no fùc. A olei ben noi coste nujc. Bisogne savé giava il ragn dal mùr. Noi sa giava un grì da buse, L' ùl ingen - a mescedale cui len. Altris tiraps, altriz usanciz. Bisugne camina cui pis di ploinb. 299 Cui che no l'ùl, noi inerte. La vipare ha becàt il cariatali. Pini funi che no rosi. Nuje, l'è masse pop. Non d'hai nance tang di fa, canta un uarh. Nissune gnove, buine gnove. Lis tristis gnovis, son simpri veris. Zero via zero fàs zero. Son raris lis moscis blancis. Un fior noi fàs primevere. Ogni regule la so eccezion. Di cas nas càs. Di ròbe, nas ròbe. Ogni fior ta so stagion. Ogni frut. ta só stagion. L' ùl savonà masse. L'ùl aavé une carte plui dal libri. Ce ca l'è dit, l'è dit. Ce ca l'è scrit, l'è scrit. Ce ca l'è stàt, l'è stat. Il mond al va da se. 300 Il timp consume dut. Monti spore. (C.) Ogni dret il so ruviers. Ce ca l'è fat, l'è fot e no si pei disia. Ognun pues fa ce ca l'ùl. Ogni biel niercat dure tré dis. Ce ca l'è stàt noi po jessi. Di gnot dug i giaz SOQ grts. Di gnot (lutti/, lis pióris parili nériz. Vós di popul, vds di Dio. Dula ch'ai sta Pieri noi sta Pauli. Nissan nas cence savei. L'aglie no coste béz. L'aghe dulà ca è stade po torna. Dulà ca si è stàz si po torna. Vin dug il sang ros. Dopo il trist ven il bon. Il biel e il bon émplm la boce. La. Lenghe è fatte par fevetó. Dug sintin cu lis lór oreliz. Ognidun mango cu la so boce. Ognun viód cui siei voi. L'&ghe no suje. L'àghe eorrint no puarjte sporfietat. Dal poc si giave l'iighe. Puartà aglio al mar. Va a San Roc a mena la puarte. Va a fati busarà. Cui elio l'ha fat il mond al po disfàlu. (C.) 0 dug di Dio o dug dal Diaul. Jo la colpe e tu la polpe. < >gni ili vou gnot. Di gnot no si viód. Cu La pazienze si marida un fràri. A balà cu la so femmine, sopiz ta l'aglio. Cui che fil vaili e cui che no fi] mandi. Cui che ul 6Sr, vaili in becarie. < !fir di oùl no va in cìl. Tal larg sta il pòc e il trop. 302 Il trop l'è simpri trop, Ogni trop l'è masse. Cui che tàs, conferme. Cui che tàs a noi dis nuje. Pai cui s'impirin lis guselliz. Cun t' une fuee si just e E cun fune fuee si disjuste. (C.) 0 tira .0 mola, o si rica o sclopà. 0 là o rompi. Cui che an d'ha po spandi. Cui che 1' ha béz po spindi. Cui che no l'ha daffà ch'ai vadi. Un len sech cape plui prest che no un vért. Cui clic l'ha santui l'ha confez. (C.) L'aquile no pie mosciz. Ogni pai la so buse. Ogni ues a sfl sii. Ogni farine no è buine par fa ostiiz. Fa orele di mercedant. ■■■M No soi nance jo su un jet di rosiz. Si sia su lis spiniz. Scùr tanche in bofie al lóv. Scùr come la mari da gnot. Brut come il diaùl. Son la mis mas come cu capite capile. Come cu ven ven. Astu presse? - cor a messe. (C.) Manda da Erode a Pilato. L'è làt in cotego. L'è làt in fresch. L'è làt a conia lis oris. Dut ha un fin. INDICE. Dedica............... pag, 5 Ai lottori............... » 7 Religione, Superstizioni.......... » 15 Il tempo - Pronostici metereologici, stagioni, fasi lunari, ecc.............. » 22 Pronostici sui raccolti, precetti agricoli .... » 36 Animali - Pastorizia, caccia, pesca ..... » 47 Corpo umano - Doti e difetti materiali .... » 58 Corpo - Bisogni materiali, vizi e virtù relativi . » 72 Alimenti............... » 85 Amoro e famiglia............ » 94 Compagnia, amicizia, parentela....... » 108 L'uomo delle varie condizioni sociali - Professioni. mestieri.............. » 110 Lavoro - Poltroneria........... » 127 Attività - Saper cogliere le occasioni ..... » 140 Prudenza e previdenza nell'agire e contrari . . » 147 Creanza, tratto - Regole per la condotta pratica della vita............. » 159 Esperienza - Esempio.......... » 170 L'uomo negli affari - Frode, onestà,..... » 178 Economia domestica, risparmio, avarizia, vizi e virtù relativi . . . '......... » 189 Ricchezza - Felicità........... » 204 Superbia - Millanteria - Viltà - Invidia .... » 211 Miserie - Conforti nei mali........ » 217 AVVERTENZA Oltre alle norme di ortografia esposte in principio deggio notare che l'Ascoli usa anche la g con due asterischi, che ha un suono come se fosse seguita, da uni, e ch'io, ad evitar troppe divisioni, ho tralasciato, scrivendo giat anziché gat; ma mi accorsi troppo tardi che sarebbe stato indispensabile adottar tale lettera per esprimere la g finale la quale dovrebbe aver sempre un suono gutturale duro: quindi le parole log, dug, ang, bong, ving. ding, pasg, baiog, ecc. s'intendano scritte come avessero la g. ERRATA CORRIGE Pag. 30 linea 9 Infermane (ajuola In gtrmarit è invece da mettere a ger- quel breve tempo in mogliare) ila ger- cui poche ai-mente jne restano nelle malghe dopo fatta la smonti- eazione-m ijermarit; gnove si dice quando si hanno ila pascolar prati ancora intatti. » 41 » 21 mes mès » 68 » 20 èas caz » 82 » 7 as has » 104 » 3 fas fa/. » 113 » 13 a gnoòis a cassis a gnoèiz a cazzi/ » 118 » 21 massarie massarie » 130 » 5 faz fàs » 131 » 3 fas fa/ ». 148 » 14 roba/ r-obat » 157 » 11 fas faz » 101 » 7 rispeti rispettai » 102 » 15 fas faz » 163 » 2 fas faz » 103 » 24-25 mus imi/ » 192 » 18 Lii femmeaucis ru* Lis feinmenuùis rovivine lis casis nili lis casiz » 190 » 23-24 fas faz » 197 » 12 (iuainl ca non fas i Quand ca son faz i debis la surls no flcbiz la suria no ju ju mange mange » 198 » 5 faineis fameiz » 200 » 0 pocs pòcs » 231 » 10 fama fame